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Autore Discussione: sentenze di cassazione contratti art.1 sub d.lvo 368/2001  (Letto 22049 volte)
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« inserito:: Novembre 17, 2009, 15:07:58 »

Citazione
COMMENTO DELLO STUDIO

Cassazione 12985/2008

la prima sentenza della cassazione sul D.Lgs. 368/2001. La nullità del termine apposto al contratto comporta la conversione del rapporto a termine in rapporto a tempo indeterminato


E’ stata pubblicata una delle prime sentenze delle cause discusse all’udienza del 28 febbraio 2008, nel corso della quale, per la prima volta, sono stati trattati in Cassazione i contratti stipulati da Poste ai sensi della nuova disciplina legislativa costituita dal D.Lgs. 368/2001.

Il provvedimento in esame, sentenza n. 12985, depositata il 21 maggio 2008 (leggi la sentenza - scarica la sentenza), affronta, positivamente, una questione della massima importanza, ovvero che, ove il termine indicato nel contratto risulta nullo, perché apposto senza la motivazione di cui all’art. 1 del D.Lgs. 368/2001 (cioè senza l’indicazione delle ragioni di ordine organizzativo, sostitutivo, ecc,o perché tali ragioni, ancorché indicate, risultino poi insussistenti) il contratto a termine si trasforma in contratto a tempo indeterminato.

Con la conseguenza che il Giudice può ordinare la ricostituzione del rapporto e ordinare al datore di lavoro di riassumere il dipendente.

La decisione della Corte, ancorché importante, come detto, non è inaspettata.

Secondo l’interpretazione data da Poste e dai datori di lavoro (e dai giuristi vicino alle loro posizioni), infatti, il D.Lgs. 368/2001 si limita a prevedere esplicitamente la trasformazione a tempo indeterminato del contratto solo in caso di nullità della proroga del contratto e in ipotesi di successione di contratti a termine. Dunque, nulla prevedendo la legge in ipotesi di nullità del termine apposto al contratto, non sarebbe possibile la trasformazione in contratto a tempo indeterminato e, di conseguenza, la ricostituzione del rapporto e l’ordine di riassunzione da parte del giudice.

Si tratta, come è evidente, di una posizione del tutto estremizzata. In effetti il D.Lgs. non prevede esplicitamente la trasformazione in contratto a tempo indeterminato in ipotesi di nullità del termine, ma considerando la funzione di tutela del contraente più debole della normativa (e della direttiva 1999/70/CE), la soluzione non poteva che essere quella accolta dalla sentenza che qui si commenta.

Non prevedere al trasformazione avrebbe infatti significato che il lavoratore non avrebbe avuto più tutela alcuna: se il termine è nullo (perché non indicato o perché indicato falsamente) non ne sarebbe discesa alcuna conseguenza, con l’effetto che il datore inadempiente agli obblighi imposti dalla legge sarebbe rimasto impunito. E il lavoratore gabbato (o, se ci si consente l’espressione, cornuto e mazziato).

Dunque la Cassazione non poteva che prendere la decisione che ha preso.

Quello che rileva, semmai, è che la decisione che qui si commenta (per agevolare la consultazione, si precisa che la motivazione che qui interessa inizia da pag. 7 in poi) è particolarmente approfondita e, per tal motivo, sembra costituire un precedente destinato a rimanere definitivo.

Dunque è ora pacifico che i contratti a termine il cui termine è nullo si trasformeranno in contratti a tempo indeterminato e il giudice potrà ordinare la ricostituzione del rapporto e ordinare al datore di riassumere il dipendente.

La Cassazione non ha invece ancora affrontato il problema della cd. “specificità”, ovvero la necessità che la ragione dell’apposizione del termine deve essere indicata in modo preciso (la questione è rilevante nelle cause di Poste in quanto gran parte dei contratti portano una motivazione alquanto generica o, addirittura, riferita a più motivazioni). Sul punto, a pag. 6, si dice esplicitamente che la questione non era stata affrontata da Poste nel ricorso. Sarà dunque oggetto di successive decisioni.

Un’ultima notazione: a pag. 4 la sentenza commentata esclude che il giudice debba attivarsi per verificare l’aliunde perceptum (ovvero quelle somme che il lavoratore ha guadagnato nelle more del giudizio e che determinano una diminuzione dell’entità del risarcimento del danno spettategli dalla costituzione in mora sino alla sentenza di ripristino del rapporto) dal lavoratore ai fini della quantificazione del risarcimento del danno. La pretesa dei datori di lavoro (di Poste, in particolare, è che il Giudice dovesse ordinare al lavoratore o agli uffici del imposte la produzione in giudizio di tutte le certificazioni dei redditi al fine di ridimensionare il risarcimento dovuto.

La Corte ha ritenuto che l’onere della prova di dimostrare altri redditi del lavoratore spetta al datore che eccepisce la circostanza e che la richiesta svolta ha natura meramente esplorativa e dunque si presenta inaccoglibile.

A giorni dovrebbero uscire altre sentenze di cause discusse il 28 febbraio e le stese verranno tempestivamente pubblicate su questo sito
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« Risposta #1 inserito:: Novembre 17, 2009, 15:08:23 »

Citazione
REPUBBLICA ITALIANA Ud. 28/02/08
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO R.G.N. 26903/2005
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE LAVORO

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

POSTE ITALIANE S.P.A., in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA VIA PO 25/B, presso lo
studio dell'avvocato PESSI ROBERTO, rappresentata e difesa dall'avvocato TRIFIRO' SALVATORE, giusta delega in atti;
- ricorrente -

contro
S.O., I.L., B.B., I. P., T.D., R.F., C.G., Z.R., elettivamente domiciliati in ROMA VIA GIOVANNI BETTOLO 4, presso lo studio;
- controricorrenti -

avverso la sentenza n. 725/04 della Corte d'Appello di MILANO, depositata il 26/10/04 R.G.N. 591/04 +3;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 28/02/08 dal Consigliere Dott. Vittorio NOBILE;
udito l'Avvocato FIORILLO per delega TRIFIRO';
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. PATRONE Ignazio, che ha concluso per l'accoglimento del ricorso per
B., T. e R.; rigetto per Z..

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenze n. 231/2003 (nelle cause riunite promosse da S. O., I.L., I.P. e B.B. contro la s.p.a. Poste Italiane) e n. 284/2003 (nelle cause riunite promosse da T.D., R.F., C.G. e Z.R. contro la stessa societa') il Giudice del lavoro del Tribunale di Como respingeva le domande dei lavoratori tese ad ottenere l'accertamento della illegittimita' del termine apposto ai loro contratti di lavoro stipulati con la societa' in forza di clausola di contratto collettivo e l'accertamento del rapporto a tempo indeterminato fin dall'inizio, con condanna della societa' alla riammissione in servizio e a pagare le retribuzioni maturate, oltre interessi e rivalutazione.
Avverso le dette sentenze proponevano appelli i lavoratori rispettivamente soccombenti e la societa' resisteva ai gravami.
La Corte d'Appello di Milano, con sentenza depositata il 26-10-2004, riunite le cause, in riforma delle sentenze appellate, accertava l'esistenza di contratto di lavoro a tempo indeterminato tra la societa' e gli attori (rispettivamente per S. dal 14-11-2000, per I.P. dal 26-10-98, per B. dal 6-7-98, per I.L. dal 12-10-2000, per T. dal 1-7-2002, per R. dal 1-6-2001, per Z. dal 3-4-2000, per C. dal 9-11-2001) e condannava la societa' a riammetterli in servizio e a pagare loro le retribuzioni dalla data di costituzione in mora, oltre interessi e rivalutazione dalle singole scadenze successive alla mora; condannava infine la societa' a pagare le spese del doppio grado in favore di ciascun attore.
Per la cassazione della detta sentenza ha proposto ricorso la s.p.a. Poste Italiane con sette motivi.
I lavoratori hanno resistito con controricorso.
La societa', infine, ha depositato atto di rinuncia al ricorso nei confronti della S., dello I.L. e della I. P., notificato alle controparti, nonche' verbali di conciliazione in sede sindacale relativi agli stessi ed altresi' alla C., depositando, da ultimo anche memoria ex art. 378 c.p.c..

