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Autore Discussione: Perche' Poste non puo' chiudere  (Letto 1305 volte)
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Cassiopea
Utente non iscritto
« inserito:: Marzo 21, 2020, 07:25:54 »

Uffici postali: non si può chiudere per "equilibrio economico"

La sentenza del Consiglio di Stato: Poste deve garantire il "servizio universale"

Poste italiane spa deve contemperare nella gestione del servizio postale universale le esigenze di economicità gestionale proprie dello schema societario con quelle di carattere pubblicistico, insite nel carattere universale del servizio, talché è illegittima la chiusura di un ufficio postale motivata dalla sola esigenza di assicurare "l'equilibro economico". Questo è il principio fissato dalla sentenza del Consiglio di Stato, sesta sezione, del 23 novembre 2016 n. 4926.

Il fatto - Un Comune adiva il Tar Campania per chiedere l'annullamento del provvedimento di Poste italiane che disponeva la chiusura di due uffici postali. La domanda veniva accolta del giudice di prime cure e, successivamente all'appello proposto da Poste italiane, anche dal Consiglio di Stato, previa estromissione dal giudizio del ministero dello Sviluppo economico, che – in base alle previsioni di cui al decreto legge 6 dicembre 2011 n. 201 – non esercita più poteri di vigilanza sul servizio postale (trasferiti alla Autorità per le garanzie nelle comunicazioni) ed era pertanto privo di legittimazione passiva nella controversia.

Il servizio di pubblico interesse - La fornitura dei servizi relativi alla raccolta, allo smistamento, al trasporto ed alla distribuzione degli invii postali, nonché la realizzazione e l'esercizio della rete postale pubblica costituiscono attività di preminente interesse generale (articolo 1, comma 1, Dlgs 22 luglio 1999 n. 261) e, come tale, il fornitore del servizio universale, in base all'articolo del Dm 7 ottobre 2008 del ministero dello Sviluppo economico, deve assicurare un punto di accesso entro la distanza massima di:
• 3 chilometri dal luogo di residenza per il 75% della popolazione;
• 5 chilometri dal luogo di residenza per il 92,5% della popolazione;
• 6 chilometri dal luogo di residenza per il 97,5% della popolazione.
Il contratto di programma tra il ministero dello Sviluppo economico e Poste italiane richiama i citati criteri, alla stregua dei quali deve essere redatto il piano annuale degli interventi per la razionalizzazione della gestione degli uffici postali d'intesa con le autorità locali.

Le distanze e l'accessibilità - In relazione alle suddette distanze il Consiglio di Stato ha stabilito che "non è la mera misurazione chilometrica a dover essere presa in considerazione, ma anche la concreta idoneità dell'ufficio postale che rimane esistente ad assicurare un livello di servizio che presenti, anche per il territorio che viene sguarnito di un proprio ufficio, i connotati dell'universalità, vale a dire dell'accessibilità a chiunque a condizione economiche eque e ragionevoli del servizio". La distanza minima è, pertanto, un requisito necessario ma da solo non sufficiente perché possa ritenersi che il concessionario continui a garantire il servizio universale.
Il Consiglio di Stato, in relazione a questo aspetto, ha già affermato da un lato che il profilo delle distanze chilometriche va valutato "con estrema attenzione, rifuggendo da qualunque automatismo", dall'altro che "l'espressione ‘accessibilità al servizio' utilizzata dai criteri stabiliti dal decreto ministeriale non può prescindere dall'effettiva percorribilità delle strade di accesso all'ufficio postale in termini di reale fruibilità da parte dei cittadini" (Consiglio di Stato, VI, 9 febbraio 2015 n. 635 e 11 marzo 2015 n. 1262).

Il profitto - In tale prospettiva considerare il solo utile economico farebbe venir meno una delle ragioni stesse del servizio pubblico, vale a dire l'esigenza di assicurare a chiunque la ragionevole opportunità di poter fruire delle prestazioni del servizio medesimo, e regredirebbe a mera attività di impresa orientata al solo profitto, in condizioni di ingiustificabile monopolio od oligopolio.

La riapertura degli uffici postali - In conclusione occorre, quindi, un'istruttoria completa e approfondita, per rilevare in modo certo se la modifica del sistema di distribuzione degli uffici mantenga o meno inalterata la garanzia per i cittadini di fruire del servizio. Il Collegio, confermando la sentenza di primo grado, ha determinato la "riapertura" degli uffici postali nella considerazione che tale valutazione sugli effetti della soppressione degli uf-fici postali non risulta essere stata compiutamente effettuata.

