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Autore Discussione: sentenze di cassazione per contratti art.8  (Letto 21976 volte)
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« inserito:: Novembre 17, 2009, 15:02:50 »

sentenza negativa (per il ricorsista) riguardande un contratto a norma dell'art.8 periodo febbraio - aprile 1998 con proroga al 30 maggio 1998

Citazione
Corte di Cassazione – Sentenza n. 19696/2007

Cass. Sez. lavoro – Sent. 24.09.2007 n. 19696
REPUBBLICA ITALIANA IN NOME DEL POPOLO ITALIANO LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE LAVORO

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

F. C., elettivamente domiciliata in Roma Viale Giulio Cesare 71, presso lo studio dell'avvocato Canfora Maurizio, rappresentata e difesa dagli avvocati Fanara Cristina, Canizzaro Giusy, Sacco Maria Antonietta, giusta delega in atti;

- ricorrente -

contro

Poste Italiane S.P.A.;

- intimato -

e sul 2° ricorso n° 07546/06 proposto da:

Poste Italiane S.P.A., in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in Roma Via Mazzini 134, presso lo studio dell'avvocato Fiorillo Luigi, che lo rappresenta e difende unitamente all'avvocato Granozzi Gaetano, giusta delega in atti;

- controricorrente e ricorrente incidentale -

nonchè contro

F. C.;

- intimata -

avverso la sentenza n. 4/05 della Corte d'Appello di Palermo, depositata il 13/04/05;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 14/06/07 dal Consigliere Dott. Vincenzo Di Cerbo; udito l'Avvocato Fanara Cristina; udito l'Avvocato Luperti per delega Fiorillo; udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. Marcello Matera che ha concluso per l'accoglimento del ricorso principale, rigetto di quello incidentale.

La Corte

RILEVATO CHE:

la Corte d'appello di Palermo, in riforma della sentenza di prime cure, ha rigettato la domanda proposta da C. F. nei confronti di Poste Italiane s.p.a., avente ad oggetto la declaratoria dell'illegittimità del termine apposto ad un contratto di lavoro stipulato fra la ricorrente e la società convenuta;

per la cassazione di tale sentenza ha proposto ricorso C. F., affidato a quattro motivi illustrati da memoria; Poste Italiane s.p.a. ha resistito con controricorso ed ha proposto ricorso incidentale illustrato da memoria;

è pacifico che la ricorrente è stata assunta con contratto a termine dal 9 febbraio 1998 al 30 aprile 1998, stipulato a norma dell'art. 8 del c.c.n.l. 26 novembre 1994 ed in particolare in base alla previsione dell'accordo integrativo del 25 settembre 1997, che prevede, quale ipotesi legittimante, la stipulazione di contratti a termine la presenza di esigenze eccezionali, conseguenti alla fase di ristrutturazione e rimodulazione degli assetti occupazionali in corso, in ragione della graduale introduzione di nuovi processi produttivi, di sperimentazione di nuovi servizi e in attesa dell'attuazione del progressivo e completo equilibrio sul territorio delle risorse umane; il suddetto contratto è stato prorogato al 30 maggio 1998;

la Corte di merito ha ritenuto la legittimità del contratto a termine de quo in applicazione degli accordi che hanno disciplinato la fattispecie; ha inoltre ritenuto la legittimità della proroga del suddetto contratto sull'assunto della sussistenza delle esigenze contingenti e imprevedibili che, a norma dell'art. 2, comma 1, della legge n. 230 del 1962, consentono il ricorso al suddetto istituto;

la prima delle suddette conclusioni è stata ampiamente censurata dalla ricorrente la quale contesta, in particolare, il riferimento, contenuto in sentenza, al c.d. addendum del 2 luglio 1998, per giustificare l'assunzione a tempo determinato in esame; deduce in proposito, da un lato, che alla data di stipulazione dell'addendum si era già consolidato, in capo alla ricorrente, il diritto a vedersi riconvertito il contratto a termine in contratto a tempo indeterminato; dall'altro, che l'addendum era privo di rilevanza nel caso di specie in quanto rivolto a disciplinare esclusivamente i contratti part time; sotto altro profilo la ricorrente censura l'interpretazione dell'accordo 25 settembre 1997 fatta dalla Corte territoriale assumendo che lo stesso doveva essere applicato in coerenza con i principi di cui alla legge n. 230 del 1962; infine censura la sentenza impugnata nella parte in cui ha ritenuto irrilevante la mancanza di prova circa la sussistenza, nello specifico ambito territoriale interessato dall'assunzione, delle condizioni che avevano reso necessaria l'assunzione stessa;

le suddette censure sono infondate;

con riferimento al primo profilo, se è vero che la Corte di merito ha fatta erroneo riferimento all'addendum per giustificare la legittimità del contratto a termine de quo, è anche vero che la stessa ha esplicitamente citato, nello stesso contesto, l'accordo del 18 gennaio 1998 col quale le parti avevano convenuto che la società Poste Italiane continuava a trovarsi nella situazione precedente ed in conseguenza di ciò poteva procedere ad assunzioni a termine fino al 30 aprile 1998; è pertanto chiaro dalla lettura complessiva della motivazione che la sentenza ha aderito all'orientamento che ha ritenuto legittimo il termine apposto a contratti stipulati, in base alla previsione dell'accordo integrativo del 25 settembre 1997 sopra richiamato (esigenze eccezionali, conseguenti alla fase di ristrutturazione), entro il 30 aprile 1998; sono pertanto irrilevanti i rilievi sulla portata dell'addendum, atteso che l'apposizione del termine al contratto in esame (stipulato con decorrenza 9 febbraio 1998) era consentita in virtù del sopra richiamato accordo attuativo del 18 gennaio 1998;

per quanto riguarda gli altri due profili di censura basterà ricordare in primo logo che l'art. 23 della legge 28 febbraio 1987 n. 56, nel demandare alla contrattazione collettiva la possibilità di individuare - oltre le fattispecie tassativamente previste dall'art. 1 della legge 18 aprile 1962 n. 230 e successive modifiche nonché dall'art. 8 bis del d.l. 29 gennaio 1983 n. 17, convertito con modificazioni dalla legge 15 marzo 1983 n. 79 - nuove ipotesi di apposizione di un termine alla durata del rapporto di lavoro, configura una vera e propria delega in bianco a favore dei sindacati, i quali, pertanto, non sono vincolati all'individuazione di figure di contratto a termine comunque omologhe a quelle previste per legge (principio ribadito dalle Sezioni Unite di questa Suprema Corte con sentenza 2 marzo 2006 n. 4588) e che in forza della sopra citata delega in bianco le parti sindacali hanno individuato, quale nuova ipotesi di contratto a termine, quella di cui al citato accordo integrativo del 25 settembre 1997; coerentemente è stato precisato (cfr., in particolare, Cass. 26 luglio 2004 n. 14011; Cass. 7 marzo 2005 n. 4862), con specifico riferimento ad assunzioni a termine di dipendenti postali previste dall'accordo integrativo 25 settembre 1997, che l'attribuzione alle parti sindacali della citata delega in bianco discende dall'intento del legislatore di considerare l'esame congiunto delle parti sociali sulle necessità del mercato del lavoro idonea garanzia per i lavoratori ed efficace salvaguardia per i loro diritti (con l'unico limite della predeterminazione della percentuale di lavoratori da assumere a termine rispetto a quelli impiegati a tempo indeterminato) e prescinde, pertanto, dalla necessità di individuare ipotesi specifiche di collegamento fra contratti ed esigenze aziendali o di riferirsi a condizioni oggettive di lavoro o soggettive dei lavoratori ovvero di fissare contrattualmente limiti temporali all'autorizzazione data al datore di lavoro di procedere ad assunzioni a tempo determinato;

la tesi della ricorrente, basata, in sostanza sull'assunto che il datore di lavoro non può avvalersi liberamente del tipo contrattuale del lavoro a termine, senza l'individuazione di ipotesi specifiche di collegamento tra contratti ed esigenze aziendali cui sono strumentali si muove nell'erronea prospettiva che il legislatore non abbia conferito una delega in bianco ai soggetti collettivi, imponendo al potere di autonomia i limiti ricavabili dal sistema di cui all'art. 1 della legge n. 230 del 1962;

ciò in contrasto con i principi sopra citati;

per quanto concerne la censura concernente la legittimità della proroga, deve premettersi che, come esattamente ricordato dalla società controricorrente e ricorrente incidentale, con l'accordo del 27 aprile 1998, citato anche nella sentenza impugnata, le parti, dopo aver concordato (al primo comma) un certo assetto relativo allo smaltimento delle ferie (che non interessa in questa sede) hanno stabilito quanto segue: Le parti prendono atto, inoltre, che l'azienda dopo l'avvenuta trasformazione in s.p.a. si trova a dover fronteggiare esigenze imprevedibili e contingenti scaturite dai nuovi processi di ristrutturazione e riorganizzazione (comma secondo); pertanto, le stesse parti convengono che, per fronteggiare le esigenze di cui al II comma del presente accordo l'azienda disporrà la proroga di 30 gg. dei rapporti di lavoro a termine in scadenza al 30.4.98 così come previsto dalla normativa vigente in materia (comma terzo);

alla luce del suddetto accordo la censura deve ritenersi del tutto infondata: ed infatti la motivazione della sentenza impugnata, nella parte in cui ha affermato che la proroga del contratto in esame trova piena legittimazione nella sopravvenienza di esigenze contingenti ed imprevedibili, deve essere considerata pienamente corretta in relazione al contenuto del suddetto accordo nel quale le parti contrattuali si sono date atto dell'esistenza di tali esigenze ed hanno concordato, per far fronte alle stesse, la proroga di trenta giorni per i contratti in scadenza al 30 aprile 1998; non giova, in senso contrario sottolineare che l'art. 23 della legge n. 56 del 1987, nel delegare all'autonomia collettiva la previsione di ipotesi diverse ed ulteriori di apposizione del termine al contratto di lavoro, nulla ha disposto in materia di proroga;

l'accordo sopra citato, infatti, non prevede una nuova e diversa disciplina della proroga ma contiene una mera presa d'atto delle parti sociali relativamente all'esistenza delle condizioni (esigenze contingenti ed imprevedibili) previste dalla legge (art. 2 della legge n. 230 del 1962) per legittimare la proroga; una presa d'atto che rileva unicamente sotto il profilo probatorio esentando il datore di lavoro dall'onere di provare ulteriormente la sussistenza delle suddette circostanze; la sentenza impugnata è coerente con i suddetti principi e deve essere pertanto confermata; con l'ultimo motivo del ricorso principale si censura la decisione della Corte di merito nella parte in cui ha compensato le spese del doppio grado di giudizio;

viene dedotta in proposito la violazione dell'art. 91 cod. proc. civ.;

anche tale motivo è del tutto infondato, tenuto conto del fatto che l'odierna ricorrente era risultata soccombente nel giudizio d'appello;

il ricorso principale deve essere in definitiva rigettato con conseguente assorbimento del ricorso incidentale che ha natura condizionata;

in considerazione della parziale novità delle questioni affrontate si ritiene conforme a giustizia compensare tra le parti le spese del giudizio di cassazione. P.Q.M.

La Corte, riuniti i ricorsi, rigetta quello principale, assorbito l'incidentale; compensa le spese del giudizio di cassazione.

DEPOSITATO IN CANCELLERIA IL 24 SETTEMBRE 2007

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« Risposta #1 inserito:: Novembre 17, 2009, 15:04:04 »

sentenza di cassazione su un contratto stipulato sotto la norma dell'art.8 a ottobre 1998

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
Sezione Lavoro
 

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. Guglielmo SCIARELLI -Presidente-

Dott. Giovanni MAZZARELLA -Consigliere-

Dott. Guido VIDIRI -Consigliere-

Dott. Paolo STILE -Consigliere-

Dott. Vincenzo DI CERBO -Consigliere-

ha pronunciato la seguente


SENTENZA

sul ricorso proposto da:

POSTE ITALIANE S.p.A. in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in Roma ..., presso lo studio dell'avvocato ..., che lo rappresenta e difende unitamente all'avvocato ..., giusta delega in atti;

-ricorrente-


contro

C.P. elettivamente domiciliata in Roma ..., presso lo studio dell'avvocato ..., che lo rappresenta e difende unitamente all'avvocato ..., giusta delega in atti;

-controricorrente-

 

avverso la sentenza n°280/02 della Corte d'Appello di Firenze, depositata il 07/05/02, udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 16/02/05 del Consigliere Dott. Vincenzo DI CERBO;

uditi gli avvocati ...;

udito l'avvocato ...;

udito il PM in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. Ennio Attilio SEPE che ha concluso per il rigetto del ricorso.

 

 


Udienza 16 febbraio 2005

Pres. G. Sciarelli

Est. V. Di Cerbo


SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Il Tribunale di Firenze, in accoglimento della domanda proposta da P.C., dichiarava la nullità del termine apposto al contratto di lavoro stipulato in data 8 ottobre 1998 con la S.p.A. Poste Italiane e la conseguente vigenza da tale data di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato; condannava inoltre la società convenuta a corrispondere alla ricorrente le retribuzioni maturate a decorrere dal 24 luglio 2000, data dell'offerta della prestazione lavorativa.

Avverso la sentenza proponeva appello la S.p.A. Poste Italiane. Costituitosi il contraddittorio, con sentenza depositata in data 7 maggio 2002 la Corte d'Appello di Firenze rigettava il gravame.

Premesso che il contratto era stato stipulato, ai sensi dell'art.23 della legge n.56 del 1987, nell'ambito della previsione dell'accordo integrativo del 25 settembre 1997, che aggiunge alle tre ipotesi previste dall'art.8 del CCNL quella delle esigenze eccezionali, conseguenti alla fase di ristrutturazione e rimodulazione degli assetti occupazionali in corso, in ragione della graduale introduzione di nuovi processi produttivi, di sperimentazione di nuovi servizi e in attesa dell'attuazione del progressivo completo equilibrio sul territorio delle risorse umane, attribuiva rilievo decisivo al fatto che, avendo le parti raggiunto un'intesa originariamente priva di termine, avevano stipulato accordi attuativi che avevano fissato un limite temporale alla possibilità di procedere con assunzioni a termine individuato prima nel 31 gennaio 1998 e successivamente nel 30 aprile 1998. Il contratto a termine de quo era stato stipulato in epoca successiva all'ultimo dei termini sopra indicati e pertanto era privo del supporto derogatorio.

Per la cassazione di tale sentenza propone ricorso la S.p.A. Poste Italiane basato su un unico motivo. Resiste con controricorso P.C.. Entrambe le parti hanno depositato memoria ai sensi dell'art.378 cod. proc. civ.

 


 


MOTIVI DELLA DECISIONE

Con l'unico motivo d'impugnazione la società ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 1362 e segg. cod. civ. nonché vizi di motivazione. Deduce in particolare l'erroneità della sentenza nella parte in cui ha ritenuto che l'accordo del 25 settembre 1997 era condizionato alla stipula di accordi autorizzativi. In effetti, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte di merito, il suddetto accordo collegava la possibilità di assunzioni a termine esclusivamente al perdurare della fase di ristrutturazione e rimodulazione degli assetti occupazionali in atto, a sua volta correlata alla trasformazione dell'Ente Poste in società per azioni. Un limite di validità temporale non era stato mai pattuito dalle parti. Era pertanto erronea l'interpretazione accolta concernente gli accordi attuativi. Infine la Corte di merito aveva erroneamente ritenuto irrilevante, ai fini del decidere, il successivo accordo del 18 gennaio 2001.

Il ricorso deve essere rigettato.

Questa Corte si è già ripetutamente pronunciata su fattispecie analoghe a quella in esame (cfr., da ultimo, Cass. 14011/2004). Deve premettersi che l'art.23 della legge n.56 del 1987 sancisce, al primo comma, che l'apposizione di un termine alla durata del contratto di lavoro, oltre che nelle ipotesi di cui all'art.1 della legge 18 aprile 1962 n.230 e successive modificazioni e integrazioni, nonché all'art.8bis del decreto-legge 29 gennaio 1983 numero 17, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 marzo 1983 n.79, è consentita nelle ipotesi individuate nei contratti collettivi di lavoro stipulati con i sindacati nazionali o locali aderenti alle confederazioni maggiormente rappresentative sul piano nazionale. I contratti collettivi stabiliscono il numero in percentuale dei lavoratori che possono essere assunti con contratto di lavoro a termine rispetto al numero dei lavoratori impegnati a tempo indeterminato.

L'ipotesi concernente la presente controversia è quella individuata dall'accordo sindacale 25 settembre 1997, sottoscritto dalle parti sindacali a integrazione dell'art.8 del CCNL 26 novembre 1994, che fa riferimento alle esigenze eccezionali, conseguenti alla fase di ristrutturazione e rimodulazione degli assetti occupazionali in corso, quale condizione per la trasformazione della natura giuridica dell'ente ed in ragione della graduale introduzione di nuovi processi produttivi, di sperimentazione di nuovi servizi e in attesa dell'attuazione del progressivo completo equilibrio sul territorio delle risorse umane; ipotesi che è stata precisata dall'accordo sindacale stipulato anch'esso in data 25 settembre 1997 intitolato accordo attuativo per assunzioni con contratto a termine, a norma del quale, in relazione all'art.8 del CCNL, così come integrato con accordo 25 settembre 1997, "le parti si danno atto che, fino al 31 gennaio 1998, l'impresa si trova nella situazione che precede, dovendo affrontare il processo di ristrutturazione della sua natura giuridica con conseguente ristrutturazione aziendale e rimodulazione degli assetti occupazionali in corso di attuazione. In conseguenza di ciò e per far fronte alle suddette esigenze si potrà procedere ad assunzione di personale straordinario con contratto a tempo determinato". Il termine del 31 gennaio 1998 è stato, poi, definitivamente prorogato al 30 aprile 1998 in forza dell'accordo sindacale "attuativo" sottoscritto in data 16 gennaio 1998.