MOTIVI DELLA DECISIONE

Preliminarmente, nei confronti della S., dello I.L. e della I.P., rilevato che la societa' ha depositato atto di rinuncia al ricorso notificato alle dette controparti (nonche' verbali di conciliazione in sede sindacale in date 22-3-2006, 13-4-2006 e 4-5-2006), osserva la Corte che il giudizio deve essere dichiarato estinto ai sensi dell'art. 391 cod. proc. civ., ricorrendone tutti i presupposti. Tenuto conto, inoltre, del contenuto dell'accordo transattivo intervenuto tra le parti e che costituisce il presupposto della rinuncia al ricorso, si ritiene conforme a giustizia compensare integralmente tra la societa' e le dette parti le spese del giudizio di cassazione.
Per quanto riguarda, poi, la C., dal verbale di conciliazione prodotto risulta che le parti hanno raggiunto un accordo transattivo concernente la controversia de qua, dandosi atto dell'intervenuta amichevole e definitiva conciliazione a tutti gli effetti di legge e dichiarando che - in caso di fasi giudiziali ancora aperte - le stesse saranno definite in coerenza con il presente verbale".
Ad avviso del Collegio il suddetto verbale di conciliazione si palesa idoneo a dimostrare la cessazione della materia del contendere nel giudizio di cassazione ed il conseguente sopravvenuto difetto di interesse delle parti a proseguire il processo; alla cessazione della materia del contendere consegue pertanto la declaratoria di inammissibilita' del ricorso in quanto l'interesse ad agire, e quindi anche ad impugnare, deve sussistere non solo nel momento in cui e' proposta l'azione o l'impugnazione, ma anche nel momento della decisione, in relazione alla quale, ed in considerazione della domanda originariamente formulata, va valutato l'interesse ad agire (Cass. S.U. 29 novembre 2006 n. 25278).
In definitiva il ricorso nei confronti della C. deve essere dichiarato inammissibile per sopravvenuta carenza di interesse, parimenti compensandosi le spese tra le parti, in considerazione del contenuto dell'accordo transattivo. In tal modo resta da esaminare il ricorso nei confronti del B., della Z., della R. e del T..
Nei confronti del B., in particolare, la societa' ricorrente, con il secondo motivo denunciando violazione dell'art. 112 c.p.c. e vizio di motivazione, deduce che erroneamente la impugnata sentenza ha accertato l'esistenza di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato dal 6-7-1998, sebbene il B. "non abbia mai impugnato tale contratto, ne' abbia allegato alcun vizio di legittimita' del medesimo, ne' abbia chiesto l'accertamento della sussistenza di un rapporto a tempo indeterminato" da tale data.
Il motivo e' fondato.
Il contratto del 6-7-98 non era oggetto di domanda ne' era in contestazione (vedi ricorso di primo grado e relative conclusioni, richiamate dalla ricorrente). Dalla stessa lettura della sentenza impugnata, poi, (oltre che dalla dettagliata narrativa contenuta nel controricorso) si evince che il B., nelle conclusioni dell'atto di appello (riportate per esteso), aveva chiesto l'accertamento della nullita' del termine apposto "ai contratti di lavoro del 1-12-1999 ... "e seguenti, con la declaratoria della sussistenza di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato "a far tempo dal 1-12-1999 (o da quella successiva data che il Giudice accertera')".
Evidente e', quindi, la violazione dell'art. 112 c.p.c. e del principio della domanda, cosi' come evidente e' la contraddizione tra le conclusioni dell'appellante B. (riportate in sentenza) e la decisione relativa allo stesso. Con riferimento al B., pertanto, la sentenza impugnata va cassata, in relazione al secondo motivo di ricorso, e, non essendo, necessari ulteriori accertamenti di fatto, va decisa nel merito.
Il termine, infatti, apposto al primo contratto in contestazione (del 1-12-1999) risulta illegittimo, trattandosi di contratto stipulato per "esigenze eccezionali" ex acc. sind. 25-9-1997 successivamente al 30-4-1998, scadenza ultima indicata dalle parti negli accordi attuativi per "procedere ad assunzioni di personale straordinario con contratto a tempo determinato" in base al citato accordo, al di la della quale, come ha, tra l'altro, affermato anche la impugnata sentenza le assunzioni risultano "prive di strumento derogatorio".
Al riguardo, con numerose sentenze questa Corte Suprema (cfr., ex plurimis, Cass. 23 agosto 2006 n. 18378), decidendo su fattispecie sostanzialmente identiche a quella in esame, ha confermato le sentenze dei giudici di merito che hanno dichiarato illegittimo il termine apposto a contratti stipulati, in base alla previsione dell'accordo integrativo del 25 settembre 1997 sopra richiamato (esigenze eccezionali, conseguenti alla fase di ristrutturazione ..), dopo il 30 aprile 1998.
Richiamato quanto gia' affermato circa la configurabilita', in relazione alla L. n. 56 del 1987, art. 23, di una vera e propria delega in bianco a favore dei sindacati nell'individuazione di nuove ipotesi di apposizione di un termine alla durata del rapporto di lavoro, e premesso altresi' che in forza della sopra citata delega in bianco le parti sindacali hanno individuato, quale nuova ipotesi di contratto a termine, quella di cui al citato accordo integrativo del 25 settembre 1997, la giurisprudenza di questa Corte ha ritenuto corretta l'interpretazione dei giudici di merito che, con riferimento al distinto accordo attuativo sottoscritto in pari data ed al successivo accordo attuativo sottoscritto in data 16 gennaio 1998, ha ritenuto che con tali accordi le parti abbiano convenuto di riconoscere la sussistenza fino al 31 gennaio 1998 (e poi in base al secondo accordo attuativo, fino al 30 aprile 1998), della situazione di cui al citato accordo integrativo, con la conseguenza che, per far fronte alle esigenze derivanti da tale situazione, l'impresa poteva procedere (nei suddetti limiti temporali) ad assunzione di personale straordinario con contratto tempo determinato; da cio' deriva che deve escludersi la legittimita' dei contratti a termine stipulati dopo il 30 aprile 1998 in quanto privi di presupposto normativo. Questa Corte ha osservato in particolare che la suddetta interpretazione degli accordi attuativi non viola alcun canone ermeneutico atteso che il significato letterale delle espressioni usate e' cosi' evidente e univoco che non necessita di un piu' diffuso ragionamento al fine della ricostruzione della volonta' delle parti; infatti nell'interpretazione delle clausole dei contratti collettivi di diritto comune, nel cui ambito rientrano sicuramente gli accordi sindacali sopra riferiti, si deve fare innanzitutto riferimento al significato letterale delle espressioni usate e, quando esso risulti univoco, e' precluso il ricorso a ulteriori criteri interpretativi, i quali esplicano solo una funzione sussidiaria e complementare nel caso in cui il contenuto del contratto si presti a interpretazioni contrastanti (cfr., ex
plurimis, Cass. n. 28 agosto 2003 n. 12245, Cass. 25 agosto 2003 n. 12453).
Inoltre e' stato rilevato che tale interpretazione e' rispettosa del canone ermeneutico di cui all'art. 1367 cod. civ. a norma del quale, nel dubbio, il contratto o le singole clausole devono interpretarsi nel senso in cui possano avere qualche effetto, anziche' in quello secondo cui non ne avrebbero alcuno; ed infatti la stessa attribuisce un significato agli accordi attuativi de quibus (nel senso che con essi erano stati stabiliti termini successivi di scadenza alla facolta' di assunzione a tempo, termini che non figuravano nel primo accordo sindacale del 25 settembre 1997); diversamente opinando, ritenendo cioe' che le parti non avessero inteso introdurre limiti temporali alla deroga, si dovrebbe concludere che gli accordi attuativi, cosi' definiti dalle parti sindacali, erano "senza senso" (cosi' testualmente Cass. n. 14 febbraio 2004 n. 2866).
Infine, questa Corte ha ritenuto corretta, nella ricostruzione della volonta' delle parti come operata dai giudici di merito, l'irrilevanza attribuita all'accordo del 18 gennaio 2001 in quanto stipulato dopo oltre due anni dalla scadenza dell'ultima proroga, e cioe' quando il diritto del soggetto si era gia' perfezionato; ed infatti, ammesso che le parti abbiano espresso l'intento di interpretare autenticamente gli accordi precedenti, con effetti comunque di sanatoria delle assunzioni a termine effettuate senza la copertura dell'accordo 25 settembre 1997 (scaduto in forza degli accordi attuativi), la suddetta conclusione e' comunque conforme alla regala iuris dell'indisponibilita' dei diritti dei lavoratori gia' perfezionatisi, dovendosi escludere che le parti stipulanti avessero il potere, anche mediante lo strumento dell'interpretazione autentica (previsto solo per lo speciale settore del lavoro pubblico, secondo la disciplina nel D.Lgs. n. 165 del 2001), di autorizzare retroattivamente la stipulazione di contratti a termine non piu' legittimi per effetto della durata in precedenza stabilita (vedi, per tutte, Cass. 12 marzo 2004 n. 5141). In base a tale orientamento ed al valore dei relativi precedenti, pur
riguardanti la interpretazione di norme collettive (cfr. Cass. 29-7-2005 n. 15969, Cass. 21-3-2007 n. 6703), accertata la nullita' del termine apposto al primo contratto in contestazione del B., va dichiarata la sussistenza di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato dal 1-12-1999 e la societa' va condannata alla riammissione in servizio del B. e al pagamento, in favore dello stesso, delle retribuzioni dalla data di costituzione in mora della societa', oltre interessi e rivalutazione dalle singole scadenze successive alla mora, cosi' come disposto nell'impugnata sentenza, la quale, sul punto, resiste alle censure di parte ricorrente contenute nel sesto e settimo motivo (rivolto nei confronti di tutti i controricorrenti ed anche del B.).
Al riguardo va, infatti, osservato, da un lato, che in sede di condanna generica, con decorrenza dalla messa in mora (come quella emessa nell'impugnata sentenza), non e' necessaria la indicazione specifica della data della costituzione in mora, e dall'altro che, sull'aliunde perceptum, come pure ha rilevato la Corte di merito, la societa' nulla ha provato, e neppure ha specificamente allegato (sul punto v. da ultimo Cass. 10-8-2007 n. 17606, Cass. 20-6-2006 n. 14131), incentrando, peraltro, la odierna censura soltanto sul mancato accoglimento di richieste meramente esplorative.
Per quanto riguarda, poi, le spese di lite la societa' va altresi' condannata al rimborso, in favore del B., delle spese dei gradi di merito, come liquidate nell'impugnata sentenza, mentre ricorrono giusti motivi, in considerazione dell'errore in cui e' incorsa la Corte territoriale, per compensare le spese di
legittimita' tra la societa' e lo stesso B..
Passando all'esame del ricorso nei confronti della Z., la considerazione dell'impugnata sentenza, sopra gia' ricordata, circa la scadenza ultima del 30-4-1998, fissata dagli accordi attuativi dell'acc. sind. del 25-9-97, e la affermazione che le assunzioni successive a tale scadenza (ed anteriori al c.c.n.l. del 2001) sono "prive di strumento derogatorio" risultano, come sopra, idonee a sostenere da sola la impugnata decisione, relativamente alla illegittimita' del contratto de quo del 3-4-2000, la quale resiste alla censura della societa' ricorrente (contenuta nel quarto motivo), rivolta, in sostanza, alla affermazione della natura meramente ricognitiva degli accordi citati. Risulta, quindi, superfluo - cfr.: Cass. 21-6-2004 n. 11505, Cass. 6-6-2003 n. 9131, Cass. sez. 1^ 18-5-2005 n. 10420 - l'esame del primo e del terzo motivo, con i quali, in sostanza, la ricorrente deduce la contraddittorieta' e la infondatezza della ulteriore considerazione della Corte di merito circa la necessita' per le parti collettive - in sede di determinazione delle ipotesi L. n. 56 del 1987, ex art. 23 - della previsione di "un limite temporale", insito nel sistema, L. n. 230 del 1962, ex art. 1).
Il sesto ed il settimo motivo risultano, poi, infondati anche nei confronti della Z., per le stesse considerazioni sopra svolte con riferimento al B..
Il ricorso va pertanto respinto nei confronti della Z. e le spese tra quest'ultima e la societa' vanno compensate, ricorrendo giusti motivi in considerazione della parziale novita' delle questioni.
Passando all'esame del ricorso nei confronti della R., la societa' ricorrente, in particolare, con la censura contenuta nel terzo motivo, deduce un "analogo vizio di contraddittorieta' della motivazione e di erronea applicazione della normativa legale (L. n. 56 del 1987, art. 23", nonche' di violazione del principio della "delega in bianco", laddove la sentenza impugnata, con riferimento all'ipotesi pattizia di cui all'art. 25 c.c.n.l. 2001, ha ritenuto la
illegittimita' della stessa, affermando che "la predetta causale" sarebbe invalida "in difetto dell'indicazione di un termine", traducendosi "di fatto nell'indeterminata sospensione dell'intero regime ordinario delle assunzioni da effettuarsi da questa sola societa', e quindi nel capovolgimento del rapporto tra regola ed eccezione", con conseguente nullita' del termine apposto al contratto 1-6-2001/30-9-2001 (anteriore all'entrata in vigore del D.Lgs. n. 368
del 2001).
La censura e' fondata.
Questa Corte Suprema (cfr. Cass. 26 settembre 2007 n. 20162) decidendo su una fattispecie analoga, ha cassato la sentenza del giudice di merito che ha dichiarato illegittimo il termine apposto ad un contratto stipulato in base alla previsione della norma contrattuale sopra citata.
Questa Corte ha osservato, in linea generale, che la L. 28 febbraio 1987, n. 56, art. 23, nel demandare alla contrattazione collettiva la possibilita' di individuare - oltre le fattispecie tassativamente previste dalla L. 18 aprile 1962 n. 230, art. 1 e successive modifiche nonche' dal D.L. 29 gennaio 1983, n. 17, art. 8 bis convertito con modificazioni dalla L. 15 marzo 1983, n. 79 - nuove ipotesi di apposizione di un termine alla durata del rapporto di
lavoro, configura una vera e propria delega in bianco a favore dei sindacati, i quali, pertanto, non sono vincolati all'individuazione di figure di contratto a termine comunque omologhe a quelle previste per legge (principio ribadito dalle Sezioni Unite di questa Suprema Corte con sentenza 2 marzo 2006 n. 4588), e che in forza della sopra citata delega in bianco le parti sindacali hanno individuato, quale ipotesi legittimante la stipulazione di contratti a termine, quella di cui al citato art. 25, comma 2, del c.c.n.l. 11 gennaio 2001. In particolare, quale conseguenza della suddetta delega in bianco
conferita dal citato art. 23, questa Corte ha precisato, richiamando molteplici precedenti decisioni (cfr., ad esempio, Cass. 20 aprile 2004 n. 9245) che i sindacati, senza essere vincolati alla individuazione di figure di contratto a termine comunque omologhe a quelle previste per legge, possono legittimare il ricorso al contratto di lavoro a termine per causali di carattere oggettivo ed anche - alla stregua di esigenze riscontrabili a livello nazionale o locale - per ragioni di tipo meramente "soggettivo", costituendo l'esame congiunto delle parti sociali sulle necessita' del mercato idonea garanzia per i lavoratori e per un'efficace salvaguardia dei loro diritti (v. Cass. S.U. 2-3-.2006 n. 4588, Cass. 26-9-2007 n.20162).
La impugnata sentenza, ritenendo invalida la causale de qua per la semplice mancanza della "indicazione di un termine" nella previsione collettiva, in sostanza ha disatteso tali principi. La tesi, infatti, affermata dalla Corte di merito si muove pur sempre nella (erronea) prospettiva che il legislatore non avrebbe conferito una delega in bianco ai soggetti collettivi, imponendo al potere di autonomia i limiti ricavabili dal sistema di cui alla L. n. 230 del
1962 (v. Cass. 20162/2007 cit.). Con riferimento, quindi, alla R., in accoglimento del ricorso, la impugnata sentenza va cassata, con rinvio alla Corte di
Appello di Milano in diversa composizione, la quale, in relazione al contratto de quo, provvedere attenendosi ai principi sopra richiamati, disponendo anche sulle spese di legittimita'.
A questo punto resta da esaminare il ricorso nei confronti del T. ed in specie il quinto motivo che (oltre al sesto e al settimo) lo riguarda, in quanto riferito alle "assunzioni avvenute in vigenza del D.Lgs. n. 368 del 2001" (il contratto de quo riguarda il periodo 1-7-2002/30-9-2002).
Sul punto la Corte di merito, in primo luogo, ha affermato la nullita' del termine apposto al contratto in esame, osservando, in sostanza, che, pur permanendo gli effetti della clausola di cui all'art. 25 del c.c.n.l. del 2001 (fino alla scadenza dello stesso), ai sensi della disciplina transitoria di cui al D.Lgs. n. 368 cit., art. 11, comma 2, nella fattispecie "non possono ritenersi integrate le ragioni (di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o
sostitutivo) di cui al D.Lgs. n. 368, art. 1, nel caso in cui si faccia valere, una causale cosi' ampia, come quella della ristrutturazione, a tempo indeterminato". In secondo luogo, da tale nullita' parziale la Corte territoriale ha fatto discendere, "dal sistema", la regola "per la quale in caso di
apposizione del termine non consentita il contratto sia a tempo indeterminato". Orbene la societa' ricorrente, non ha censurato in alcun modo il
primo capo della decisione, ne' con riguardo alla interpretazione ed applicazione della citata norma transitoria, ne' in ordine alla riconosciuta insussistenza nella fattispecie delle ragioni giustificative previste dalla nuova normativa di legge, ne', in definitiva, in relazione alla affermata illegittimita' del termine de
quo. La ricorrente, infatti, con riferimento alle assunzioni successive al D.Lgs. n. 368 cit., con il quinto motivo si e' limitata espressamente a censurare la impugnata decisione "relativamente alle pretese conseguenze della illegittimita' del termine", in definitiva senza avanzare alcuna doglianza avverso la affermazione di tale illegittimita'.
Essendo, quindi, in discussione in questa sede soltanto le "pretese conseguenze della illegittimita' del termine", rileva la Corte che la societa' ricorrente, sul punto, con il detto quinto motivo, denuncia violazione e falsa applicazione dell'art. 12 disp. gen., art. 1419 c.c. D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 1, e art. 115 c.p.c., nonche' vizi di motivazione. In particolare la ricorrente deduce che la impugnata sentenza, pur avendo rilevato "la mancanza nel d.lgs. medesimo di una regola del tipo di quella fondamentale ... contenuta nella L. n. 230" ("Il contratto di lavoro si reputa a tempo indeterminato, salvo le
eccezioni appresso indicate .."), "che sanciva la conversione in rapporto a tempo indeterminato del rapporto a termine sorto in assenza dei presupposti legali", e pur avendo ammesso che il legislatore ha espressamente previsto tale conversione per la violazione di altre norme dello stesso d.lgs., ma non per quella riguardante il precetto sostanziale di cui all'art. 1, ha erroneamente ritenuto che "tale conseguenza sanzionatoria permarrebbe" anche nel vigore del D.Lgs. n. 368 del 2001", in contrasto con il principio generale secondo cui ubi lex voluit dixit. In tal modo, secondo la ricorrente, la Corte di merito, considerando la incongruenza di una applicazione "alla lettera" dell'art. 1 del D.Lgs. citato che "comporterebbe una sanzione "a danno del soggetto
tutelato"", si sarebbe sostituita al legislatore, il quale soltanto "puo' ritenere - per insindacabili ragioni di opportunita' - di escludere una sanzione ritenuta eccessivamente gravosa per il datore di lavoro", potendo, peraltro, la "ritenuta irragionevolezza della scelta legislativa essere risolta unicamente da una pronuncia additiva della Corte costituzionale, non certo da una interpretazione additiva del Giudice ordinario".
Analogamente, secondo la ricorrente, la Corte di merito avrebbe considerato la pretesa violazione della "clausola di non regresso" dell'accordo allegato alla direttiva europea, laddove "tale asserita violazione, traducendosi in un eccesso di delega, dovrebbe essere giudicata dal Giudice delle leggi", senza contare che la detta clausola e' espressamente limitata all'"ambito coperto dall'accordo stesso", e non anche ai profili di tutela non espressamente
considerati dallo stesso accordo e dalla direttiva. Da ultimo, la ricorrente deduce che la sentenza impugnata "ha applicato analogicamente il D.Lgs. n. 368 del 2001, artt. 4 e 5 al caso di nullita' del termine per violazione dell'art. 1 del citato decreto". Cio', secondo la ricorrente, "configura un error in
iudicando, poiche' a) l'analogia e' preclusa dall'esistenza di una norma giuridica direttamente applicabile alla fattispecie e b) le norme in questione non sono applicabili per analogia, costituendo deroga al principio generale espresso dall'art. 1419 cod. civ.".
Le censure risultano infondate.
Pur in assenza di una norma che sanzioni espressamente la mancanza di ragioni giustificatrici o la nullita' della clausola che le individui, legittimamente e correttamente la Corte di merito ha ricavato la sanzione dal "sistema", nel suo complesso, e dai principi generali, in tal modo non ricorrendo ad una analogia legis e neppure sostituendosi al legislatore o al Giudice delle leggi, bensi' semplicemente interpretando la norma nel quadro delineato dalla
direttiva comunitaria (della quale e' attuazione) e nel sistema generale (dei profili sanzionatori nel rapporto di lavoro subordinato) tracciato dalla stessa Corte costituzionale.
Osserva innanzitutto il Collegio che il D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 1 (di attuazione della direttiva 1999/70/CE relativa all'accordo quadro sul lavoro a tempo determinato), anche anteriormente alla esplicita introduzione del comma "premesso" dalla recente L. 24 dicembre 2007, n. 247, art. 39 ("Il contratto di lavoro subordinato e' stipulato di regola a tempo indeterminato"), ha senz'altro confermato il principio generale secondo cui il rapporto di lavoro subordinato e' normalmente a tempo indeterminato, costituendo, pur sempre, la apposizione del termine una ipotesi derogatoria, rispetto
al detto principio (pur nel sistema del tutto nuovo della previsione di una clausola generale legittimante la apposizione del termine per "ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo", che ha sostituito il pregresso sistema delle ipotesi tassative di cui alla L. n. 230 del 1962, nonche' quello della "delega" alla contrattazione collettiva di cui alla L. n. 56 del 1987, art. 23).
In tal senso (su cui v. gia' gli obiter dieta di questa Corte in Cass. 21-5-2002 n. 7468, Cass. 26-7-2004 n. 14011) depongono numerosi argomenti.
In primo luogo l'elemento letterale gia' indica il carattere derogatorio rispetto alla regola (originariamente sottintesa ed ora anche esplicitata), disponendo espressamente che "e' consentita l'apposizione di un termine alla durata del contratto di lavoro subordinato" soltanto "a fronte" delle citate ragioni giustificative, laddove in assenza delle stesse ovviamente non e' dalla legge consentita tale apposizione, la quale, peraltro, (fatti salvi i rapporti puramente occasionali di durata non superiore a dodici giorni) deve risultare "da atto scritto nel quale sono specificate le ragioni" dette. La apposizione del termine e' quindi espressamente subordinata alla sussistenza di presupposti sostanziali e formali e tanto induce a ritenere confermato il suddetto carattere (prima ancora della chiara "premessa" introdotta dalla L. n. 247 del 2007). Nello stesso senso depone anche l'esame dei lavori preparatori,
atteso che il riferimento alla perdita del carattere di eccezionalita', contenuto nella relazione inviata alle Commissioni parlamentari (L. n. 422 del 2000, ex art. 1, comma 3) venne soppresso nella relazione definitiva, formulata dopo che entrambe le Commissioni avevano richiesto che venisse modificata pur avendo sollevato rilievi marginali sulle singole disposizioni, e considerato che nella relazione definitiva si legge invece che i contratti a tempo indeterminato continueranno ad essere la "forma comune" dei rapporti di lavoro.
Alla stessa conclusione conduce, poi, la interpretazione cd. comunitaria (che nella specie ha anche valenza costituzionale ex art. 76 Cost., in quanto la delega al Governo e' limitata, L. n. 422 del 2000, ex art. 1, alle norme occorrenti per dare attuazione alla direttiva), atteso che dai "considerando" della direttiva citata e dall'accordo quadro allegato (Preambolo, Considerazioni generali e Clausole) risulta che:
"la realizzazione del mercato interno deve portare ad un miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro dei lavoratori nella Comunita' europea mediante il ravvicinamento di tali condizioni, che costituisca un progresso, soprattutto per quanto riguarda le forme di lavoro diverse dal lavoro a tempo indeterminato, al fine di raggiungere un equilibrio migliore tra la flessibilita' dell'orario di lavoro e la sicurezza dei lavoratori; ...
Le parti dell'accordo quadro riconoscono che, da un lato, i contratti a tempo indeterminato sono e continueranno ad essere la forma comune dei rapporti di lavoro, poiche' contribuiscono alla qualita' della vita dei lavoratori interessati e al miglioramento delle loro prestazioni, ma che, dall'altro, i contratti di lavoro a tempo determinato rispondono, in alcune circostanze, alle necessita' sia dei datori di lavoro sia dei lavoratori; l'accordo quadro stabilisce i principi generali e i requisiti minimi relativi al lavoro a tempo determinato, stabilendo, in particolare, un regime di carattere generale volto a garantire la parita' di trattamento ai lavoratori a tempo determinato proteggendoli dalle discriminazioni, nonche' a prevenire gli abusi derivanti dall'utilizzo di una successione di rapporti di lavoro a tempo determinato, rimettendo agli Stati membri e alle parti sociali la definizione delle modalita' dettagliate di applicazione dei detti principi e disposizioni, al fine di tenere conto delle realta' di situazioni specifiche nazionali, settoriali e stagionali;" (in tali sensi v. sentenza CGCE 4-7-2006, "Adeneler" in causa C-212/04). Pertanto, pur essendo stabilito "in particolare" un regime con riferimento alla parita' di trattamento e alla prevenzione degli abusi derivanti dall'utilizzo di successivi rapporti a tempo determinato, non puo' negarsi che, comunque, "in generale", l'accordo quadro, nello stabilire "i principi generali e i requisiti minimi relativi al lavoro a tempo determinato", si riferisce a (tutti) "i contratti e i rapporti di lavoro a tempo determinato" (vedi "considerando" n. 14) e, nel fissare il principio della "forma comune" del contratto a tempo indeterminato, si riferisce a (tutti) i "rapporti di lavoro fra i datori di lavoro e i lavoratori" (vedi Preambolo).
In tal senso, quindi, non puo' condividersi la tesi, sostenuta da una parte della dottrina che, in base ad una lettura incompleta della direttiva e della sentenza da ultimo citata (nonche' della precedente sentenza "Mangold", del 22-11-2005, in causa C-144/04), in sostanza, ritiene che il primo ed unico contratto a tempo determinato, di per se', sia estraneo all'oggetto della direttiva.
Del resto non pare che possa in qualche modo dubitarsi che, mentre la clausola n. 5 riguarda espressamente le "misure di prevenzione degli abusi" "derivanti dall'utilizzo di una successione di contratti o rapporti di lavoro a tempo determinato", le altre clausole dell'accordo quadro (n. 1 Obiettivo, n. 2 Campo d'applicazione, n. 3 Definizioni, n. 4 Principio di non discriminazione, n. 6 Informazione e possibilita' di impiego, n. 7 Informazione e consultazione, n. 8 Disposizioni di attuazione) riguardano chiaramente tutti i "lavoratori a tempo determinato". Tale conclusione, poi, non e' in contrasto con la recente pronuncia della Corte costituzionale n. 44 del 2008, che ha dichiarato la illegittimita' costituzionale dell'art. 10, commi 9 e 10, nonche' del
D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 11, comma 1, nella parte in cui abroga la L. n. 56 del 1987, art. 23, comma 2, e la illegittimita' costituzionale dell'art. 11, comma 2, dello stesso d.lgs. nella parte in cui detta la disciplina transitoria in riferimento alla L. n. 56 del 1987 citata, art. 23, comma 2, (in sostanza subordinando il diritto di precedenza nella assunzione presso la stessa azienda con la medesima qualifica dei lavoratori assunti a termine per lo svolgimento di attivita' stagionali, a due condizioni prima inesistenti: la previsione di tale diritto da parte della contrattazione collettiva nazionale applicabile, e il mancato decorso di un anno dalla cessazione del precedente rapporto). La Corte ha, infatti, esaminato soltanto la specifica questione
rimessa dal Tribunale di Rossano ed ha semplicemente ritenuto che (con chiaro riferimento alla clausola n. 5 della direttiva) l'abrogazione - ad opera delle norme censurate - della L. n. 56 del 1987, art. 23, comma 2 non rientrasse ne' nell'area di operativita' della direttiva comunitaria, definita dalla Corte di giustizia con la sentenza "Mangold" sopra richiamata, ne' nel perimetro tracciato dal legislatore delegante.
Tanto rilevato in generale, va, pero', innanzitutto, precisato che l'accordo quadro (recepito dalla direttiva) non stabilisce un obbligo generale degli Stati membri di prevedere una eventuale trasformazione in contratti a tempo indeterminato dei contratti di lavoro a tempo determinato, cosi' come esso, peraltro, nemmeno stabilisce le condizioni precise alle quali si puo' fare uso di questi ultimi (essendo soltanto previsto che il termine sia "determinato da
condizioni oggettive quali il raggiungimento di una certa data, il completamento di un compito specifico o il verificarsi di un evento specifico" - v. clausola n. 3 -): tuttavia esso impone agli Stati membri di adottare almeno una delle misure elencate nella clausola 5, n. 1, lett. da a) a c), che sono dirette a prevenire efficacemente l'utilizzazione abusiva di contratti o rapporti a tempo determinato successivi, pur restando fermo che gli Stati membri sono tenuti, in generale, nell'ambito della liberta' che viene loro lasciata dall'art. 249, comma 3 Trattato CE, a scegliere le forme e i mezzi piu' idonei al fine di garantire l'efficacia pratica delle direttive (v. sentenza "Adeneler" citata). Peraltro la clausola 8 dello stesso accordo quadro dispone che: "1. Gli Stati membri e/o le parti sociali possono mantenere o introdurre disposizioni piu' favorevoli per i lavoratori di quelle stabilite nel presente accordo.
2. Il presente accordo non pregiudica ulteriori disposizioni comunitarie piu' specifiche, in particolare per quanto riguarda la parita' di trattamento e di opportunita' uomo-donna. 3. L'applicazione del presente accordo non costituisce un motivo valido per ridurre il livello generale di tutela offerto ai
lavoratori nell'ambito coperto dall'accordo stesso".
Riguardo, poi, a tale clausola cd. "di non regresso" e al previsto "ambito", la sentenza "Mangold" citata, precisa che una riforma peggiorativa "della protezione offerta ai lavoratori nel settore dei contratti a tempo determinato non e', in quanto tale, vietata dall'accordo quadro quando non e' in alcun modo collegata con l'applicazione di questo". Orbene, in tale quadro "comunitario"- relativamente al lavoro privato (per il lavoro pubblico, che qui non interessa, vedi la diversa disciplina di cui al D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 36, C. Cost. n. 89/2003, nonche' le sentenze della CGCE "Adeneler" citata e, in
specie, "Vassallo" del 7-9-2006, in causa C- 180/04, "Marrosu e Sardino" in pari data, in causa C-53/04) - il D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 1 non prevede esplicitamente una sanzione per l'ipotesi della mancanza delle prescritte ragioni giustificative, anche se:
a) gia' nella sua formulazione, per evidente argomentazione a contrario, indica chiaramente che, in tale ipotesi, cio' che non e' consentito dalla legge, con norma di inequivocabile carattere imperativo, e' espressamente la "apposizione di un termine alla durata del contratto di lavoro subordinato";
b) nel comma successivo, dispone esplicitamente che "l'apposizione del termine e' priva di effetto se non risulta, direttamente o indirettamente, da atto scritto nel quale sono specificate le ragioni di cui al comma 1 ".
Invero la norma non puo' che essere letta nel suo insieme, nel sistema previsto dall'ordinamento e nel quadro di una interpretazione costituzionalmente orientata. In primo luogo, osserva il Collegio che, se la ratio della previsione della specificazione delle dette ragioni con forma scritta ad substantiam, e' quella di garantire la certezza della natura del contratto, responsabilizzando il consenso del lavoratore, e di consentire al giudice il controllo effettivo del contenuto del contratto stesso, verificando, attraverso la applicazione della clausola generale, la conformita' tra gli interessi programmati dalle
parti e gli interessi riconosciuti meritevoli di tutela attraverso la regolamentazione del contratto medesimo, ne consegue logicamente che, nella sostanza, le sanzioni non possono non essere accomunate dalla detta ratio, tanto nel caso in cui il termine non risulti da atto scritto, quanto nel caso in cui manchi la indicazione di una sufficiente ragione giustificativa.
In tale prospettiva, quindi, anche l'argomento "ubi lex voluit dixit" non puo' avere un peso decisivo, tanto piu' se si considera che nel nostro ordinamento il meccanismo della nullita' parziale e' attuato oggettivamente in funzione del principio della conservazione del rapporto contrattuale, la quale, in sostanza, in generale, costituisce la regola - principio che assume, altresi', una particolare rilevanza nel diritto del lavoro -.
Al riguardo vanno ricordati i principi piu' volte affermati da questa Corte, da un lato, circa il carattere eccezionale della nullita' totale (v. fra le altre Cass. 16-11-1996 n. 10050, Cass. 13-11-1997 n. 11248), dall'altro, circa la portata della norma di cui al secondo comma dell'art. 1419 c.c..
In particolare e' stato affermato che ai fini dell'operativita' della disposizione di cui all'art. 1419 cod. civ., comma 2 il quale contempla la sostituzione delle clausole nulle di un contratto contrastanti con norme inderogabili, con la normativa legale, non si richiede che le disposizioni inderogabili dispongano espressamente la sostituzione, in quanto "la locuzione codicistica ("sono sostituite di diritto") va interpretata non nel senso dell'esigenza di una
previsione espressa della sostituzione, ma in quello dell'automaticita' della stessa, trattandosi di elementi necessari del contratto o di aspetti tipici del rapporto, cui la legge ha apprestato una propria inderogabile disciplina" (v. Cass. sez. 3^ 21-8-1997 n. 7822, vedi anche Cass. sez. 3^ 22-5-2001 n. 6956, Cass. 5-12-2003 n. 18654, contra cfr. Cass. sez. 2^ 28-6-2000 n. 8794, Cass. sez. 3^ 22-3-2005 n. 6170).
Tale indirizzo risulta coerente anche sul piano sistematico (trascurato dalla tesi contraria), in rapporto al principio generale fissato dall'art. 1339 c.c. che ha una portata generale nel quadro della (etero)integrazione della regolamentazione contrattuale. Peraltro questa Corte ha altresi' costantemente affermato che la disposizione dell'art. 1419 c.c., comma 2 "impedisce che al risultato dell'invalidita' dell'intero contratto possa pervenirsi in considerazione della sussistenza di un vizio del consenso cagionato da errore di diritto essenziale, avente ad oggetto la clausola nulla in rapporto alla norma imperativa destinata a sostituirla, poiche' l'essenzialita' di tale clausola rimane esclusa dalla stessa prevista sua sostituzione con una regola posta a tutela di interessi collettivi di preminente interesse pubblico" (v. fra le altre Cass. 23-1-1999 n. 645, Cass. sez. 3^ 29-9-2005 n. 19156).
In particolare, poi, Cass. 13-5-1983 n. 3293 (pur con riferimento al pregresso regime di cui alla L. n. 230 del 1962) ha altresi' precisato che "tale principio trova applicazione anche nel caso di apposizione del termine finale ad un contratto di lavoro subordinato, fuori dalle ipotesi espressamente previste dalla legge, che non puo' mai essere considerata come una causa sine qua non della stipulazione, ma costituisce un patto che ... e' riconducibile al
novero degli accidentalia negotii". Tale riconducibilita' deve ancor piu' affermarsi nel nuovo regime, in considerazione della chiara lettera della norma ("E' consentita l'apposizione di un termine alla durata del contratto di lavoro subordinato a fronte di ragioni ...", "L'apposizione del termine e' priva di effetto se non risulta ...") nonche' del carattere imperativo della stessa, nell'ampio senso sopra evidenziato, per cui deve ritenersi che, anche nella nuova norma (e pure anteriormente alla recente L. n. 247 del 2007), in definitiva, il termine resta elemento accidentale, con la conseguenza che, parimenti, la nullita'
della relativa clausola non si estende all'intero contratto. Nella specie, pero', oltre a tali argomenti, rilevano, soprattutto, le considerazioni proprie della inderogabilita' tipica delle norme poste a tutela dei lavoratori, nel chiaro solco tracciato dalla sentenza della Corte costituzionale n. 210 del 1992 (confermata, nella sostanza, dalla successiva sentenza n. 283 del 2005), in ragione del quale, in sostanza, non puo' che disattendersi la
interpretazione, del D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 1, in combinato disposto con l'art. 1419 c.c. nel senso proposto dalla ricorrente. La Corte costituzionale, infatti, (pur con riferimento alla fattispecie del contratto di lavoro a tempo parziale) ha chiaramente affermato, in generale, che:
"L'art. 1419 c.c., comma 1 ... non e' applicabile rispetto al contratto di lavoro, allorquando la nullita' della clausola derivi dalla contrarieta' di essa a norme imperative poste a tutela del lavoratore, cosi' come, piu' in generale, la disciplina degli effetti della contrarieta' del contratto a norme imperative trova in questo campo (come anche in altri) significativi adattamenti, volti appunto ad evitare la conseguenza della nullita' del contratto. Cio' in ragione del fatto che, se la norma imperativa e' posta a protezione di uno dei contraenti, nella presunzione che il testo contrattuale gli sia imposto dall'altro contraente, la nullita' integrale del contratto nuocerebbe, anziche' giovare, al contraente che il legislatore intende proteggere. Cosi' non si dubita che non si estende all'intero contratto la nullita', per motivi di forma o di contenuto, del patto di prova (art. 2096 cod. civ.) o del patto di non concorrenza (art. 2125 c.c.), oppure del patto con cui venga attribuito al datore di lavoro un potere illimitato e incondizionato di variare unilateralmente le mansioni o il luogo di lavoro (art. 2103 c.c., comma 2), ovvero della clausola oppositiva di un termine alla durata del contratto di lavoro (L. 18 aprile 1962 n. 230), ovvero della clausola che preveda la risoluzione del rapporto di lavoro in caso di matrimonio (L. 9 gennaio 963, n. 7, art. 1), e cosi' via. Ed il medesimo assetto si registra anche rispetto a pattuizioni che incidono sullo stesso schema causale del contratto: cosi' e' per l'apprendistato ... e per il contratto di formazione
lavoro ..., posto che la nullita' delle relative pattuizioni - per motivi di forma o procedimentali ovvero per difetto delle condizioni sostanziali di ammissibilita' di tali figure contrattuali - non e' comunque idonea a travolgere integralmente il contratto, ma ne determina la cd. conversione in un "normale" contratto di lavoro (o meglio, la qualificazione del rapporto come normale rapporto di lavoro, in ragione della inefficacia della pattuizione relativa alla scelta del tipo contrattuale speciale) senza che vi sia spazio per l'indagine - oggettiva o soggettiva - circa la comune volonta' del contraenti in ordine a tale esito.
Tutto cio', del resto, rappresenta una naturale e generale conseguenza del fatto che, nel campo del diritto del lavoro - in ragione della disuguaglianza di fatto delle parti del contratto, dell'immanenza della persona del lavoratore nel contenuto del rapporto e, infine, dell'incidenza che la disciplina di quest'ultimo ha rispetto ad interessi sociali e collettivi - le norme imperative non assolvono solo al ruolo di condizioni di efficacia giuridica della volonta' negoziale, ma, insieme alle norme collettive, regolano direttamente il rapporto, in misura certamente prevalente rispetto all'autonomia individuale, cosicche' il rapporto di lavoro, che pur trae vita dal contratto, e' invece regolato soprattutto da fonti eteronome, indipendentemente dalla comune volonta' dei contraenti ed anche contro di essa. Non hanno quindi modo di trovare applicazione, in questo campo, quei limiti alla operativita' del principio di
conservazione del rapporto che sono strettamente collegati all'identificazione nel contratto della fonte primaria del regolamento negoziale, come si verifica nell'ambito della disciplina comune dei contratti.
E la violazione del modello di contratto e di rapporto imposto all'autonomia individuale da luogo, di regola, alla conformazione reale del rapporto concreto al modello prescritto - per via di sostituzione o integrazione della disciplina pattuita con quella legale ovvero per via del disconoscimento di effetti alla sola
disposizione contrattuale illegittima - e non gia' alla riduzione del rapporto reale ad una condizione di totale o parziale irrilevanza giuridica. L'art. 2126 cod. civ., del resto - come risulta dall'esame della giurisprudenza - ha sempre trovato applicazione rispetto ad ipotesi in cui la nullita' del contratto derivava dalla contrarieta' a norme imperative riguardanti il fatto stesso della costituzione e dell'esistenza del rapporto (ad esempio, ipotesi in cui  l'esercizio di una determinata attivita' lavorativa era condizionata all'iscrizione in un albo o elenco o al possesso di una determinata autorizzazione; ipotesi in cui l'instaurazione del rapporto era vietata da una norma di legge, come si verifica per le assunzioni senza concorso ove tale procedimento sia prescritto dalla legge a pena di nullita'; ipotesi di lavoro prestato da minori di eta' inferiore a 14 anni; e cosi' via) e non anche ad ipotesi di difformita' tra la disciplina del rapporto pattuita dalle parti rispetto a quella dettata dalla legge o dalla contrattazione collettiva. "Tali considerazioni, per la loro natura e portata generale, nel quadro della (etero)integrazione della regolamentazione del contratto di lavoro subordinato descritta, si attagliano perfettamente anche al nuovo regime stabilito dal D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 1, senza che rilevi in alcun modo (anche per le ragioni di ordine sistematico sopra esposte) la mancanza di una norma sanzionatoria espressa, come quella pregressa di cui alla L. n. 230 del 1962, art. 1, comma 1. Del resto alle dette considerazioni la dottrina contraria, in sostanza, oppone soltanto la tesi secondo cui il primo isolato contratto a termine esulerebbe dall'oggetto della direttiva e sarebbe altresi' al di fuori della tutela minimale del lavoratore e della connessa efficacia sostitutiva automatica. Al riguardo, mentre circa la inattendibilita' del primo rilievo si e' gia' detto, osserva il Collegio che la nuova norma di cui al D.Lgs. n. 368 del 2001 (art. 1 cosi' come, del resto, pure la clausola n. 3 della direttiva) riguarda tutti i contratti a termine e quindi anche il primo ed unico contratto che preveda la apposizione di un termine. Ne', in mancanza di qualsiasi supporto normativo, puo' fondatamente sostenersi una sorta di carattere imperativo differenziato della norma stessa, tale che, solo per il detto primo e unico contratto, possa escludersi il descritto effetto sostitutivo automatico. Del resto, la lettera e la ratio della norma, sopra evidenziate, depongono chiaramente in senso contrario.
Il ricorso nei confronti del T. va, pertanto, respinto (respingendosi, peraltro, oltre al quinto motivo, anche il sesto e il settimo per le stesse motivazioni sopra svolte riguardo al B.).
Ricorrono, infine, giusti motivi, per la novita' della questione, per compensare le spese tra quest'ultimo e la societa'.