(da Quotidiano Enti locali)

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Cassiopea
Utente non iscritto
« Risposta #1 inserito:: Marzo 22, 2020, 08:00:47 »

Uffici postali: non si può chiudere per "equilibrio economico"

La sentenza del Consiglio di Stato: Poste deve garantire il "servizio universale"

Poste italiane spa deve contemperare nella gestione del servizio postale universale le esigenze di economicità gestionale proprie dello schema societario con quelle di carattere pubblicistico, insite nel carattere universale del servizio, talché è illegittima la chiusura di un ufficio postale motivata dalla sola esigenza di assicurare "l'equilibro economico". Questo è il principio fissato dalla sentenza del Consiglio di Stato, sesta sezione, del 23 novembre 2016 n. 4926.

Il fatto - Un Comune adiva il Tar Campania per chiedere l'annullamento del provvedimento di Poste italiane che disponeva la chiusura di due uffici postali. La domanda veniva accolta del giudice di prime cure e, successivamente all'appello proposto da Poste italiane, anche dal Consiglio di Stato, previa estromissione dal giudizio del ministero dello Sviluppo economico, che – in base alle previsioni di cui al decreto legge 6 dicembre 2011 n. 201 – non esercita più poteri di vigilanza sul servizio postale (trasferiti alla Autorità per le garanzie nelle comunicazioni) ed era pertanto privo di legittimazione passiva nella controversia.

Il servizio di pubblico interesse - La fornitura dei servizi relativi alla raccolta, allo smistamento, al trasporto ed alla distribuzione degli invii postali, nonché la realizzazione e l'esercizio della rete postale pubblica costituiscono attività di preminente interesse generale (articolo 1, comma 1, Dlgs 22 luglio 1999 n. 261) e, come tale, il fornitore del servizio universale, in base all'articolo del Dm 7 ottobre 2008 del ministero dello Sviluppo economico, deve assicurare un punto di accesso entro la distanza massima di:
• 3 chilometri dal luogo di residenza per il 75% della popolazione;
• 5 chilometri dal luogo di residenza per il 92,5% della popolazione;
• 6 chilometri dal luogo di residenza per il 97,5% della popolazione.
Il contratto di programma tra il ministero dello Sviluppo economico e Poste italiane richiama i citati criteri, alla stregua dei quali deve essere redatto il piano annuale degli interventi per la razionalizzazione della gestione degli uffici postali d'intesa con le autorità locali.

Le distanze e l'accessibilità - In relazione alle suddette distanze il Consiglio di Stato ha stabilito che "non è la mera misurazione chilometrica a dover essere presa in considerazione, ma anche la concreta idoneità dell'ufficio postale che rimane esistente ad assicurare un livello di servizio che presenti, anche per il territorio che viene sguarnito di un proprio ufficio, i connotati dell'universalità, vale a dire dell'accessibilità a chiunque a condizione economiche eque e ragionevoli del servizio". La distanza minima è, pertanto, un requisito necessario ma da solo non sufficiente perché possa ritenersi che il concessionario continui a garantire il servizio universale.
Il Consiglio di Stato, in relazione a questo aspetto, ha già affermato da un lato che il profilo delle distanze chilometriche va valutato "con estrema attenzione, rifuggendo da qualunque automatismo", dall'altro che "l'espressione ‘accessibilità al servizio' utilizzata dai criteri stabiliti dal decreto ministeriale non può prescindere dall'effettiva percorribilità delle strade di accesso all'ufficio postale in termini di reale fruibilità da parte dei cittadini" (Consiglio di Stato, VI, 9 febbraio 2015 n. 635 e 11 marzo 2015 n. 1262).

Il profitto - In tale prospettiva considerare il solo utile economico farebbe venir meno una delle ragioni stesse del servizio pubblico, vale a dire l'esigenza di assicurare a chiunque la ragionevole opportunità di poter fruire delle prestazioni del servizio medesimo, e regredirebbe a mera attività di impresa orientata al solo profitto, in condizioni di ingiustificabile monopolio od oligopolio.

La riapertura degli uffici postali - In conclusione occorre, quindi, un'istruttoria completa e approfondita, per rilevare in modo certo se la modifica del sistema di distribuzione degli uffici mantenga o meno inalterata la garanzia per i cittadini di fruire del servizio. Il Collegio, confermando la sentenza di primo grado, ha determinato la "riapertura" degli uffici postali nella considerazione che tale valutazione sugli effetti della soppressione degli uf-fici postali non risulta essere stata compiutamente effettuata.