La norma dell'art.23 rappresenta uno sviluppo, indubbiamente fortemente innovativo, del modello dei contratti a termine "autorizzati", per i quali, cioè, l'autorizzazione costituiva il presupposto necessario per la valida apposizione del termine di durata, già introdotto nell'ordinamento dal decreto-legge 3 dicembre 1977 n.876, convertito in legge 3 febbraio 1978 n.18, (con le successive modificazioni di cui alle leggi 24 novembre 1978 n.737, 25 marzo 1983 n.79, di conversione del decreto-legge 29 maggio 1983 n.117, e 25 marzo 1986 n.84), mediante l'attribuzione ad un organo pubblico (Ispettorato del lavoro) del potere autorizzativo all'esito di un accertamento preventivo degli elementi della fattispecie normativa. Con tale modello, in effetti, sono state create aree di lavoratori precari e stagionali in funzione d'integrazione ricorrente dell'organico normale dell'impresa.

La riserva all'autonomia collettiva dell'individuazione di ipotesi di contratti a termine, ulteriori rispetto a quelle previste dalla legge, ha inteso creare, evidentemente, un diverso sistema di controllo sulle modalità di utilizzazione dello strumento contrattuale, parallelo e alternativo rispetto a quello della legge n.18 del 1978, per cui, accanto all'area originaria del contratto a termine per esigenze organizzative qualitativamente straordinarie, è stata prevista la possibilità di prevedere un'area di impiego normale e ricorrente di tale tipo di rapporto, del quale risulta in parte modificata la funzione economico-sociale, restando la tutela del lavoratore affidata non più alle previsioni di norme inderogabili, generali ed astratte, ma allo strumento negoziale collettivo.

Peraltro, sulla portata della delega alla contrattazione collettiva, è sorto il problema interpretativo. Ci si è chiesto cioè se il contratto a termine autorizzato dalla contrattazione collettiva costituisca, essendone mutata la funzione economico-sociale, un tipo contrattuale a sé stante, interamente sottratto all'area di applicazione della legge 18 aprile 1962 n.230, rimasta, fino all'entrata in vigore del decreto legislativo 6 settembre 2001 n.368, la legge generale che regola la materia. Tale problema può considerarsi definitivamente risolto dalla giurisprudenza di questa Corte (Cass. SS.UU. n.13343/1993; Cass. n.18354/2003) con l'affermazione del principio di diritto secondo cui la disposizione dell'art.23 della legge n.56 del 1987, che consente alla contrattazione collettiva di individuare nuove ipotesi di legittima apposizione di un termine al contratto individuale di lavoro, opera sul medesimo piano della disciplina generale in materia e si inserisce nel sistema da questa delineato. Consegue a questo principio di diritto che l'applicazione di detta disposizione non si sottrae alla sanzione della conversione di rapporto di lavoro a termine in rapporto di lavoro a tempo indeterminato e non deroga al principio dell'onere della prova a carico del datore di lavoro.

Il rinvio della legge alla contrattazione collettiva, per l'individuazione di ipotesi ulteriori rispetto a quelle già previste dalle norme richiamate dallo stesso art.23, reca la precisazione del livello della stessa contrattazione (nazionale o locale) con esclusione di quella aziendale, nonché gli agenti contrattuali (sindacati nazionali o locali aderenti alle confederazioni maggiormente rappresentative sul piano nazionale); ma nessun principio o criterio direttivo viene contestualmente enunciato in ordine alle ipotesi da individuare, prevedendosi soltanto che le stesse debbano essere ulteriori e, perciò, diverse rispetto a quelle già previste dalla legge (Cass. n. 14011/2004).

In tale contesto è altresì da precisare che la fattispecie contrattuale ora in contestazione si è esaurita anteriormente all'entrata in vigore del sopra ricordato decreto legislativo n.368 del 2001, che ha modificato in senso abrogativo la precedente normativa di cui alla legge n.230 del 1962. Non sono poi neppure applicabili ratione temporis le disposizioni derogatorie del regime di diritto comune di cui al comma 21 dell'art.9 del decreto-legge n.510 del 1996, convertito in legge n.308 del 1996, secondo cui "le assunzioni di personale con contratto di lavoro a tempo determinato effettuate dall'Ente Poste Italiane, a decorrere dalla data della sua costituzione e comunque non oltre il 30 giugno 1997, non possono dar luogo a rapporti di lavoro a tempo indeterminato e decadono invece allo scadere del termine finale di ciascun contratto".

In forza della sopra citata "delega in bianco" ai sensi dell'art.23 della legge n.56 del 1987 le parti sindacali ivi indicate hanno individuato quale nuova ipotesi di contratto a termine quella determinata da "esigenze eccezionali, conseguenti alla fase di ristrutturazione e rimodulazione degli assetti occupazionali quale condizione per la trasformazione giuridica dell'Ente" (Accordo sindacale 25 settembre 1997).

La legge da ultimo citata, con la sua portata applicativa affidata all'autonomia sindacale, si inserisce nel complesso sistema delineato dalla legge n.230 del 1962, nel senso che restano applicabili le regole da questa prescritte, come ad esempio la trasformazione in un unico rapporto a tempo indeterminato dei successivi contratti a termine posti in essere con intento elusivo delle disposizioni di legge (Cass. n.7519/1998) ed anche la regola per cui l'onere probatorio sulle condizioni che giustificano sia l'assunzione a termine, sia la sua temporanea proroga, resta carico del datore di lavoro (Cass. n. 19695/2003, Cass. n. 8532/2003, Cass. n.3843/2000).

Tutto ciò premesso in linea di principio, deve osservarsi che la Corte d'Appello di Firenze ha statuito, sulla base di una motivazione comunque idonea a sorreggere il decisum di rigetto dell'impugnativa della S.p.A. Poste Italiane e, conseguentemente, di accoglimento dell'originaria domanda giudiziale, che comunque la legittimità dei contratti a termine viene esclusa per i contratti stipulati dopo il 30 aprile 1998 (nel cui ambito di tempo rientra la fattispecie contrattuale in contestazione), avendo le stesse parti sindacali valutato l'eccezionalità della situazione nel suo concreto sviluppo ed avendo stipulato i cosiddetti accordi attuativi con i quali avevano fissato un limite di tempo alla facoltà di procedere a assunzioni a termine in deroga alla normativa di cui alla legge n.230 del 1962. Il primo di tali accordi attuativi (in data 16 gennaio 1998) aveva differito il termine fino al 31 gennaio 1998; tale termine era stato poi prorogato al 30 aprile 1998. L'assunzione a termine effettuata in discussione, in quanto avvenuta dopo il 30 aprile 1998, era priva di supporto derogatorio.

In merito alle censure formulate con riguardo all'interpretazione degli accordi sindacali sopra citati si rileva che la motivazione addotta dal giudice dell'appello appare, al riguardo, sinteticamente congrua e sicuramente rispettosa dei canoni ermeneutici di cui agli artt. 1362 e segg. cod. civ. in quanto nell'interpretazione degli accordi sindacali succedutisi per introdurre la possibilità di una nuova ipotesi di contratto a termine ai sensi dell'art.23 della legge n.56 del 1987 - costituiti da:
1. il primo accordo in data 25 settembre 1997 per individuare la causale della nuova ipotesi di contratto a termine ("esigenze eccezionali collegate alla trasformazione giuridica dell'ente");
2. il secondo accordo attuativo per assunzioni con contratto a termine, sempre del 25 settembre 1997, per indicare fino a quando l'Ente avrebbe potuto fare ricorso alla cennata ipotesi di contratto a termine (fino al 31 gennaio 1998);
3. l'accordo, sempre attuativo, del 16 gennaio 1998 per prorogare la summenzionata data (sino al 30 aprile 1998) -
il significato letterale delle espressioni usate è così evidente e univoco che non necessita di un più diffuso ragionamento al fine della ricostruzione della volontà delle parti. Infatti nell'interpretazione delle clausole dei contratti collettivi di diritto comune, nel cui ambito rientrano sicuramente i tre accordi sindacali sopra riferiti, si deve fare innanzitutto riferimento al significato letterale delle espressioni usate e, quando esso risulti univoco, è precluso il ricorso a ulteriori criteri interpretativi, i quali esplicano solo una funzione sussidiaria e complementare nel caso in cui il contenuto del contratto si presti a interpretazioni contrastanti (cfr. ex plurimis, Cass. n. 12245/2003, Cass. n. 12453/2003).

E' comunque da rilevare che, in tema di interpretazione e di applicazione di contratti collettivi di diritto comune, la parte che intenda denunziare un errore di diritto o un vizio di ragionamento nell'interpretazione di una dichiarazione negoziale o di un comportamento contrattuale da parte del giudice del merito, deve specificare i canoni ermeneutici in concreto violati e il punto e il modo in cui il giudice del merito si sia da essi discostato, perché, in caso diverso, la critica della ricostruzione della volontà negoziale e del comportamento inter partes operata da tale giudice e la proposta di una diversa valutazione investono il merito della valutazione e sono perciò inammissibili in sede di legittimità (Cass. n. 17993/2003). L'interpretazione della contrattazione collettiva è infatti riservata all'esclusiva competenza del giudice del merito, le cui valutazioni soggiacciono, in sede di legittimità, ad un sindacato limitato alla verifica del rispetto dei canoni legali di ermeneutica contrattuale e al controllo della sussistenza di una motivazione logica e coerente; sia la denuncia della violazione delle regole di ermeneutica, sia la denuncia del vizio di motivazione esigono una specifica indicazione del modo attraverso il quale si è realizzata l'anzidetta violazione e delle ragioni dell'obiettiva deficienza e contraddittorietà del ragionamento del giudice di merito, non potendo le censure risolversi nella mera contrapposizione di un'interpretazione accolta, potendo il sindacato di legittimità riguardare esclusivamente alla coerenza formale della motivazione, ovvero l'equilibrio dei vari elementi che ne costituiscono la struttura argomentativa, non potendosi perciò ritenere idonea a integrare un valido motivo di ricorso per cassazione una critica del risultato interpretativo raggiunto dal giudice di merito che si risolva solamente nlla contrapposizione di una diversa interpretazione ritenuta corretta dalla parte (Cass. n. 8194/2001).

In ogni caso, per ricondurre alla fattispecie in esame i suddetti principi generali, la sentenza impugnata ha correttamente, sia pure implicitamente, rispettato il canone ermeneutico di cui all'art.1367 cod. civ. a norma del quale, nel dubbio, il contratto o le singole clausole devono interpretarsi nel senso in cui possano avere qualche effetto, anziché in quello secondo cui non ne avrebbero alcuno, attribuendo così significato agli accordi attuativi con cui erano stati stabiliti termini successivi di scadenza alla facoltà di assunzione a tempo, termini che non figuravano nel primo accordo sindacale del 25 settembre 1997 (che peraltro si riferiva espressamente alle esigenze conseguenti agli assetti occupazionali collegati alla trasformazione giuridica dell'ente effettivamente avvenuta con trasformazione dell'Ente Poste in società per azioni in data 28 febbraio 1998) in quanto, diversamente opinando, ritenendo cioè che le parti non avessero inteso introdurre limiti temporali alla deroga, si dovrebbe concludere che gli accordi attuativi, così definiti dalle parti sindacali, erano "senza senso" (così testualmente Cass. n. 2866/2004). Le censure contenute in ricorso non valgono ad inficiare la ricostruzione della volontà delle parti come operata dai giudici di merito: in particolare è da considerare inidoneo all'annullamento della statuizione il richiamo all'accordo del 18 gennaio 2001 in quanto stipulato dopo oltre due anni dalla scadenza dell'ultima proroga, e cioè quando il diritto del soggetto si era già perfezionato.

In definitiva, alla stregua delle considerazioni svolte, il ricorso proposto dalla S.p.A. Poste Italiane deve essere respinto.

Ricorrono giusti motivi per dichiarare compensare tra le parti le spese del giudizio.

 


P. Q. M.

La Corte rigetta il ricorso; compensa tra le parti le spese del presente giudizio.

Così deciso all'udienza del 16 febbraio 2005

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« Risposta #2 inserito:: Novembre 17, 2009, 15:04:30 »

sentenza di cassazione che riunisce le varie tipologie di contratti art.8.

dalla sentenza si deduce che:
i contratti stipulati prima del maggio 1998 sono legittimi
i contratti per esigenze eccezionali sono illegittimi (quindi vincenti)
i contratti per ferie sono legittimi


Citazione
Corte di Cassazione
Sezione Lavoro
Sentenza del 5 dicembre 2007 n. 25296
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE LAVORO
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. Sergio MATTONE - Presidente -
Dott. Pietro CUOCO - Rel. Consigliere -
Dott. Federico ROSELLI - Consigliere -
Dott. Antonio LAMORGESE - Consigliere -
Dott. Vincenzo DI CERBO - Consigliere -
ha pronunciato la seguente
SENTENZA
sul ricorso proposto da:
P. I. S.P.A., in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente
domiciliato in Roma Via Po 25/B, presso lo studio dell'avvocato Pessi Roberto,
che lo rappresenta e difende unitamente all'avvocato Fiorillo Luigi, giusta
delega in atti;
- ricorrente -
contro
G. G., B. R. ed altri, elettivamente domiciliati in Roma Via Flaminia 195,
presso lo studio dell'avvocato Sergio Vacirca, che li rappresenta e difende,
giusta delega in atti;
- controricorrenti -
avverso la sentenza n. 327/03 della Corte d'Appello di Firenze, depositata il
19/04/03;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 24/09/07 dal
Consigliere Dott. Pietro Cuoco;
udito l'Avvocato Gentile per delega Pessi;
udito l'Avvocato Vacirca;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. Riccarda
Fuzio che ha concluso per rigetto per T. e M., accoglimento per P.,
inammissibilità per tutti gli altri.
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
Con distinti ricorsi, poi riuniti, la P. I. S.p.a. impugnò le sentenze con le quali il
Tribunale di Pisa aveva dichiarato la nullità della clausola di apposizione del
termine ai contratti di lavoro stipulati con i lavoratori indicati in epigrafe,
aveva dichiarato la sussistenza di rapporti di lavoro subordinato a tempo
indeterminato, ed aveva condannato la Società a corrispondere ai lavoratori le
conseguenti retribuzioni.
Con sentenza del 19 aprile 2003 la Corte d'Appello di Firenze respinse
l'appello. Premette il giudicante che per l'art. 9 comma 21 del Decreto legge I°
ottobre 1996 n. 510 (convertito nella Legge 23 dicembre 1996 n. 608) le
assunzioni a termine effettuate entro il 30 settembre 1997 non
possono dar luogo a rapporti di lavoro a tempo indeterminato e
decadono alla scadenza del termine di ciascun contratto.
Con Accordo integrativo del 25 settembre 1997 le parti, dando atto
dell'esistenza di esigenze straordinarie per affrontare la trasformazione e
ristrutturazione aziendale e la rimodulazione degli assetti occupazionali,
prevedono la stipulazione di contratti a termine entro il 31 gennaio 1998.
Il termine è stato poi prorogato con successivi Accordi al 31 maggio 1998.
E, in assenza di accordi che prevedano nuove ipotesi di apposizione di termini,
una causale che giustifichi contratti a termine stipulati successivamente al
maggio 1998 non sussiste.
Da ciò il giudicante deduce che la clausola di durata apposta nei contratti dei
lavoratori G., B., M., T., M., T., L., M. e V. (stipulati dopo il maggio 1998) è
illegittima; ed i rapporti devono intendersi costituiti a tempo indeterminato.
Nei contratti individuali stipulati nella vigenza della contrattazione collettiva
autorizzatoria, sarebbe stata necessaria l'indicazione del "nesso concreto fra
la generica indicazione delle esigenze previste dal predetto art. 23 e la
specifica realtà territoriale in cui l'assunto a termine è inserito".
E, poiché nei contratti individuali di P. e M. questo nesso non é espresso (con
l'indicazione "dell'effettiva necessità di quella specifica assunzione a termine
rispetto alla particolare situazione dell'ufficio ove le lavoratrici indicate erano
state destinate e con riguardo alle mansioni in concreto assegnate"), anche in
questi contratti la clausola di durata é illegittima: i rapporti devono intendersi
costituiti a tempo indeterminato.
Per la cassazione di questa sentenza la P. I. S.p.a. ha proposto ricorso, esposto
in un unico articolato motivo, coltivato con memoria; i lavoratori (iniziali
ricorrenti) hanno presentato controricorso.
La P. I. S.p.a. ha poi depositato atti di rinuncia con i quali chiede che, in
relazione alle parti G. G., E. M., S. L. e R. B., "si dichiari l'estinzione del
giudizio per intervenuta conciliazione a spese compensate".
MOTIVI DELLA DECISIONE
1. Denunciando violazione ed erronea applicazione dell'art. 23 della Legge 28
febbraio 1987 n. 56 e dell'art. 1362 cod. civ. nonché omessa insufficiente e
contraddittoria motivazione, la ricorrente sostiene che:
1.a. con gli Accordi collettivi, come emerge dalla lettura coordinata delle
previsioni pattizie, "le parti si sono limitate a darsi reciprocamente atto della
sussistenza (o meglio della persistenza) d'una situazione di fatto
corrispondente alla causa legittimante": "non hanno inteso porre una
limitazione temporale all'operatività di tale clausola: l'unico termine che può
individuarsi nella clausola collettiva è quello della piena attuazione del
processo di ristrutturazione"; anche il termine previsto nei contratti
individuali stipulati dopo il 30 aprile 1998 è legittimo;
1.b. le esigenze di ristrutturazione dell'azienda sono correttamente ed
esaurientemente individuate dalla norma collettiva; queste esigenze
coinvolgono tutto il territorio nazionale; in tal modo, "le assunzioni a termine
non sono state decise una per una, bensì tenendo conto di macro - dati su
tutto il territorio nazionale, ed approvando, di volta in volta, le assunzioni di
centinaia di risorse; è consequenziale che la gestione di tale fenomeno
dovesse sfondarsi sulla causale collettiva, non essendo praticabile un
coinvolgimento delle singole realtà territoriali al fine di cucire su misura il
singolo contratto a tempo determinato".
2. Essendo documentata (con i relativi verbali) la conciliazione, ed essendo
intervenuta formale rinuncia della ricorrente (notificata alle relative parti), il
giudizio nei confronti di G. G., E. M., S. L., B. M., A. T., A. M. e R. B. deve
essere dichiarato estinto.
3. Nei confronti degli altri lavoratori, il ricorso è parzialmente fondato.
Su un piano generale, è da osservare quanto segue.
3.a. Come affermato da questa Corte (Cass. Sez. Un. 2 marzo 2006 n. 4588),
l'art. 23 della Legge 26 febbraio 1987 n. 56 conferisce ai sindacati la
possibilità di individuare figure di contratto a termine anche non omologhe a
quelle normativamente previste; in questo spazio rientra anche la previsione
dell'art. 8 secondo comma del Contratto collettivo nazionale di lavoro del 26
novembre 1994.
In tal modo, il termine apposto ai contratti individuali, poi stipulati in
applicazione dell'art. 8 "in relazione alla necessità di espletamento del
servizio in concomitanza di assenze per ferie nel periodo giugno -
settembre", è legittimo (per tale legittimità, Cass. 2 marzo 2007 n. 4933).
In relazione a questo termine, è stato ritenuto (Cass. 2 marzo 2007 n. 4933)
che nella sentenza di merito con cui era stata affermata la necessità di
indicare nel contratto a termine il nome del lavoratore sostituito, sussisteva
violazione di norme di diritto e vizio d'interpretazione della norma collettiva.
3.b. Per i contratti individuali a termine che non siano connessi alla specifica
esigenza precedentemente indicata, l'Accordo integrativo del 25 settembre
1997 prevede quale ipotesi legittimante la stipulazione di contratti a termine
la presenza di "esigenze eccezionali conseguenti alla fase di ristrutturazione e
rimodulazione degli assetti occupazionali in corso, in ragione della graduale
introduzione di nuovi processi produttivi, di sperimentazione di nuovi servizi
ed in attesa dell'attuazione dei progressivo e completo equilibrio sul territorio
delle risorse umane".
Con l'Accordo attuativo del 25 settembre 1997 le parti hanno convenuto di
riconoscere, fino al 31 gennaio 1998 (e poi con l'Accordo attuativo del 16
gennaio 1998 fino al 30 aprile 1998) la sussistenza della situazione delineata
dal predetto Accordo integrativo; da ciò la conseguenza che il termine
apposto ai contratti stipulati prima del 30 aprile 1998, avendo questo
fondamento normativo, è legittimo.
Nei limiti temporali previsti dagli Accordi attuativi, poiché l'esame congiunto
delle parti sociali sulle necessità del mercato costituisce idonea garanzia per
l'efficace cura dei diritti dei lavoratori, il contratto a termine è legittimato da
causa oggettiva e generale: la necessità che il contratto sia giustificato da
esigenze specificamente connesse al singolo posto di lavoro, non sussiste
(Cass. 20 aprile 2006 n. 9245; Cass. n. 17674 del 2002).
3.c. Il termine fissato nei contratti individuali stipulati dopo il 30 aprile
1998 (e prima dell'ingresso del Contratto collettivo nazionale di lavoro 11
gennaio 2001; e non connessi alla specifica esigenza precedentemente
indicata sub "3.a."), come ritenuto da questa Corte (Cass. Sez. Un. 2 marzo
2006 n. 4588), non avendo fondamento nei predetti Accordi normativi (con
Accordo del 27 aprile 1998 è stata prevista solo la proroga dei rapporti a
termine fino al 30 maggio 1998), è illegittimo.
Ciò discende dalla funzione determinante del limite temporale fissato (negli
Accordi attuativi) alla facoltà di assunzione a tempo determinato. In assenza di
questa funzione, gli Accordi (ciò è evidente nell'Accordo attuativo del 25
settembre 1997, in quanto contestuale al generale Accordo integrativo)
resterebbero "senza senso" (Cass. 12 marzo 2004 n. 514): assumono
significato solo in quanto abbiano la funzione di fissare (alla facoltà di
assunzione a tempo determinato, prevista dall'Accordo integrativo) il limite
temporale (che l'Accordo integrativo non conteneva).
4. Nel caso in esame,
4.a. in relazione ai contratti stipulati entro il 30 aprile 1998 (e tale è il
contratto stipulato da R. P.) il ricorso è fondato, e deve essere accolto; la
sentenza deve essere cassata; e, non essendo necessari ulteriori accertamenti
di fatto, in applicazione dell'art. 384 cod. proc. civ. la causa deve essere decisa
nel merito, con la reiezione della domanda.
4.b. in relazione ai contratti stipulati dopo il 30 aprile 1998 (e prima dell'11
gennaio 2001: tali sono i contratti stipulati da R. T., B. M. e J. V.), il ricorso è
infondato; e deve essere respinto.
5. In ordine alle spese processuali, è da disporre quanto segue:
5.a. in relazione al ricorso proposto nei confronti di R. P., sussistendo giusti
motivi (le alterne vicende processuali), le spese dell'intero processo devono
essere compensate;
5.b. in relazione al ricorso proposto nei confronti di G. G., E. M., S. L. e R. B.,
devono essere compensate le spese del giudizio di legittimità;
5.c. in relazione al ricorso proposto nei confronti degli altri lavoratori,
sussistendo giusti motivi (il recente consolidarsi della giurisprudenza di
legittimità), le spese del giudizio di legittimità devono essere compensate.
P.Q.M.
La Corte così provvede:
1. accoglie il ricorso proposto nei confronti di R. P.; cassa, in relazione a tale
parte, la sentenza impugnata; e, decidendo nel merito, respinge la domanda
proposta da R. P.;
2. respinge il ricorso proposto nei confronti di R. T., B. M. e J. V.;
3. dichiara estinto per rinuncia il giudizio nei confronti di G. G., E. M., S. L., B.
M., A. T., A. M. e R. B.;
4. per il ricorso proposto nei confronti di R. P., compensa le spese dell'intero
processo; per il ricorso proposto nei confronti degli altri lavoratori, compensa
le spese del giudizio di legittimità.
Così deciso in Roma, il 24 settembre 2007.
DEPOSITATO IN CANCELLERIA IL 5 DICEMBRE 2007
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« Risposta #3 inserito:: Novembre 17, 2009, 15:04:51 »

