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Autore Discussione: sentenze di cassazione anno 2002  (Letto 9923 volte)
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« inserito:: Novembre 17, 2009, 15:06:19 »

Citazione
La corte suprema d cassazione

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
POSTE ITALIANE S.P.A., in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA VIA PO

25-8, presso lo Studio dell'avvocato P. R., rappresentata e difeso dall'avvocato T.S., giunta delega in atti;
- ricorrente –

contro

G.A., elottivamente domiciliato in ROMA, presso lo studio dell'avvocato A. R., che lo rappresenta e difende unitamente

all'avvocato Z. L., giusta delega in atti;
- controricorrente -

e contro

C.G.R.; - intimata –

avverso la sentenza n. 455/05 della Corte .d'Appello di MILANO, depositata il 24/06/05 R.G.N. 448/04 + 1;

udita la relazione della cause svolta nella pubblica udienza del 28/02/08 dal Consigliere Dott. V. D. C.;

udito l'Avvocato F. per delega T.;
udito l'Avvocato G. per delega Z.;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. P. I., che ha concluso per il rigetto del ricorso.

La Corte:

RILEVATO IN FATTO

Che:
1.   la Corte d'appello di Milano ha confermato la sentenza di prime cure che aveva, in particolare, dichiarato

l'illegittimita' del termine apposto ai contratti di lavoro stipulati fra Poste Italiane s.p.a. e,