P.Q.M.

La Corte dichiara estinto il giudizio tra la societa' e la S., lo I.L. e la I.P. e compensa le spese tra le dette parti; dichiara inammissibile il ricorso nei confronti della C., compensando le spese fra quest'ultima e la societa'; accoglie il secondo motivo di ricorso, proposto nei confronti del B., cassa l'impugnata sentenza in relazione allo stesso e, decidendo nel merito, dichiara la esistenza del rapporto di lavoro a tempo indeterminato dal 1-12-1999 e condanna la societa' a riammetterlo in servizio e a pagargli le retribuzioni dalla data di costituzione in mora della societa', oltre interessi e rivalutazione dalle singole scadenze successive alla mora nonche' a rifondergli le spese dei gradi di merito, come liquidate nella impugnata sentenza, compensando le spese del giudizio di legittimita'; rigetta il ricorso nei confronti della Z. e compensa le spese tra quest'ultima e la societa'; accoglie il ricorso nei confronti della R., cassa la impugnata sentenza in relazione alla stessa e rinvia, anche per le spese, alla Corte di Appello di Milano in diversa composizione;
rigetta il ricorso nei confronti del T. e compensa le spese tra quest'ultimo e la societa'.

Cosi' deciso in Roma, il 9 aprile 2008.

Depositato in Cancelleria il 21 maggio 2008
Registrato
luca_1966
Utente non iscritto
« Risposta #2 inserito:: Maggio 29, 2011, 01:39:18 »

Cass. sez Lav. n. 6328
16 marzo 2010

Art. 1

Ricorso di Poste contro Appello.

La Cass. ritiene che le 3 causali per l'assunzione siano effettivamente generiche, fondando questa convinzione sul solo fatto che la Corte di merito si è espressa singolarmente per ognuna in questo senso. Ciò indica che il vizio di assenza motivazione non sussiste [più o meno].

Con altri 3 quesiti di diritto (uno è ritenuto ben posto, cioè pertinente, con riferimento sia alla disciplina di Diritto invocata per cassare sul punto, sia al dettaglio specifico nel merito) Poste espone le sue doglianze.

Non c'è la questione del mutuo consenso.

Il ricorso è rigettato

Roma, 16/03/2010

http://economia.unipr.it/DOCENTI/ANGIELLOL/docs/files/Pi%C3%B9%20causali.pdf
Registrato
luca_1966
Utente non iscritto
« Risposta #3 inserito:: Giugno 06, 2011, 08:29:35 »

CASSAZIONE - SEZ. LAVORO

sent. 11358

Roma, 23 febbraio 2011
depos. 24 maggio 2011


Sentenza depositata 14/12/2006: App. MI rigetta impugnazioni di PI avverso decisioni I. gr., con le quali i due odierni intimati, nei distinti procedimenti qui oggi riuniti, vedevano dichiarata la nullità del termine.., condannata la soc. alla riammissione.. e a pagare le mensilità dalla data della costit. in mora. La C. di merito respingeva l'eccez. del mutuo consenso per i contratti rispettivamente del 13/7/98 e 25/6/98, cioè successivi alla scadenza degli acc. sind. prorogati non oltre il 30/4/98 per esigenze ..ristrutturazione aziendale. Per gli altri contratti, conclusi entrambi il 20/6/2003 ai sensi del DLgs 368/01, la C. di merito aveva ritenuto non dimostrate le esigenze sostitutive per assenza..

PI ha chiesto la cassazione della sentenza con 12 motivi. Gli intimati hanno presentato controricorso; uno di essi anche ricorso incidentale, cui PI ha replicato con controricorso.

Un intimato ha mostrato assieme alla soc. di aver depositato verbale di conciliazione sottoscritto in sede sindacale. Cadendo l'interesse di entrambe le parti.. compensazione delle spese.

MOTIVI

Il ricorso principale e q. incidentale sono riuniti ai sensi dell'art. 335 cpc perché avverso la stessa sentenza.

Per A., PI deduce violaz. art. 1372 c. 1 cc e vizio di motivazione, avendo la C. di merito escluso ..il mutuo consenso malgrado il considerevole lasso di tempo.., sicuro indice di disinteresse a al ripristino. Con altri 4 motivi PI deduce violazione e falsa applicazione artt 1, 2, 23 L 230/62, art. 8 CCNL 94, e acc. OOSS 25/9/97, 18/1/98, 27/4/98, 2/7/98 e 18/1/01 ..contrasto con la "delega in bianco". Poi lamenta che la C. di merito avrebbe ritenuto necessario l'allegazione da parte della soc. di circostanze giustificatrici del collegamento tra le esigenze.. e la causale dei contratti.

 La Cass. ha più volte affermato il principio ..mutuo consenso ..sulla base di un lasso di tempo dopo la conclusione dell'ultimo contratto, nonché del comportamento, ..circostanze significative.. chiara e certa comune volontà di porre fine..; ciò compete al giud. di merito, le cui decisioni in assenza di errori di diritto o vizi logici.

Qui il giudice di merito ha aggiunto che il ritardo con cui le due lav.ci hanno agito in giudizio era giustificato dalla necessità di attendere il consolidamento della giurisprudenza sulla questione, valutazione di merito congrua e incensurabile in sede di legittimità.

Il motivo sull'attribuzione alla contrattazione collettiva potrebbe solo modificare la motivazione, quella sì censurabile, ma non l'esito della sentenza. Infatti questa Corte si è più volte espressa in merito alla delega in bianco conferita alle OOSS, ma il contratto è stato firmato successivamente alla validità (max 30/4/98) dell'accordo, integrato con le successive proroghe.

Contro un altro intimato PI rileva che nella sentenza il giudice sostiene che "per loro natura le esigenze sostitutive sono temporanee", poi che "per aziende di grandi dimensioni la necessità di sostituzioni è in certa misura durevole e continuativa", ed infine che "i prospetti dimostrano un elevato numero di assenze, ma non l'esigenza temporanea". PI sostiene che sia travisato il senso letterale dell'art. 1 DLgs 368/01: "..a fronte di di ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo". La C. avrebbe errato inoltre nella valutazione dei doc. prodotti da PI, ritenendo la mancanza di prove: in particolare dei prospetti delle presenze nello specifico ufficio di destinazione del ricorrente, con il nome degli assenti, le giornate di assenza di ciascuno e la causa; non avrebbe inoltre considerato le deposizioni orali (articolate nel capitolo) sulle assenze indicate mese per mese.

Il DLgs 368 è poi mancante di disposizione circa la conversione del rapp. di lav. In via subordinata si addebita al giud. di mer. di aver calcolato il risarcimento in violazione delle norme sulla costituzione in mora del debitore e sulla corrispettività della prestazione.

L'uff. di destinazione era specificato: xx, in Lombardia. Il giudice ha ritenuto illegittimo il termine perché le ragioni addotte da PI non avevano il carattere di temporaneità: "le esigenze sostitutive, in una azienda di grandi dimensioni, sono gestite con personale stabile, calcolando il tasso fisiologico dell'assenteismo, in particolare nello smistamento e recapito, dove le attività non possono subire ritardi".

La C. Cass. ritiene che questa affermazione non escluda l'esigenza nelle sedi in cui è articolata l'azienda.

Sul DLgs 368 ci sono 2 opposte dottrine: l'una propende per la necessità della temporaneità, l'altra no. L'accordo quadro chiede "condizioni oggettive, ..data, ..compito, evento specifico". Cass. 2279/2010: "indicazione suff. dettagliata della causale ..contenuto, ..portata spazio temporale, circostanziale, ..trasparenza e veridicità, ..immodificabilità nel corso del rapporto" .."anche risultante indirettamente nel contratto per relationem da altri testi accessibili alle parti (come acc. coll.). Idem Cass. 10033/2010: "..contesto aziendale, ..evidente la specifica connessione tra la durata solo temporanea.. Ancora, Cass. 1577/2010 e 1576/2010: ..n. lav. da sostituire, verificabilità sussistenza ancorché non identificati nominativamente.