Citazione
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
Sezione lavoro

ha pronunciato la seguennte

sentenza

sul ricorso proposto da XXX, YYY - ricorrenti
contro
POSTE ITALIANE S.P.A – contro ricorrente

avverso la sentenza n. 1710/05 della Corte d'Appello di ROMA, depositata il 12/04/05 R.G.N. 5084/02;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica ludienza del 26/06/08 dal Consilier dott. Vittorio Nobile;
udito l’avvocato R****
udito l’avvocato Fiorillo
udito il PM che ha concluso per l’accoglimento del ricorso.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza del 26/06/2001 il Giudice del Lavoro del Tribunale di Roma accoglieva, nei limiti  indicati, le domande proposte da XXX e YYY nei confronti della s.p.a.   poste italiane, dirette al riconoscimento della nullità della apposizione del termine ai contratti intercorsi dalle parti (in specie per il… 7-2-98/30-08 prorogato al 30-5-98, per “esigenze eccezionali” ex art.8 ccnl 1994 e accordo 25-9-97, 22-6-1998/30-9-98  per "neccessità dell'espletamento del servizio in concomitanza di assenze per ferie" e 7-11-98/30-1-99 prorogato al 30-4-99, per "esigenze eccezionali" dette) nonché all'affermazione della sussistenza di un rapporto a tempo indeterminato con le relative conseguenze retributive.
Avverso la sentenza proponeva appello la società e il … e la … resistevano al gravame
La Corte d'Appello di Roma, con sentenza depositata il 12-4-2005, in riforma della sentenza appellata rigettava le domande dei lavoratori e compensava. le spese del doppio grado.
Per 1a cassazione della detta sentenza hanno proposto ricorso …   la … con sei motivi.
La società ha resistito con controricorso.
Da ultimo la società ha depositato verbale di conciliazione in sede sindacale relativo alla ….  nonchè memoria ex art. 378 c.p.c..
Dal canto suo, anche il … ha depositato memoria.

MOTIVI DELLA DECISIONE

In primo luogo va dichiarato inammissibile il ricorso della …
Dal verbale di conciliazione (del 10-4-2006) prodotto risulta che le parti hanno raggiunto un accordo transattivo concernente la controversia de qua, dandosi atto dell'intervenuta amichevile  e definitiva conciliazione a tutti gli effetti di legge e dichiarando che – in caso di fasi giudiziali ancora aperte – le stesse saranno definite in  coerenza con presente verbale.
Osserva il Collegio che il suddetto verbale di conciliazione si palesa idoneo a dimostrare la cessazione della materia del contendere nel giudizio di cassazione ed il conseguente sopravvenuto diffetto di interesse delle parti a proseguire il processo; alla cessazione della materia del contendere consegue pertanto la declaratoria di inammissibilità del ricorso in quanto l'interesse ad agire, e quindi anche ad impugnare, deve sussistere non solo nel momento in cui è proposta l’azione o l'impugnazione, ma anche nel momento della decisione, in relazione alla quale, ed in considerazione della domanda originariamente formulata, va valutato l’interesse ad agire (cass. S.U. 29 novembre 2006 n. 25278).
Ricorrono, inoltre, giusti motivi, considerato l’accordo intervenuto, per compensare le spese del giudizio di cassazione tra …   e la società. Va, poi, accolto parzialmente il ricorso del… (relativamente al terzo contratto).
Con il primo motivo il ricorrente, con riferimento al terzo contratto, in sostanza censura la impugnata sentenza nel punto in cui ha disatteso la tesi de!la nullità del termine apposto ai contratti stipulati, per "esigenze eccezionali" ex accordo 25-9-97, dopo il 304-1998.
In particolare il ricorrente lamenta la violazione dei criteri ermeneutici nella interpretazione accolta dalla Corte d'Appello circa la nature meramente ricognitiva   degli accordi. "attuativi" dell'accordo 25-9-97 nonchè motivazione insufficiente e contraddittoria al riguardo.
La censura è fondata.
Con numerose sentenze questa Corte Suprema (cfr., ex plurimis, Cass. 23 Agosto 2006 n. 12328), decidendo su fattispecie sostanzialmente identiche a quella in esame, ha confermato le sentenze dei giudici di merito che hanno dichiarato illegittimo il termine apposto a contratti stipulati, in base alla previsione dell’accordo integrativo del 25 settembre 1997 sopra richiamato (esigenze eccezionali, conseguenti alla fase di ristrutturazione . .), dopo il 30 aprile 1998.
Richiamato quanto già affermato circa la configurabilità, in relazione all’art.23 della legge n.56 del 1987, di una vera e propria delega in bianco a favore dei sindacati nell’individuazione di nuove ipotesi di apposizione di un termine alla durata del rapporto di lavoro, e promesso altresì che in forza della sopra citata    delega in bianco  le parti sindacali hanno individuato, quale nuova ipotesi di contratto a termine, quella in cui al citato,accordo integrativo del 25 settembre 1997, la giurisprudenza di questa Corte ha ritenuto corretta l’interpretazione dei giudici di merito che, con riferimento al distinto accordo attuativo sottoscritto in pari data ed al successivo accordo attuativo sottoscritto in data 16 gennaio 1998, ha ritenuto che con tali accordi le parti abbiano convenuto di riconoscere la sussistenza fino al 31 gennaio 1998 (e poi in base al secondo accordo attuativo fino al 30 aprile 1998), della situazione di cui al citato accordo integrativo, con la conseguenza che, per far fronte alle esigenze derivanti da tare situazione, l'impresa poteva procedere (nei suddetti limiti temporali) ad assunzione   di personale straordinario con contratto tempo determinato; da ciò deriva che deve escludersi la legittimità dei contratti a termine stipulati dopo il 30 aprile 1998 in quanto privi di presupposto normativo.
Questa Corte ha osservato in particolare che la suddetta interpretazione degli accordi attuativi non viola alcun canone ermeneutico atteso che il significato letterale delle espressioni usate è così evidente e univoco che non necessità di un più diffuso ragionamento al fine della ricostruzione della volontà delle parti; infatti nell’interpretazione delle clausole dei contratti collettivi di diritto comune, nel cui ambito rientrano sicuramente gli accordi sindacali sopra riferiti, si deve fare innanzitutto riferimento al significato letterale della espressioni usate e, quando esso risulti univoco, è  precluso il ricorso a ulteriori criteri interpretativi, i quali esplicano solo una funzione sussidiaria e  complementare nel caso in cui il contenuto del contralto si presti a   interpretazioni contrastanti (cfr., ex plurimis, Cass. n. 28 agosto 2003 n. 12245, Cass. 25 agosto 2003 n.12453).
Inoltre è stato rilevato che tale interpretazione   è rispettosa del canone ermeneutico di cui all'art. 1367 cod. civ. a norma del quale, nel dubbio, il contratto o le singole clausole devono interpretarsi nel senso in cui possano avere qualche effetto, anzichè in quello secondo cui non ne avrebbero alcuno; ed infatti la stessa attribuisce un significato agli accordi attuativi de quibus (nel senso che con essi erano stati stabiliti termini successivi di scadenza alla facoltà di assunzione a tempo, termini che non figuravano nel primo accordo sindacale del 25 settembre 1997); diversamente opinando, ritenendo cioè che le parti non avessero inteso introdurre limiti temporali alla deroga, si dovrebbe concludere che gli accordi attuativi,così definiti dalle parti sindacali, erano "senza senso" (cosi testualmente Cass. n. 14 febbraio 2004 n.. 2866).
infine, questa  Corte ha ritenuto corretta, nella ricostruzione della volontà delle parti come operata dai giudici di merito, l'irrilevanza attribuita all’accordo del 18 gennaio 2001 in quanto stipulato dopo oltre due anni dalla scadenza dell’ultima proroga, e cioè quando il diritto del soggetto si era già perfezionato; ed infatti, ammesso che le parti abbiano espresso l’intento di interpretare autenticamente gli accordi precedenti, con effetti comunque di sanatoria delle assunzioni a termine effettuate senza la copertura dell'accordo 25 settembre 1997 (scaduto in forza degli accordi attuativi), la suddetta conclusione è comunque conforme alla regula iuris dell’indisponibilità del diritti dei lavoratori già perfezionatasi, dovendosi escludere che le parti stipulanti avessero il potere, anche mediante lo strumento dell'interpretazione autentica (previsto solo per lo speciale settore del lavoro pubblico, secondo la disciplina nel d.lgs. n. 165  del 2001), di autorizzare retroattivamente la stipulazione di contratti a termine non più legittimi per effetto della durata in precedenza stabilita (vedi, per tutte, Cass. 12 marzo 2004 n. 5141).
in base a tale orientamento ed al valore dei relativi precedenti, pur riguardanti la interpretazione di norme collettive (cfr,. Cass. 29-7.2005 n.15969, Cass. 2.1-3-2007 n. 6703) il prima motivo, riguardante il terzo contratto, con decorrenza 7-11 -1998, va accolto, risultando superflua ogni ulteriore considerazione e restando assorbita la censura relativa alla legittimità della proroga del contratto stesso (contenuta tra altro, nel sesto motivo), una volta ritenuta la nullità della apposizione del termine originario.
Con riferimento, poi, al primo contratto, va rilevato che il ricorrente, con il secondo motivo, in sostanza, lamenta che  la Corte di merito, pur avendo convenuto sulla “apparente genericità della formula usata” dalle parti collettive, erroneamente e con motivazione contraddittoria ha ritenuto la ipotesi prevista dalle parti stesse rispondente alla legge n.56 del 1987 e come tale
valida, nonostante la sostanziale conseguente "neutralizzazione del sistema sanzionatorio previsto dalla legge 230".
Con il terzo motivo, poi, il ricorrente deduce, in sostanza che soltanto nel contratto collettivo sarebbe legittimo prevedere una nuova ipotesi nella quale il datore potesse assumere del personale a tempo determinato, non certo in un accordo quale quello del 25 settembre 1997 caratterizzato da un ambito ben più limitato e specifico.
Peraltro secondo il ricorrente gli accordi in esame, stipulati tra l’ente e Cgil, Cisl e Uil e Sindip, e quindi non firmati da tutte le sigle sindacali che avevano sottoscritto il CCNL (mancava ad es. Failp Cisal) sono inefficaci e la singola clausola del termine, introdotta richiamando il contenuto dei detti accordi, è pertanto nulla e/o inefficace.
Con il quarto motivo, inoltre, il ricorrente rileva che "non basta provare e addurre l’essere in atto un processo di ristrutturazione dell'ampiezza e della portata di quello attuato dalle poste", occorrendo, invece, '`dedurre e provare che a seguito di quel processo di ristrutturazione, sono sorte particolari  eccezionali esigenze -  che dovranno ovviamente essere indicate, dedotte e provate - diverse dal mero svolgimento del processo di ristrutturazione e tali da legittimare l'apposizione del termine al contratto di lavoro".
Tali censure risultano infondate.
Secondo il costante insegnamento di questa Corte di Cassazione (cfr., in particolare Cass. 26 luglio 2004 n,.14011; Cass. 7 marzo 2005 n. 4862), specificamente riferito ad assunzioni a termine di dipendenti posali previste dall’accordo integrativo 25 settembre 1997, l'attribuzione alla contrattazione collettiva ex art. 23 della legge  n. 56 del 1987,  del potere di definire nuovi casi di assunzione a termine rispetto a quelli previsti dalla legge n. 230 de1 1962, discende dall'intento del legislatore di considerate l'esame congiunto delle parti
Sociali sulle necessità del mercato del lavoro idonea garanzia per i lavoratori ed efficace salvaguardia per i loro diritti (con l'unico limite della predeterminazione della percentuale di lavoratori da assumere a termine rispetto a quelli impiegati a tempo indeterminato) e prescinde, pertanto, dalla necessità di individuare ipotesi specifiche di collegamento fra contratti ed esigenze aziendali o di riferirsi a condizioni oggettive di lavoro o soggettive dei lavoratori ovvero di fissare contrattualmente limite temporali all’autorizzazione  data al datore di lavoro di procedere ad assunzioni a tempo determinato.
La Corte di merito si è tenuta a tale principio di diritto.
Alla base della tesi del ricorrente è l'assunto secondo cui non sarebbe consentito autorizzare un datore di lavoro ad avvalersi 1iberamente del tipo contrattuale del lavoro a termine, senza l'individuazione di ipotesi specifiche di collegamento tra contratti ed esigenze aziendali cui sono strumentali.
Tale ipotesi, quindi, si muove pur sempre nella prospettiva che il legislatore non abbia conferito una delega in bianco ai soggetti collettivi, imponendo al potere di autonomia i limiti ricavabili dal sistema di cui all'art. 1 della legge 230 del 1962; ciò in contrasto con quanto ripetutamente affermato da questa Corte Suprema e ribadito dalle Sezioni Unite con sentenza 2 marzo
2006 n. 4588..
Parimenti infondata è la tesi secondo cui l’accordo del 25-9-1997 sarebbe al di fuori della fattispecie prevista dall’art. 23 legge n. 56/87.
Ai sensi, infatti, di tale norma è necessario solamente che si tratti dei sindacati nazionali locali aderenti alle confederazioni maggiormente rappresentative sul piano nazionale (dato di fatto pacifico nella fattispecie),
Nè può assumere rilevanza  la mancanza della sottoscrizione dell'accordo del 25-9-1997 da parte di una organizzazione sindacale (failp Cisal) già firmataria del ccnl, stante il carattere vincolante di tale accordo aziendale integrativo per tutti i destinatari.
In tal modo respinte le censure di cui al secondo, al terzo e al quarto motivo, ritenendosi, in sostanza,1a legittimità del termine apposto al primo contralto, stipulato anteriormente al 30-4-1998, del pari va confermata legittimità della proroga del contratto stesso al 30-5-1998, respingendosi la relativa censura contenuta nel sesto motivo.
Al riguardo va rilevato the la motivazione della sentenza impugnata, nella parte in cui ha affermato che proroga del contratto in esame trova piena. legittimazione nella sopravvenienza di esigenze contingenti ed imprevedibili, deve essere considerate pienamente corretta in relazione al contenuto dell'accordo del 27-4-1998, richiamato dai giudici di merito, nel quale le parti contrattuali si sono date atto dell’esistenza di tali esigenze ed hanno concordato, per far fronte alle stesse, la proroga di trenta giorni per i contralti in scadenza al 30 aprile 1998; non giova, in senso contrario sottolineare che l'art. 23 delta legge n. 56 del 1987, nel delegare all’autonomia collettiva la previsione di ipoteso diverse ed ulteriori di apposizione del termine al contratto di lavoro, nulla ha disposto in materia di proroga; l’accordo sopra citato, infatti, non prevede una nuova e diversa disciplina della proroga ma contiene una mera presa d’atto delle parti sociali relativamente all’esistenza delle condizioni (esistenze contingenti ed imprevedibili) previste dalla legge( art.2 della legge n.230 del 1962) per legittimare la proroga; una presa d’atto che rileva sotto il profili probatorio esentando il datore di lavoro dall’onere di provare ulteriormente la sussistenza delle suddette circostanze.
La sentenza impugnata, sul punto, è coerente con i suddetti principi più volte affermati da questa corte (v. tra le altre cass. 24-9-2007 n.19696) e deve essere pertanto confermata.
Parimenti, poi, va confermata la impugnata decisione con riferimento al secondo contratto concluso per “necessità d espletamento in concomitanza i assenza per ferie ne periodo giugno-settembre”, risultando infondato il quinto motivo, con il quale il ricorrente in sostanza ribadisce la propria tesi circa la illegittimità del termine apposto, stante la mancata indicazione del nominativo del dipendente sostituito e la mancata allegazione e prova della specifica esigenza concreta.
Tale tesi, respinta dalla corte di appello, è stata più volte disattesa da questa corte in casi analoghi.
In particolare questa corte (cfr., da ultimo, cass. 2 marzo 2007 n. 4933), decidendo su una fattispecie sostanzialmente simile a quella in esame (contratto a termine stipulato ex art.8 ccnl 26.11.1994, in relazione alla necessità di espletamento del servizio in concomitanza di assenze per ferie nel periodo giugno-settembre) ha cassato la sentenza di merito che aveva affermato la sussistenza dell’obbligo di indicare nel contratto a termine il nome del lavoratore sostituito avendo ritenuto la sussistenza di una violazione di norme di diritto e di un vizio di interpretazione della normativa collettiva.
La violazione di norme di diritto è stata individuata nella statuizione con la quale la sentenza di merito ha negato che l’ipotesi di contratto a termine introdotta dalla contrattazione collettiva fosse del tutto autonoma rispetto alla previsione legale del termine apposto per sostituire dipendenti per ferie; tale statuizione del giudice di merito si pone in contrasto con principio di diritto enunciato dalle sezioni unite di questa suprema corte (cass. S.u. 2 marzp 2006 n. 4588) secondo cui l’art.23 della legge 28 febbraio 1987 n. 56, che demanda alla contrattazione collettiva la possibilità di individuare – oltre le fattispecie tassativamente previste dall’art.1 della legge 18 aprile 1962 n.230 e successive modifiche nonché dall’art.8 bis del d.l. 29 gennaio 1983 n.17, convertito con modificazioni dalla legge 15 marzo 1983 n.79 – nuove ipotesi di apposizione di un termine alla durata del rapporto di lavoro, configura una vera e propria delega in bianco a favore dei sindacati, i quali, pertanto, non sono vincolati alla individuazione di figure di contratto a termine comunque omologhe a quelle previste per legge.
Inoltre altre decisioni di questa suprema corte 8cfr. ad esempio cass. 6 dicembre 2005 n. 26678) hanno confermato la decisione di merito che, decidendo sulla stessa fattispecie, aveva ritenuto l’ipotesi di contratto a termine introdotta dalla contrattazione collettiva del tutto autonoma rispetto alla previsione legale del termine apposto per sostituire dipendenti assenti per ferie e interpretato l’autorizzazione conferita dal contratto collettivo nel senso che l’unico presupposto per la sua operatività fosse costituita dall’assunzione nel periodo in cui, di norma, i dipendenti fruiscono le ferie.
In base a tele orientamento la censura riguardante il secondo contratto va respinta confermando la decisione di merito sul punto.
Così accogliendo parzialmente il ricorso del … con riferimento al terzo contratto (con decorrenza (7-11-1998), la impugnata sentenza va cassata in relazione alla censura accolta, con rinvio alla corte d’appello di roma in diversa composizione, la quale si atterrà ai principi sopra richiamati, statuendo anche sulle spese tra il …. E la società.