rispettivamente,C.C. e   G.A.;
2. per la cassazione di tale sentenza Poste Italiane s.p.a. ha proposto ricorso illustrato da memoria;
I lavoratori hanno resistito con controricorso pure illustrato da memoria;
3. in corso di causa e' stato depositato un verbale di conciliazione in sede sindacale concernente la controversia fra la societa' ricorrente e C.G.;
dal suddetto verbale di conciliazione, debitamente sottoscritto dal lavoratore interessato, oltre che dal rappresentante delle Poste Italiane s.p.a., risulta che le parti hanno raggiunto un accordo transattivo concernente la controversia de qua, dandosi atto dell'intervenuta amichevole e definitive conciliazione a tutti gli effetti di legge e dichiarando che - in caso di fasi giudiziali ancora aperte - le stesse saranno definite in coerenza con il presente verbale;
ad avviso del Collegio il suddetto verbale di conciliazione si palesa idoneo a dimostrare la cessazione della materia del contendere nel giudizio di cassazione ed il conseguente sopravvenuto difetto di interesse delle parti a proseguire il processo alla cessazione della materia del contendere consegue pertanto la declaratoria di inammissibilita' del ricorso in quanto l'interesse ad agire, e quindi anche ad impugnare, deve sussistere non solo nel momento in cui e' proposta l'azione o l'impugnazione, ma anche nel momento della decisione, in relazione alla quale, ed in considerazione della domanda originariamente formulata, va valutato l'interesse ad agire (Cass. S.O. 29 novembre 2006 n. 25278);
in definitiva il ricorso nei confronti della lavoratrice sopra indicata deve essere dichiarato inammissibile per sopravvenuta carenza di interesse;
tenuto conto del contenuto dell'accordo transattivo intervenuto tra le parti, si ritiene conforme a giustizia compensare integralmente tra le stesse le spese del giudizio di cassazione;
4. G.A. e' stato assunto con contratto a termine con decorrenza 19 giugno 2001; tale contratto, stipulato, come si evince della sentenza impugnata, ai sensi del D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 1, recava come causale l'esigenza di far fronte agli incrementi o esigenze particolari di carattere temporaneo, connesse alla gestione degli adempimenti ICI, che non possono essere soddisfatte con il personale in servizio;
La Corte territoriale ha ritenuto L'illegittimita' del suddetto contratto a termine in base alle seguenti considerazioni: la norma sopra indicata consente l'apposizione di un termine di durata a fronte di ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo; si tratta pertanto di ragioni specifiche, legate ad una causale delimitata, anche con riferimento alla sua temporaneita', e verificabile; ne consegue, da un lato, che le ragioni che legittimano l'apposizione del termine devono essere collegate casualmente all'assunzione, nel senso che questa deve essere finalizzata alla realizzazione dell'esigenza obiettiva indicata in contratto; dall'altro che tali ragioni siano provate; nel caso di specie la causale dell'assunzione a termine era, da un lato, generica, dall'altro contraddittoria, attesa la non coincidenza fra il periodo coperto dal contratto a termine ed il periodo previsto della legge per adempimenti ICI;
5. le censure alla sentenza in esame sono in parte inammissibill ed in parte infondate;
6. in particolare i primi quattro motivi sono del tutto inconferenti in   quanto   riguardano la statuizione relativa al lavoratore C.;
7. il quinto motivo di ricorso, concernente il contratto del G., si limita a censurare la sentenza impugnata con riferimento all'interpretazione data della Corte territoriale alla clausola contrattuale con la quale e' stata giustificata l'assunzione a termine; la societa' ricorrente deduce unicamente la violazione del criterio di interpretazione del negozio giuridico (artt. 1362 e segg. cod. civ.) e vizi di motivazione assumendo che i giudici di merito avrebbero fornito una lettura distorta della clausola suddetta; in particolare l'erronea interpretazione della clausola de qua sarebbe stata causata anche dall'omessa considerazione di alcune circostanze notorie;
la sentenza impugnata resiste agevolmente elle suddette censure; secondo il costante insegnamento di questa Corte Suprema (cfr., fra le piu' recenti, Cass. 22 febbraio 2007 n. 4178) l'interpretazione del contratto e degli atti di autonomia private costituisce un'attivita' riservata al giudice di merito, ed e' censurabile in sede di legittimita' soltanto per violazione dei criteri legali di ermeneutica contrattuale ovvero per vizi di motivazione, qualora la stessa risulti contraria a logica o incongrua, cioe' tale da non consentire il controllo del procedimento logico
seguito per giungere alla decisione; e' stato altresi' precisato (cfr., ad esempio, Cass. 12 novembre 2007 n. 23484)