(da Quotidiano Enti locali)



ansa.it
Le nuove misure restrittive annunciate sono valide fino al 3 aprile.  "Abbiamo deciso di chiudere in tutta Italia ogni attività produttiva che non sia cruciale, indispensabile, a garantirci beni e servizi essenziali" ha spiegato Conte. "Continueranno a venire assicurati i servizi bancari, postali, assicurativi e finanziari" ha anche detto.
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« Risposta #2 inserito:: Marzo 22, 2020, 21:16:46 »

Buongiorno il Presidende del Consiglio dei Ministri ha fatto riferimento ai servizi essenziali e citato tra questi  uffici pubblici , banche, poste.
Da ormai due settimane nella mia zona, per il servizio essenziale svolto dal Comune: si va solo dopo appuntamento telefonico e valutato se quanto richiesto è effettivamente essenziale o se si può fornire senza recarsi in ufficio,  stessa procedura per i servizi bancari. Posso capire dei ritardi iniziali ma mi fa male sapere che in queste due settimane non si sia data un limitazione alle operazioni da svolgere allo sportello.
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« Risposta #3 inserito:: Marzo 23, 2020, 07:06:30 »

Buongiorno il Presidende del Consiglio dei Ministri ha fatto riferimento ai servizi essenziali e citato tra questi  uffici pubblici , banche, poste.
Da ormai due settimane nella mia zona, per il servizio essenziale svolto dal Comune: si va solo dopo appuntamento telefonico e valutato se quanto richiesto è effettivamente essenziale o se si può fornire senza recarsi in ufficio,  stessa procedura per i servizi bancari. Posso capire dei ritardi iniziali ma mi fa male sapere che in queste due settimane non si sia data un limitazione alle operazioni da svolgere allo sportello.

Nel mio comune un impiegato di banca è risultato positivo, tutti in quarantena, sia impiegati che clienti e banca chiusa. Aspettiamoci dopo le pensioni ( tempo stimato 15 giorni un mese) una chiusura massiva di uffici per quarantena forzata.
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« Risposta #4 inserito:: Marzo 23, 2020, 21:29:19 »

Nel mio comune un impiegato di banca è risultato positivo, tutti in quarantena, sia impiegati che clienti e banca chiusa. Aspettiamoci dopo le pensioni ( tempo stimato 15 giorni un mese) una chiusura massiva di uffici per quarantena forzata.
Perche' essere pessimisti ?
Perche' non essere ottimisti ?
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« Risposta #5 inserito:: Marzo 24, 2020, 00:05:49 »

Perche' essere pessimisti ?
Perche' non essere ottimisti ?


Il momento non è dei più rosei, stanno avvenendo fenomeni che lasciano poco spazio all'ottimismo. Temo che questo virus ce lo trascineremo fino almeno all'estate.
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« Risposta #6 inserito:: Marzo 24, 2020, 07:46:15 »

Il momento non è dei più rosei, stanno avvenendo fenomeni che lasciano poco spazio all'ottimismo. Temo che questo virus ce lo trascineremo fino almeno all'estate.

E' vero !
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« Risposta #7 inserito:: Marzo 27, 2020, 23:33:02 »