P.Q.M.

La corte dichiara inammissibile il ricorso della …. E compensa le spese con la società; accoglie parzialmente il ricorso del… cassa la impugnata sentenza in relazione alla censura accolta e rinvia, anche per le spese, alla corte d’appello di roma in diversa composizione.

Roma, 26 giugno 2008
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« Risposta #4 inserito:: Novembre 17, 2009, 15:05:26 »

Citazione
La corte suprema di cassazione
ha pronunciato la seguente

Sentenza

sul ricorso proposto da:
Poste Italiane SPA - ricorrente

contro

C.E., B.G., M.M., S.R.S., O.M., I.A., T.F., M.R., S.S., L.M., L.T., U.M.C, LA.T.N.R., P.C., D'A.S.  - intimati

e sul sul ricorso proposto da:

C.E., M.M, S.R.S., L.T.N.R. - controricorrenti e ricorrenti incidentali

contro

Poste italiane spa - controricorrente al ricorso incidentale

avverso la sentenza n. 114/05 della corte d'appello di catania, depositata il 10/02/05

udita la relazione della causa svolta  nella pubblica udienza del 11/06/07 dal consigliere XXX;
udito l'avv XXX;
udito l'avv. XXX;
udito il PM che ha concluso per il rigetto di entrambi i ricorsi.

SENTENZA

La Corte

Rilevato che:

a. la Corte d'appello di Catania ha rigettato il gravame proposto da Poste Italiane spa. avverso la sentenza di prime cure che aveva dichiarato la nullità del termine apposto ai contratti dalla stessa stipulati con i lavoratori indicati in epigrafe; dichiarava inammissibile il gravame proposto nei confronti del lavoratore M.M.; in avcoglimento dell'appello incidentale condannava Poste Italiane s.p.a. al pagamento, in favore di ciascuno dei lavoratori, delle retribuzioni maturate dalla data di notificazione del ricorso introduttivo;

b. per la cassazione di tale sentenza ha proposto ricorso la Poste Italiane s.p.a. affidato a cinque motivi; i lavoratori E.C., M.M., R.S.S. e N.T.L.T. hanno resistito con controricorso e hanno proposto ricorso incidentale affidato a due motivi: gli altri lavoratori Sono rimasti intimati;

c. successivamente Poste ltaliane s.p.a ha depositato verbali di conciliazione in sedee sindacale relativi a G.B., M.O., A.I., F.T., R.M., M.L., T.L., M.C.U. e C.P.

considerato che:

1. preliminarmente deve essere disposta la riunione del ricorsi in quanto concernenti la stessa sentenza;

2. dai verbali di conciliazione prodotti, tutti identici, risulta che le parti hanno raggiunto un accordo transattivo concemente la controversia de qua, dandosi atto dellintervenuta amichevole e definitiva conciliazione a tutti gli effetti di Legge e dichiarando che — in caso di fasi giudiziali ancora aperte — le stesse saranno definite in coerenza con il presente verbale;

ad avviso del Collegio il suddeto verbale di conciliazione si palesa idoneo a dimostrare la cessazione della materia del contendere nelgiudizio di cassazione ed il conseguente sopravvenuto difetto di interesse delle parti a proseguire il processo; alla cessazione della materia del contendere consegue pertanto la declaratoria di inammissibilità del ricorso in quanto l'interesse ad agire,  e quindi anche ad impugnare, deve sussistere non solo nel momento in cui è proposta l'azione o l'impugnazione, ma anche nel momento della decisione, in relazione alla quale, od in considerazione della domanda originariamente formulata, va valutato l'interesse ad agire (Cass. S.U. 29 novembre 2006 n. 25278);

in definitiva il ricorso nei confronti dei lavoratori indicati in dispositivo deve essere dichiarato inammissibile per sopravvenuta carenza di interesse;

nulla deve essere disposto in materia di spese atteso che i lavoratori interessati, rimasti intimati, non hanno svolto alcuna attività processuale;

3. per quanto riguarda le posizioni degli altri lavoratori (S.D'A., S.S., E.C., M.M., R.S.S. e N.T.L.T.) deve premettersi in fatto che Sono stati tutti assunti con contratti a termine stipulati tra 1998 ed il 1999 a norma dell'art. 8 del c.c.n.1. 26 novembre 1994 ed in particolare in base alla previsione dell'accordo integrativo del 25 settembre 1997, che prevede, quale ipotesi legittimante, la stipulazione di contratti a termine la presenza di esigenze eccezionali,conseguenti alla fase di ristrutturazione e rimodulazione degli assetti occupazionali in corso, in ragione della graduale introduzione di nuovi processi produttivi, di sperimentazione di nuovi servizi e in attesa dell'attuazione del progressivo e completo equilibrio sul territorio delle risorse umane; alla scadenza il loro contratto è stato prorogato per esigenze contingenti ed imprevedibili connesse alla complessa fase di riorganizzazione aziendale attualmente in svolgimento;

5. la Corte di merito ha dichiarato inammissibile l'appello proposto da Poste Italiane s.p.a. nei confronti di M.M. atteso che nell'atto d'appello il suo nominativo non era indicato;

la società ricorrente principale censura tale statuizione denunciando la violazione degli artt. 414, 434 e 156 cod. proc. civ. nonchè vizio di motivazione assumendo che, al di là dell'intestazione del ricorso era evidente che la sentenza di primo grado era stata impugnata in ogni sua parte e nei confronti di tutti gli originari ricorrenti;

il motivo è infondato atteso che, essendo pacifica la circostanza che il M. non fu indicato fra i destinatari del ricorso in appello, la Corte di merito ha correttamente applicato il disposto dell'art. 414 cod. proc. civ. (al quale rinvia l'art. 434 cod. proc. civ.) che impone l'esatta individuazione delle parti in causa mediante l'indicazione del loro nome e cognome oltre che della residenza o del domicilio;

6. la Corte di merito ha ritenuto infondata la richiesta, formulata da Poste Italiane s.p.a., di cessazione della materia del contendere in relazione  alla posizione di N.T.L.T., richiesta basata sull'assunto che la stessa, dopo la riammissione in servizio alle dipendenze della società operata in conseguenza della sentenza di primo grado, era stata licenziata senza preavviso con provvedimento del 12 giugno 2002 che non era stato impugnato nei termini di legge;

la ricorrente principale censura la suddetta statuizione denunciando violazione dell'art. 100 cod. proc. nonche vizio di motivazione e deducendo la sopravvenuta carenza di interesse;

anche tale motivo è infondato; deve premettersi che, secondo il costante insegnamento di questa Corte di cessazione (cfr., da ultimo, Cass. 29 marzo 2007 n. 7786), l'interesse ad agire deve essere concreto ed attuale e consiste nell'esigenza di ottenere un risultato utile giuridicamente apprezzabile e non conseguibile senza l'intervento del giudice; deve premettersi altresì che la pronuncia di cessazione della materia del contendere postula che sopravvengano nel corso del giudizio fatti tali da determinare la totale eliminazione delle ragioni di contrasto tra le parti, e, con ciò, il venir meno dell'interesse ad agire ed a contraddire e della conseguente necessità di una pronuncia del giudice sull'oggetto della controversia; con la conseguenza che, con riguardo alla posizione di chi ha agito in giudizio, è necessario, pertanto, che la situazione sopravvenuta soddisfi in modo pieno ed irretrattabile il diritto esercitato, in modo che non residui alcuna utilità alla pronuncia di merito (cfr., ad esempio, Cass. 21 febbraio 2007 n. 4034);

alla luce dei suddetti principi non può dubitarsi della carenza dei presupposti per dichiarare la cessazione della materia del contendere atteso che rimaneva ancora da decidere, quanto meno, la questione del risarcimento del danno derivante dall'illegittima apposizione del termine; pertanto correttamente la sentenza impugnata ha ritenuto infondata la tesi dell'odiema ricorrente principale;

7. la sentenza impugnata ha ritenuto infondata l'eccezione della società appellante basata sulla tesi della risoluzione del rapporto per mutuo consenso;  ha affermato in proposito che la mera inerzia del lavoratore non poteva ritenersi idonea, in mancanza di altri elementi di valutazione, ad integrare la fattispecie invocata da Poste Italiane s.p.a.; la società ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione dell'art. 1372, comma 1, cod. civ., nonchè vizio di motivazione su un punto decisivo della controversia nella parte in cui non ha la suddetta eccezione; sottolinea l'inadeguata considerazione, da parte della Corte territoriale, dalla prolungata inerzia dei lavoratori;

il motivo deve essere rigettato; secondo l'insegnamento di questa Suprema Corte (cfr., in particolare, Cass. 17 dicembre 2004 n. 23554), nel giudizio instaurato ai fini del riconoscimento della sussistenza di un unico rapporto di lavoro a tempo indetenninato (sul presupposto dell'illegittima apposizione al relativo contratto di un termine finale ormai scaduto) per la configurabilità di una risoluzione del rapporto per mutuo consenso è necessario che sia accertata sulla base del lasso di tempo trascorso dopo la conclusione dell'ultimo contratto a termine, nonchè alla stregua delle modalità di tale conclusioni,  del comportamento tenuto dalla parti e di eventuali circostanze significative - una chiara e certa comune volontá delle parti medesime di porre definitivamente fine ad ogni rapporto lavorativo; la valutazione del significato e della portata del complesso di tali elementi di facto compete al giudice di merito, le cui conclusioni non sono censurabili in sede di legittimità se non sussistono vizi logici o errori di diritto; nel caso in esame la Corte di merito ha ritenuto che la mera inerzia del lavoratore dopo la scadenza del contratto non fosse sufficiente a far ritenere la sussistenza dei presupposti della risoluzione del rapporto per mutuo consenso e tale conclusione in quanto priva di vizi logici o errori di diritto resiste alle censure mosse in ricorso;

8. la sentenza impugnata ha ritenuto l'illegittimità delle proroghe dei contratti a termine in mancanza dei presupposti di legge;

la società ricorrente denuncia violazione a falsa applicazione dell'art. 2 della legge n. 230 del 1962 e vizio di motivazione con riferimento alla

statuizione relativa alla insussistenza delle esigenze contingenti ed imprevedibili;

anche tale motivo è privo di pregio; questa Corte di cassazione ha recentemente precisato (Cass. 28 giugno 2006 n. 14877) che l'art. 23 della legge n. 56 del 1987 non modifica l'onere della prova delle condizioni che giustificano l'eventuale temporanea proroga del contralto a termine, onere che Part. 2 della legge n. 230 del 1962 pone a carico del datore di lavoro, con la conseguenza che dal mancato assolvimento di tale onere probatorio deriva la trasformazione a tempo indeterminato del rapporto; costituisce inoltre un principio costantemente affermato da questa Corte (cfr., da ultimo, Cass. 23 novembre 2006 n. 24886; Cass. 16 maggio 2005 n. 10140) quello secondo cui ai sensi dell'art. 2 della legge n. 230 del 1962, le circostanze idonee a legittimare la proroga del contratto di lavoro a tempo determinato (il cui onere probatorio grava sul datore di lavoro) devono essere ontologicamente diverse da quelle che hanno ,giustificato l'originaria apposizione del termine e devono rivestire i caratteri della contingenza e della imprevedibilità,tenendo presente, con riguardo a quest'ultima (da accertarsi alla stregua del criterio della diligenza media osservabile dall'imprenditore), che deve ritenersi prevedibile qualsiasi situazione di cui l'imprenditore-possa rappresentarsi l'ulteriore sviluppo secondo l'id quad plerumque accidit; la sentenza impugnata ha deciso in coerenza con i suddetti principi avendo ritenuto, sulla base di un giudizio tipicamente di merito, insindacabile in questa sede di legittimità non essendo emersi vizi logici nel ragionamento seguito, che le circostanze addotte dalla società per giustificare le proroghe de quibus non fossero diverse da quelle che avevano giustificato l' apposizione del termine;

9. con l'ultimo motivo del ricorso principale viene censurata la statuizione della sentenza impugnata nella parte in cui ha condannato la società al pagamento della retribuzione maturata a decorrere dalla data della notifica del ricorso introduttivo del giudizio di primo grado; la società ricorrente denuncia in sostanza la violazione del principio di corrispettiviti delle prestazioni;con i due motivi del ricorso incidentale i lavoratori censurano la stessa statuizione deducendone l'erroneità per aver negato il loro diritto a ricevere le retribuzioni maturate dalla data di cessazione dal servizio; in subordine deducono che il termine di decorrenza doveva essere individuato nella richiesta di espletamento del tentativo obbligatorio di conciliazione;

il motivo proposto dalla ricorrente principale ed il primo motivo del ricorso incidentale sono del tutto infondati atteso che la soluzione adottata dal giudice di merito è conforme all'insegnamento di questa Corte Suprema (cfr. Cass. S.U. 8 ottobre 2002 n. 14381 nonchè, da ultimo, Cass. 13 aprile 2007 n. 8903) che, con riferimento all'analoga ipotesi della trasformazione in unico rapporto di lavoro a tempo indeterminato di pia contratti a termine succedutisi tra le stesse parti, per effetto dell'apposizione dei termini, o comunque dell'elusione delle disposizioni imperative della legge n. 230 del962, ha affermato the it dipendente che cessa l'esecuzione delle prestazioni alla scadenza del tennine previsto può ottenere il risarcimento del danno subito a causa dell'impossibilità della prestazione derivante dall'ingiustificato rifiuto del datore di lavoro di riceverla - in Linea generale in misura corrispondente a quella della retribuzione - qualora provveda a costituire in mora lo stesso datore di lavoro ai sensi dell'art. 1217 cod. civ.; la Corte  territoriale ha, sulla base di una valutazione di merito the non è stata adeguatamente censurata in questa sede, individuato il suddetto atto di messa in mora nella notifica del ricorso introduttivo;

il secondo motivo del ricorso incidentale deve essere considerato inammissibile per violazione del principio di autosufficienza non essendo stato riprodotto nel controricorso ricorso incidentale il testo della richiesta invocata come atto di messa in mora (cfr., ad esempio, Cass. 10 agosto 2004 n. 15412);

10. in definitiva sia il ricorso principale che quelle incidentale devono essere rigettati;

11. tenuto conto della peculiarità delle questioni sollevate e della reciproca soccombenza si ritiene conforme a giustizia compensare tra le parti costituite le spese del giudizio di cassazione.