he le censure basate sulle suddette violazioni devono essere specifiche, con indicazione dei singoli canoni ermeneutici violati e delle ragioni della asserita violazione, mentre le censure riguardanti la motivazione devono riguardare l'obiettiva insufficienza di essa o la  contraddittorieta' del ragionamento su cui si fonda l'interpretazione accolta, non potendosi percio' ritenere idonea ad integrare valido motivo di ricorso per cassazione una critica del risultato interpretativo raggiunto dal giudice di merito che si risolva solamente nella contrapposizione di una diversa interpretazione ritenuta corretta della parte;
nel caso in esame la censura non risponde ai suddetti criteri; ed infatti, lungi dall'evidenziare in modo specifico l'errore interpretativo ed i vizi di motivazione invocati, si limita inammissibilmente a contrapporre all'interpretazione della Corte territoriale - basata su una motivazione congrua e priva di vizi logici - una diversa interpretazione e a richiamare, a dimostrazione dell'assunto della contraddittorieta' della motivazione, circostanze di tette allegate come fatti notori;
8. con l'ultimo motivo del ricorso viene censurata la statuizione della sentenza impugnata nella parte in cui ha stabilito che al lavoratore spettano le retribuzioni della data della costituzione in mora; la societa' ricorrente denuncia in sostanza la violazione del principio di corrispettivita' delle prestazioni oltre che della disciplina privatistica in tema di onere probatorio; deduce inoltre una contraddizione nella sentenza di primo grado, non rilevata dal giudice d'appello, con riguardo alla decorrenza del diritto delle retribuzioni; lamenta infine la mancata considerazione dell'aliunde perceptum;
la prima censura e' del tutto infondata in base all'insegnamento di questa Corte Suprema (cfr. Cass. S.U. 8 ottobre 2002 n. 14381 nonche', da ultimo, Cass. 13 aprile 2007 n. 8903) che, con riferimento all'analoga ipotesi della trasformazione in unico rapporto di lavoro a tempo indeterminato di piu' contratti a termine succedutisi tra le stesse parti, per effetto dell'illegittimita' dell'apposizione   del termine, o comunque dell'elusione delle disposizioni imperative della L. n. 230 del 1962, ha affermato che dipendente che cessa l'esecuzione delle prestazioni alla
scadenza del termine previsto puo' ottenere il risarcimento del danno subito a causa dell'impossibilita' della prestazione derivante dall'ingiustificato rifiuto del datore di lavoro di riceverla - in linea generale in misura corrispondente a quella della retribuzione - qualora provveda a costituire in meta lo stesso datore di lavoro ai sensi dell'art. 1217 cod. civ.;
la Corte territoriale ha deciso in coerenza col suddetto principio; per quanto riguarda poi la dedotta contraddizione nel giudizio di primo grado, la censura deve ritenersi inammissibile; premesso che di tale censura non c'e' traccia nella decisione impugnata deve osservarsi che, secondo il costante insegnamento di questa Suprema Corte (eft., ad esempio, Cass. 3 aprile 2003 n. 5150) i motivi del ricorso per cassazione devono investire, a pena questioni che siano gia' comprese nel terra del decidere del giudizio d'appello, non essendo prospettabili per la prima volta in sede di legittimita' questioni nuove o nuovi temi di contestazione non trattati nella fase di merito, tranne che non si tratti di questioni rilevabili d'ufficio; pertanto, ove il ricorrente proponga detta questione in sede di legittimita', al fine di evitare una statuizione di inammissibilita' per novita' della censura, ha l'onere non solo di allegare l'avvenuta deduzione della questione avanti al giudice del merito, ma anche di indicare in quale alto del precedente giudizio lo abbia fatto, onde dar modo alla Corte di cassazione di controllare ex actis la veridicita' di tale asserzione, prima di esaminarne il merito; nel caso in esame la societa' ricorrente non ha ottemperato alla suddetta
prescrizione;
inconferente deve ritenersi infine il motivo concernente l'aliunde perceptum, posto che la sentenza impugnata afferma esplicitamente che, pur in mancanza di indicazioni in proposito, devono essere comunque detratte le some percepite in base a successivi contratti a termine eventualmente stipulati fra le parti;
9. il ricorso nei confronti di G. deve essere in definitiva rigettato;
10. la particolarita' della controversia e la natura delle questioni trattate giustificano la compensazione delle spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile it ricorso nei confronti di C.; rigetta it ricorso nei confronti di G.;
compensa fra tutte le parti le spese del giudizio di Cassazione. Cosi' deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il