Ricevo e condivido sul forum

*Un interessante riflessione di un amico, sulla nota emanata pochi dalla Commissione di Garanzia*Un interessante riflessione di un amico, sulla nota emanata pochi dalla Commissione di Garanzia per l'Esercizio dello Sciopero.*
Meno male che c'è una chiara presa di posizione, da parte della Segreteria sindacale, a riguardo di una sgradevole e ambigua delibera della "Commissione di Garanzia sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali", che si presta a indebite interpretazioni che, se confermate, presuppongono l'ABUSO DI POTERE. Quella Commissione di Garanzia, non è il Garante dello sciopero, (che non esiste), come appreso in notiziari televisivi, ma solo una struttura per l'applicazione della legge 146/90 e successive modifiche, organismo di promanazione parlamentare. Cioè deve controllare e sovraintendere alla corretta esecuzione della Legge, che per definizione, è limitata ad ambiti pubblicistici. La legge ha lo scopo di CONTEMPERARE il diritto costituzionale all'esercizio dello sciopero, con gli altrettanto costituzionali diritti dei cittadini utenti all'accesso ai servizi pubblici essenziali.
Di sicuro non è compito della CGSSE decretare sul generale diritto di sciopero, né tampoco "invitare" le Organizzazioni Sindacali ad astenersi dallo sciopero, che oltre a essere diritto costituzionale è perfino intangibile diritto individuale!
Il suo compito è riferito e limitato all'applicazione della Legge e nulla più.
Ora però tale intervento dà anche legittimo spunto a qualche riflessione su quelle norme, sulla loro attualità, sui compiti, veri o presunti, di questo Organismo e, da ultimo sulla situazione in essere, tanto più in presenza di un intervento piuttosto inopportuno.
La Legge è del 1990 e la successiva modifica è del 2000. Quante cose sono cambiate nel panorama delle aziende pubbliche e private erogatrici di servizi pubblici definiti essenziali, che operano sul mercato, da allora ad oggi? Prendiamo il caso delle Poste, azienda da cui il presente pensionato proviene: oggi è un'azienda parabancaria, con utili stratosferici, al 99% commerciale. Perché un'Azienda così dovrebbe godere delle speciali protezioni dal diritto di sciopero, riservate alla protezione dei diritti costituzionali dei cittadini?
Attenzione, parlo di diritti costituzionali, e veniamo all'oggi: perché gli uffici postali devono essere aperti all'accettazione di bollettini di conto corrente rivolti a Frate Indovino e similari, che servizio pubblico essenziale non sono? Cioè perché dovrebbero esporre i lavoratori e pure la popolazione a rischio contagio?
E perché devono essere aperti a operazioni, che possono essere oggi tranquillamente svolte da postamat o on line? E perché debbono pagare pensioni che possono essere tranquillamente accreditate su conto corrente, ormai da trent'anni (quindi anche avendo superato abbondantemente i limiti di accesso consapevoli, precedentemente presenti nella popolazione anziana)?
Quello delle Poste è solo un esempio, uno dei tanti, potrei continuare con le TLC, ma il dato è uno solo: l'attentato al diritto di sciopero è anticostituzionale, la tutela dei diritti dei cittadini utenti dei servizi pubblici essenziali è stata in molti campi minata  non dagli scioperi ma dalle privatizzazioni, la Commissione di Garanzia per l'Esercizio dello Sciopero nei Servizi Pubblici Essenziali, non solo non può decretare, ma non può neanche trascendere nell'abuso di potere, neanche giocando dell'ambiguità dei suoi deliberati. per l'Esercizio dello Sciopero.*
Meno male che c'è una chiara presa di posizione, da parte della Segreetria sindacale, a riguardo di una sgradevole e ambigua delibera della "Commissione di Garanzia sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali", che si presta a indebite interpretazioni che, se confermate, presuppongono l'ABUSO DI POTERE. Quella Commissione di Garanzia, non è il Garante dello sciopero, (che non esiste), come appreso in notiziari televisivi, ma solo una struttura per l'applicazione della legge 146/90 e successive modifiche, organismo di promanazione parlamentare. Cioè deve controllare e sovraintendere alla corretta esecuzione della Legge, che per definizione, è limitata ad ambiti pubblicistici. La legge ha lo scopo di CONTEMPERARE il diritto costituzionale all'esercizio dello sciopero, con gli altrettanto costituzionali diritti dei cittadini utenti all'accesso ai servizi pubblici essenziali.
Di sicuro non è compito della CGSSE decretare sul generale diritto di sciopero, né tampoco "invitare" le Organizzazioni Sindacali ad astenersi dallo sciopero, che oltre a essere diritto costituzionale è perfino intangibile diritto individuale!
Il suo compito è riferito e limitato all'applicazione della Legge e nulla più.
Ora però tale intervento dà anche legittimo spunto a qualche riflessione su quelle norme, sulla loro attualità, sui compiti, veri o presunti, di questo Organismo e, da ultimo sulla situazione in essere, tanto più in presenza di un intervento piuttosto inopportuno.
La Legge è del 1990 e la successiva modifica è del 2000. Quante cose sono cambiate nel panorama delle aziende pubbliche e private erogatrici di servizi pubblici definiti essenziali, che operano sul mercato, da allora ad oggi? Prendiamo il caso delle Poste, azienda da cui il presente pensionato proviene: oggi è un'azienda parabancaria, con utili stratosferici, al 99% commerciale. Perché un'Azienda così dovrebbe godere delle speciali protezioni dal diritto di sciopero, riservate alla protezione dei diritti costituzionali dei cittadini?
Attenzione, parlo di diritti costituzionali, e veniamo all'oggi: perché gli uffici postali devono essere aperti all'accettazione di bollettini di conto corrente rivolti a Frate Indovino e similari, che servizio pubblico essenziale non sono? Cioè perché dovrebbero esporre i lavoratori e pure la popolazione a rischio contagio? E perché devono essere aperti a operazioni, che possono essere oggi tranquillamente svolte da postamat o on line? E perché debbono pagare pensioni che possono essere tranquillamente accreditate su conto corrente, ormai da trent'anni (quindi anche avendo superato abbondantemente i limiti di accesso consapevoli, precedentemente presenti nella popolazione anziana)?
Quello delle Poste è solo un esempio, uno dei tanti, potrei continuare con le TLC, ma il dato è uno solo: l'attentato al diritto di sciopero è anticostituzionale, la tutela dei diritti dei cittadini utenti dei servizi pubblici essenziali è stata in molti campi minata  non dagli scioperi ma dalle privatizzazioni, la Commissione di Garanzia per l'Esercizio dello Sciopero nei Servizi Pubblici Essenziali, non solo non può decretare, ma non può neanche trascendere nell'abuso di potere, neanche giocando dell'ambiguità dei suoi deliberati.
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