PQM

La Corte riunisce i ricorsi; dichiara inammissibile il ricorso nei confronti di G.B., M.O., A.I., F.T., R.M., M.L., T.L., M.C.U. e C.P. con compensazione delle spese;

rigetta il ricorso principale nei confronti degli altri lavoratori ed il ricorso incidentale;
compensa fra le parti costituite le spese del giudizio di cassazione.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio del 11 giugno 2007
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luca_1966
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« Risposta #5 inserito:: Aprile 15, 2011, 23:10:25 »

Cassazione 20/01/11 - Art. 8

http://www.uil.it/politiche_lavoro/cassazione%20su%20tempo%20determinato%2020.11.2011.pdf
Registrato
luca_1966
Utente non iscritto
« Risposta #6 inserito:: Aprile 16, 2011, 01:02:08 »

CASSAZIONE - sent. 54/2011 (su ricorso PI >< Appello Firenze)

..le parti hanno raggiunto, in sede sindacale (11 sett. 2008), una conciliazione stragiudiziale della controversia: è venuto meno l'interesse ad agire della società ricorrente - Inammissibilità.

http://www.studiolegalecirulli.it/sentenze2011/54-2011.htm
Registrato
luca_1966
Utente non iscritto
« Risposta #7 inserito:: Aprile 19, 2011, 22:30:54 »

CASSAZIONE - SEZIONE LAVORO - (Art. 8??)

Sentenza 03/01/2011, n. 65

http://www.google.it/url?sa=t&source=web&cd=19&ved=0CEwQFjAIOAo&url=http%3A%2F%2Fwww.giustizia.piemonte.it%2Fallegato_riservata.aspx%3FFile%3D3969&ei=LvWtTdGkD4rCswaW8JHYDA&usg=AFQjCNFrjuKvNMNa4R8pPTCGML9YXNAZjg

Svolgimento del processo

Con ricorso al Tribunale, giudice del lavoro, di Torino, regolarmente notificato, S.I., assunto dalla società Poste Italiane s.p.a. con diversi contratti a tempo determinato, il primo dei quali dal 22.3.1999 al 31.5.1999 per "esigenze eccezionali conseguenti alla fase di ristrutturazione e rimodulazione degli assetti occupazionali in corso, in ragione della graduale introduzione di nuovi processi produttivi, di sperimentazione di nuovi servizi ed in attesa dell'attuazione del progressivo e completo equilibrio sul territorio delle risorse umane", rilevava la illegittimità dell'apposizione del termine al contratto in questione di talchè, essendo stata l'assunzione illegittima, il contratto si era convertito in contratto a tempo indeterminato. Chiedeva pertanto che, previa dichiarazione di illegittimità del termine apposto al predetto rapporto di lavoro, fosse dichiarata l'avvenuta trasformazione dello stesso in contratto a tempo indeterminato, con condanna della società al risarcimento del danno.

Con sentenza n. 3966/04 in data 28.10.2004 il Tribunale adito accoglieva la domanda e dichiarava la natura a tempo indeterminato del rapporto in questione condannando la società convenuta al ripristino del rapporto ed al pagamento in favore del ricorrente della retribuzione, con accessori.

Avverso tale sentenza proponeva appello la società Poste Italiane s.p.a. lamentandone la erroneità sotto diversi profili e chiedendo il rigetto delle domande proposte da controparte con il ricorso introduttivo.

La Corte di Appello di Torino, con sentenza in data 23.2 - 2.3.2006, rigettava il gravame. In particolare la Corte Territoriale rilevava che il contratto in questione, stipulato per esigenze eccezionali conseguenti alla fase di ristrutturazione, non conteneva alcuna indicazione in ordine alla effettiva esistenza di esigenze di carattere straordinario e temporaneo concretamente riferibili alla assunzione predetta.

Avverso questa sentenza propone ricorso per cassazione la Poste Italiane s.p.a. con due motivi di impugnazione.

Resiste con controricorso il lavoratore intimato.

La società ricorrente ha depositato memoria ex art. 378 c.p.c..

Motivi della decisione

Rileva innanzi tutto il Collegio, in relazione alla recente approvazione della L. 4 novembre 2010, n. 183, ed alle problematiche poste dall'art. 32 (il quale al comma 5 ha stabilito che in caso di conversione del rapporto il giudice condanna il datore di lavoro al pagamento di una "indennità omnicomprensiva" compresa tra 2,5 e 12 mensilità dell'ultima retribuzione globale di fatto, precisando al successivo comma 7 che la disposizione in parola si applica a tutti i giudizi, compresi quelli pendenti alla data di entrata in vigore della legge), che nel caso di specie la statuizione relativa alla condanna risarcitoria non è stata impugnata dalla società datoriale, e pertanto sulla stessa si è formato, ai sensi dell'art. 324 c.p.c., il giudicato. Sul punto non può invero condividersi l'assunto della Poste Italiane s.p.a., sviluppato nella memoria depositata ex art. 378 c.p.c., alla stregua del quale, avendo la società impugnato il capo della sentenza relativo alla declaratoria di nullità del termine apposto al contratto in questione, e non potendo riconoscersi alla statuizione relativa alla condanna risarcitoria - disposta per effetto della declaratoria di nullità del termine apposto al contratto - una propria individualità ed autonomia, non può tale statuizione, quand'anche non oggetto di espressa impugnazione, ritenersi passata in giudicato. Devesi in proposito evidenziare che costituisce capo autonomo della sentenza, come tale suscettibile di formare oggetto di giudicato interno, quello che risolva una questione controversa, avente una propria individualità ed autonomia, sì da integrare astrattamente una decisione del tutto indipendente; tale principio, richiamato dalla stessa società ricorrente, porta - nel caso di specie - a conclusioni affatto differenti rispetto a quelle individuate dalla società predetta nella memoria depositata.

Ed invero, l'impugnazione della sentenza in relazione alla questione concernente la natura a tempo indeterminato del rapporto dedotto in giudizio, non estende in alcun modo i suoi effetti anche alla statuizione ulteriore relativa alla condanna risarcitoria, trattandosi di statuizione avente una propria individualità, specificità ed autonomia rispetto alle determinazioni concernenti la natura del rapporto (a tempo indeterminato o meno) dedotto in giudizio; le stesse, invero, costituiscono la mera premessa logica della ulteriori statuizioni risarcitorie, fondate sulle specifiche questioni concernenti l'offerta o meno delle proprie prestazioni lavorative da parte del lavoratore, la manifestazione o meno di una espressa disponibilità a rientrare al lavoro, nonchè la sussistenza di fatti idonei a limitare la responsabilità risarcitoria del datore di lavoro. Su tali specifiche questioni la ricorrente avrebbe dovuto quindi attivare il contraddicono mediante specifica impugnazione. Pertanto l'assunto della ricorrente in ordine alla configurabilità, nella fattispecie in esame, di un giudicato interno sulle questioni suddette non può trovare accoglimento.

Posto ciò rileva il Collegio che col primo motivo di ricorso la società lamenta violazione e falsa applicazione di norme di diritto (art. 360 c.p.c., n. 3) in relazione alla L. 26 febbraio 1987, n. 56, art. 23; violazione e falsa applicazione dell'art. 1362 c.c., e segg. (art. 360 c.p.c., n. 3); contraddittoria ed omessa pronuncia in ordine ad un punto decisivo della controversia (art. 360 c.p.c., n. 5). In particolare rileva che erroneamente la Corte territoriale aveva ritenuto che, al fine di giustificare l'apposizione del termine ai contratti stipulati ai sensi della L. n. 56 del 1987, art. 23 e del successivo art. 8 del CCNL del 26 novembre 1994, così come integrato con l'accordo collettivo del 25 settembre 1997, fosse richiesta non solo l'esistenza di una fase di ristrutturazione e rimodulazione degli assetti, ma anche la prova della sussistenza di specifiche "esigenze eccezionali" che fossero diretta conseguenza proprio di quella ristrutturazione.

Osserva il Collegio che il suddetto motivo di gravame è infondato e deve essere pertanto rigettato, anche se la motivazione della sentenza merita di essere parzialmente corretta ai sensi dell'art. 384 c.p.c., comma 2. Invero, secondo il costante insegnamento di questa Corte di Cassazione (Cass. sez. lav., 29.7.2009 n. 17651; Cass. sez. lav., 23.6.2009 n. 14657; Cass. sez. lav., 27.2.2009 n. 4840; Cass. sez. lav., 7.3.2005 n. 4862; Cass. sez. lav., 26.7.2004 n. 14011), specificamente riferito ad assunzioni a termine di dipendenti postali previste dall'accordo integrativo 25 settembre 1997, l'attribuzione alla contrattazione collettiva, ai sensi della L. n. 56 del 1987, art. 23, del potere di definire nuovi casi di assunzione a termine rispetto a quelli previsti dalla L. n. 230 del 1962, discende dall'intento del legislatore di considerare l'esame congiunto delle parti sociali sulle necessità del mercato del lavoro idonea garanzia per i lavoratori ed efficace salvaguardia per i loro diritti (con l'unico limite della predeterminazione della percentuale di lavoratori da assumere a termine rispetto a quelli impiegati a tempo indeterminato) e prescinde, pertanto, dalla necessità di individuare ipotesi specifiche di collegamento fra contratti ed esigenze aziendali o di riferirsi a condizioni oggettive di lavoro o soggettive dei lavoratori ovvero di fissare contrattualmente limiti temporali all'autorizzazione data al datore di lavoro di procedere ad assunzioni a tempo determinato. "Ne risulta, quindi, una sorta di "delega in bianco" a favore dei contratti collettivi e dei sindacati che ne sono destinatati, non essendo questi vincolati alla individuazione di ipotesi comunque omologhe a quelle previste dalla legge, ma dovendo operare sul medesimo piano della disciplina generale in materia ed inserendosi nel sistema da questa delineato" (v., fra le altre, Cass. sez. lav., 4.8.2008 n. 21062; Cass. sez. lav., 23.8.2006 n. 18378).

Non può pertanto condividersi la motivazione della Corte territoriale la quale ha posto a fondamento della propria statuizione l'assunto secondo cui non sarebbe consentito autorizzare un datore di lavoro ad avvalersi liberamente del tipo contrattuale del lavoro a termine, senza l'individuazione di ipotesi specifiche di collegamento fra contratti ed esigenze aziendali cui sono strumentali. La sentenza si muove quindi erroneamente nella prospettiva che il legislatore non abbia conferito una delega in bianco ai soggetti collettivi, imponendo al potere di autonomia i limiti ricavatali dal sistema di cui alla L. n. 230 del 1962, art. 1, e ciò è in contrasto con quanto ripetutamele affermato da questa Corte e ribadito da ultimo dalle Sezioni Unite con sentenza 2 marzo 2006 n. 4588.

Il ricorso tuttavia non può trovare accoglimento. Invero nel quadro sopra delineato, ove però un limite temporale sia stato previsto dalle parti collettive (e la Corte territoriale ha rilevato che, comunque, le parti sociali avevano convenuto di ritenere il perdurare delle condizioni sottese alla apposizione del termine "fino" al 30.4.1998), la sua inosservanza determina la nullità della clausola di apposizione del termine (v. fra le altre, Cass. sez. lav., 23.8.2006 n. 18383; Cass. sez. lav., 14.4.2005 n. 7745; Cass. sez. lav., 14.2.2004 n. 2866). In particolare, quindi, come questa Corte ha più volte affermato, "in materia di assunzioni a termine di dipendenti postali, con l'accordo sindacale del 25 settembre 1997, integrativo dell'art. 8 del CCNL 26 novembre 1994, e con il successivo accordo attuativo, sottoscritto in data 16 gennaio 1998, le parti hanno convenuto di riconoscere la sussistenza della situazione straordinaria, relativa alla trasformazione giuridica dell'ente ed alla conseguente ristrutturazione aziendale e rimodulazione degli assetti occupazionali in corso di attuazione, fino alla data del 30 aprile 1998; ne consegue che deve escludersi la legittimità delle assunzioni a termine cadute dopo il 30 aprile 1998, per carenza del presupposto normativo derogatorio, con la ulteriore conseguenza della trasformazione degli stessi contratti a tempo indeterminato, in forza della L. 18 aprile 1962, n. 230, art. 1" (v., fra le altre, Cass. sez. lav., 1.10.2007 n. 20608; Cass. sez. lav., 27.3.2008 n. 7979; Cass. sez. lav., 23.8.2006 n. 18378). In base al detto orientamento, ormai consolidato, ed al valore dei relativi precedenti, pur riguardanti la interpretazione di norme collettive (Cass. sez. lav., 29.7.2005 n. 15969; Cass. sez. lav., 21.3.2007 n. 6703), va confermata la nullità della apposizione del termine al contratto de quo, concluso, ex art. 8 CCNL 1994 e accordo collettivo 25.9.1997, successivamente al 30.4.1998, restando assorbita ogni ulteriore censura sul punto.

Nè può ritenersi la valenza meramente ricognitiva degli accordi attuativi posteriori all'accordo del 25.9.1997. Ed invero, partendo dal principio sopra indicato, della esistenza di una sorta di "delega in bianco" a favore dei contratti collettivi e dei sindacati che ne sono destinatati, questa Corte, dopo aver ribadito la legittimità della formula adottata nell'accordo integrativo, caratterizzata, in particolare, dalla mancata previsione di un termine finale, ha ritenuto tuttavia viziate quelle decisioni dei giudici di merito nella parte in cui hanno affermato la natura meramente ricognitiva dei c.d. accordi attuativi e conseguentemente il carattere non vincolante degli stessi quanto alla determinazione della data entro la quale era legittimo ricorrere a contratti a termine, atteso che con tale interpretazione dei suddetti accordi si sono discostate dal chiaro significato letterale delle espressioni usate - ed in particolare di quella secondo cui per far fronte alle predette esigenze si potrà procedere ad assunzioni di personale straordinario con contratto a tempo determinato fino al 30/4/98 (cfr. accordo del 16 gennaio 1998); ciò, fra l'altro, in violazione del principio secondo cui nell'interpretazione delle clausole dei contratti collettivi di diritto comune, nel cui ambito rientrano sicuramente gli accordi sindacali sopra riferiti, si deve fare innanzitutto riferimento al significato letterale delle espressioni usate e, quando esso risulti univoco, è precluso il ricorso a ulteriori criteri interpretativi, i quali esplicano solo una funzione sussidiaria e complementare nel caso in cui il contenuto del contratto si presti a interpretazioni contrastanti (cfr., ex plurimis, Cass. sez. lav., 28.8.2003 n. 12245; Cass. sez. lav., 25.8.2003 n. 12453).

La stessa giurisprudenza ha ritenuto inoltre la sussistenza, nelle suddette sentenze, di una violazione del canone ermeneutico di cui all'art. 1367 cod. civ. a norma del quale, nel dubbio, il contratto o le singole clausole devono interpretarsi nel senso in cui possano avere qualche effetto, anzichè in quello per cui non ne avrebbero alcuno; ed infatti la statuizione secondo cui le parti non avevano inteso introdurre limiti temporali alla previsione di cui all'accordo del 25 settembre 1997 implica la conseguenza che gli accordi attuativi, così definiti dalle parti sindacali, erano "senza senso" (così testualmente Cass. sez. lav., 14.2.2004 n. 2866).