28 febbraic 2008. Depositato in Cancelleria il 18 giugno 2008

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« Risposta #1 inserito:: Novembre 17, 2009, 15:06:58 »

Citazione
REPUBBLICA ITALIANA Ud. 16/04/08
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO R.G.N. 4731/2007
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE LAVORO

ha pronunciato la seguente:
SENTENZA

sul ricorso proposto da:
POSTE ITALIANE S.P.A., in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA VIALE MAZZINI 134, presso
lo studio dell'avvocato FIORILLO LUIGI, che la rappresenta e difende unitamente all'avvocato TRIFIRO' SALVATORE, giusta delega in atti;
- ricorrente -

contro
M.M., elettivamente domiciliata in ROMA PIAZZALE DON MINZONI 9, presso lo studio dell'avvocato AFELTRA ROBERTO, che la rappresenta e difende unitamente all'avvocato ZEZZA LUIGI, giusta delega in atti;
- controricorrente -

avverso la sentenza n. 21/04 della Corte d'Appello di MILANO,
depositata il 08/01/04 R.G.N. 97/03;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del
28/02/08 dal Consigliere Dott. Giovanni AMOROSO;
udito l'Avvocato FIORILLO;
udito l'Avvocato VACIRCA per delega ZEZZA;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.PATRONE Ignazio che ha concluso per l'accoglimento del ricorso.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. M.M. adiva il Giudice del lavoro del Tribunale di Milano, per sentir accertare l'illegittimita' del termine apposto ai contratto di lavoro stipulato con la societa' Poste Italiane s.p.a. il 16 luglio 2002 presso il CMP di Roserio, nonche' l'instaurazione di un ordinario rapporto di lavoro a tempo indeterminato, con le consequenziali pronunce in ordine al recesso intimato.
In punto di fatto esponeva che l'assunzione era avvenuta con contratto a termine per esigenze eccezionali, conseguenti alla fase di ristrutturazione e rimodulazione degli assetti occupazionali in corso, in ragione della graduale introduzione di nuovi processi produttivi, di sperimentazione di nuovi servizi ed in attesa del progressivo completo equilibrio sul territorio delle risorse umane. Affermava la ricorrente l'invalidita' dell'apposizione del termine finale.
Resisteva la societa' Poste Italiane, sostenendo la piena legittimita' dell'apposizione del termine in relazione alle espresse esigenze.
Il tribunale respingeva il ricorso.
2. A seguito di appello della M., nel contraddittorio con l'appellata societa', la Corte d'appello di Milano accoglieva la domanda riformando la pronuncia di primo grado; dichiarava la nullita' dell'apposizione dei termine al contratto e condannava la societa' al ripristino del rapporto ed a pagare le retribuzioni dalla data di messa in mora, con accessori.
3. Avverso questa pronuncia la societa' Poste italiane ha proposto ricorso per cassazione.
L'intimata ha resistito con controricorso.
Entrambe le parti hanno presentato memoria.

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Il ricorso e' articolato in due motivi.
Con il primo motivo la ricorrente denuncia vizio di motivazione omessa, insufficiente o contraddittoria circo un punto decisivo della controversia; nonche' violazione e falsa applicazione della L. n. 230 del 1962, art. 1 e della L. n. 56 del 1987, art. 23.
Sostiene la societa' ricorrente che ben potevano essere indicate due causali giustificatrici dell'apposizione del termine al contratto di
lavoro.
Con il secondo motivo la ricorrente, denunciando violazione e falsa applicazione delle medesime disposizioni di legge, sostiene la piena
legittimita' dell'art. 25 ccnl del 2001 che prevede le causali indicate nel contratto a termine de quo.
2. Il ricorso e' fondato.
Premesso che si controverte della legittimita' dell'apposizione del termine ad un unico contratto di lavoro, la Corte d'appello, riformando la pronuncia di primo grado che aveva rigettato la domanda, l'ha invece accolta sulla base di una ratio decidendi cosi' sinteticamente enunciata: "Nella fattispecie il contratto individuale per il periodo 17.7.2002 - 30.9.2002 indica promiscuamente sia esigenze organizzative per il riproporzionamento di territorio ed innovazioni tecnologiche sia la necessita' di provvedere al servizio in concomitanza delle ferie, rendendo incerta la ragione effettiva (tassativa) della stipulazione del contratto a termine". Questa - e sola questa - essendo la motivazione della pronuncia di accoglimento della domanda, e' sufficiente rilevare che la legittimita' dell'apposizione del termine al contratto di lavoro ha sempre richiesto - sia nel regime della L. n. 230 del 1962, art. 1 che nella disciplina successiva - l'esistenza di una condizione
legittimante; ma se nel caso concreto concorrono due ragioni legittimanti e' ben possibile che le parti, nel rispetto del criterio di specificita', le indichino entrambe ove non sussista incompatibilita' o intrinseca contraddittorieta', ne' ridondando cio' di per se' solo, salvo un diverso accertamento in concreto, in incertezza della causa giustificatrice dell'apposizione del termine. Nella specie invece la Corte territoriale ha fatto discendere l'incertezza della ragione giustificatrice dell'apposizione del termine dalla mera circostanza che nel contratto fossero indicate - specificamente - due distinte causali giustificatrici. In tal modo pero' la motivazione e' risultata essere meramente assertiva ed
autoreferenziale; e quindi in sostanza mancante sul punto. Sicche' effettivamente l'impugnata sentenza risulta essere affetta dal vizio di motivazione denunciato dalla societa' ricorrente.
3. Pertanto, impregiudicata ogni questione consequenziale in ordine alla valutazione della legittimita' del termine in ragione di tali due cause giustificatrici appena indicate, valutazione demandata al giudice di rinvio, deve accogliersi il ricorso e cassarsi la sentenza impugnata con rinvio, anche per le spese, alla Corte d'appello di Brescia.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso; cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese, alla Corte d'appello di Brescia.
Cosi' deciso in Roma, il 28 febbraio 2008.
Depositato in Cancelleria il 17 giugno 2008

questo è il commento riportatto sul sito dell'avvocato g******* in merito a questa sentenza:


Citazione
Si tratta della classica “doppia motivazione” che, secondo molti giudici di merito (e, nella decisione che ci interessa, della Corte d’appello di Milano) rende nulla la motivazione di assunzione in quanto generica ed incerta, in violazione dell’art. 2 del D.Lgs. 368/2001, dove viene richiesta l’indicazione per iscritto delle ragioni che rendono necessaria l’assunzione. L’indicazione di più ragioni non consente il successivo controllo giudiziale circa l’effettività del motivo di assunzione.

La Corte di Cassazione, con questa sentenza, ritiene invece che il datore di lavoro possa indicare anche più di una ragione è ben possibile che le parti, nel rispetto della del criterio di specificità, le indichino entrambe ove non sussista incompatibilità o intrinseca contraddittorietà.

La sentenza della Corte d’appello di Milano viene così cassata per un nuovo esame di merito al fine di verificare se le due motivazioni apposte al contratto debbano considerarsi compatibili o non rendano incerto il motivo dell’assunzione.


[...]

Va comunque sottolineato che, nella prima sentenza la Corte di Cassazione fa riferimento alla necessità che l’eventuale presenza di due motivazioni nel contratto (pur ritenuta legittima) non comporti contraddittorietà od incompatibilità, così delineando una interpretazione del D.Lgs. 368 che sia improntata ad un cero rigore interpretativo
 
 
 
 
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« Risposta #2 inserito:: Febbraio 11, 2010, 19:52:57 »

LE RAGIONI DELL'ASSUNZIONE A TERMINE DEVONO ESSERE SPECIFICATE - Ciò può avvenire anche con il rinvio ad accordi sindacali (Cassazione Sezione Lavoro n. 2279 del 1 febbraio 2010, Pres. De Luca, Rel. Ianniello).

Giancarlo L. è stato assunto alle dipendenze della S.p.A. Poste Italiane con contratto a tempo determinato dal 4 maggio al 30 giugno 2002 per "esigenze tecniche, organizzative e produttive anche di carattere straordinario conseguenti a processi di riorganizzazione, ivi ricomprendendo un più funzionale riposizionamento di risorse sul territorio, anche derivanti da innovazioni tecnologiche ovvero conseguenti all'introduzione e/o sperimentazione di nuove tecnologie, prodotti o servizi nonché all'attuazione delle previsioni di cui agli accordi del 17, 18 e 23 ottobre, 11 dicembre 2001 e 11 gennaio 2002, anche ai sensi dell'accordo 13 febbraio e 17 aprile 2002". Egli ha chiesto al Tribunale di Siracusa di accertare la nullità del termine apposto al contratto, di dichiarare l'esistenza di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato e di condannare l'azienda a riammetterlo in servizio e a risarcirgli il danno per perdita delle retribuzioni successive alla scadenza del termine. Il Tribunale ha dichiarato il termine nullo, ma ha respinto le altre domande, in quanto non ha ritenuto che la nullità del termine comportasse la conversione in rapporto a tempo indeterminato. Questa decisione è stata parzialmente riformata, in grado di appello, dalla Corte di Catania, che ha confermato la nullità del termine, per genericità della causale indicata e ha accolto anche le domande di riammissione in servizio e al risarcimento del danno. L'azienda ha proposto ricorso per cassazione censurando la decisione della Corte di Catania, tra l'altro, per avere ritenuto che l'art. 1 del decreto legislativo n. 368/2001 imponga la specificazione e non la sola indicazione delle ragioni dell'apposizione del termine e comunque per non avere considerato che la causale dell'assunzione doveva ritenersi sufficientemente specificata con il richiamo agli accordi sindacali e per avere posto a carico dell'azienda la prova dell'effettiva esistenza delle ragioni per l'assunzione.