Per un intimato vanno accolti 3 motivi del ricorso sulla base del seguente

principio di diritto: "..per i lav. subordinati per rag. di caratt. sost. ai sensi art. 1 c. 2 DLgs 368, l'onere di specific. è correlato alla finalità di assicurare trasparenza e veridicità della causa della apposiz. d. termine e della sua immodificabilità durante il rapporto. Nelle situaz. az. complesse, in cui la sostituz. non è riferita alla singola persona, ma a una funz. produttiva specifica, occasionalmente scoperta, l'apposiz. del termine sarà legittima se l'enunciazione dell'esigenza di sostituire lavoratori assenti - da sola insufficiente.. - risulti integrata da elementi ulteriori (ambito terr., luogo prestaz., mansioni lav.ri da sost., diritto degli stessi alla conservaz. del posto) che consentano di ricavare il n. dei lav.ri da sostituire, ancorché non identificati nominat., ferma restando la verificabilità della sussistenza effettiva del presupposto di legittimità".

Restano assorbiti gli ultimi 2 motivi, comprese le conseguenze economiche derivanti dalla nullità.. e le questioni dell'applicabilità dello ius superveniens: L 183/2010, c. 5,6,7 del 24/11/2010 (richiamata dalla soc.), nonché il ricorso incidentale, che censura in merito alla liquidazione delle spese di giudizio in appello.

Infine, il ricorso principale è inammissibile nei confronti di xx, è rigettato nei confr. di xxx e xxxx. In relazione alle censure accolte la sentenza è cassata e rimessa alla C. di App. di MI, che attenendosi al principio di diritto sopra trascritto, accerterà la congruità del contratto a termine.. secondo la documentazione allegata dall'azienda.

Roma, 23 febbraio 2011
depos. 24 maggio 2011

http://www.ilsole24ore.com/pdf2010/SoleOnLine5/_Oggetti_Correlati/Documenti/Norme%20e%20Tributi/2011/05/cassazione-sentenza-11358-2011.pdf?uuid=b4e0fd1c-8aac-11e0-93d6-6aeaed521f91
« Ultima modifica: Giugno 06, 2011, 08:36:01 da luca_1966 » Registrato
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« Risposta #4 inserito:: Giugno 13, 2011, 23:36:35 »

Cassazione civile sez. lav.
Data: 24/5/2011
Numero: n. 11357

Passando all'esame del ricorso, [con] il primo motivo [l'attrice PI] denuncia violazione ed erronea applicazione dell'art. 2697 cod. civ. e degli artt. 115 e 116 cod. proc. civ., nonchè vizio di motivazione. Erroneamente, si assume in ricorso, il giudice del merito ha ritenuto che la società non avesse dimostrato l'esistenza delle allegate esigenze sostitutive, poichè dalla documentazione prodotta dalla società e non contestata, risulta che il personale assente, superiore a quello assunto a termine, era stato sostituito da quest'ultimo. Nei documenti allegati, che la società ha qui trascritti, erano state riportate sia le assenze sia le presenze del personale dell'unità di applicazione del dipendente, suddivise per le varie causali, per ciascun mese del periodo di lavoro dell'odierno intimato e attraverso quei documenti era stato accertato che i lavoratori assunti a tempo determinato in forza in quel periodo erano stati sempre in numero di gran lunga inferiore dei lavoratori assenti, come peraltro ammesso dalla stessa sentenza impugnata; la quale ha considerato in modo carente le indicate risultanze e non ha esplicitato le ragioni del convincimento circa la insussistenza delle esigenze sostitutive che aveva indotto l'azienda a far ricorso all'assunzione a termine dell' A.

Il motivo è fondato.

Qui, non si discute dell'adempimento, da parte dell'azienda, dell'onere di specificazione delle ragioni sostitutive che avevano determinato l'assunzione a termine dell' A. nell'ufficio di (OMISSIS) cui lo stesso era stato assegnato, adempimento che come accertato dalla sentenza impugnata era stato assolto dalla datrice di lavoro . Tuttavia, il giudice del merito ha poi evidenziato che "a fronte delle puntuali allegazioni del lavoratore circa la sua assegnazione a posti vacanti di titolare, il continuo avvicendarsi su tali posti di più lavoratori a termine, le croniche carenze di organico del settore recapito, la società ha precisato, sulla base di documenti (registro presenze ed elenchi nominativi assenze), che le sostituzioni sono avvenute, in generale, per assenze per ferie, malattia, maternità, infortunio; con riferimento al numero dei lavoratori addetti all'area ATP, ha indicato il numero dei lavoratori a termine da ottobre, ma nulla ha precisato per il periodo appena precedente l'assunzione di A., nè circa la copertura di posti vacanti di titolare con successivi contratti a termine".

Orbene, le conclusioni cui il giudice di appello è pervenuto, nel ritenere, da un lato, la mancanza di prova in ordine all'effettivo impiego del personale assunto a termine nelle sostituzioni dei lavoratori temporaneamente assenti con diritto alla conservazione del posto, e, dall'altro lato, l'impossibilità di distinguere le situazioni contingenti di assenze dei dipendenti dai problemi strutturali di carenza del personale, che avrebbero potuto giustificare l'assunzione di lavoratori a tempo per esigenze diverse da quelle sostitutive, non tengono conto, e comunque non considerano in maniera adeguata, gli elementi emergenti dai suddetti documenti e richiamati in sentenza, cioè le presenze riportate nel relativo registro e le assenze di cui agli elenchi nominativi, le sostituzioni indicate per assenze dovute a ferie, malattia, maternità, infortunio, esame cui il medesimo giudice avrebbe dovuto procedere proprio per accertare il rispetto delle ragioni sostitutive indicate nel contratto individuale.

Accolto questo motivo, restano assorbiti gli altri due..

LA CORTE ..cassa la sentenza impugnata in relazione alle censure accolte e rinvia, anche per spese del presente giudizio, alla Corte di appello di Milano, in diversa composizione.

Così deciso in Roma, il 23 febbraio 2011.

vedi 2^ sentenza nello stesso intervento
http://ricorsistiposte.forumfree.it/?t=54567228&st=45
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« Risposta #5 inserito:: Luglio 11, 2011, 15:17:43 »

L'Ordinanza del Tribunale di Trani del 21/2/2011 (Giudice M. A. La Notte Chirone), con rinvio degli atti alla C. Costituzionale, si riferisce agli artt. 1 e 11 del DLgs 368/2001. La remissione verte sulla interpretazione "liberale" che la Cassazione ha dato, in successive occasioni, al chiaro ed inequivoco pronunciamento della Corte Costituzionale (sent. n. 214/2009). Per questo motivo la posto qui.
_ _ _ _

L'art. 11 ha abrogato espressamente la L 230/62, ed in particolare l'obbligo di indicare sul contratto a termine il nome del lavoratore sostituito. L'art. 1, infatti, si limita a consentire l'apposizione di un termine al contratto a fronte (solo) di ragioni di carattere ..sostitutivo.

Il 21/4/2008 lo stesso Tribunale di Trani aveva già dichiarato non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale degli artt. 1 e 11, rilevando la differente formulazione dell'odierno art. 1, DLgs 368/2001, e del precedente art. 1, c. 2, lett. b). Era stata richiamata in quella causa anche la L 422/2000 di delega del Parlamento al Governo, con riferimento ai limiti che lo stesso Parlamento poneva alla operatività della delega. Secondo il Tribunale di Trani, fondato sulla sentenza della C. Cost. n. 44/2008, tra i compiti del Governo, nell'applicare le prescrizioni contenute nella Direttiva 1999/70/CE, non c'era quello di abrogare la L 230/62..

Infine la C. Costituzionale (sent. n. 214/2009) ha rigettato la questione di costituzionalità perché l'art. 1, al comma 2, aggiunge proprio che "l'apposizione del termine è priva di effetto se non risulta, direttamente o indirettamente, da atto scritto nel quale sono specificate le ragioni di cui al comma 1", precisazione non considerata - a dire della C. Cost. - dal tribunale rimettente. L'onere di specificazione, previsto dal comma 2 dell'art. 1, DLgs 368/2001, impone - si legge nella sentenza 214/2009 - ..per le ragioni di carattere sostitutivo, la specificazione del nome del lavoratore sostituito e la causa della sostituzione. Gli impugnati artt. 1 e 11, DLgs 368/2001, non avendo di fatto innovato sotto lo specifico profilo la disciplina previgente (L 230/62), non sono in contrasto con l'art. 77 della Costituzione. Seguono altre considerazioni a proposito di ulteriori ipotesi di incostituzionalità.

La stessa C. Cost., con una ulteriore sentenza (n. 325 del 4/12/2009), riguardo la stessa questione, ha ribadito in pieno i precedenti convincimenti.

Nel 2010 (sent. n 1576 e 1577 del 26/01/2010), però, la Cassazione ha ritenuto di poter interpretare la sentenza della C. Cost. 214/2009 in modo meno stringente, operando un distinguo. Pertanto ha ritenuto plausibile che per aziende strutturalmente complesse l'indicazione del nome sia impossibile, e che in questi casi possono adottarsi criteri prescindenti dall'individuazione delle persone, a patto che siano in grado di non vanificare il criterio selettivo richiesto dalla norma.

La C. Cost. (Ordinanza n. 65 del 24/2/2010), tornando sulla questione, anziché esprimersi espressamente sulla legittimità del distinguo operato dalla Cassazione, richiamando i propri, precedenti pronunciamenti, ha riconosciuto implicitamente illegittima ogni diversa interpretazione.

Ciò nondimeno, la Cassazione (sent. n. 10175/2010 ed infine n. 2990 del 7/2/2011) ha di nuovo deciso che il requisito della specificità, nelle situazioni aziendali complesse, può ritenersi soddisfatto non con l'indicazione nominativa del lavoratore sostituito, ma con la verifica della corrispondenza numerica tra i lavoratori da sostituire e quelli appositamente assunti a termine.

Siffatti orientamenti della Cassazione fanno tornare d'attualità la questione di costituzionalità di cui sopra (Ordinanza del Trib. di Trani del 21/4/2008), ed anzi, suggeriscono ulteriori profili di illegittimità.

Il comma 2 dell'art. 1, cioè l'obbligo di indicare il nominativo del lavoratore assente, varrebbe solo per le aziende a struttura "elementare"..

Il Tribunale di Trani non condivide l'orientamento della Cassazione, alla luce delle sentenze (es. n. 5546/2010) della Corte di Appello di Bari: <<SEMBRA QUASI OVVIO OSSERVARE CHE ANCHE LE REALTÀ AZIENDALI PIÙ COMPLESSE SONO STRUTTURATE SULLA BASE DI UNA ARTICOLAZIONE TERRITORIALE DIFFUSA DI MOLTEPLICI UNITÀ PRODUTTIVE, A LORO VOLTA CONNESSE, IN VIA GERARCHICA E FUNZIONALE, AD ORGANISMI INTERMEDI TRA LE BASI OPERATIVE ED IL VERTICE AZIENDALE. SICCHÉ È EVIDENTE CHE CIASCUN ORGANISMO INTERMEDIO, ATTRAVERSO IL PREPOSTO A CIASCUNA SEDE O UNITÀ OPERATIVA, È IN GRADO DI CONOSCERE ESATTAMENTE IL LAVORATORE ..E QUINDI È BEN IN GRADO DI RENDERLO NOTO, IN SEDE DI STIPULA DEL CONTRATTO, ANCHE AL CONTRATTISTA A TERMINE..>>

continua alla pag. 11:
http://www.studiogalleano.it/TRIB_TRANI_ART1_RIM.pdf

DLgs 368/2001:
http://www.servizi.cgil.milano.it/ARCHIVIO/2008/1/20010906_DLgs_368.pdf
« Ultima modifica: Luglio 11, 2011, 15:19:24 da luca_1966 » Registrato
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« Risposta #6 inserito:: Luglio 29, 2011, 14:28:03 »

Cassazione civile sez. lav.
Data: 11 luglio 2011
Numero: n. 15148

http://ricorsistiposte.forumfree.it/?t=56993902

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. LAMORGESE Antonio - Presidente -
Dott. DI CERBO Vincenzo - Consigliere -
Dott. NOBILE Vittorio - Consigliere -
Dott. MAMMONE Giovanni - Consigliere -
Dott. BALESTRIERI Federico - rel. Consigliere -

sul ricorso 17181-2007 proposto da: POSTE ITALIANE S.P.A.

La Corte d'appello di Torino, con sentenza depositata il 14 giugno 2006, ha ritenuto nulla, per genericità della causale, l'apposizione del termine al contratto di lavoro stipulato tra la società Poste Italiane e C.D. dal 2 gennaio al 31 marzo 2003 (per "ragioni di carattere sostitutivo correlate alla specifica esigenza di provvedere alla sostituzione del personale inquadrato nell'area operativa e addetto al servizio di recapito, smistamento e trasporto presso il Polo Corrispondenza Piemonte Val d'Aosta assente con diritto alla conservazione del posto di lavoro nel periodo di cui al contratto") e per difetto di prova circa le specifiche esigenze dell'ufficio di destinazione del lavoratore.

...

L'apposizione di un termine al contratto di lavoro , consentita dal D.Lgs. 6 settembre 2001, n. 368, art. 1 a fronte di ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo, che devono risultare specificate, a pena di inefficacia, in apposito atto scritto, impone al datore di lavoro l'onere di indicare in modo circostanziato e puntuale, al fine di assicurare la trasparenza e la veridicità di tali ragioni, nonchè l'immodificabilità delle stesse nel corso del rapporto, le circostanze che contraddistinguono una particolare attività e che rendono conforme alle esigenze del datore di lavoro, nell'ambito di un determinato contesto aziendale, la prestazione a tempo determinato, sì da rendere evidente la specifica connessione tra la durata solo temporanea della prestazione e le esigenze produttive ed organizzative che la stessa sia chiamata a realizzare e la utilizzazione del lavoratore assunto esclusivamente nell'ambito della specifica ragione indicata ed in stretto collegamento con la stessa (per tutte, Cass. 27 aprile 2010 n. 10033);

In tema di assunzione a termine di lavoratori subordinati per ragioni di carattere sostitutivo, la Corte Cost. (sentenza n. 214 del 2009 ed ordinanze n. 65 del 2010 e n. 325 del 2009) e questa Corte hanno affermato che l'onere di specificazione delle causali contenuto nel D.Lgs. n. 368, art. 1 è correlato alla finalità di assicurare la trasparenza e la veridicità della causa dell'apposizione del termine e l'immodificabilità della stessa nel corso del rapporto.

Pertanto, nelle situazioni aziendali complesse, in cui la sostituzione non è riferita ad una singola persona, ma ad una funzione produttiva specifica, occasionalmente scoperta, l'apposizione del termine deve considerarsi legittima se l'enunciazione dell'esigenza di sostituire lavoratori assenti - da sola insufficiente ad assolvere l'onere di specificazione delle ragioni stesse - risulti integrata dall'indicazione di elementi ulteriori (quali l'ambito territoriale di riferimento, il luogo della prestazione lavorativa, le mansioni dei lavoratori da sostituire, il diritto degli stessi alla conservazione del posto di lavoro) che consentano di determinare il numero dei lavoratori da sostituire, ancorchè non identificati nominativamente, ferma restando, in ogni caso, la verificabilità della sussistenza effettiva del prospettato presupposto di legittimità (Cass. 24 maggio 2011 n. 11358, Cass. 26 gennaio 2010 n. 1577).

L'onere della prova è evidentemente a carico della datrice di lavoro (Cass. 1 febbraio 2010 n. 2279), che nel caso in esame nulla di specifico ha dedotto al riguardo.

Nè risulta fondata la dedotta violazione delle norme processuali indicate nel primo motivo di ricorso ["la corte territoriale aveva erroneamente ritenuto generica la causale dell'assunzione in questione senza una specifica doglianza del C. al riguardo"], non avendo la ricorrente riprodotto od allegati gli atti difensivi del giudizio di merito (in contrasto col principio dell'autosufficienza), da cui possa evincersi la denunciata violazione. Risulta peraltro dalla stessa lettura dell'odierno ricorso che il C. denunciò tempestivamente la genericità della causale di assunzione.

Il ricorso va quindi respinto, non essendo stata, peraltro, avanzata alcuna altra censura, che riguardi in qualche modo le conseguenze economiche della dichiarazione di nullità della clausola appositiva del termine ed il capo relativo al risarcimento del danno.

Al riguardo, osserva il Collegio che, con la memoria ai sensi dell'art. 378 c.p.c. la società ricorrente, invoca, in via subordinata, l'applicazione dello ius superveniens, rappresentato dalla L. 4 novembre 2010, n. 183, art. 32, commi 5, 6 e 7 in vigore dal 24 novembre 2010.

..va premesso, in via di principio, che costituisce condizione necessaria per poter applicare nel giudizio di legittimità lo ius superveniens che abbia introdotto, con efficacia retroattiva, una nuova disciplina del rapporto controverso, il fatto che quest'ultima sia in qualche modo pertinente rispetto alle questioni oggetto di censura nel ricorso..

Tale condizione non sussiste nella fattispecie.

...

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali che liquida in Euro 12,00, oltre Euro 2.500,00 per onorari, oltre spese generali, i.v.a. e c.p.a..
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 19 maggio 2011.
Depositato in Cancelleria il 11 luglio 2011

http://ricorsistiposte.forumfree.it/?t=56993902
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« Risposta #7 inserito:: Agosto 15, 2011, 20:55:03 »

L'Ordinanza del Tribunale di Trani del 21/2/2011 (Giudice M. A. La Notte Chirone), con rinvio degli atti alla C. Costituzionale, si riferisce agli artt. 1 e 11 del DLgs 368/2001. La remissione verte sulla interpretazione "liberale" che la Cassazione ha dato, in successive occasioni, al chiaro ed inequivoco pronunciamento della Corte Costituzionale (sent. n. 214/2009). Per questo motivo la posto qui.

continua alla pag. 11:
http://www.studiogalleano.it/TRIB_TRANI_ART1_RIM.pdf

Del diritto sofferente (perché vivente).

Devo necessariamente postare in questa discussione anche la replica vibra(nte) del Giudice Dario Conte del Tribunale di Roma (che, con quello di Trani di cui alla citazione, aveva a suo tempo sollevato questione di legittimità costituzionale riguardo gli artt. 1 e 11 del DLgs 368/01) alla "elusiva" risposta della Corte Costituzionale, ma principalmente vibra(ta) nei confronti dei colleghi, o di coloro che in dottrina assimilano, con buona pace dei principi di diritto, i precetti del legislatore, accordando la propria lettura delle norme (regolanti il rapporto di lavoro tra due parti) alla metrica aziendalista e contabile della parte più forte. Abbiate la pazienza di leggere questa sentenza anche a ferragosto ( ..è ambientata in un autogrill):

TRIBUNALE DI ROMA
III SEZ. LAVORO

Roma, 25/02/2010

Giudice Dario Conte.

Oggetto: serie di contratti a termine tra il 2006 e il 2008.
_ _ _ _

Il mutuo dissenso è negozio tacito. La volontà del lavoratore di far cessare il rapporto per una propria determinazione (ossia di dimettersi) deve emergere da circostanze concludenti, ossia precise, univoche ed inequivoche, ossia del tutto certe. La mera inerzia non è mai concludente, a meno che non risulti evidente che il lavoratore si sia convinto che la clausola del termine era nulla, e che quindi il rapporto era giuridicamente in corso, e che non di meno egli non si sia riattivato. La mutua cessazione della collaborazione trova spiegazione alternativa nel fatto che entrambe le parti pensano che il rapporto sia cessato "de iure" secondo quanto hanno previsto; ed anzi, questa è la più plausibile ragione della loro inerzia.