La giurisprudenza di questa Corte ha, infine, ritenuto l'irrilevanza dell'accordo del 18.1.2001 in quanto stipulato dopo oltre due anni dalla scadenza dell'ultima proroga, e cioè quando il diritto del soggetto si era già perfezionato; ed infatti, ammesso che le parti abbiano espresso l'intento di interpretare autenticamente gli accordi precedenti, con effetti comunque di sanatoria delle assunzioni a termine effettuate senza la copertura dell'accordo 25.9.1997 (scaduto in forza degli accordi attuativi), la suddetta conclusione è comunque conforme alla regula iuris dell'indisponibilità dei diritti dei lavoratori già perfezionatisi, dovendosi escludere che le parti stipulanti avessero il potere, anche mediante lo strumento dell'interpretazione autentica (previsto solo per lo speciale settore del lavoro pubblico, secondo la disciplina contenuta nel D.Lgs. n. 165 del 2001), di autorizzare retroattivamente la stipulazione di contratti a termine non più legittimi per effetto della durata in precedenza stabilita (in tal senso, Cass. sez. lav., 27.3.2008 n. 7979; Cass. sez. lav., 12.3.2004 n. 5141).

Col secondo motivo di gravame la ricorrente principale lamenta violazione e falsa applicazione di norme di diritto (art. 1372 c.c., comma 1, art. 1362 c.c., comma 2 e art. 2697 c.c., ed art. 115 c.p.c.), nonchè omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione in ordine ad un punto decisivo della controversia (art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5). Rileva in particolare che erroneamente, la Corte Territoriale aveva rigettato, con motivazione comunque insufficiente, l'eccezione di scioglimento del rapporto per effetto di mutuo consenso: ciò in quanto la inerzia del lavoratore protrattasi per un cospicuo lasso di tempo dopo la scadenza del termine illegittimamente apposto al contratto, costituisce implicita manifestazione di consenso alla risoluzione del rapporto di lavoro. Neanche tale motivo può trovare accoglimento. Ed invero, secondo l'insegnamento di questa Suprema Corte (cfr., in particolare, Cass. 17.12.2004 n. 23554) nel giudizio instaurato ai fini del riconoscimento della sussistenza di un rapporto (o di un unico rapporto) di lavoro a tempo indeterminato (sul presupposto dell'illegittima apposizione al relativo contratto di un termine finale ormai scaduto), per la configurabilità di una risoluzione del rapporto per mutuo consenso è necessario che sia accertata - sulla base del lasso di tempo trascorso dopo la conclusione del contratto (o dell'ultimo contratto) a termine, nonchè alla stregua delle modalità di tale conclusione, del comportamento tenuto dalla parti e di eventuali circostanze significative - una chiara e certa comune volontà delle parti medesime di porre definitivamente fine ad ogni rapporto lavorativo; la valutazione del significato e della portata del complesso di tali elementi di fatto compete al giudice di merito, le cui conclusioni non sono censurabili in sede di legittimità se non sussistono vizi logici o errori di diritto. Orbene, nel caso in esame la Corte di merito ha ritenuto che l'intervallo di un certo lasso di tempo fra la cessazione del rapporto e l'atto di costituzione in mora non consentiva di ritenere, in assenza di qualsiasi altra circostanza univoca, l'esistenza di una volontà chiara e certa di dismissione del rapporto, atteso che la mera inerzia del lavoratore dopo la scadenza del contratto non era sufficiente a far ritenere la sussistenza dei presupposti della risoluzione del rapporto per mutuo consenso. E tale conclusione in quanto priva di vizi logici o errori di diritto resiste alle censure mosse in ricorso. Ne consegue che neanche sotto questo profilo il ricorso può trovare accoglimento. Il gravame proposto dalla società Poste Italiane s.p.a. va pertanto rigettato. A tale pronuncia segue la condanna della ricorrente al pagamento delle spese di giudizio che si liquidano come da dispositivo.

P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso; condanna la ricorrente alla rifusione delle spese del presente giudizio di cassazione, che liquida in Euro 35,00, oltre Euro 2.000,00 (duemila) per onorari, oltre spese generali, I.V.A. e C.P.A. come per legge
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« Risposta #8 inserito:: Aprile 19, 2011, 23:20:12 »

CASSAZIONE - SEZIONE LAVORO
 
Ordinanza 28/01/2011, n. 2112

http://studiolegaleorlando.net/2011/02/07/

Svolgimento del processo – Motivi della decisione
 
1. Con ricorso al Tribunale di Pisa C.C. affermava l’illegittimità del termine di durata apposto al contratto del 17 agosto 2000, con cui la s.p.a. Poste italiane lo aveva assunto al lavoro, e la conseguente conversione del negozio in contratto a tempo indeterminato. Egli chiedeva perciò che la società, che si era avvalsa del termine e l’aveva estromesso dall’azienda, fosse condannata a riammetterlo in servizio ed a risarcirgli il danno da sospensione del rapporto di lavoro.
 
Il Tribunale rigettava la domanda ma la Corte di Firenze, in accoglimento dell’appello del C. , accertava il contratto a tempo indeterminato e condannava la società a riammettere il lavoratore in servizio ed a risarcirgli il danno, pari alle retribuzioni con accessori, a partire dal 26 settembre 2002, ossia dal giorno in cui egli aveva offerto le proprie prestazioni attraverso la comunicazione, anche alla datrice di lavoro, della richiesta del tentativo di conciliazione obbligatoria di cui all’art. 410 c.p.c..
 
Contro questa sentenza la s.p.a. Poste italiane proponeva ricorso per cassazione mentre il C. resisteva con controricorso.
 
Col primo motivo la ricorrente lamentava la violazione della L. 28 febbraio 1987, n. 56, art. 23; col secondo la violazione dell’art. 1362 c.c. e segg.; col terzo la violazione degli artt. 1217 e 1223 c.c.. In sintesi, essa rilevava come la Corte territoriale, dopo aver riconosciuto che il contratto a termine era stato concluso in base all’art. 8 c.c.n.l. del 1994, a sua volta stipulato ex L. n. 56 del 1987, avesse ritenuto tuttavia illegittimo il termine poichè l’autorizzazione della contrattazione collettiva all’apposizione era valida fino al 30 aprile 1998. In tal modo, osservava la ricorrente, la Corte non aveva tenuto conto che la citata legge aveva delegato le parti sociali ad individuare ipotesi ulteriori rispetto a quelle previste dalla legge per la stipulazione di contratti di lavoro temporanei e che tale delega era stata attuata dalla serie di contratti collettivi stipulati dal 1994 al 2001. La ricorrente deduceva in subordine che in ogni caso il lavoratore aveva mostrato tacitamente di voler sciogliere il contratto, avendo lasciato trascorrere circa due anni prima di chiederne il mantenimento.
 
Erroneamente, per di più, la Corte di merito non aveva sottratto all’ammontare del danno quanto percepito da lui per effetto del lavoro prestato nel frattempo per altro datore di lavoro.
 
RILEVANZA DELLE QUESTIONI DI LEGITTIMITA’ COSTITUZIONALE.
 
2. I motivi ora detti di ricorso per cassazione non appaiono fondati.
 
Le relative argomentazioni sono state più volte rigettate da questa Corte, la quale ha notato come l’autorizzazione alla stipula di contratti di lavoro temporanei fosse stata espressa dalle parti sociali, sulla base della L. n. 56 del 1987, art. 23, con c.c.n.l. del 1994, integrato dall’accordo 16 gennaio 1998, che ha posto un termine ultimo al 30 aprile 1998. Il termine apposto ai contratti individuali conclusi dopo questa data deve perciò considerarsi illegittimo ed il rapporto di lavoro opera a tempo indeterminato (ex multis Cass. n. 15331 del 2004). Nel caso di specie pertanto il lavoratore estromesso dall’azienda per la, erroneamente ritenuta, operatività del termine ha diritto al risarcimento del danno da perdita delle retribuzioni, da calcolare secondo le regole di diritto comune, come ha esattamente ritenuto la Corte d’appello sulla base delle norme vigenti nel momento di emissione della sua pronuncia.
 
Incensurabile è poi la valutazione di fatto espressa dalla stessa Corte, la quale ha negato gli elementi idonei a ravvisare la tacita manifestazione della volontà di risolvere il contratto.
 
Esattamente, infine, la Corte ha escluso l’aliunde perceptum per genericità del motivo di gravame e per difetto di prova.
 
3. Tuttavia la sentenza di condanna da essa emanata dovrebbe essere cacata. Infatti durante il giudizio di cassazione è entrato in vigore la L. 4 novembre 2010, n. 183, art. 32, che innova in materia di contratto di lavoro a tempo determinato. Il comma 5 stabilisce che, nei casi in cui questo si converta in contratto a tempo indeterminato a causa dell’illegittima apposizione del termine, il giudice condanna il datore di lavoro al risarcimento in favore del lavoratore stabilendo un’indennità “onnicomprensiva” nella misura compresa tra un minimo di 2,5 e un massimo di 12 mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto.
 
Il comma 6, dimezza questa indennità in presenza di contratti ovvero accordi nazionali, territoriali o aziendali, stipulati con le organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale, che prevedano l’assunzione, anche a tempo indeterminato, di lavoratori già occupati con contratto a termine nell’ambito specifiche graduatorie. Il comma 7, precisa doversi applicare i commi ora detti a “tutti i giudizi, compresi quelli pendenti alla data di entrata in vigore della legge” (24 novembre 2010). Seguono disposizioni per eventuali, ulteriori accertamenti di fatto nella fase di merito.
 
4. Ritiene questo collegio che la sopra riportata espressione del comma 7 debba essere riferita altresì ai giudizi di cassazione, anche se le disposizioni si riferiscono espressamente al giudizio di merito.
 
Infatti la soluzione negativa, ossia l’esclusione della fase di cassazione dall’ambito di previsione della norma, equivarrebbe a discriminare tra situazioni diverse in base alla circostanza, del tutto accidentale, di una pendenza della lite giudiziaria (in una od altra fase) tra le parti del rapporto di lavoro. Più precisamente, la situazione sostanziale dei lavoratori sarebbe assoggettata ad un regime risarcitorio diverso, a seconda che i processi pendano nel merito oppure in cassazione. Discriminazione ritenuta illegittima dalla Corte cost. con sent. n. 214 del 2009, e tanto più grave quando si pensi che i lavoratori destinatari della nuova legge potrebbero dover restituire le retribuzioni percepite sulla base della sentenza di merito provvisoriamente eseguita, nella parte eccedente il massimo dell’indennità spettante.
 
5. Ciò comporta che la sentenza qui impugnata dovrebbe essere cassata con rinvio affinchè il giudice di merito, esercitati i poteri istruttori di cui al comma 7, determini l’indennità spettante, certamente in misura inferiore a quella dovuta ai sensi della normativa previgente, ossia dal 26 settembre 2002 fino alla riammissione al lavoro, che nella specie non risulta essere avvenuta.
 
Appare pertanto rilevante la questione di legittimità costituzionale dei suddetti commi 5 e 6, in riferimento agli artt. 3, 4, 24, 111 e 117 Cost., per le ragioni che di seguito si espongono.
 
NON MANIFESTA INFONDATEZZA DELLE QUESTIONI.
 
6. Sembra doversi anzitutto così ricostruire gli scopi perseguiti dal Legislatore.
 
A) E’ orientamento consolidato nella giurisprudenza di questa Corte che, nel caso in cui il datore di lavoro si sia avvalso di un termine illegittimamente apposto al contratto ed abbia perciò allontanato il dipendente dal posto di lavoro, così rendendosi inadempiente agli obblighi assunti con lo stesso contratto, non si applica la tutela reale di cui alla L. n. 300 del 1970, art. 18. Il comportamento del datore non incide sulla continuità del rapporto, che rimane idoneo alla produzione dei propri effetti. Tuttavia, trattandosi di contratto a prestazioni corrispettive, ciò non comporta il diritto del lavoratore alla corresponsione delle retribuzioni che sarebbero maturate dall’inizio del periodo di inattività ma solo il diritto al risarcimento del danno, da determinarsi in base alle regole generali sull’inadempimento delle obbligazioni contrattuali, senza che sia necessaria una formale costituzione in mora del datore, occorrendo tuttavia e pur sempre che il lavoratore non abbia tenuto una condotta incompatibile con la volontà di proseguire il rapporto ed abbia messo a disposizione della controparte le proprie prestazioni lavorative (Cass. Sez. un. 8 ottobre 2002 n. 14381, Sez. lav. 18 febbraio 2003 n. 2392,18 maggio 2006 n. 11670).
 
B) Quanto alla determinazione quantitativa del danno derivante dall’inadempimento di un contratto di durata, essa dipende da scelte discrezionali dei giudici di merito nell’applicazione degli artt. 1223, 1224, 1226 e 1227 c.c..
 
In particolare, nel contratto di lavoro subordinato, il danno sopportato dal lavoratore, che non ha percepito la retribuzione per essere stato illegittimamente privato dal datore della possibilità di eseguire la prestazione lavorativa e non gode della tutela dell’art. 18 stat. lav., dev’essere liquidato:
 
a) attenendosi ai criteri dell’art. 1223 cit., che prescrive di comprendere nel danno la perdita delle retribuzioni, sottraendo però quanto il lavoratore abbia frattanto ed eventualmente percepito per avere eseguito un altro lavoro, in posizione di subordinazione o di autonomia (c.d. aliunde perceptum). La prova dell’esecuzione di quest’altro lavoro è a carico del datore, tenuto al risarcimento. b) Essendo il danno pari alle retribuzioni non percepite, per le parti di retribuzione legate a prestazioni effettive e meramente eventuali (ad es. per prestazioni saltuarie, per lavoro straordinario, ecc), il danno, solamente ipotetico, non può che essere limitato alla perdita della possibilità di guadagno (perte de chance), da liquidare con valutazione equitativa (art. 1226 cit.) e perciò variabile a seconda dei giudici. c) Il danno è dovuto a partire dal momento in cui il lavoratore abbia posto a disposizione del datore le proprie energie lavorative ossia dal momento in cui abbia offerto formalmente la propria prestazione, potendo nascere incertezze interpretative in ordine alla concreta idoneità della forma, d) Trattandosi di azione di nullità del termine apposto al contratto di lavoro e quindi di azione imprescrittibile, il lavoratore, prima dell’entrata in vigore dell’art. 32 cit., comma 3, lett. d., poteva prolungare sine die il tempo dell’azione di nullità e per dieci anni (art. 2946 c.c.) quello dell’azione risarcitoria; dopo la entrata in vigore del comma 3 ora cit., entro il termine di decadenza ivi previsto. Egli può così aumentare la misura del danno, esponendosi bensì all’eccezione di concorso del creditore nel fatto colposo (art. 1227 cit.), il cui ammontare verrebbe però ad essere ridotto dal giudice secondo criteri discrezionali e perciò, ancora una volta, variabili. Tutto ciò può dar luogo, per l’impresa obbligata a centinaia di risarcimenti, ad esborsi di misura non prevedibile e perciò ad incertezza sui bilanci preventivi, che si traduce in un grave pregiudizio patrimoniale. A questa incertezza sembra aver voluto porre rimedio il legislatore del 2010, unificando il criterio di liquidazione del danno dovuto ai lavoratori. Ancora, la legge sembra destinata, come altre precedenti nella materia, ad arginare l’eccessivo ampliamento di organico delle imprese, dovuto alla conversione a tempo indeterminato di numerosi contratti di lavoro a termine.
 
7. Considerate queste rationes legis, non pare potersi seguire la tesi, proposta da una parte della dottrina, secondo cui l’indennità in questione non escluderebbe il (ma anzi dovrebbe aggiungersi al) risarcimento del danno, sopportato dal datore e da liquidare secondo le sopra dette regole di diritto comune. Anche l’espressione “onnicomprensiva”, adoperata dal Legislatore, acquista significato solo escludendo qualsiasi altro credito del lavoratore, indennitario o risarcitorio.
 
8. E’ ancora da premettere che la liquidazione di un’indennità contenuta in poche mensilità retributive non sembra contrastare con l’art. 3 Cost., comma 1, a causa del trattamento sfavorevole riservato al lavoratore precario, unico contraente spogliato della pienezza dei rimedi previsti dalla disciplina generale dei contratti.
 
Le sopra dette ragioni dell’intervento legislativo in questione bastano a giustificare la diversità di trattamento ossia il sacrificio imposto alla parte del contratto a termine.
 
Il comma 5 in questione non contrasta neppure con l’art. 36 Cost., comma 1, poichè esso ha per oggetto un’indennità, sia pure misurata sull’ammontare della retribuzione, ma non una retribuzione da corrispondere per lavoro effettivamente prestato.
 
9. Non è, per contro, manifestamente infondato il dubbio di contrasto fra i commi 5 e 6, della L. n. 183 del 2010, art. 32, ed i principi di ragionevolezza nonchè di effettività del rimedio giurisdizionale, espressi nell’art. 3 Cost., comma 2, artt. 24 e 111 Cost.. Le dette disposizioni delle legge sembrano anche ledere il diritto al lavoro, riconosciuto a tutti i cittadini dall’art. 4 Cost..
 
Il danno sopportato dal prestatore di lavoro a causa dell’illegittima apposizione del termine al contratto è pari almeno alle retribuzioni perdute dal momento dell’inutile offerta delle proprie prestazioni e fino al momento dell’effettiva riammissione in servizio. Fino a questo momento, spesso futuro ed incerto durante lo svolgimento del processo e non certo neppure quando viene emessa la sentenza di condanna, il danno aumenta col decorso del tempo ed appare di dimensioni anch’esse non esattamente prevedibili. Il rimedio apprestato dall’art. 32, commi 5 e 6, in questione non può essere assimilato all’indennità prevista dalla L. 15 luglio 1966, n. 604, art. 8, ed alternativa all’obbligo di riassunzione. L’ipotesi dell’art. 8 non riguarda il ristoro di un danno derivante dalla non attuazione di un rapporto di durata, ossia di un danno di un ammontare che aumenta col trascorrere del tempo, giacchè il diritto all’indennità esclude il diritto al mantenimento del rapporto.
 
La liquidazione di un’indennità eventualmente sproporzionata per difetto rispetto all’ammontare del danno può indurre il datore di lavoro a persistere nell’inadempimento, eventualmente tentando di prolungare il processo oppure sottraendosi all’esecuzione della sentenza di condanna, non suscettibile di realizzazione in forma specifica. Nè verrebbe risarcito il danno derivante da una sopravvenuta impossibilità della prestazione lavorativa, causata dal rifiuto del datore.
 