La Suprema Corte (Sezione Lavoro n. 2279 del 1 febbraio 2010, Pres. De Luca, Rel. Ianniello) ha rigettato il ricorso dell'azienda nella parte concernente l'interpretazione dell'art. 1 d.lgs. n. 368/2001 e l'attribuzione dell'onere probatorio mentre lo ha accolto nella parte relativa all'omessa considerazione degli accordi sindacali.

L'art. 1 del D.Lgs. 6 settembre 2001 n. 368, relativo alla "attuazione della direttiva 1999/70/CE relativa all'accordo quadro sul lavoro a tempo determinato concluso dall'UNICE, dal CEEP e dal CES" - ha osservato la Corte - stabilisce ai primi due commi: 1 - E' consentita l'apposizione di un termine alla durata del rapporto di lavoro subordinato a fronte di ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostituito; 2 - L'apposizione del termine è priva di effetto se non risulta, direttamente o indirettamente, da atto scritto nel quale sono specificate le ragioni di cui al comma 1".

Le considerazioni della ricorrente sul significato da attribuire al termine "specificate" usato dall'art. 1 del decreto legislativo n. 368/01, nel senso di mera indicazione - ha affermato la Corte - non appaiono condivisibili; con l'espressione sopra riprodotta, di chiaro significato già alla stregua delle parole usate, il legislatore ha infatti inteso stabilire un vero e proprio onere di specificazione delle ragioni oggettive del termine finale, perseguendo la finalità di assicurare la trasparenza e la veridicità di tali ragioni nonché l'immodificabilità delle stesse nel corso del rapporto (così Corte Costituzionale sent. 14 luglio 2009 n. 214). Il decreto legislativo n. 368 del 2001, abbandonando il precedente sistema di rigida tipicizzazione delle causali che consentono l'apposizione di un termine finale al rapporto di lavoro (in parte già oggetto di ripensamento da parte del legislatore precedente), in favore di un sistema ancorato alla indicazione di clausole generali (ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo), cui ricondurre le singole situazioni legittimanti come individuate nel contratto - ha rilevato la Corte - si è infatti posto il problema, nel quadro disciplinare tuttora caratterizzato dal principio di origine comunitaria del contratto di lavoro a tempo determinato, del possibile abuso insito nell'adozione di una tale tecnica. Per evitare siffatto rischio di un uso indiscriminato dell'istituto, il legislatore ha imposto la trasparenza, la riconoscibilità e la verificabilità della causale assunta a giustificazione del termine, già a partire dal momento della stipulazione del contratto di lavoro, attraverso la previsione dell'onere di specificazione, vale a dire di una indicazione sufficientemente dettagliata della causale nelle sue componenti identificative essenziali, sia quanto al contenuto che con riguardo alla sua portata spazio-temporale e più in generale circostanziale. In altri termini, per le finalità indicate, - ha osservato la Corte - tali ragioni giustificatrici, contrariamente a quanto sostenuto in prima battuta dalla ricorrente, devono essere sufficientemente particolareggiate, in maniera da rendere possibile la conoscenza dell'effettiva portata delle stesse e quindi il controllo di effettività delle stesse. Che questo debba ritenersi il significato del termine "specificate" usato dall'art. 1, 2° comma del decreto legislativo, risulta del resto confermato dalla interpretazione della relativa disciplina anche alla luce della direttiva comunitaria a cui il decreto medesimo dà attuazione.