L'inerzia, di per sè, non ha significato negoziale se non in un contesto che le attribuisce significato negoziale concludente. RAGIONARE DIVERSAMENTE SIGNIFICA INVENTARE TERMINI DECADENZIALI O PRESCRIZIONALI NELLA SPECIE INESISTENTI.

L'art. 1, c. 2, DLgs 368/2001 esige che siano "specificate" le ragioni per le quali è apposta la clausola del termine. Ragioni che il c. 1 dell'art. 1 individua per sole 4 macrocategorie (tecniche, produttive, organizzative, sostitutive).

Nella assenza di precedenti interventi della Corte di legittimità intesi a definire il significato del comma 1, quanto la portata del comma 2 (art. 1), si deve prendere le mosse dall'arresto, intervenuto nelle more, della Corte Costituzionale, sentenza 214/2009, che ha respinto la questione di legittimità costituzionale sollevata da questo giudice [Dario Conte] e dal Tribunale di Trani [M. A. La Notte Chirone] sugli artt. 1 e 11 del DLgs 368/01.

La questione era stata sollevata sul rilievo che il legislatore - nell'abrogare la disciplina previgente.., che richiedeva che nel contratto fosse indicato il lavoratore da sostituire e la causa della sostituzione - aveva introdotto una disciplina facente generico riferimento a ragioni sostitutive, operando in assenza di delega legislativa (...), e in violazione della cd. clausola di non regresso (...).

La Corte Costituzionale, secondo un costume ormai invalso nella sua giurisprudenza di giudicare della legittimità costituzionale delle disposizioni impugnate sulla base di un libero apprezzamento del loro significato normativo anche se difforme da quello operato dal giudice rimettente e/o anche solo consolidato (o anche in qualche modo già affermato in giurisprudenza), ha respinto puramente e semplicemente la questione smentendo la premessa esegetica [relativa al significato] accolta dai giudici rimettenti, per cui la clausola di legittimazione delle ragioni sostitutive posta all'art. 1, c. 1 del DLgs 368 fosse comunque di portata più ampia di quella già posta dall'art. 1, c. 2, lett. b) della legge 230/62.

La Corte Costituzionale ha in particolare ritenuto che non avrebbe senso parlare di ragioni sostitutive se non facendo riferimento ad uno o più specifici lavoratori assenti per un certo periodo e da sostituire, e dei quali sia nota la causa della sostituzione. Ne ha tratto la conseguenza che ..l'art. 1, c. 1, DLgs 368, letto insieme al c. 2, andasse interpretato nel senso che la ragione sostitutiva deve sostanziarsi della necessità di sostituire un lavoratore determinato ed individuato (o più lavoratori, ma sempre individuati), e che, si conseguenza, il comma 2 va interpretato nel senso che l'onere di specificità può essere soddisfatto solo mediante detta indicazione. Da ciò ha tratto che, nulla avendo innovato l'art. 1 rispetto alla disciplina previgente.., nessuna delle censure di legittimità costituzionale aveva fondamento.

Giova osservare che trattasi di interpretazione che, nel pur ormai corposo dibattito dottrinale.. in materia, non sembra nessuno avesse mai avanzato, sebbene gli estremi di tale dibattito fossero assai distanti tra loro (tesi della cd. liberalizzazione totale del lavoro a termine da un lato; tesi per cui le "ragioni" dovrebbero comunque essere straordinarie ed eccezionali dall'altro), ..senza che alcuno si fosse spinto ad affermare che le ragioni siano rimaste tipiche, e legate alla normativa abrogata.

L'interpretazione della Corte Costituzionale si palesa poi, sul piano strettamente esegetico, piuttosto debole, anche stando puramente e semplicemente alle ragioni sostitutive, riguardo alle quali sole peraltro la disciplina previgente si prestava ad una siffatta lettura, aggiungendo alla tipizzazione della causale un onere di enunciazione in contratto altrimenti estraneo al sistema della legge 230.

Appare invero sin troppo agevole obiettare alla Corte che se il legislatore non avesse inteso intaccare il sistema di legittimazione sostanziale della apponibilità della clausola, non avrebbe abrogato la legge 230 e l'art. 23 della legge n. 56/87; non avrebbe dettato una nuova regola in materia manifestamente irriconducibile nel suo complesso, al sistema di regole precedenti; al limite non avrebbe scritto nulla in materia, o avrebbe confermato la disciplina previgente.

Ancora, l'unico argomento che regge la tesi [della C. Costituzionale] e che fa leva sull'onere di specificazione delle ragioni posto dal comma 2, sconta l'agevole obiezione che una cosa è l'onere di dare un contenuto specifico, una ragione astrattamente prevista mediante ricorso ad una macrofattispecie generica, altro è che la specificazione debba attenersi ad una causale tassativa previgente, ed espressamente abrogata.

Infine, posto che un siffatto iter logico-giuridico non avrebbe avuto, per le altre tre macro causali enunciate dal comma 1, neppure l'appiglio utilizzato dalla Corte (perché nel regime previgente un onere di specificazione in contratto esisteva solo per la causale sostitutiva tipizzata dalla legge 230); e che la possibilità di permanenza nel sistema delle cd. causali soggettive contenute nella contrattazione collettiva autorizzata ex art. 23 cit. appare esclusa dal tenore dell'art. 1, c. 1, che fa riferimento solo a causali oggettive; appare ancora agevole rilevare che la tesi della funzione meramente riproduttiva del regime di legittimazione previgente attribuita all'art. 1, c. 1, non può in alcun modo reggere quale criterio di lettura del complesso della disposizione, ciò che avrebbe dovuto indurre ulteriormente la Corte a dubitare del fondamento dell'indicazione esegetica offerta.

Non per questo la Corte non ha dato una indicazione valida, significativa e produttiva alla portata del riferimento dell'art. 1 alle ragioni sostitutive, e, per essa, al significato da attribuire al canone di specificità delle ragioni di cui al relativo comma 2. L'osservazione per cui "per ragioni sostitutive si debbono intendere motivi connessi con l'esigenza di sostituire uno o più lavoratori", colta non già ... , ma nel significato più generico di indicazione ..nel senso comune del termine, e quindi, presumibilmente, secondo la volontà del legislatore, dell'espressione "ragioni sostitutive", appare intrinsecamente fondata, e corrobora il convincimento già in altre occasioni espresso da questo giudicante, quanto al fatto che una ragione designata come sostitutiva è riconoscibile come tale solo in rapporto al riferimento ad uno o più lavoratori determinati da sostituire; in difetto, essa non si configura tecnicamente, né secondo l'uso proprio del termine, né secondo l'intenzione del legislatore in una ragione sostitutiva, ma, semmai, in una ragione produttiva.

La ragione sostitutiva fatta valere nel caso di specie da Autogrill, così come definita in contratto, consiste nella necessità di sostituire tutti coloro che al più vario titolo si fossero assentati nell'intero ambito dell'Autogrill nel periodo previsto dal contratto (assenti che sarebbero stati, per vari periodi, una dozzina).

Proprio perché l'esigenza sostitutiva si pone nei confronti di tutti, per nessuno sarebbe necessario dire chi sia, ed in quale periodo si assenti, perché la ricorrente sarebbe stata assunta per sostituire tutti.

Autogrill produce un prospetto e dei tabulati, da cui risulta che nel primo periodo ..si assentarono per ferie, in vari e distinti giorni, una dozzina di lavoratori, ed altrettanto avvenne nei due successivi periodi. LA RICORRENTE AVREBBE SOSTITUITO TUTTI COSTORO.

Un tale assunto, del tutto implausibile in astratto, non ha ricevuto alcuna conferma in sede istruttoria, e non è neppure seriamente prospettato in sede assertiva, visto che a misura che uno o più degli assenti si fossero assentati contestualmente, la ricorrente non poteva certo sostituirli tutti, né si indica nel tempo quando la ricorrente avrebbe concretamente sostituito chi.

Prospettazioni di tal segno muovono chiaramente dalla presunzione che l'art. 1, DLgs 368/2001, nel prevedere che si può assumere a termine per ragioni sostitutive, consente di assumere, in ogni periodo in cui vi sono assenti, tanti contrattisti quanti sono gli assenti, o meno, sostanzialmente perché e per il mero fatto che le assenze determinano perdita di tempo-lavoro, che può essere necessità/opportunità rimpiazzare in qualche modo.

L'esigenza di recuperare le giornate di lavoro perdute.. con contrattisti a termine è però in sè una ragione produttiva, e diventa sostitutiva solo se, ed in quanto si programmi che ciascun contrattista sostituisca specificamente uno o più assenti. In difetto, le stesse due macrocategorie di fattispecie legittimanti diventano indistinguibili.

A perfetto buon motivo la Corte Costituzionale, quindi, afferma che si può parlare di sostituzione solo con riferimento specifico a uno o più lavoratori individuati e da sostituire. Né tali notazioni possono essere sovvertite dal rilievo che ai fini del comma 1 dell'art. 1, che sia ragione produttiva o sostitutiva è lo stesso. NON È AFFATO LO STESSO, neppure sotto il profilo sostanziale.

OCCORRE FARE UN PASSO INDIETRO, NON POTENDOSI PIÙ ELUDERE LA QUESTIONE DEL SENSO ESEGETICO DELL'ART. 1, COMMA 1. Tale disposizione riferisce le ragioni, non già alla stipula del contratto come tale, ma all'apposizione del termine. Ciò è reso evidente dal tenore testuale della disposizione: "È consentita l'apposizione di un termine.. a fronte di ragioni ..", ma risponde anche ad ineludibili ragioni logico-giuridiche.

Tutte le assunzioni, salvo i casi patologici (assunzioni clientelari, o obbligate dalla disciplina del collocamento), avvengono per "ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo". D'altronde è indubbio, e la Corte di cassazione conferma, che l'assunzione a termine resta, nel nostro ordinamento, l'eccezione. Peraltro, se fosse la regola, non avrebbe senso dire che "è consentita" solo se sussistono "ragioni".

Per quanta ampiezza si possa dare all'art. 1, c. 1, non è dunque possibile affermare che le "ragioni" cui si fa riferimento sono le ragioni per cui si assume: devono essere ragioni atte a spiegare, anche solo alla luce di principi di ragionevolezza traibili dai principi generali di correttezza e buona fede, perché si appone la clausola del termine (...). Le ragioni ..debbono dunque spiegare perché si prevede che alla scadenza del termine non sarà (o potrà non essere) più necessario l'apporto del lavoratore a termine. PER DOVER ESSERE "TECNICHE, ORGANIZZATIVE, PRODUTTIVE O SOSTITUTIVE", TALI RAGIONI NON POSSONO EVIDENTEMENTE CONSISTERE NEL MERO INTERESSE DATORIALE ALLA PRECARIETÀ IN QUANTO TALE. Con ogni approssimazione, DEVONO ESSERE IN QUALCHE MODO TEMPORANEE.

Le ragioni sostitutive in senso tecnico - fatto proprio dalla Corte Costituzionale e qui condiviso - sono ragioni temporanee per definizione, perché ..il riferimento alla sostituzione di uno o più lavoratori individuati (dei quali è previsto o prevedibile il rientro) dà di per sè conto del carattere temporaneo dell'esigenza.

È EVIDENTEMENTE PER QUESTO MOTIVO CHE, PERALTRO, L'ART. 10, C. 7, DLGS 368/01 ESCLUDE L'APPLICABILITÀ DELLE DISPOSIZIONI SUL CD. CONTINGENTAMENTO ALLE ASSUNZIONI CHE AVVENGONO PER RAGIONI SOSTITUTIVE.

Quando ..Autogrill chiama "ragioni sostitutive" mere esigenze reintegrative di giornate-lavoro perdute per fisiologiche assenze per ferie, prospettando che assenze per ferie ci sono a dozzine tutto l'anno, il "proprium" della ragione sostitutiva in termini di "ontologica" temporaneità viene meno, e la formulazione della ragione resta inidonea ad esprimere perché si prevede che, finito il periodo contrattuale, la ragione addotta dovrebbe venir meno. IN REALTÀ, ..FACENDOSI RIFERIMENTO AD UNITÀ ORGANIZZATIVE COMPOSTE DA NUMEROSI LAVORATORI, APPARE EVIDENTE CHE LA RAGIONE COSÌ ADDOTTA LO POTREBBE ESSERE PARI PARI PER OGNI PERIODO DELL'ANNO.

APPARE EVIDENTE CHE QUELLA CHE AUTOGRILL CHIAMA "RAGIONE SOSTITUTIVA", È IN REALTÀ UNA "RAGIONE PRODUTTIVA", CORRISPONDENTE UNICAMENTE NELLA VOLONTÀ DEL DATORE DI OTTENERE SISTEMATICAMENTE, TUTTO L'ANNO, MEDIANTE L'IMPIEGO DI PERSONALE A TERMINE, UN RISULTATO PRODUTTIVO IN TUTTO O IN PARTE REINTEGRATIVO DEL MONTE GIORNATE LAVORO PERDUTE PER FERIE DAI LAVORATORI "STABILI".

Lo stesso risultato, Autogrill lo potrebbe ottenere dimensionando la propria forza lavoro stabile in modo tale che i lavoratori, fruendo dei riposi previsti dalla legge e dai contratti, prestassero, nel loro complesso, periodicamente il "monte ore" desiderato. Per questo motivo LA "RAGIONE" IN QUESTIONE SI RISOLVE PURAMENTE E SEMPLICEMENTE IN UNA PREFERENZA PER LA PRECARIETÀ, RISPETTO AL DIMENSIONAMENTO PER RAPPORTI ORDINARI, QUALE MEZZO ORDINARIO E COSTANTE DI PERSEGUIMENTO DEGLI ORDINARI RISULTATI PRODUTTIVI.

Rientra tale ragione tra quelle contemplate dal comma 1? Ad avviso di questo giudicante NO:

a) NO. Perché una siffatta ragione è del tutto stabile e non temporanea, come deve essere, potendosi al più tollerare un criterio di temporaneità legato a prospettive di breve-medio termine incerte, concretamente prefigurate. IL RICORSO AL PRECARIATO STABILE PER FAR FRONTE ALLE ORDINARIE ESIGENZE PRODUTTIVE NON PUÒ RIENTRARE NELLA PREVISIONE DEL COMMA 1, SE NON SECONDO LA LETTURA DELLA LIBERALIZZAZIONE TOTALE, CHE È L'UNICA CHE HA TROVATO SMENTITA NELLA GIURISPRUDENZA DELLA SUPREMA CORTE, QUANDO HA DETTO CHE IL LAVORO A TERMINE RESTA L'ECCEZIONE.

b) NO. Perché LA PREFERENZA PER LA PRECARIETÀ COME TALE, NEI LIMITI CONSENTITI DALLA CLAUSOLA DI CONTINGENTAMENTO, NON COSTITUISCE IN ALCUN MODO UNA RAGIONE TECNICA, ORGANIZZATIVA, PRODUTTIVA O SOSTITUTIVA, MA È UNA RAGIONE DETTATA PURAMENTE DA RAGIONI DI RISPARMIO IN TERMINI DI COSTI E DI PREFERENZA PER IL LAVORATORE DEBOLE, SICCOME NON PROTETTO DALLA STABILITÀ.

Un altro importante contributo offerto dal Giudice delle leggi alla definizione giurisprudenziale dei termini del macrocontenzioso di cui il presente giudizio è espressione, e dal quale da oggi non si può prescindere (specie da chi contesta la validità dell'esegesi compiuta dalla Corte riguardo alla portata del combinato disposto dei primi due commi dell'art. 1), sta nel fatto che la Corte Costituzionale, per sfuggire alla conclusione che l'art. 1 sia viziato da eccesso di delega, e da violazione della clausola comunitaria di non regresso, non ha trovato altra via che quella di interpretarlo come se nulla fosse mutato in materia di condizioni legittimanti l'apposizione della clausola del termine.

CIÒ NON PUÒ CHE CONDURRE L'INTERPRETE (ED IN PARTICOLARE QUESTO INTERPRETE, CHE HA SOLLEVATO IL DUBBIO E CONTINUA A NUTRIRLO, ED ANZI A RITENERE L'ART. 1 IRRIMEDIABILMENTE VIZIATO SE INTERPRETATO NEL SENSO INNOVATIVO-PEGGIORATIVO IN CUI TUTTI, TRANNE LA CORTE, LO INTERPRETANO) A CONDIVIDERE L'INTERPRETAZIONE OPERATA DALLA CORTE COSTITUZIONALE, in quanto imposta, se non dai canoni ordinari dell'esegesi (art. 12 preleggi), come non lo è, dal canone della cd. interpretazione adeguatrice.

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CONTINUA A PAGINA 9
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« Ultima modifica: Agosto 15, 2011, 21:50:23 da luca_1966 » Registrato
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« Risposta #8 inserito:: Dicembre 19, 2011, 00:06:47 »

È una sentenza già postata, ma qui è evidenziato il criterio di specificazione delle ragioni dell'assunzione ai sensi del c. 2 dell'art. 1, DLgs 368/01 per la Cassazione
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CORTE DI CASSAZIONE
Sent. n. 11358 del 24/5/2011

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

LAMORGESE Antonio (rel. Presidente), STILE Paolo (Consigliere), IANNIELLO Antonio (Consigliere), DI CERBO Vincenzo (Consigliere), NOBILE Vittorio (Consigliere)

(...)

<<I successivi motivi del ricorso principale, dall'ottavo al dodicesimo, riguardano il resistente S.S..

In essi sono denunciate violazione e falsa applicazione del D.Lgs. 6 settembre 2001, n. 368, art. 1 dell'art. 12 disp. Gen., degli artt. 1419 e 2697 cod. civ., ed ancora 1206, 1207, 1217, 1219, 2094 stesso codice, della L. 20 maggio 1970, n. 300, art. 18 degli artt. 115 e 116 cod. proc. civ., oltre a vizi di motivazione.

Si assume in primo luogo la contraddizione in cui è incorsa la sentenza impugnata laddove da un lato ha affermato che l'esigenza posta a base dell'assunzione del S. era temporanea, poiché "per loro natura, le esigenze sostitutive sono intrinsecamente temporanee", e dall'altro lato che in un'azienda di grandi dimensioni, quale Poste Italiane, la necessità delle sostituzioni "si presenta, in una certa misura, durevole e continuativa", motivo per cui "i prospetti prodotti dalle Poste provano un elevato numero di assenze, ma non dimostrano l'esigenza di sostituzioni temporanee".

In tal modo, però, ad avviso della società ricorrente, la sentenza impugnata ha finito con l'affermare che l'esigenza sostitutiva debba essere eccezionale e straordinaria, e travisando il dato letterale del D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 1 - ove invece è stabilito "è consentita l'apposizione di un termine alla durata del contratto di lavoro subordinato a fronte di ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo" - individua un limite non previsto dalla norma. Si critica inoltre la sentenza impugnata, perché nel ritenere la mancanza di prove in ordine alle esigenze sostitutive allegate dalla società ai fini della legittimità dell'assunzione a termine del resistente, ha errato nella valutazione dei documenti prodotti, in particolare dei prospetti delle presenze relativi allo specifico ufficio di destinazione del lavoratore, con l'indicazione dei nominativi dei dipendenti di ruolo assenti, le giornate di assenze di ciascuno di essi e la causa delle rispettive assenze, e non ha preso in esame i capitoli della prova orale articolati sulle assenze del personale del medesimo ufficio, indicate mese per mese. Si aggiunge poi che nella normativa dettata dal citato D.Lgs. n. 368 del 2001 manca una disposizione che sancisca la conversione a tempo indeterminato del rapporto di lavoro a termine instaurato in assenza dei relativi presupposti di legge, ed infine, in via subordinata, si addebita al giudice del merito di avere determinato il risarcimento spettante al S.S. in violazione dei principi e delle norme di legge sulla costituzione in mora del debitore e sulla corrispettività della prestazione.