Tutto ciò vanifica il diritto del cittadino al lavoro (art. 4 Cost.) e nuoce all’effettività della tutela giurisdizionale, con danno che aumenta con la durata del processo, in contrasto con il principio affermato da quasi secolare dottrina processualista, oggi espresso dall’art. 24 Cost., e art. 111 Cost., comma 2, e che esige l’esatta, per quanto materialmente possibile, corrispondenza tra la perdita conseguita alla lesione del diritto soggettivo ed il rimedio ottenibile in sede giudiziale.
 
10. Sembra altresì sussistere un contrasto con l’art. 117 Cost., comma 1, per violazione dell’obbligo internazionale assunto dall’Italia con la sottoscrizione e ratifica della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo, il cui art. 6, comma 1, nel volere il diritto di ogni persona al giusto processo, impone al potere legislativo di non intromettersi nell’amministrazione della giustizia allo scopo di influire sulla decisione di una singola controversia o su un gruppo di esse. La Corte costituzionale con sent. n. 311 del 2009 ha escluso che l’incidenza di una norma retroattiva su processi in corso si ponga automaticamente in contrasto con la Convenzione cit..
 
Tuttavia nella medesima sentenza la Corte ha precisato, sulla base della giurisprudenza della Corte EDU, che detta incidenza può ritenersi giustificata solo da ragioni imperative di interesse generale. Ciò avviene quando il legislatore nazionale sia indotto all’emanazione di una norma di interpretazione autentica e perciò retroattiva, destinata ad operare anche nei processi pendenti e dettata dall’esigenza di accertare l’originaria intenzione del legislatore; oppure dalla necessità di ristabilire la parità di trattamento di situazioni analoghe nei rapporti di lavoro pubblico; o ancora, di rimediare ad un’imperfezione tecnica della legge interpretata (vedi anche Corte cost. sent. n. 1 del 2011).
 
A questo collegio sembra, anche in considerazione delle rationes legis qui indicate nel par. 6, che le disposizioni legislative ora impugnate possano bensì ritenersi dettate da motivi di opportunità economica, ma non da ragioni “imperative” di interesse generale. Nè vi sono necessità parificatrici in rapporti di lavoro pubblico, giacchè le disposizioni sono di applicazione generale in ambito privatistico. Non erano infine di dubbia interpretazione o tecnicamente imperfette le norme di diritto comune in tema di risarcimento del danno subito dal lavoratore, come costantemente interpretate dalla giurisprudenza lavoristica.
 
E’ vero che alcune delle imprese private, come quella attualmente in causa, possono rendere un servizio di interesse generale, ma rimane dubbio che perdite economiche derivate da un comportamento illegittimo dell’imprenditore possano essere legittimamente concentrate sui lavoratori dipendenti.
 
11. Il contrasto delle disposizioni legislative in questione col diritto del cittadino al lavoro, di cui all’art. 4 Cost., è reso manifesto anche dalla non aderenza di esse alla giurisprudenza comunitaria. La sproporzione fra la tenue indennità ed il danno, che aumenta con la permanenza del comportamento illecito del datore di lavoro, sembra contravvenire all’accordo quadro sul lavoro a tempo determinato, concluso il 18 marzo 1999 ed allegato alla direttiva 1999/70, che impone agli Stati membri di “prevenire efficacemente l’utilizzazione abusiva di contratti o rapporti di lavoro a tempo determinato… ossia misure che devono rivestire un carattere non soltanto proporzionato, ma anche sufficientemente effettivo e dissuasivo per garantire la piena efficacia delle norme adottate in attuazione dell’accordo quadro” (Corte CE sent. e. 212/04, Adeneler) “Ne consegue che, qualora si sia verificato un ricorso abusivo a contratti di lavoro a tempo determinato successivi, si deve poter applicare una misura che presenti garanzie effettive ed equivalenti di tutela dei lavoratori al fine di sanzionare debitamente tale abuso ed eliminare le conseguenze della i violazione del diritto comunitario” (Corte CE sent. da C 378/07 a C 380/07, Angelidaki).
 
12. A rafforzamento degli argomenti sopra svolti sembra opportuno ricordare che l’art. 614 bis c.p.c., – che sanziona la non attuazione degli obblighi di fare infungibile o di non fare giudizialmente accertati attraverso una condanna al pagamento di una somma di denaro, dovuta per ogni violazione o inosservanza successiva ovvero per ogni ritardo nell’esecuzione del provvedimento giudiziale – è stato assai severamente criticato dalla dottrina nella parte in cui esso è dichiarato espressamente non applicabile alle controversie di lavoro, ed alle critiche si è potuto contrapporre da altra dottrina solamente il regime di tutela reale disposto dalla L. 20 maggio 1970, n. 300, art. 18, sufficiente a tutelare il lavoratore che abbia ottenuto una sentenza di condanna ad un fare infungibile, a carico del datore di lavoro. Ivi è infatti prevista, in conseguenza della dichiarazione di inefficacia o di nullità, oppure di annullamento, del licenziamento, la condanna del datore alla reintegrazione del lavoratore ed al risarcimento del danno attraverso un’indennità commisurata alla retribuzione dal giorno del licenziamento fino “al momento dell’effettiva reintegrazione”. Ebbene, i commi 5 e 6, i questione escludono ogni tutela reale e lasciano così la possibile, grave sproporzione fra indennità e danno effettivo, connesso al perdurare dell’illecito.
 
13. Con riferimento alla controversia qui in esame, facente parte di una nutrita serie, la limitazione dell’indennità a dodici mesi,o meno (vedi comma 6), non sembra poter trovare giustificazione nel fine, perseguito dal Legislatore, di evitare la perdita patrimoniale che deriverebbe all’impresa dal risarcimento di danni di notevole entità a numerosi lavoratori. L’entità del danno dev’essere imputata alla stessa impresa, che avrebbe potuto attenuarlo attraverso l’esecuzione delle sentenze di condanna ai sensi dell’art. 431 c.p.c., e, nei casi in cui era possibile con la prova dell’aliunde perceptum.
 
Nei casi, poi, in cui il lavoratore non abbia potuto trovare un’altra occupazione, ossia un’altra fonte di reddito, il danno personale e familiare, tanto più grave, non appare suscettibile di bilanciamento.
 
P.Q.M.
 
La Corte di cassazione dichiara non manifestamente infondate le questioni di legittimità costituzionale della L. 4 novembre 2010, n. 183, art. 32, commi 5 e 6, con riferimento agli artt. 3, 4, 24, 111 e 117 Cost.
 
Dispone la trasmissione degli atti alla Corte costituzionale e sospende il giudizio in corso.
 
Dispone che la presente ordinanza sia notificata alle parti, al Presidente del Consiglio dei ministri ed ai Presidenti della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica.
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luca_1966
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« Risposta #9 inserito:: Aprile 24, 2011, 00:59:26 »

Cassazione, sez. Lavoro (sent. 7645/2011). Roma, 10/02/2011

http://www.studiogalleano.it/CASS_7645-11_PERCENTUALI.pdf

 - Irrituale richiesta di annullamento del termine per violazione del requisito numerico nel primo grado di giudizio: onere della prova sul lavoratore nei gradi successivi?

 - Nelle prove documentali (?), PI deve indicare, oltre al numero dei CTD, quello dei CTI.

Il Tribunale di Pistoia sentenzia l'annullamento del termine del primo contratto di M.A. per nullità della clausola (esigenze produttive eccezionali e temporanee conseguenti alla fase di ristrutturazione aziendale), accogliendo il rilievo dell'attore, che sosteneva che PI avesse assunto più del 10% (contingentamento fissato all'epoca di quel primo contratto) del personale a tempo indeterminato. Dopo il ricorso di PI, la Corte d'appello di Firenze invalida questa disposizione (senza entrare nel merito del contingentamento), ma annulla il termine ad un successivo contratto di M.A., per nullità di un'altra clausola (necessità di espletamento del servizio in concomitanza di assenze per ferie nel periodo giugno-settembre). PI ricorre in Cassazione perché venga riesaminata la sentenza di primo grado, cioè riaperto il caso del primo contratto. M.A. resiste per lo stesso motivo. PI sostiene di aver a suo tempo allegato prova che il 10% è stato rispettato, e che l'onere di dimostrare il contrario grava sul lavoratore (Cass., sent. n. 17674/2002). La Cassazione ribadisce che l'onere della prova grava sul datore (Cass., n. 6010/2009), e rileva che la sentenza citata da PI (Cass. n 17674/2002) non è pertinente. Infatti quel ricorso verteva sul caso di un lavoratore, il quale, nel giudizio di primo grado, "non aveva ritualmente eccepito il superamento del limite numerico di assunzione"; e solo per questo la Cassazione, stante la richiesta [irrituale..?] di annullamento del termine per violazione del requisito numerico, ha stabilito che l'onere della prova della dedotta illegittimità incombe al lavoratore, secondo l'art. art. 2697 c.c.. Inoltre la stessa Cassazione (sent. n. 6010/2009) ha chiarito che (nel regime di cui alla L. 28 febbraio 1987, n. 56, relativamente alle percentuali individuate dalle OOSS secondo l'art. 23) "non è sufficiente l'indicazione del numero massimo di contratti a termine", occorrendo "l'indicazione del numero dei lavoratori assunti a tempo indeterminato, sì da potersi verificare il rapporto percentuale tra lavoratori stabili e a termine" [Non è specificato "sul contratto"; anzi, pare che il riferimento sia alle prove documentali allegate da PI in giudizio]. Quindi la Cassazione rimanda la sentenza alla Corte di appello di Firenze, perché riconsideri  il primo contratto alla luce del principio di diritto sull'onere della prova su specificato.
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« Risposta #10 inserito:: Maggio 04, 2011, 19:58:47 »

CASS. LAV. - Sent. n. 4512 del 24/02/2011

vedi intervento #2
http://www.mondoposte.it/smf/index.php?topic=18.0
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« Risposta #11 inserito:: Maggio 14, 2011, 16:13:32 »

Cass. Lav. - Sentenza 7 aprile 2009, n.8446 (Art. Cool

Il Massimario della Corte Suprema di Cassazione non ha proceduto alla massimazione in quanto la presente sentenza ribadisce principi già espressi nella sentenza di Cassazione Civile n. 18293/2007.

http://www.google.it/url?sa=t&source=web&cd=10&sqi=2&ved=0CGkQFjAJ&url=http%3A%2F%2Fwww.portalavoro.regione.lazio.it%2Fcedoc%2FDOCUMENTI%2F44%2520CORTE%2520DI%2520CASSAZIONE%2520Sezione%2520Lavoro.doc&ei=YYTOTc_bJ4_Kswb-4azFCw&usg=AFQjCNG0V7vB7jpPFGhNgSO3sLsQrAvieg&sig2=lEPVyTlwtGnVFuqH3e-FZw
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« Risposta #12 inserito:: Maggio 17, 2011, 14:42:29 »

CASS. LAV. - 839/2010

La richiesta per il tentativo di conciliazione non è solo un atto formale ed obbligatorio, che non sottende automaticamente la messa a disposizione delle energie lavorative.

La censura dell'aliunde perceptum nel ricorso in Cassazione, da parte dell'azienda, non può prescindere dalla deduzione operata dal giudice di merito sulla base della documentazione fornita dalla odierna resistente. Nella fattispecie non risulta che la lavoratrice, alla data della costituzione in mora, abbia trovato altra occupazione. L'azienda non ha allegato in proposito prova contraria.

Naturamente questa è l'interpretazione della Cassazione - in merito alla valutazione del danno derivante dalla nullità del termine del contratto - prima che fosse emanato il Coll. Lavoro (L 183/2010)

http://www.ilsole24ore.com/fc?cmd=document&file=/art/SoleOnLine4/SpecialiDossier/2010/documenti-lunedi/01febbraio-2010/839_pr.pdf?cmd=art
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« Risposta #13 inserito:: Maggio 19, 2011, 13:03:32 »

Cassazione, Sez. lav., 4 maggio 2011, n. 9828

Svolgimento del processo e motivi della decisione

1.- F.R. chiedeva al giudice del lavoro di Palermo di dichiarare nullo il termine  apposto ad un contratto di assunzione alle dipendenze di Poste Italiane s.p.a. per il periodo 8/7-30/9/2000, stipulato per necessità di espletamento del servizio in concomitanza di assenze per ferie nel periodo giugno-settembre, ai sensi dell'art. 8 del CCNL per i dipendenti postali 26/11/94.

2.- Rigettata la domanda e proposto appello dal lavoratore, la Corte d'appello di Palermo, con sentenza depositata in data 19/1/09, rigettava l'impugnazione. Il giudice rilevava che - nell'ambito del sistema della L. n. 56 del 1987, art. 23, che aveva delegato le oo.ss. a individuare nuove ipotesi di assunzione a  termine con la contrattazione collettiva - il contratto era stato stipulato in forza dell'art. 8, comma 2, del CCNL Poste 26/11/94. Per la legittimità dell'assunzione era, dunque, chiesto non che il lavoratore fosse assunto per sostituire un dipendente nominativamente indicato o che fosse indicata la causa specifica della sostituzione, ma solo che l'assunzione fosse stata necessitata da esigenze di servizio che non potessero essere soddisfatte per l'assenza per ferie del personale nel periodo giugno-settembre.

3.- Avverso questa sentenza F. proponeva ricorso per Cassazione, cui rispondeva con controricorso e ricorso incidentale Poste Italiane.

Il Consigliere relatore depositava relazione ai sensi dell'art. 380 bis c.p.c., la quale era comunicata al Procuratore generale ed era notificata ai difensori costituiti.

4. Il ricorrente principale deduce due motivi che possono essere sintetizzati come segue.

4.1.- Il primo motivo denunzia violazione della L. 18 aprile 1962, n. 230, art. 1, in relazione alla L. 26 febbraio 1987, n. 56, art. 23 ed agli artt. 1325, 1346 e 1418 c.c.. Sostiene che il principio secondo cui detto art. 23 ha attribuito alla contrattazione collettiva l'individuazione delle ipotesi nelle quali è ammissibile l'apposizione di un termine al contratto di lavoro subordinato si inserisce nel sistema delineato dalla L. n. 230 del 1962, di modo che deve ritenersi che le ipotesi astrattamente previste dalla contrattazione in questione siano "contestualizzate e specificate" in relazione alla singola assunzione, e cioè facendo riferimento al posto di lavoro per il quale è predisposta l'assunzione e con l'indicazione del lavoratore assente per ferie da sostituire.

4.2.- Il secondo motivo denunzia violazione della L. 26 febbraio 1987, n. 56, art. 23, comma 1, della L. 18 aprile 1962, n. 230, art. 3, dell'art. 2697 c.c., dell'art. 8 del CCNL Poste 26/11/94. Addebita al giudice di merito di aver fondato la propria decisione sull'esigenza di sostituzione affermata, dal richiamato contratto collettivo esclusivamente in termini preventivi, generici ed astratti, senza verificare l'effettività dell'esigenza della sostituzione, atteso che l'azienda, malgrado la contestazione in proposito, non aveva adempiuto all'onere di dimostrare la riconducibilità dell'assunzione a quanto astrattamente previsto dal CCNL.

5.- Con l'unico motivo del ricorso incidentale è denunciata violazione dell'art. 1372 c.c., comma 1, artt. 1175, 1375 e 2697 c.c., assumendosi l'errore in cui è incorsa la sentenza impugnata per aver considerato che la sola inerzia della parte non vale, in mancanza di ulteriori elementi, a provare l'intervenuta risoluzione del contratto per mutuo consenso.

6.- Riuniti i ricorsi ai sensi dell'art. 335 c.p.c., deve rilevarsi infondatezza di entrambe le impugnazioni.

7.- Esaminando per primo il motivo dedotto con il ricorso incidentale in ragione della sua priorità logica, deve rilevarsi che la giurisprudenza della Corte di Cassazione (v. per tutte Cass. 17.12.04 n. 23554 e numerose altre seguenti) ha ritenuto che "nel giudizio instaurato ai fini del riconoscimento della sussistenza di un unico rapporto di lavoro a tempo indeterminato (sul presupposto dell'illegittima apposizione al contratto di un termine finale scaduto) per la configurabilità di una risoluzione del rapporto per mutuo consenso è necessario che sia accertata - sulla base del lasso di tempo trascorso dopo la conclusione dell'ultimo contratto a termine, nonchè, alla stregua delle modalità di tale conclusione, del comportamento tenuto dalla parti e di eventuali circostanze significative - una chiara e certa comune volontà delle parti medesime di porre definitivamente fine ad ogni rapporto lavorativo; la valutazione del significato e della portata del complesso di tali elementi di fatto compete al giudice di mento, le cui conclusioni non sono censurabili in sede di legittimità se non sussistono vizi logici o errori di diritto".

La Corte d'appello ha rilevato che la società appellante, processualmente a tanto onerata, ha omesso di fornire elementi utili a consentire la prospettata valutazione, non ritenendo sufficiente a rappresentare la disaffezione del lavoratore la circostanza che lo stesso avesse atteso un certo lasso di tempo prima di intraprendere l'azione giudiziaria, essendo tale attesa giustificata dalla speranza di essere assunto a tempo pieno o, comunque, di ottenere nuove ambite assunzioni a termine. Trattasi di considerazioni di merito congruamente motivate, come tali non censurabili sul piano logico.

8.- Quanto ai due motivi del ricorrente principale, da trattare in unico contesto, deve qui confermarsi - anche in sede di interpretazione diretta del contratto collettivo ai sensi dell'art. 360 c.p.c., n. 3 - l'orientamento della giurisprudenza di questa Corre (Cass. 2/3/07 n. 4933), la quale, decidendo su una fattispecie analoga, ha cassato la sentenza di merito che aveva affermato la sussistenza dell'obbligo di indicare nel contratto a termine il nome del lavoratore sostituito avendo ritenuto la sussistenza di una violazione di norme di diritto e di un vizio di interpretazione della normativa collettiva.