In proposito, è stato di recente chiarito dalla Corte di giustizia CE (cfr., in particolare sent. 23 aprile 2009 nei procc. riuniti da C - 378/07, Kiziaki e altri nonché sent. 22 novembre 2005, C - 144/04, Mondold) che l'accordo quadro trasfuso nella direttiva 1999/70/CE contiene nel preambolo e del testo sia norme riguardanti ogni tipo di contratto a termine sia norme riferibili esclusivamente al fenomeno della reiterazione di tale tipo di contratto e quindi ai lavoratori dei contratti a termine c.d. successivi. "Risulta infatti chiaramente sia dall'obiettivo perseguito dalla direttiva 1999/70,sia dall'accordo quadro della formulazione delle pertinenti disposizioni di esso, che ... l'ambito disciplinato da tale accordo non è limitato ai soli lavoratori con contratti di lavoro a tempo determinato successivi, ma che, al contrario, si estende a tutti i lavoratori che forniscono prestazioni retribuite nell'ambito di un determinato rapporto di lavoro che li vincola ai rispettivi datori di lavoro, indipendentemente dal numero di contratti a tempo determinato stipulati da tali lavoratori" (punto 120 alla medesima sentenza). Come è stato recentemente rilevato in dottrina - ha osservato la Corte - in tal modo la clausola di non regresso persegue lo scopo, in generale, di impedire arretramenti ingiustificati della tutela nella materia considerata, nella ricerca di un difficile equilibrio tra esigenze di modernizzazione dei sistemi sociali nazionali, flessibilità del rapporto per i datori e sicurezza per i lavoratori. A ciò consegue che una interpretazione del termine "specificate" che non consentisse, nella piena trasparenza, quel controllo di effettività, assicurato, seppur in maniera diversa, dalla disciplina previgente, risulterebbe in contrasto con la clausola di non regresso di cui alla clausola 8 n. 3 dell'accordo quadro recepito dalla direttiva, in quanto rappresenterebbe un ingiustificato arretramento in rapporto al precedente livello generale di tutela applicabile nello Stato italiano e finirebbe altresì per configurare un eccesso di delega da parte del governo rispetto a quanto stabilito dalla legge 29 dicembre 2000 n. 422, che a questo attribuisce unicamente il potere di attuare la direttiva 1999/70/CE, con la possibilità di apportare nei settori interessati dalla normativa da attuare unicamente modifiche o integrazioni necessarie ad evitare disarmonie tra le norme introdotte e quelle già vigenti.

Siffatta specificazione delle ragioni giustificatrici del termine - ha precisato la Corte - può risultare anche indirettamente nel contratto di lavoro e da esso per relationem in altri testi scritti accessibili alle parti, in particolare nel caso in cui, data la complessità e la articolazione del fatto organizzativo, tecnico o produttivo che è alla base della esigenza di assunzioni a termine, questo risulti analizzato in documenti specificatamente ad esso dedicati per ragioni di gestione consapevole e/o concordata con i rappresentanti del personale; ciò che la ricorrente deduce essere avvenuto nel caso in esame, in cui il contratto di lavoro di Gianfranco L. (che pur enuncia, nella prima parte, solo genericamente motivi attinenti ad esigenze aziendali) fa riferimento, per precisarne in concreto la portata, "all'attuazione delle previsioni di cui agli accordi 17, 18 e 23 ottobre, 11 dicembre 2001 e 11 gennaio 2002 anche ai sensi dell'accordo 13 febbraio e 17 aprile 2002". Da tali accordi, come riprodotti dalla difesa della società nelle parti di interesse (nel rispetto del principio di autosufficienza del ricorso per cassazione) - ha osservato la Corte - si desumerebbe infatti l'attivazione, nel periodo dagli stessi considerato e nell'ambito del processo di ristrutturazione in atto, di processi di mobilità del personale all'interno dell'azienda al fine di riequilibrarne la distribuzione su tutto il territorio nazionale nonché quanto alle mansioni, da posizioni sovradimensionate, in genere di staff, verso il servizio di recapito, carente di personale. In tale contesto, secondo la ricorrente, l'accordo 17 ottobre 2001, sul punto implicitamente richiamato anche nelle sedi contrattuali successive, prevederebbe che "La società potrà continuare a ricorrere all'attivazione di contratti a tempo determinato per sostenere il livello di servizio recapito durante la fase di realizzazione dei processi di mobilità di cui al presente accordo, ancorché nella prospettiva di ridurne gradualmente l'utilizzo". Infine, con l'ulteriore indicazione nel contratto di Gianfranco L. della sede lavorativa e delle mansioni cui era assegnato, risulterebbero, secondo la ricorrente, sufficientemente specificate le ragioni giustificative della clausola oppositiva del termine della sua assunzione. Attraverso il richiamo agli accordi collettivi citati, il contratto di lavoro di Gianfranco L., specificherebbe infatti, con riferimento alla sede di lavoro e alla posizione lavorativa di questi, che la causale del termine consiste nella necessità di coprire, temporaneamente e fino al progressivo esaurimento del processo di mobilità interaziendale di cui agli accordi medesimi, posizioni di lavoro scoperte, su tutto il territorio nazionale, presso il servizio recapito della società e quindi per ciò che riguarda mansioni e qualifiche ben individuate.