Questi motivi afferenti alla posizione del S. sono fondati nei limiti di cui appresso.

La Corte di merito, dopo aver accertato che il lavoratore era stato assunto con contratto del 20 giugno 2003, ai sensi del D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 1 per ragioni di carattere sostitutivo correlate alla specifica esigenza di provvedere alla sostituzione del personale inquadrato .... assente con diritto alla conservazione del posto di lavoro nel periodo dal 16 giugno 2003 al 15 settembre 2003, ha poi evidenziato che nel contratto era pure specificata la destinazione del lavoratore, cioè presso l'ufficio di (OMISSIS), nell'ambito della regione Lombardia, per l'espletamento del servizio di recapito, ma ha concluso per l'illegittimità del termine apposto al contratto, avendo ritenuto che le ragioni addotte dall'azienda a giustificazione dell'assunzione del predetto lavoratore non avevano il carattere della temporaneità. Soltanto quelle che abbiano tale connotazione, ha precisato il medesimo giudice, integrano le esigenze sostitutive previste dalla norma, e non anche l'esigenza delle sostituzioni che, in un'azienda di grandi dimensioni si presenta, "in una certa misura, durevole e continuativa, tanto è vero che, viene programmata e gestita dalla società con personale stabile, calcolando il tasso fisiologico dell'assenteismo, in particolare nel settore dello smistamento e del recapito, dove le attività non possono subire ritardi".

Ma, osserva innanzitutto il Collegio, la programmazione che l'azienda, ad avviso del giudice del merito, può fare nel tentativo di gestire, con personale stabilmente inquadrato, le sostituzioni dei dipendenti assenti per svariati motivi, non esclude la temporaneità della esigenza delle sostituzioni nelle sedi in cui l'azienda è articolata.

Su tale carattere che devono avere le esigenze da esplicitare nel contratto di lavoro a termine, secondo la disciplina del D.Lgs. n. 368 del 2001, permane il contrasto in dottrina tra l'orientamento che propende per la necessità della temporaneità e l'altro indirizzo che invece lo nega. E sul punto, come è stato già sottolineato, l'accordo quadro, recepito nella direttiva comunitaria, di cui il D.Lgs. costituisce attuazione, all'art. 3 si limita a richiedere che il termine sia "determinato da condizioni oggettive, quali il raggiungimento di una certa data, il completamento di un compito specifico o il verificarsi di un evento specifico".

Sempre su questa questione, in controversie tra lavoratori a tempo e la stessa società per analoghe fattispecie, la giurisprudenza di legittimità ha di recente affermato (v. Cass. 1 febbraio 2010 n. 2279) che la necessaria specificazione delle ragioni oggettive del termine apposto al contratto di lavoro consiste nella "indicazione sufficientemente dettagliata della causale nelle sue componenti identificative essenziali, sia quanto al contenuto, che con riguardo alla sua portata spazio-temporale e più in generale circostanziale, perseguendo in tal modo la finalità di assicurare la trasparenza e la veridicità di tali ragioni, nonché l'immodificabilità delle stesse nel corso del rapporto", rilevando nel contempo che "tale specificazione può risultare anche indirettamente nel contratto di lavoro e da esso per relationem ad altri testi scritti accessibili alle parti" (nella specie accordi collettivi richiamati nel contratto stesso).

Cass. 27 aprile 2010 n. 10033 ha quindi precisato che "l'apposizione di un termine al contratto di lavoro, consentita dal D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 1 a fronte di ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo, che devono risultare specificate, a pena di inefficacia, in apposito atto scritto, impone al datore di lavoro l'onere di indicare in modo circostanziato e puntuale, al fine di assicurare la trasparenza e la veridicità di tali ragioni, nonché l'immodificabilità delle stesse nel corso del rapporto, le circostanze che contraddistinguono una particolare attività e che rendono conforme alle esigenze del datore di lavoro, nell'ambito di un determinato contesto aziendale, la prestazione a tempo determinato, sì da rendere evidente la specifica connessione tra la durata solo temporanea della prestazione e le esigenze produttive ed organizzative che la stessa sia chiamata a realizzare e la utilizzazione del lavoratore assunto esclusivamente nell'ambito della specifica ragione indicata ed in stretto collegamento con la stessa. Spetta al giudice di merito accertare - con valutazione che, se correttamente motivata ed esente da vizi giuridici, resta esente dal sindacato di legittimità - la sussistenza di tali presupposti, valutando ogni elemento, ritualmente acquisito al processo, idoneo a dar riscontro alle ragioni specificamente indicate con atto scritto ai fini dell'assunzione a termine, ivi compresi gli accordi collettivi intervenuti fra le parti sociali e richiamati nel contratto costitutivo del rapporto".

In motivazione la sentenza, tra l'altro, ha rilevato che "in realtà la previsione di specifici presupposti economici e organizzativi e la necessità di una espressa motivazione in ordine alle ragioni che presiedono all'apposizione del termine resterebbero un mero flatus vocis ove il datore di lavoro potesse discrezionalmente determinare le cause di apposizione del termine, a prescindere da una specifica connessione fra la durata solo temporanea della prestazione e le esigenze produttive ed organizzative che la stessa sia chiamata ad attuare".

Tale giurisprudenza, che certamente ha respinto la tesi della ammissibilità di un termine "acausale", non sembra, però, che nel contempo abbia accolto la tesi rigida di una necessaria assoluta temporaneità intrinseca o "ontologica" della esigenza tecnica, produttiva o organizzativa, quanto piuttosto una concezione di temporaneità relativa sufficientemente oggettivata attraverso la specificazione, al fine della trasparenza e della verificabilità.

Più in particolare per le ragioni sostitutive, va ricordato che, mentre la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 214 del 2009, ha affermato che, per tale profilo, il legislatore del 2001 non ha innovato la disciplina previgente della L. n. 230 del 1962 e che la specificazione delle ragioni sostitutive "implica necessariamente anche l'indicazione del lavoratore o dei lavoratori da sostituire e delle cause della loro sostituzione", la Corte di Cassazione ha precisato che "l'onere di specificazione delle predette ragioni è correlato alla finalità di assicurare la trasparenza e la veridicità della causa dell'apposizione del termine e l'immodificabilità della stessa nel corso del rapporto. Pertanto, nelle situazioni aziendali complesse, in cui la sostituzione non è riferita ad una singola persona, ma ad una funzione produttiva specifica, occasionalmente scoperta, l'apposizione del termine deve considerarsi legittima se l'enunciazione dell'esigenza di sostituire lavoratori assenti - da sola insufficiente ad assolvere l'onere di specificazione delle ragioni stesse - risulti integrata dall'indicazione di elementi ulteriori (quali l'ambito territoriale di riferimento, il luogo della prestazione lavorativa, le mansioni dei lavoratori da sostituire, il diritto degli stessi alla conservazione del posto di lavoro) che consentano di determinare il numero dei lavoratori da sostituire, ancorché non identificati nominativamente, ferma restando, in ogni caso la verificabilità della sussistenza effettiva del prospettato presupposto di legittimità." (cfr. Cass. 26 gennaio 2010 n. 1577 e v. pure la pronuncia n. 1576 pubblicata con la stessa data).
_ _ _ _

La sentenza impugnata relativamente alle statuizioni che riguardano il S. ha deciso difformemente da tali principi, e perciò vanno accolti l'ottavo, il nono ed il decimo motivo del ricorso principale, sulla base del seguente PRINCIPIO DI DIRITTO:

"In tema di assunzione a termine di lavoratori subordinati per ragioni di carattere sostitutivo, ai sensi del D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 1, c. 2, l'onere di specificazione delle predette ragioni è correlato alla finalità di assicurare la trasparenza e la veridicità della causa dell'apposizione del termine e l'immodificabilità della stessa nel corso del rapporto. Pertanto, nelle situazioni aziendali complesse, in cui la sostituzione non è riferita ad una singola persona, ma ad una funzione produttiva specifica, occasionalmente scoperta, l'apposizione del termine deve considerarsi legittima se l'enunciazione dell'esigenza di sostituire lavoratori assenti - da sola insufficiente ad assolvere l'onere di specificazione delle ragioni stesse - risulti integrata dall'indicazione di elementi ulteriori (quali l'ambito territoriale di riferimento, il luogo della prestazione lavorativa, le mansioni dei lavoratori da sostituire, il diritto degli stessi alla conservazione del posto di lavoro) che consentano di determinare il numero dei lavoratori da sostituire, ancorché non identificati nominativamente, ferma restando, in ogni caso, la verificabilità della sussistenza effettiva del prospettato presupposto di legittimità".

Restano assorbiti gli ultimi due motivi del medesimo ricorso (concernenti la conversione del rapporto di lavoro in quello a tempo indeterminato e le conseguenze economiche derivanti dall'affermata nullità della clausola di apposizione del termine, comprese anche le questioni relative all'applicabilità dello ius superveniens, costituito L. 4 novembre 2010, n. 183, art. 32, commi 5, 6 e 7, in vigore dal 24 novembre 2010, richiamata in memoria dalla società ricorrente), nonché l'unico motivo del ricorso incidentale, che svolge censure sulla liquidazione delle spese del giudizio di appello.

...Cassata la sentenza impugnata in relazione alle censure accolte, la causa va rimessa per nuovo esame alla stessa Corte di appello di Milano, in diversa composizione, che attenendosi al principio di diritto innanzi trascritto, accerterà la congruità del contratto a termine stipulato con il S. rispetto alla necessità di sostituire il personale nei giorni di assenza nel medesimo periodo, secondo la documentazione allegata dall'azienda.

Il giudice di rinvio provvederà inoltre al regolamento delle spese del giudizio di cassazione relative al rapporto tra il S. e la società Poste Italiane, mentre sono compensate quelle tra la società e B.N., nulla disponendosi quanto a quelle nei riguardi della P. e della Bo., nessuna attività difensiva essendo stata svolta da costoro.

P.Q.M.

(...)

Roma, il 23/2/2011.

Depositato in Cancelleria il 24/5/2011
>>

http://www.laprevidenza.it/news/documenti/cass_11358_2011/5480
« Ultima modifica: Dicembre 19, 2011, 00:08:48 da luca_1966 » Registrato
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« Risposta #9 inserito:: Aprile 23, 2012, 12:40:58 »

E' da molto che non seguo né posto sentenze, ma me ne è capitata una sottomano, una Cassazione positiva sull'art.1 (credo visto che non è specificato) per mancata valutazione dei rischi. Non so se è già stata postata, è recentissima, in ogni caso la rendo:

L'ASSUNZIONE A TEMPO DETERMINATO NON E' CONSENTITA SE NON E' PRECEDUTA DALLA VALUTAZIONE DEI RISCHI
- La violazione del divieto comporta la conversione in rapporto a tempo indeterminato (Cassazione Sezione Lavoro n. 5241 del 2 aprile 2012, Pres. Miani Canevari, Rel. Mancino).

Andrea A. dopo aver lavorato alle dipendenze della S.p.A. Poste Italiane con tre successivi contratti a termine, recanti generiche causali sostitutive, ha chiesto al Tribunale di Milano di accertare la nullità dei termini per mancata indicazione sulle lettere di assunzione, dei nomi dei lavoratori sostituiti e per mancata previa effettuazione, nelle loro sedi di lavoro, della valutazione dei rischi. Il Tribunale ha rigettato la domanda in quanto ha ritenuto sufficienti le indicazioni contenute nelle lettere di assunzione. In grado di appello la Corte di Milano ha confermato la decisione del Tribunale rilevando che i contratti contenevano l'indicazione delle ragioni giustificatrici dell'apposizione del termine, specificando la causale della sostituzione (sostituzione di personale assente con diritto alla conservazione del posto), l'ambito territoriale (Varano Borghi, Gavirate, Besozzo), il tipo di mansioni (addetto al recapito) ed il periodo di sostituzione e che la società aveva dato indicazioni specifiche sulle sostituzioni effettuate negli uffici lombardi in relazione a ciascuno dei tre contratti, confermate dal testimoniale acquisito alla causa; che, soprattutto per il secondo contratto, le molteplici sostituzioni in diversi uffici non determinavano l'illegittimità del termine essendosi comunque trattato di sostituzioni nell'ambito della filiale di Varese, in ufficio di piccole dimensioni, ove non erano risultate scoperture d'organico; infine, quanto al divieto di procedere ad assunzioni a termine nelle sedi di lavoro ove non era stata effettuata la valutazione dei rischi, che la relativa disposizione non prevedeva l'effetto di conversione del rapporto a tempo indeterminato preteso dal lavoratore. Il lavoratore ha proposto ricorso per cassazione, censurando la decisione della Corte milanese per vizi di motivazione e violazione di legge.

La Suprema Corte (Sezione Lavoro n. 5241 del 2 aprile  2012, Pres. Miani Canevari, Rel. Mancino), ha ritenuto infondate le censure relative alla omessa indicazione nei contratti dei nomi dei lavoratori sostituiti, mentre ha accolto quelle concernente la conseguenza della mancata effettuazione della valutazione dei rischi.

L'art 3 del decreto legislativo n. 368/2001 - ha osservato la Corte - ha introdotto una quadruplice serie di divieti all'apposizione del termine al contratto di lavoro subordinato, così rafforzando il peculiare disvalore che connota le assunzioni a termine effettuate in violazione degli specifici divieti stabiliti a protezione di interessi intensamente qualificati sui piano costituzionale, e limitando l'autonomia negoziale delle parti nella stipulazione del contratto di lavoro a termine.

Il disvalore legislativo, sancito con il divieto a contrarre, viene, nella specie, in considerazione con riferimento al divieto all'apposizione del termine "da parte delle imprese che non abbiano effettuato la valutazione dei rischi ai sensi dell'articolo 4 del decreto legislativo 19 settembre 1994, n. 626, e successive modificazioni" [art. 3, lett. d), d.lgs. n. 368 cit.].

La specificità del precetto, alla stregua del quale la valutazione dei rischi assurge a presupposto di legittimità del contratto - ha affermato la Corte - trova la ratio legis nella più intensa protezione dei rapporti di lavoro sorti mediante l'utilizzo di contratti atipici, flessibili e a termine, ove incidono aspetti peculiari quali la minor familiarità del lavoratore e della lavoratrice sia con l'ambiente di lavoro sia con gli strumenti di lavoro a cagione della minore esperienza e della minore formazione, unite alla minore professionalità e ad un'attenuata motivazione, come con dovizia emerge dal rapporto OIL, del 28 aprile 2010, Rischi emergenti e nuove forme di prevenzione in un mondo del lavoro che cambia.

Né va sottaciuto - ha osservato la Corte - che la disposizione de qua costituisce l'armonizzazione, nell'ordinamento italiano, della regola del necessario equilibrio tra flessibilità e sicurezza cui è improntato il 5° considerando dell'Accordo quadro sul lavoro a tempo determinato allegato alla direttiva di attuazione e recepimento 1999/70/CE del 28 giugno 1999, recante espressamente l'invito del Consiglio europeo alle parti sociali a negoziare accordi per "modernizzate l'organizzazione del lavoro, comprese formule flessibili di lavoro, onde rendere produttive e competitive le imprese c raggiungere il necessario equilibrio tra la flessibilità e la sicurezza".

La valorizzazione della protezione del lavoratore e della lavoratrice con minor familiarità con l'ambiente di lavoro è, del resto, in consonanza con quanto già riaffermato dalla giurisprudenza di legittimità, con riferimento alla peculiare pregnanza degli obblighi di sicurezza nei confronti dei lavoratori meno esperti. Invero, le norme in materia di prevenzione degli infortuni sul lavoro, preordinate ad impedire l'insorgere di pericoli, anche eventuali e remoti in qualsiasi fase del lavoro, sono dirette a tutelare il lavoratore anche contro gli incidenti derivanti da un suo comportamento colposo e dei quali, conseguentemente, l'imprenditore è chiamato a rispondere per il semplice fatto del mancato apprestamento delle idonee misure protettive, pure in presenza di condotta imprevidente e negligente del lavoratore, tali disposizioni, e gli obblighi correlati, assumono peculiare pregnanza nei confronti, ad esempio, degli apprendisti (v., fra le altre, Cass. 11622/2007). A fronte di tale pregnante obbligo di sicurezza verso i lavoratori con minor esperienza e familiarità verso l'ambiente di lavoro, l'ordinamento, in limine, esprime il proprio disvalore verso l'inosservanza degli adempimenti in tema di sicurezza dei luoghi di lavoro vietando al datore di lavoro, che la valutazione dei rischi per la salute e la sicurezza dei lavoratori non abbia effettuato, di stipulare il contratto di lavoro a termine; incombe pertanto sul datore di lavoro che intenda sottrarsi alle conseguenze della violazione del divieto, l'onere di provare di aver assolto specificamente l'adempimento, con la valutazione dei rischi nei termini richiesti dalla normativa, all'evidenza in epoca antecedente alla stipula del contratto a termine, e il giudice non può che constatare la sussistenza della fattispecie lecita o vietata dall'ordinamento.

Venendo alle conseguenze della violazione del divieto, posto dunque da norma imperativa, sicché la pattuizione difforme risulta contra legem - ha precisato la Corte - va riaffermato il principio costantemente ribadito (ex multis, Cass. 10033/2010; 2279/2010; 12985/2008), secondo cui il d.lgs. n. 368 cit. (applicabile, nella fattispecie, ratione temporis) ha senz'altro confermato   pur anteriormente alla novellazione operata dalla L. n. 247 del 2007, arti, comma 39 ("Il contratto di lavoro subordinato c stipulato di regola a tempo indeterminato"), il principio generale secondo cui il rapporto di lavoro subordinato è normalmente a tempo indeterminato, costituendo, pur sempre, l'apposizione del termine un'ipotesi derogatoria rispetto al suddetto principio, in consonanza con la premessa su cui si fonda raccordo quadro stesso, vale a dire "che i contratti di lavoro a tempo indeterminato costituiscono la forma comune dei rapporti di lavoro, mentre i contratti di lavoro a tempo determinato rappresentano una caratteristica dell'impiego in alcuni settori o per determinate occupazioni e attività" e che, pertanto, il beneficio della stabilità dell'impiego deve essere inteso come un elemento portante della tutela dei lavoratori (così Corte Giustizia Comunità Europee, sentenza 22 novembre 2005, causa C - 144/04, Mangold, punto 64; sentenza Angelidaki, punto 104), laddove i contratti di lavoro a termine sono idonei a rappresentare sia le esigenze dei datori di lavoro che dei lavoratori "soltanto in alcune circostanze" .

Ne risulta - ha concluso la Corte - che la nullità della clausola del termine di durata al contratto di lavoro apposto in divieto di norma imperativa comporta la nullità dell'opzione contrattuale scelta dalla parti contraenti verso l'ipotesi derogatoria (del lavoro a termine) e la validità del contratto di lavoro, stipulato inter partes, secondo la regola generale del rapporto a tempo indeterminato.
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« Risposta #10 inserito:: Aprile 23, 2012, 15:42:44 »

...molto interessante!
mi chiedo come deve essere fatta la valutazione dei rischi..io ad es. essendo stata somministrata ho firmato un foglio datomi dall'agenzia di lavoro per la 626 prima di essere inviata nella sede di lavoro. In questo foglio manca la denominazione dell'ufficio in cui sono stata inviata..diciamo che è un prestampato. Secondo voi è l'ufficio che deve provvedere alla valutazione dei rischi?
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« Risposta #11 inserito:: Aprile 24, 2012, 22:47:45 »

Una sentenza del Tribunale di Milano del febbraio 2012 decisa per la mancata valutazione dei rischi è presente qui:

Si tratta di un ricorso così ben sintetizzato dal giudice, ed incentrato sulla specialità della disciplina "postale", che è quasi un peccato che la sentenza si sia decisa per la mancata effettuazione della valutazione dei rischi ex DLgs 626/94, senza, perciò, che il Giudice Di Leo si sia dovuto esprimere a riguardo. Il luogo di lavoro corrispondeva ad un edificio addossato ad un altro preesistente. A nulla vale il rilievo dell'azienda, circa l'identità dei macchinari, delle procedure.. Viene rigettata anche l'eccezione relativa alla pretesa tacita risoluzione del rapporto (mutuo consenso) fondata solo sul lasso di tempo atteso dal lavoratore per intentare causa (2 anni e 8 mesi). Sono stati sentiti anche alcuni testimoni..