Infatti, l'ipotesi di contratto a termine introdotta dalla contrattazione collettiva è del tutto autonoma rispetto alla previsione legale del termine apposto per sostituire dipendenti assenti per ferie prevista dalla legge n. 230 del 1962, in considerazione del principio (Cass. S.u., 2.3.06 n. 4588) che la L. 28 febbraio 1987, n. 56, art. 23, che demanda alla contrattazione collettiva la possibilità di individuare - oltre le fattispecie tassativamente previste dalla L. 18 aprile 1962, n. 230, art. 1 - nuove ipotesi di apposizione di un termine alla durata del rapporto di lavoro, configura una vera e propria delega in bianco a favore dei sindacati. Questi ultimi, pertanto, senza essere vincolati alla individuazione di figure di contratto a termine comunque omologhe a quelle, previste per legge, possono legittimare il ricorso al  contratto di lavoro a termine per causali di carattere "oggettivo" ed anche - alla stregua di esigenze riscontrabili a livello nazionale o locale - per ragioni di tipo meramente "soggettivo", consentendo (vuoi in funzione di promozione dell'occupazione o anche di tutela delle fasce deboli di lavoratori) l'assunzione di speciali categorie di lavoratori, costituendo anche in questo caso l'esame congiunto delle parti sociali sulle necessità del mercato del lavoro idonea garanzia per i suddetti lavoratori e per una efficace salvaguardia dei loro diritti.

L'art. 8, comma 2, del CCNL 26/11/94, per il quale "l'Ente potrà valersi delle prestazioni di personale con contratto a termine ..anche nei seguenti casi: necessità di espletamento del servizio in concomitanza di assenze per ferie nel periodo giugno-settembre ..", usando una formula diversa da quella della L. n. 230 del 1962 testimonia che le parti stipulanti considerano questa ipotesi di assunzione a termine, in ragione dell'uso dell'espressione in concomitanza, sempre sussistente nel periodo stabilito (giugno-settembre).

Ne deriva che l'ipotesi di contratto a termine introdotta dalla contrattazione collettiva è del tutto autonoma rispetto alla previsione legale del termine apposto per sostituire dipendenti assenti per ferie e che l'autorizzazione conferita dal contratto collettivo richiede solamente quale unico presupposto per la sua operatività l'assunzione nel periodo in cui, di norma, i dipendenti fruiscono delle ferie (v. per tutte Cass. 6.12.05 n. 26678), senza necessità per il datore di lavoro di provare le esigenze di servizio in concreto connesse all'assenza per ferie di altri dipendenti e la relazione causale tra dette esigenze e l'assunzione del lavoratore con specifico riferimento all'unità organizzativa cui lo stesso è stato destinato (v. per tutte Cass. 3.12.09 n. 25429 e 7.4.09 n. 8446).

Essendosi il giudice di merito attenuto a questi principi, i due motivi dedotti con il ricorso principale debbono essere rigettati.

9.- Debbono essere dunque rigettati entrambi i ricorsi.

Le spese del giudizio di legittimità, in ragione della reciproca soccombenza, vanno compensate.

P.Q.M.

La Corte riunisce i ricorsi e li rigetta, con compensazione tra le parti delle spese del giudizio di legittimità.

http://www.dirittoeprocesso.com/index.php?option=com_content&view=article&id=3583:il-rapporto-di-lavoro-con-poste-italiane-cassazione-sez-lav-4-maggio-2011-n-9828-g-rossi&catid=61:lavoro&Itemid=85
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« Risposta #14 inserito:: Agosto 28, 2011, 10:28:59 »

24 agosto 2011

POSTE ITALIANE SCONFITTE: 10 EX PORTALETTERE RIMBORSATI

La Cassazione dà ragione a 10 ex portalettere non confermati nel 1998. Per loro 13 anni di stipendi arretrati.

di Giancarlo Oliani

Dieci lavoratori che le Poste avevano assunto a TD e poi licenziato dovranno essere reintegrati al loro posto con il pagamento di tutti gli stipendi arretrati, dedotte eventuali somme che hanno nel frattempo percepito facendo altri lavori.

Così ha deciso la Corte di Cassazione, mettendo la parola fine a una causa durata 10 anni: di ricorsi promossi dalla Slp-Cisl con gli avvocati Marco Carra e Ivanoe Vaini.

Ecco chi sono i 10 beneficiari del provvedimento che sarà discusso il 9 novembre prossimo alla Corte d’appello di Brescia:

Alfieri Fezzardi , 41 anni
Mascia Dieni, 36 anni
Lucia Fameli, 38 anni
Matteo Bassi, 39 anni
Cosetta Ilari, 39 anni

tutti residenti in Mantova. E ancora:

Anna Mantovani, 37 anni di Poggio Rusco
Sarah Sarzi Sartori, 36 anni, di San Michele in Bosco
Flavio Mignucci, 42 anni, di Grottammare (Ascoli Piceno)
Cosetta Zenaro, 40 anni, di San Benedetto Po
Maria De Lorenzo.

Tutti lasciati a casa ingiustamente, secondo la Corte di Cassazione.

L’anno di riferimento delle assunzioni a TD oggetto dei ricorsi da parte degli ex dipendenti è il 1998. Quindi le Poste dovranno corrispondere tutti gli arretrati fino ad oggi: 13 anni di stipendi. I ricorsi sono stati presentati prima al tribunale di Mantova e poi alla Corte d’appello di Brescia che li aveva respinti.

Da qui la decisione di ricorrere alla Suprema Corte. Fin dall’inizio i dipendenti delle Poste, tramite i loro avvocati, avevano contestato la violazione della legge numero 230 del 18 aprile 1962, che regolamentava il lavoro a TD. La norma permetteva questo tipo di assunzioni solo in presenza di ragioni ben definite o in base ad accordi sindacali. Accordi sindacali che erano scaduti in data 30 aprile 1998. Nonostante ciò, le Poste continuarono ad assumere personale a tempo determinato. E sta proprio qui il nocciolo della questione. Per la Cisl e gli ex dipendenti si trattò di un’aperta violazione della legge. Senza accordo sindacale quelle assunzioni non dovevano essere fatte.

Il primo ricorso fu presentato al tribunale di Mantova che lo respinse. I dieci non mollarono e si rivolsero alla Corte d’appello di Brescia, sezione lavoro. Anche in secondo grado di giudizio la richiesta dei lavoratori venne rigettata. I postini non si persero d’animo e tentarono l’ultima carta, quella della Cassazione. Che invece ha dato loro ragione, accogliendo il ricorso e reinviando tutti gli atti alla Corte d’appello di Brescia, questa volta sezione civile.

La Cassazione ha condannato le Poste a riammettere i ricorrenti nel posto di lavoro precedentemente occupato e a pagare le retribuzioni maturate, oltre agli interessi legali e la rivalutazione monetaria.

L’accoglimento delle domande dei dipendenti comporta anche la condanna delle Poste Italiane a rimborsare alle parti le spese, le competenze e gli onorari dei precedenti giudizi, compreso quello della Cassazione.

[Rileva il fatto che - evidentemente - la difesa di Poste non è riuscita a proporre adeguato quesito di diritto per avvalersi anche in Cassazione della possibilità di applicare la L. 183/2010, art. 32, ovvero l'indennità omnicomprensiva max 12 mensilità].

http://gazzettadimantova.gelocal.it/cronaca/2011/08/24/news/poste-sconfitte-assunti-e-rimborsati-1.786362
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« Risposta #15 inserito:: Agosto 28, 2011, 11:17:45 »

scusa luca...ma non hanno a che fare con l'art.2 ...sono vecchi contratti...con quei contratti si vinceva e si vince....!!sono gli art.2 che non si hanno sentenze in appello e cassazione...!!!
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« Risposta #16 inserito:: Agosto 28, 2011, 11:41:37 »

Eh, lo so, Morice. Infatti questa è la sez. sentenze art. 8. Con un po di impegno potrei anche comporre una sentenza modello (da completare con i dati anagrafici del ricorrente) per l'art. 2, ma la dovrei postare nella sez. "Bar Poste"..
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luca_1966
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« Risposta #17 inserito:: Ottobre 19, 2012, 02:17:39 »

La Corte d'Appello dichiara illegittimo il termine del contratto (ex art. 8) perché non coperto dalla validità di un accordo sindacale (del 1997) ivi citato. Non c'è illegittimo ampliamento, da parte della Corte di merito, del thema decidendum, in quanto se da una parte il ricorrente non ha sollevato la questione della decadenza dell'accordo sindacale, e perciò il giudice sarebbe sollevato dalla relativa verifica, dall'altra è l'azienda che fonda la presunta legittimità del contratto sulla perdurante efficacia dell'accordo sindacale, e perciò la verifica è dovuta.

Risoluzione per mutuo consenso - non sussiste.  

C. di Cassazione, sent. n. 17796 del 17/10/2012
http://www.teleconsul.it/leggiArticolo.aspx?id=244236&tip=ul

In riferimento ad una causa vertente su un contratto ex art. 8 del CCNL del 26/11/1994, nel ricorso per cassazione, Poste afferma che la Corte d'Appello di Catania avrebbe fatto valere l'avvenuta decadenza (dopo la ben nota data del 30/4/1998) della validità dell'accordo sindacale del 25/9/1997, senza che ciò sia mai stato chiesto dal ricorrente in giudizio.

La S.C. ribatte [punto 8] ricordando che se <<secondo la tesi dell'appellante Poste Italiane s.p.a., la legittimità del termine apposto al contratto de quo [per esigenze eccezionali ... - ai sensi dell'art. 8 del CCNL 26 novembre 1994, come integrato dall'accordo aziendale 25 settembre 1997] è, in buona sostanza, basata sulla perdurante efficacia dell'accordo sindacale 25 settembre 1997 e dei successivi accordi collettivi>>, è proprio da ciò che discende <<la necessità del relativo esame da parte della Corte territoriale>>; pertanto, <<la decisione della Corte territoriale, nella parte in cui ha affermato l'illegittimità del termine apposto al contratto de quo in quanto stipulato oltre il limite temporale fissato dalle parti collettive con ..l'accodo [del] 1997, non viola i limiti del thema decidendum..>>.

In premessa, la S.C. aveva confermato anche la bontà della decisione della Corte d'Appello di Catania di escludere la risoluzione del contratto per mutuo consenso, ritenendo la pur sintetica motivazione <<priva di vizi logici o errori di diritto>>. La Corte di merito, secondo la Cassazione, aveva semplicemente ritenuto che <<la mera inerzia del lavoratore dopo la scadenza del contratto non fosse sufficiente, stante la sua durata, e in mancanza di ulteriori significativi elementi di valutazione, a far ritenere la sussistenza dei presupposti della risoluzione del rapporto per mutuo consenso>>.
« Ultima modifica: Ottobre 19, 2012, 02:18:32 da luca_1966 » Registrato
luca_1966
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« Risposta #18 inserito:: Ottobre 23, 2012, 13:22:26 »

A proposito dell'art. 23, legge 56/87 e delega in bianco per nuove ipotesi di assunzione rimesse alla contrattazione sindacale NAZIONALE..

<<EQUITALIA E IN GENERALE I CONCESSIONARI DELLA RISCOSSIONE POSSONO ASSUMERE LAVORATORI A TEMPO DETERMINATO. INFATTI ANCHE LA SOLA CONTRATTAZIONE COLLETTIVA PUÒ PREVEDERE LA CLAUSOLA.
http://www.professionisti.it/frontend/articolo_news/22958/equitalia-pu-assumere-lavoratori-a-tempo-determinato

È quanto affermato dalla Corte di cassazione che, con la sentenza n. 18118 del 22 ottobre 2012, ha accolto il ricorso dell'esattore.

Questo, perché, ha spiegato la sezione lavoro, NON SOLO LA CONTRATTAZIONE COLLETTIVA PUÒ LEGITTIMAMENTE PREVEDERE L'APPOSIZIONE DEL TERMINE, MA ANCHE QUELLA AZIENDALE.

In particolare il Collegio di legittimità, prendendo le distanze dalla sentenza della Cassazione n. 11655 del 2006, ha ribadito il principio per cui «in tema di assunzione a termine dei lavoratori subordinati, l'art. 23 della legge n. 56 del 1987, ha esteso l'ambito dei contratti a termine “autorizzati”, consentendo alla contrattazione collettiva nazionale o locale, ovvero alla contrattazione aziendale, su delega di quella nazionale o locale, di individuare nuove ipotesi di legittima apposizione di un termine al contratto di lavoro».

Nella vecchia pronuncia Piazza Cavour aveva invece sostenuto che l'individuazione di nuove ipotesi di contratti a termine effettuata dalla struttura aziendale è nulla, atteso che la norma di cui all'art. 23 della legge n. 56 dei 1987, la quale attribuisce alla sola contrattazione collettiva nazionale o locale il potere di individuare dette ipotesi, è inderogabile. In varie altre occasioni i giudici di legittimità hanno inoltre sostenuto che le assunzioni a tempo determinato previste dalla legge 56, che demanda alla contrattazione collettiva la possibilità di individuare - oltre alle fattispecie tassativamente previste dall'art. 1 della legge 18 aprile 1962, n. 230 - nuove ipotesi di apposizione di un termine alla durata del rapporto di lavoro, configura una vera e propria delega in bianco a favore dei sindacati, i quali, pertanto, senza essere vincolati alla individuazione di figure di contratto a termine comunque omologhe a quelle previste per legge, possono legittimare il ricorso al contratto di lavoro a termine per causali di carattere «oggettivo» e anche - alla stregua delle esigenze riscontrabili a livello nazionale o locale - per ragioni di tipo meramente «soggettivo», consentendo l'assunzione di speciali categorie di lavoratori, costituendo anche in questo caso l'esame congiunto delle parti sociali sulle necessità del mercato del lavoro idonea garanzia per i suddetti lavoratori e per una efficace salvaguardia dei loro diritti.

_ _ _ _

CORTE DI CASSAZIONE
Sent. n. 18118 del 22/10/2012

<<..Il lavoratore contesta tale assunto, rilevando che, a norma dell'art, 23 della legge 28 febbraio 1987 n. 56, il potere di individuare nuove ipotesi di legittima apposizione di un termine al contratto di lavoro è attribuito alla sola contrattazione collettiva nazionale o locale, con esclusione di quella aziendale, come affermato dalla giurisprudenza di questa Corte..

..Questa Corte è ..chiamata a stabilire se la contrattazione aziendale, delegata da quella nazionale, è astrattamente idonea ad individuare nuove ipotesi di legittima apposizione del termine al contratto di lavoro..

La giurisprudenza di questa Corte è da tempo orientata in senso diverso rispetto al principio affermato da Cass. 11655/06.., secondo cui l'individuazione di nuove ipotesi di contratti a termine effettuata dalla struttura aziendale è nulla, atteso che la norma di cui all'art. 23 della legge n. 56 dei 1987, la quale attribuisce alla sola contrattazione collettiva nazionale o locale il potere di individuare dette ipotesi, è inderogabile.

E' stato infatti affermato in più occasioni, anche recentemente, sulla scia di Cass. n. 5793/06, che le assunzioni disposte ai sensi dell'art. 23 della legge 28 febbraio 1987, n. 56, che demanda alla contrattazione collettiva la possibilità di individuare - oltre alle fattispecie tassativamente previste dall'art. 1 della legge 18 aprile 1962, n. 230 e successive modifiche nonché dall'art. 8 bis dl. 29 gennaio 1983 n. 17, convertito, con modificazioni, nella legge 15 marzo 1983, n. 79 - nuove ipotesi di apposizione di un termine alla durata dei rapporto di lavoro, configura una vera e propria delega in bianco a favore dei sindacati, i quali, pertanto, senza essere vincolati alla individuazione di figure di contratto a termine comunque omologhe a quelle previste per legge, possono legittimare il ricorso al contratto di lavoro a termine per causali di carattere "oggettivo" ed anche - alla stregua delle esigenze riscontrabili a livello nazionale o locale - per ragioni di tipo meramente ''soggettivo", consentendo (vuoi in funzione di promozione dell'occupazione o anche di tutela delle fasce deboli di lavoratori) l'assunzione di speciali categorie di lavoratori, costituendo anche in questo caso l'esame congiunto delle parti sociali sulle necessità del mercato del lavoro idonea garanzia per i suddetti lavoratori e per una efficace salvaguardia dei loro diritti.

Proprio perché si tratta di una delega in bianco, non può dubitarsi della facoltà della contrattazione nazionale o locale (regionale o provinciale) di rimettere anche alla contrattazione aziendale l'individuazione del presupposto di fatto per la legittima apposizione del termine al contratto di lavoro (cfr. Cass. 11515/06, Cass. 23766/09, Cass. 23767/09, Cass. 16598/11, Cass. 16599/11, Cass. 16600/11, Cass. 16601/11, le ultime quattro concernenti lavoratori assunti per la notifica di atti esattoriali).

E' stato altresì chiarito che la circostanza che il presupposto di fatto legittimante l'apposizione del termine, ove previsto dall'accordo aziendale a ciò autorizzato dalla contrattazione collettiva, sia riferito solo ad un determinato datore di lavoro e non già ad una pluralità di datori di lavoro, come nell'ipotesi della contrattazione collettiva di livello nazionale o locale, non contraddice il carattere generale ed astratto della previsione contrattuale, né entra in conflitto con il disposto della legge n. 56 del 1987, art. 23, essendo anzi in sintonia con quest'ultimo che esprime appunto l'intento del legislatore di identificare i presupposti per il legittimo ricorso ai contratti a termine, ritagliandoli sulla concreta e variegata realtà aziendale, inevitabilmente non uniforme a livello nazionale, ma meglio percepibile dal sindacato {cfr. Cass. 5793/06 e Cass. 11515/06 cit).

Alla stregua degli esposti principi, cui questa Corte intende dare continuità, il ricorso deve essere accolto, pacifico essendo tra le parti ..che nella nota a verbale in calce all'art. 25 del CCNL di settore si demanda alla contrattazione aziendale l'individuazione di eventuali ipotesi nelle quali i concessionari possono stipulare contratti a tempo determinato ai sensi dell'art. 23 della legge n. 56 del 1987.

5. Va dunque ribadito il principio che, in tema di assunzione a termine dei lavoratori subordinati, l'art. 23 della legge n. 56 del 1987, ha esteso l'ambito dei contratti a termine "autorizzati", consentendo alla contrattazione collettiva nazionale o locale, ovvero alla contrattazione aziendale, su delega di quella nazionale o locale, di individuare nuove ipotesi di legittima apposizione di un termine al contratto di lavoro..>>

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