Ciò posto - ha affermato la Corte - il collegio rileva che i giudici di merito hanno omesso di esaminare gli elementi di specificazione emergenti dal contratto alla luce delle deduzioni della società, al fine di valutarne l'effettiva sussistenza nonché la sufficienza sul piano della ricorrenza o meno del requisito di cui al secondo comma dell'art. 1 del decreto legislativo, contenente sostanzialmente il loro giudizio di genericità all'interno della sola prima parte della causale enunciata nel contratto di lavoro determinato di Gianfranco L. Per tali motivi e nei limiti di essi - ha concluso la Corte - il ricorso va accolto, con la precisazione che, ove i giudici di merito, cui la causa va rinviata, valutino come sufficientemente specificata la causale, l'onere probatorio relativo alla effettiva ricorrenza nel concreto degli elementi così individuati, ivi compresa l'effettiva destinazione di Gianfranco L. nel corso del rapporto presso la sede di lavoro indicata, con la qualifica e le mansioni conseguenti, graverà sulla società datrice di lavoro e dovrà essere assolto sulla base della documentazione ritualmente acquisita al processo e della prova testimoniale dedotta, che la Corte territoriale ha erroneamente non ammesso, in quanto non ne ha esaminato la specificità e rilevanza alla luce dei principi qui indicati. Va infatti disattesa - ha affermato la Corte - la pretesa oggetto della prima parte del terzo motivo di ricorso, alla stregua della quale, nel nuovo sistema introdotto dal D.Lgs. n. 368/01 non graverebbe più sul datore di lavoro l'onere di provare le ragioni obiettive che giustificano la clausola oppositiva del termine, ma dovrebbe essere il lavoratore a dedurre e provare la non ricorrenza nel caso concreto della situazione enunciata per legittimare il termine; la Suprema Corte ha infatti avuto già modo di osservare che, anche anteriormente alla esplicita introduzione del comma "premesso" dall'art. 39 della legge 24 dicembre 2007 n. 247 (secondo cui "Il contratto di lavoro subordinato è stipulato di regola a tempo indeterminato"), l'art. 1 del D.Lgs. n. 368/01 ha confermato il principio generale secondo cui il rapporto di lavoro subordinato è normalmente a tempo indeterminato, costituendo pur sempre l'apposizione del termine una ipotesi derogatoria. Lo testimonia la stessa tecnica legislativa adottata dal decreto legislativo, secondo la quale l'apposizione del termine "è consentita" solo "a fronte" di determinate specifiche ragioni derogatorie, come tali normalmente da provare in giudizio da chi le deduce a sostegno delle proprie difese. Lo conferma poi il dato relativo alla "vicinanza" al datore di lavoro delle situazioni che consentono la deroga, anch'essa elemento normalmente significativo del conseguente carico probatorio in giudizio. Infine e soprattutto - ha concluso la Corte - un tale risultato ermeneutico è sostenuto dal richiamo alla c.d. clausola di non regresso contenuta nella direttiva a cui il decreto dà attuazione, alla luce delle argomentazioni in precedenza svolte nonché il riferimento al contenuto della delega alla base del decreto legislativo, limitato appunto sostanzialmente all'attuazione della direttiva, che non contiene disposizioni che si attaglino ad una diversa distribuzione dell'onere della prova con riguardo al primo o unico contratto di lavoro a tempo determinato.
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