TRIBUNALE DI MILANO
Sent. del 27/2/2012

Il dott. NICOLA DI LEO in funzione di giudice del lavoro ha pronunciato la seguente sentenza nella causa civile di 1° Grado iscritta al n. 12391/2011 R.G..

..(segue alla citazione)..
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« Risposta #12 inserito:: Aprile 26, 2012, 11:42:23 »

Sapete come funziona nel caso di somministrazione?
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luca_1966
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« Risposta #13 inserito:: Aprile 26, 2012, 11:56:21 »

Immagino che riguardo alla valutazione dei rischi sia perfettamente la stessa cosa. Anzi, a rispondere della mancata previsione sarebbe in modo ancor più esclusivo l'utilizzatore, prima che il somministratore.
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luca_1966
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« Risposta #14 inserito:: Maggio 30, 2012, 22:52:39 »

professioni-imprese24.ilsole24ore.com

RIFORMA DEL LAVORO: TUTTA LA DOCUMENTAZIONE E GLI APPROFONDIMENTI

Il 30 maggio 2012 Il Sole 24 ORE, il Consiglio Nazionale dell'Ordine dei Consulenti del lavoro e la Fondazione Studi Consulenti del Lavoro hanno presentato il FORUM LAVORO 2012. L'evento può essere seguito in differita su www.ilsole24ore.com/forumlavoro. Pubblichiamo di seguito la documentazione di approfondimento relativa agli argomenti che sono stati affrontati in occasione del Forum.

(..)

CONTRATTI A TERMINE

(..)

Nei contratti a termine stipulati per ragioni di carattere sostitutivo, l'abrogazione dell'obbligo di indicazione del nome del lavoratore sostituito e della causa della sostituzione è legittima, purché riguardi una categoria limitata di lavoratori e sia compensata da misure di tutela (Corte Giustizia Ue 24/6/2010, C-98/09).

In presenza di una realtà aziendale complessa e articolata nelle sue dimensioni organizzative, la condizione necessaria, che impone l'indicazione del nominativo del lavoratore da sostituire, può essere soddisfatta facendo riferimento a indici differenti quali: l'ambito territoriale; il luogo della prestazione lavorativa; le mansioni dei lavoratori da sostituire e l'enunciazione del loro diritto alla conservazione del posto (Cass. 7/7/2011, n. 14990, Cass. 25/1/2011, n. 1724; Cass. 26/1/2010, n. 1576); nelle aziende di grandi dimensioni quel che rileva, in altri termini, è che vi sia corrispondenza quantitativa tra il numero dei lavoratori assunti a termine per lo svolgimento di una determinata funzione e la scoperture che, per quella stessa funzione si sono realizzate per il periodo dell'assunzione (Cass. 15/12/2011, n. 27058).

Il mero riferimento all'esigenza di sostituire lavoratori assenti non integra il requisito di specificità richiesto dalla norma ove la tipologia di assenza non sia specificata (ferie, malattia, gravidanza ecc.): da ciò discende la nullità del termine apposto al contratto di lavoro, la sua conversione a tempo indeterminato e il diritto del lavoratore al risarcimento del danno, così come stabilito ex art. 32, co. 5, L. n. 183/2010 (Trib. Bari 10/2/2011)

è ammissibile il contratto a termine per la sostituzione di dipendenti assenti per ferie, a condizione che ciò risulti esplicitamente dal contratto, in questo caso non è necessario che i nomi dei sostituiti siano espressamente indicati; il datore, tuttavia, è tenuto a provare la correlazione tra l'assenza per ferie e l'assunzione; in definitiva occorre un nesso oggettivo tra l'assenza per ferie e la presenza del sostituto (Corte App. Milano 29/6/2007). È quindi impossibile che i sostituti risultino in numero superiore ai lavoratori (titolari di posto) assenti per ferie.
_ _ _ _

Non è sufficiente che le ragioni siano indicate mediante un'acritica ripetizione delle causali di legge (Trib. Venezia 6/2/2007; Trib. Bolzano 17/3/2010)

al datore di lavoro non è vietato, in linea di principio, indicare specificatamente due o più causali giustificatrici dell'apposizione del termine al contratto di lavoro (Cass. 16/3/2010, n. 6328)
« Ultima modifica: Maggio 30, 2012, 23:08:56 da luca_1966 » Registrato
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« Risposta #15 inserito:: Giugno 01, 2012, 13:40:43 »

Tribunale di Milano, sent. n. 5020 del 25/10/2011

<<..chiamato a giudicare in merito alla legittimità di un contratto a tempo determinato stipulato per ragioni sostitutive, ha chiarito che se un'impresa assume un lavoratore a tempo determinato per sostituire una lavoratrice in maternità, il contratto è valido anche se cambia la ragione dell'assenza della lavoratrice (nel caso di specie, se la lavoratrice prosegue la sua assenza con un periodo di ferie). Per il giudice infatti, sul presupposto che siano specificamente indicati nel contratto i dati della lavoratrice sostituita, le ragioni dell’assenza e il periodo di assenza, la causale del contratto resta valida anche rispetto al periodo in cui la dipendente ha preso le ferie al posto del congedo per maternità: quello che rileva è che la sua assenza è proseguita.

Secondo il Tribunale, inoltre, il termine può coincidere con la fine dell'assenza senza dover essere individuato con una data fissa, essendo necessario che la scadenza del rapporto sia almeno determinabile; nel caso di specie, non era necessario che il datore di lavoro individuasse il limite temporale dell'assunzione con l'indicazione di una specifica data, risultando correlato alla ragione della sostituzione e coincidente con il verificarsi di quell'unico e specifico evento rappresentato dal rientro della lavoratrice sostituita.
>>.

http://www.studiodeluca.it/news_234_Tribunale+di+Milano%3A+%E8+valido+il+contratto+a+termine+per+sostituzione+di+maternit%E0+anche+se+mutano+le+ragioni+dell%92assenza
« Ultima modifica: Giugno 01, 2012, 13:41:39 da luca_1966 » Registrato
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« Risposta #16 inserito:: Settembre 04, 2012, 23:29:51 »

È stata fissata l'udienza alla CORTE COSTITUZIONALE per l'art.1 d.lgs. 368/2001..

http://www.cortecostituzionale.it/schedaOrdinanze.do?anno=2011&numero=173&numero_parte=1

CORTE COSTITUZIONALE

Reg. ord. n. 173 del 2011 pubbl. su G.U. del 24/08/2011 n. 36
Ordinanza del Tribunale di Trani del 21/02/2011
Notifica del 23/03/2011
Tra: Mizzi Giovanni C/ Poste Italiane Spa


Oggetto:

Lavoro e occupazione - Apposizione di termini alla durata del contratto di lavoro subordinato - Omissione di specificazione per iscritto, ove l'assunzione a tempo determinato avvenga per soddisfare ragioni di carattere sostitutivo, del nome del lavoratore sostituito e della causa della sua sostituzione, secondo la giurisprudenza della Corte costituzionale, non condivisa dalla giurisprudenza della Cassazione, costituente "diritto vivente" - Violazione del principio di uguaglianza - Eccesso di delega - Richiamo alle sentenze della Corte costituzionale nn. 214/2009, 44/2008 e all'ord. n. 65/2010.

Norme impugnate.. (vedi nell'originale)

Testo dell'ordinanza n. 173 (Atto di promovimento) 21/2/2011.

Ordinanza del 21 febbraio 2011 emessa dal Tribunale di Trani [Giud. M.A. La Notte Chirone] nel procedimento civile promosso da Mizzi Giovanni contro Poste Italiane S.p.a.. (vedi nell'originale)

(...)

UDIENZA PUBBLICA DEL 30 GENNAIO 2013 REL. MAZZELLA

Attendendo senza troppa fiducia il responso della Consulta (giusto per vedere come la Corte saprà superare le proprie contraddizioni (vedi sent. C. Cost. n. 214/2009) a proposito dell'onere di specificazione del nome del lavoratore assente da sostituire sul contratto a termine ex art. 1 "per sostituzione"), ecco sul punto l'ormai consolidato parere della Cassazione in una recente decisione:  

CORTE DI CASSAZIONE
Sent. n. 8647 del 30/5/2012

SVOLGIMENTO..

1.- Con ricorso al giudice del lavoro di Novara, S.E. esponeva di essere stata assunta con contratto di lavoro a tempo determinato da Poste Italiane s.p.a. per il periodo 14.01-31.03.03 “ai sensi del d.lgs. n. 368/01 per ragioni di carattere sostitutivo correlate alla specifica esigenza di provvedere alla sostituzione del personale inquadrato nell’area operativa e addetto al servizio di recapito/smistamento presso il Polo corrispondenza Piemonte/Valle d’Aosta, assente con diritto alla conservazione del posto di lavoro nel periodo 2.01-31.03.03″.

2. ..la Corte di appello di Torino con sentenza del 15.10.09 accoglieva l’impugnazione .. rileva[ndo] che nell’atto scritto non erano specificamente indicate le ragioni legittimanti l’apposizione del termine, atteso che non erano indicati né il nome del lavoratore da sostituire, né l’esigenza per la quale si riteneva di ricorrere ad un contratto a termine per la sua sostituzione..

3.- Avverso questa sentenza Poste Italiane proponeva ricorso per cassazione..

[ * ]

MOTIVI..

5.- Poste Italiane sottopone tre mezzi di impugnazione.

5.1.- Con il primo motivo sono denunziate violazione dell’art. 1 del d.lgs. 6.9.01 n. 368 e carenza di motivazione, sostenendosi che il giudice di merito avrebbe proceduto ad una sua aprioristica valutazione di inidoneità dell’atto scritto a formalizzare le ragioni legittimanti la stipula del contratto, senza tener conto che le norma individua le ragioni stesse nelle esigenze temporanee connesse al normale andamento dell’attività aziendale, senza richiedere che queste abbiano più i caratteri della straordinarietà, dell’eccezionalità o dell’imprevedibilità.

5.2.- Con il secondo motivo è dedotta violazione dell’art. 115 c.p.c. e dell’art. 2697 c.c., sostenendosi che l’onere probetorio circa l’illegittimità dell’apposizione del termine graverebbe sul lavoratore, il quale sarebbe tenuto a provare l’assenza delle ragioni di carattere sostitutivo indicate nell’atto scritto; in ogni caso nella fattispecie il giudice di appello avrebbe dovuto quantomeno prendere in considerazione la prova fornita da Poste Italiane, che pure il primo giudice aveva ritenuto sufficiente a provare le esigenze di carattere sostitutivo.

(...)

Secondo quanto rilevato dalla giurisprudenza di questa Corte con le sentenze 26.01.10 nn. 1576 e 1577 [le famigerate "sentenze gemelle"] e numerose altre che a queste si sono adeguate, l’onere di “specificazione” nell’atto scritto costituisce una perimetrazione della facoltà riconosciuta all’imprenditore di far ricorso al contratto di lavoro a tempo determinato per soddisfare una vasta gamma di esigenze aziendali (di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o aziendale), a prescindere da fattispecie predeterminate. Tale onere ha l’evidente scopo di evitare l’uso indiscriminato dell’istituto per fini solo nominalmente riconducibili alle esigenze riconosciute dalla legge, imponendo la riconoscibilità della motivazione addotta già nel momento della stipula del contratto. D’altro canto, tuttavia, proprio il venir meno del sistema delle fattispecie legittimanti impone che il concetto di specificità sia collegato a situazioni aziendali non più standardizzate ma obiettive, con riferimento alle realtà specifiche in cui il contratto viene ad essere calato. Il concetto di specificità in questione risente, dunque, di un certo grado di elasticità che in sede di controllo giudiziale deve essere valutato dal giudice secondo criteri di congruità e ragionevolezza.

Con riferimento specifico alle ragioni di “carattere sostitutivo”, pertanto, il contratto a termine se in una situazione aziendale elementare è configurabile come strumento idoneo a consentire la sostituzione di un singolo lavoratore addetto a specifica e ben determinata mansione, allo stesso modo in una situazione aziendale complessa è configurabile come strumento di inserimento del lavoratore assunto in un processo in cui la sostituzione sia riferita non ad una singola persona, ma ad una funzione produttiva specifica che sia occasionalmente scoperta. In quest’ultimo caso, il requisito della specificità può ritenersi soddisfatto con la verifica della corrispondenza quantitativa tra il numero dei lavoratori assunti con contratto a termine per lo svolgimento di una data funzione aziendale e le scoperture che per quella stessa funzione si sono realizzate per il periodo dell’assunzione.

Il giudice non ha seguito tali principi, in quanto ha verificato il requisito della specificità in base all’esame esteriore del contratto, ignorando i mezzi istruttori offerti dal datore di lavoro, mentre avrebbe dovuto riscontrare se l’assunzione obbedisse a quel criterio di elasticità che la nuova formulazione della norma di legge impone, con riferimento all’ambito territoriale di destinazione, al luogo della prestazione, alle mansioni del lavoratore (o dei lavoratori) da sostituire e, ove necessario in relazione alla situazione aziendale descritta, al diritto del lavoratore sostituito di conservare il posto.

8.- Fondato, dunque, il primo motivo e, assorbiti il secondo ed il terzo, il ricorso deve essere accolto, con cassazione della sentenza impugnata e rinvio al giudice indicato in dispositivo, il quale procederà a nuovo esame facendo applicazione dei principi appena enunziati.

Allo stesso giudice va rimessa la regolazione delle spese del presente giudizio di legittimità.

P.Q.M.

Accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte d’appello di Torino in diversa composizione, anche per la regolazione delle spese del giudizio di legittimità..>>.

http://francescocolaci.wordpress.com/2012/09/04/significativa-sentenza-cassazione-relativa-assunzione-a-termine-per-sostituzione/

_ _ _ _

[ * ] a questo punto della sentenza è annotato che <<3. ..Poste Italiane ha depositato memoria sottoscritta da nuovo difensore.>>. La Cassazione preliminarmente chiarisce che <<4. ..deve ritenersi inammissibile la costituzione del nuovo difensore di Poste Italiane s.p.a. con procura speciale rilasciata a margine della memoria sopra menzionata. La possibilità di apposizione della procura speciale in tale atto è stata, infatti, introdotta dall’art. 45, c. 9., lett a), della l. 18.06.09 n. 69, con riguardo ai giudizi instaurati a decorrere dal 4.07.09 (art. 58, c. 1, della legge).
« Ultima modifica: Settembre 04, 2012, 23:37:19 da luca_1966 » Registrato
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« Risposta #17 inserito:: Settembre 09, 2012, 00:32:25 »

È stata fissata l'udienza alla CORTE COSTITUZIONALE per l'art. 1 ("esigenze sostitutive") del d.lgs. 368/2001..


<<(S. Galleano, 4/9/2012) Come già si era a suo tempo preannunciato, il Tribunale di Trani aveva rimesso (nel lontano febbraio del 2011) nuovamente la questione di costituzionalità dell’art. 1 del D.Lgs. 368/2001 nella parte in cui non prevedeva più che, in caso di assunzione a termine per esigenze sostitutive, il datore di lavoro fosse tenuto ad indicare il nominativo (o i nominativi) del lavoratore (o dei lavoratori) sostituiti (..).

Tale nuova rimessione era sostanzialmente obbligata, poiché dopo la Corte costituzionale 214 del 2009 (..), resa su una precedente rimessione sempre del Tribunale di Trani, che aveva sancito tale obbligo, vi era stato un intervento della Corte di Cassazione che aveva, di fatto, “sterilizzato” la pronuncia della Corte costituzionale (..) [sentt. "gemelle"], anche se poi aveva corretto (un po’) il tiro (..). La Cassazione infatti, con una decisione “interpretativa” della Corte costituzionale, aveva deciso che per le imprese con struttura “complessa” (esempio a caso: Poste) la verifica della ragione sostitutiva andasse fatta solo sul numero degli assunti a termine paragonato a quello dei lavoratori a tempo indeterminato assenti.

Di qui la nuova rimessione. Ora la decisione, fissata per il 30 gennaio 2013 (..). Non a caso dopo che Poste ha ormai definito con i noti accordi pressoché quasi tutto il suo contenzioso e il Governo ha fatto approvare la riforma che prevede la possibilità di stipulare un primo contratto a termine acausale. Insomma la decisione poteva essere presa anche prima. Meglio tardi che mai, comunque.

Roma, 4 settembre 2012.
Sergio Galleano>>.


« Ultima modifica: Settembre 09, 2012, 00:33:43 da luca_1966 » Registrato
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« Risposta #18 inserito:: Settembre 30, 2012, 12:43:39 »

In questa discussione:
http://ricorsistiposte.forumfree.it/?t=63114854

sporting766, 11/9/2012:

- Bussatore tantissimi auguri di cuore x la vittoria!!! io sto aspettando l'esisto della mia cassazione....speriamo che sia andata bene uff!!
- io son con l'art. 1 x sostituzione ..primo grado vinto, appello perso!
- l'avvocato mi ha detto che è fiducioso.. mah, vedremo a fine mese!!!

sporting766, utente non più iscritto..

sporting76, 2/2/2011
http://ricorsistiposte.forumfree.it/?t=53682702

 - ..ho lavorato nel 2004 art. 1 x sostituz. autista e smistamento!!! vinto 1° grado nel 2006, perso appello nel 2007 e ora in attesa della cassazione!!!
« Ultima modifica: Settembre 30, 2012, 12:49:54 da luca_1966 » Registrato
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« Risposta #19 inserito:: Novembre 10, 2012, 02:02:42 »

Sentenza di Sporting76
http://ricorsistiposte.forumfree.it/?t=63850302&st=30#entry518603445

Commenti alla stessa pagina di Forumfree/Poste: viene citata anche una sentenza del 2010 di Dario Conte, Tr. RM, sull'art. 1 applicato secondo C. Cost. ed in polemica con il rimaneggiamento operato da Cass., in un caso di assunzione Autogrill.
_ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _

<<Avverso la sentenza n.******* della corte d'appello di cagliari sez.dist.di Sassari, depositata il 20/07/2007. udita la relazione della causa svolata nella pubblica udianza del 28/o6/2012 dal consigliere dott.Giovanni Mammone udito l'avvocato __________ udito l'avvocato fiorillo luigi per delega carrieri mario udito il P.m in persona del sotituto procuratore generale dott. Ignazio patrone che ha concluso per inammissibilita' del ricorso.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
 1)Con ricorso al giudice del lavorodi sassari,____________esponeva di essere stato assunto con contrato di lavoroa tempo determinato da poste italiane s.p.a per il periodo 15-03/31.05.2004 per l'esplemento delle mansionidi smistamentoe trasporto corrispondenza edinquadramento nel livello E,adetto C.R.P junior,ai sensi dell'art.1 del d.lgs6.09.01 n.368 ....per ragioni di carattere sostitutivo correlate alla specifica esigenza di provvedere alla sostituzione del personale adetto al servizio di recapito/smistamnento e trasporto presso il polo Corrispondenza Sardegna,assente nel periodo dal 15.03 2004 al 31.05.2004.ritenendo illegittima l'apposizione del termine chiedeva che venisse dichiarata l'esistenza di un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato.

2)Accolta la domanda e proposto appello da poste italiane s.p.a la corte di appello di Cagliari,sezione di Sassari,con sentenza del 20.07.2007 accoglieva l'impugnazione.la corte ritenevaprovatele ragioni che avevano dato luogo all'apposizione del termine,atteso che l'istruttoria aveva evidenziato che nel Polo Corrispondenza Sardegna,e in particolare nella citta' di sassari,erain organico personale con diritto alla conservazione del posto alla cuii sostituzione era stato destinatoil lavoratore a termine.Tale sostituzione e' da ritenere corretta,in quanto il dgl.n.368 non richiede piu' l' indicazione del lavoratore sostituito.

3)Avverso questa sentenza------ha proposto ricorso per cassazione illustrato da memoria,cui poste italiane ha risposto con controricorso.Il Collegio ha disposto la stesura di motivazione semplificata.

MOTIVAZIONE DELLA DECISIONE

4)Parte ricorrente deduce a) violazione della'art 112 c.p.c,sostenendo che in appello poste italiane aveva mosso una doglianza circa la mancata ammissione della prova richiesta,ma non aveva censurato la valutazione dell'espletata della prova per testi,di modo che il giudice entrando nel merito della valutazione era incorso nel vizio di ultrapetizione(primo motivo)b)carenza di motivazione all'atto della valutazione del materiale probatorio,in quanto il giudice avrebbe frainteso un dato di fatto,non rendendosi conto che il Polo Corrispondenza Sardegna e la Filiale di Sassari di Poste italiane sono entita' fel tutto diverse,per cui le assenze di personale riscontrate nella seconda non potevano essere ascritte alla prima(secondo motivo) Entrambi i motivi sono infondati.

5)Quanto al primo motivo,deve rilevarsi che a a norma dell'art. 342 c .p.c,il giudizio di appello,pur essendo limitato all'esame delle sole questioni oggetto di specifici motivi di gravame,si estende ai punti della sentenza di primo grado che siano,anche implicitamente,connessi a quelli censurati;ne consegue che non viola il principio del TANTUM-DEVOLUTUM QUANTUM APPELLATUM il giudice di appello che fondi la propia decisione su ragioni diverse da quelle svolte dall' appelante nei suoi motivi,ovvero esamini questioni non specificamente da lui propostele quali appaiono,nell'ambitodella censura proposta,in rapporto di diretta connessione con quelle espressamente dedotte nei motivi stessi, costituendone un neccessario antedecente logico e giuridico(principio consolidato,v.per tutte Cass.11.01.11n.443).Pertanto,quando dal complesso delle deduzioni e delle conclusioni contenute nell'attodi appello risulti la volonta' di sottoporre l'intera controversia al giudice dell' impugnazione,questi e' tenuto a riesaminare anche quelle parti della sentenza di primo gradoche non abbiano,a differenzadi altre,formato ofggetto di specifica trattazione nel suddetto atto,in quanto comunque coinvolte nell'integrale impugnazione della prima pronuncia(Cass.5.04.11 n.7789, 20.07.10n.17013 e 22.08.97 n.7888). La Corte d'appello si e' attenuta a qusti principi,in quanto ,dato atto che la censura sulla negata ammissione era da disattendere e verificata la sussistenza della ragione sostitutiva sulla scorta della prova espletata alla stregua delle risultanze ivi acclarate,ha verificato il contenuto della clausola di apposizione del termine,nella sostanza dando concretezza all'accertamento di fatto secondo l'obiettivo dell'appello ,che era quello di affermare la sussistenza delle condizioni legittimanti l'apposizione del termine.

6)Quanto al secondo motivo,sostiene parte riccorente che il giudice avrebbe sovraposto due diverse entita' organizzative della struttura aziendale,nonredendosi conto che il Polo Corrispondenza Sardegna e la Filiale di Sassari sono due strutture differenti e distinte,di modo che,avendo il direttore della filiale inquestione affermato che il il-------- era stato " applicato" presso di essa,non potrebbe trarsene la conseguenza che Poste italiane avesse rispettato le clausole del contrato,atteso che il lavoratore avrebbe dovuto essere destinato al Polo Corrispondenza Sardegna.Tale sovrapposizione,tuttavia,non emerge dalla sentenza inpugnata,atteso che il giudice ha affermato che predso la " sede di Sassari del Polo Corrispondenza Sardegna" nel periodo interessato al rapporto erano assenti lavoratori con diritto alla conservazione del posto,cosi spiegando che la Filiale rientrava nel Polo corrispondenza e che la sede di lavoro assegnata era conforme a quanto pattuito nel contratto.La questione della alterita' organizzativa delle due strutture,dedotta con il ricorso,e' questione di fatto innammissibilmente sollevata solo in sede di illeggitimita'.

7) In conclusione il ricorso e' infondato e deve essere rigettato.Le spese del giudizio di leggitimita',come liquidate in dispositivo.seguono la soccombenza. La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorente alle spese del giudizio di leggitimita',che liquida in euro 50(cinquanta) per esborsi ed in euro 3000(tremila)per onorari,oltre spese generali,iva e cpa.

Cosi deciso in ROMA IN DATA 20 giugno 2012>>.
« Ultima modifica: Novembre 10, 2012, 02:27:02 da luca_1966 » Registrato
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« Risposta #20 inserito:: Novembre 25, 2012, 23:45:59 »

IL COMUNE DI FIRENZE COSTITUISCE UNA SITUAZIONE AZIENDALE ELEMENTARE ?
EPPURE I DIPENDENTI DOVREBBERO ESSERE 3-4.000, OCCUPATI SUL TERRITORIO NELLE PIÙ SVARIATE MANSIONI..  

In una causa decisa ad inizio 2011, relativa ad un contratto a termine stipulato (per lo svolgimento della mansione di educatrice di asili nido) tra la ricorrente ed il Comune di Firenze dal 10/9/2007 al 25/7/2008, il Giudice Marilena Rizzo è arrivata alla conclusione che il Comune di Firenze avrebbe dovuto specificare il nominativo del lavoratore da sostituire. A sostegno richiama la sentenza C. Cost. n. 214/2009, che dispone, come noto, espressamente in tal senso, mentre non cita le successive sentenze emesse a ripetizione dalla Cassazione (a partire dalle nn. 1576 e 1577 del 26/1/2010), che distinguono tra <<situazione aziendale elementare>> e <<situazione aziendale complessa>>.

<<TRIBUNALE DI FIRENZE
Sent. del 27/1/2011

 (...)

6. In primo luogo, infatti, deve ritenersi che la clausola di apposizione del termine al contratto impugnato dall’odierna ricorrente sia nulla per violazione della norma imperativa di cui all’art. 1 co. 2 del D.lgs. n. 368/2001, non avendo il Comune di Firenze ottemperato all’obbligo di specificare per iscritto le ragioni produttive o organizzative o tecniche o sostitutive che giustificano il ricorso a tale tipologia contrattuale.

7. Come emerge dall’esame del contratto de quo (doc. 2 parte ricorrente), la p.a. datrice si è, infatti, limitata ad addurre, quale ragione giustificatrice dell’assunzione della ricorrente a tempo determinato, l’esigenza di assicurare “il regolare funzionamento del servizio asili nido”, formula che, con tutta evidenza, non consente né alla lavoratrice né, se del caso, al giudice, di comprendere i motivi per i quali l’Ente locale necessiti, ai fini della regolare erogazione del servizio, delle prestazioni lavorative di dipendenti a tempo determinato.

8. Né, d’altro canto, può ritenersi che, nel caso de quo, le ragioni giustificative siano state specificate per relationem attraverso il richiamo, nel contratto individuale, della determinazione della Direzione Organizzazione n. 7648 del 5.4.2007. In essa, infatti, la p.a. indica genericamente, quale causa del ricorso a n. 22 assunzioni a tempo determinato, l’esigenza di sostituire “personale trasferito o esonerato definitivamente o assegnato temporaneamente ad altre funzioni per motivi di salute, o assente per maternità o per lunghi periodi di aspettativa”.
È evidente, pertanto, che si tratta di una causale che non permette al singolo lavoratore di comprendere quale, tra quelle indicate, sia la specifica ragione dell’assenza del dipendente di ruolo che è chiamato a sostituire, né di conoscere l’identità del lavoratore assente da sostituire, né, infine, di verificare l’effettiva sussistenza e la durata della ragione sostitutiva alla base della sua assunzione.

9. Tanto è vero che solo in corso di causa, e quindi tardivamente (l’art. 1 co. 2 del citato decreto legislativo impone, infatti, che le ragioni siano specificate in quello stesso atto scritto da cui risulta l’apposizione del termine), il Comune di Firenze ha reso noto che la ricorrente ha sostituito 2 lavoratrici in maternità.

10. Peraltro, alla stregua della recente sentenza della Corte Costituzionale n. 214/2009, il Comune di Firenze,  nel contratto individuale sottoscritto dalla ricorrente, o almeno nella determinazione in esso richiamata, avrebbe dovuto indicare sia il nominativo del singolo dipendente che ella avrebbe dovuto sostituire, sia la causa della sua assenza dal servizio.
 
In detta pronuncia, infatti, la Corte Costituzionale ha dichiarato infondata la questione di legittimità costituzionale degli artt. 1, comma 1, e 11 del d.lgs. n. 368 del 2001 nella parte in cui, sopprimendo l'art. 1 co. 2, lettera b), della legge n. 230 del 1962, avrebbero abolito l'onere dell'indicazione del nominativo del lavoratore sostituito, quale condizione di liceità dell'assunzione a tempo determinato di altro dipendente, ritenendo che il legislatore, con detti articoli, non abbia, in realtà, innovato, sotto il profilo che qui interessa, la disciplina contenuta nella L. n. 230/1962. Ad avviso della Consulta, infatti, l’obbligo del datore di lavoro di specificare le ragioni produttive, tecniche, organizzative e sostitutive, previsto all’art. 1 co. 2 del D. lgs. n. 368/2001, si traduce necessariamente, con riguardo a queste ultime, nell’obbligo di indicare per iscritto, sia il nominativo del lavoratore da sostituire, sia la causa della sua sostituzione. Diversamente, infatti, sostiene il Giudice delle Leggi, non sarebbe possibile verificare la trasparenza, la veridicità, né l’immodificabilità in costanza di rapporto delle esigenze temporanee per soddisfare le quali si ricorre all’assunzione a termine.

(...)

Il Giudice Marilena Rizzo>>.

http://www.tosclavgiur.it/wp-content/uploads/2011/02/Trib.-Firenze-27.1.2011.doc
« Ultima modifica: Novembre 25, 2012, 23:56:40 da luca_1966 » Registrato
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« Risposta #21 inserito:: Gennaio 31, 2013, 21:43:18 »

Aspettando che il Giudice Rizzo (vedi sopra) valuti se operare, in futuro, anche al Comune di Firenze (qualche migliaio di dipendenti stabili) il "distinguo" tra aziende elementari e complesse (distinguo predisposto nel 2010 dalla Cassazione per dirimere il contenzioso di Poste Italiane, ma pur sempre valido per ciascuna azienda ..articolata), potrebbe interessare una recente sentenza della S.C. (io non l'ho ancora letta):  

[Questa decisione, a giudicare dal titolo, sembra calibrata per incastonare il concetto di imprese elementari e complesse ("distinguo") introdotto dalle sentenze "gemelle" Cass. nn. 1576 e 1577 di inizio 2010].

L'UNITA' PRODUTTIVA COSTITUISCE UN'ARTICOLAZIONE DELLA PIU' AMPIA ORGANIZZAZIONE IMPRENDITORIALE - Che realizza un risultato o una finalità autonomi

Cassazione Sezione Lavoro n. 21714 del 4 dicembre 2012, Pres. e Rel. Stile
http://www.legge-e-giustizia.it/index.php?option=com_content&task=view&id=4452&Itemid=131
« Ultima modifica: Gennaio 31, 2013, 21:46:43 da luca_1966 » Registrato
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« Risposta #22 inserito:: Marzo 21, 2013, 00:02:04 »

OBBLIGO DI INDICARE IL NOME DEL LAVORE SOSTITUITO E LA RAGIONE DELL'ASSENZA SUL CONTRATTO A TERMINE EX ART. 1, DLGS 368/2001

"..prossima udienza CORTE COSTITUZIONALE del 27/3/2013" - St. Leg. Galleano
http://www.studiogalleano.it/Art1_368-01_esig_Sost_ind_nominativo.htm

vedi anche
http://www.mondoposte.it/smf/index.php?topic=8671.0
_ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _

CORTE D'APPELLO DI PALERMO
Sent. n. 433 dell'1/3-13/6/2012

Matteo Frasca Presid. relat.
Fabio Civiletti Cons.
Michele De Maria Cons.

<<...Non ignora questo Collegio la diversa opzione intepretativa sostenuta dalla Corte di Cassazione che, con la sentenza 1576/2010 espressamente invocata dall'appellante [Poste Italiane SpA], ha proposto una diversa "lettura" della ..citata decisione del giudice delle leggi.

...Questa Corte, pur consapevole dell'autorevolezza della pronuncia del giudice di legittimità, ritiene di dissentire dalla lettura "integrativa" della sentenza 214/2009 che propone. ...la "graduazione" ..tra strutture organizzative complesse ed elementari non solo non trova alcun riscontro nella decisione della Consulta, ma anzi sembra porsi in implicito sostanziale contrasto con la stessa, dal momento che la fattispecie sottoposta al vaglio di legittimità costituzionale aveva ad oggetto proprio un contratto ..con Poste.

...la Corte Costituzionale, avendo ad oggetto il giudizio a quo una controversia con l'odierna appellata, non poteva non avere ben presente che questa è dotata di una struttura aziendale di indiscutibile complessità, e, pur tuttavia, è pervenuta alla conclusione sopra riportata.

...In ogni caso, anche ove si volesse aderire all'interpretazione della Suprema Corte e considerare non decisiva l'omessa indicazione del nominativo del lavoratore sostituito, ove concorrano diversi dati che consentano comunque di individuare il numero dei lavoratori da sostituire, ritiene il Collegio che permarrebbe la rilevata carenza di specificità...>>..


[Di seguito la Corte di Genova evidenzia come Poste Italiane insista nel ritenere di aver da subito fornito elementi perfettamente idonei ad identificare il lavoratore assente (compresa certa documentazione medica cui si rimanda), con ciò significando che era perfettamente in grado di allegare il nominativo. Con tutto che la documentazione medica di cui dispone l'azienda è per altro inaccessibile...].

App. PA 433/12
http://www.studiogalleano.it/MIZZI_all_c.a._palermo.pdf


Allego altre decisioni dello stesso tenore:

TRIBUNALE DI ROMA
Sent. del 25/2/2010
Giud. Dario Conte

<<...Il giudicante non ignora che di recente la Suprema Corte si è pronunciata sulla portata delle ragioni sostitutive in Cass. 1576 e 1577/2010, in senso difforme da quanto qui prospettato.

SI DUOLE IL GIUDICANTE NON POTER SEGUIRE L'ORIENTAMENTO INTRAPRESO  DALLA SUPREMA CORTE,

per le seguenti ragioni:

a) IL TENORE INEQUIVOCO DELL'AFFERMAZIONE DELLA CORTE COSTITUZIONALE

per cui: "la specificazione.. [dei motivi connessi con la sostituzione..] ..implica necessariamente anche l'indicazione del lavoratore o dei lavoratori da sostituire, e delle cause della loro sostituzione.. [al fine] ..di assicurare la trasparenza e veridicità della causa di apposizione del termine e l'immodificabilità della stessa nel corso del rapporto.",

SIGNIFICA ..QUELLO CHE DICE,

cioè che solamente le indicazioni che erano già previste dalla legge 230 soddisfano l'art. 1, c. 2, perché rendono possibile una concreta verifica.

LA CORTE DI CASSAZIONE PUÒ BEN ANDARE IN DIVERSO AVVISO, MA NON PUÒ, SENZA ANDARE IN CONTRASTO CON GLI INDEROGABILI PRINCIPI LOGICI FONDAMENTALI DI VERITÀ E DI NON CONTRADDIZIONE, ATTRIBUIRE AL GIUDICE DELLE LEGGI DI AVER DETTO CIÒ CHE EGLI HA INVECE INEQUIVOCABILMENTE ESCLUSO...>>.


vedi interv. #7
http://www.mondoposte.it/smf/index.php?topic=17.msg92293;topicseen#msg92293


CORTE D'APPELLO DI BARI
Sent. n. 5546 del 2-18/11/2010
Relat. Marcello De Cillis

<<...SEMBRA QUASI OVVIO OSSERVARE CHE ANCHE LE REALTÀ AZIENDALI PIÙ COMPLESSE SONO STRUTTURATE SULLA BASE DI UNA ARTICOLAZIONE TERRITORIALE DIFFUSA DI MOLTEPLICI UNITÀ PRODUTTIVE, A LORO VOLTA CONNESSE, IN VIA GERARCHICA E FUNZIONALE, AD ORGANISMI INTERMEDI TRA LE BASI OPERATIVE ED IL VERTICE AZIENDALE. SICCHÉ È EVIDENTE CHE CIASCUN ORGANISMO INTERMEDIO, ATTRAVERSO IL PREPOSTO A CIASCUNA SEDE O UNITÀ OPERATIVA, È IN GRADO DI CONOSCERE ESATTAMENTE IL LAVORATORE ..E QUINDI È BEN IN GRADO DI RENDERLO NOTO, IN SEDE DI STIPULA DEL CONTRATTO, ANCHE AL CONTRATTISTA A TERMINE...>>.

http://pst.giustizia.it/PST/it/pst_2_6_2.wp?actionPath=/ExtStr2/do/consultazionepubblica/sicid/dirlavoro/detail.action&currentFrame=10&idfascicolo=30320&numeroregistro=00000888&annoregistro=2008&regioneRicerca=13&ufficioRicerca=0720060064&registroRicerca=LAV

vedi interv. #12
http://www.mondoposte.it/smf/index.php?topic=5307.msg92296#msg92296
« Ultima modifica: Marzo 21, 2013, 00:03:55 da luca_1966 » Registrato
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« Risposta #23 inserito:: Marzo 21, 2013, 00:38:19 »

Dalla MEMORIA DIFENSIVA PER MIZZI GIOVANNI (in vista della discussione orale della causa in C. Cost. il 27/3/13), redatta dai relativi divensori, avv.ti Domenico Carpagnano e Vincenzo De Michele,

http://www.studiogalleano.it/MIZZI_mem_costi_avv_carpagnano.pdf

ho tratto la seguente sentenza di Cassazione n. 2279/2010, la quale si esprime a proposito dell'onere di specificazione di cui al comma 2 dell'art. 1 (del Dlgs 368/2001). Eppure,

COME SI VEDE, GLI STESSI PRINCIPI RISULTANO PERFETTAMENTE APPLICABILI ANCHE AL CASO DELL'ART. 2 COMMA 1 BIS, CHE NON SI SOTTRAE ALLA REGOLA GENERALE DEL DECRETO DI APPARTENENZA. EPPURE I CONTRATTI DI ASSUNZIONE A TERMINE DI POSTE ITALIANE SI LIMITANO A RICHIAMARE L'ARTICOLO DI LEGGE, MA OMETTONO I DATI IVI RICHIESTI A PENA DI INVALIDITÀ DEL TERMINE.

CASSAZIONE, Sez. Lav.
Sent. n. 2279 del 1/2/2010
http://www.europeanrights.eu/public/sentenze/2279-2010_cass_esigenze_sostitutive.pdf

Composta da..:

Michele De Luca Pres.
Antonio Ianniello Cons. rel.
Gianfranco Bandini Cons.
Vincenzo Di Cerbo Cons.
Vittorio Nobile Cons.

..su ricorso di Poste Italiane.. contro Brunetto paola Rita [etc..]


<<Il decreto legislativo n. 368 del 2001, abbandonando il precedente sistema di rigida tipicizzazione delle causali che consentono l'apposizione di un termine finale al rapporto di lavoro (in parte già oggetto di ripensamento da parte del legislatore precedente), in favore di un sistema ancorato alla indicazione di clausole generali..., cui ricondurre le singole situazioni legittimanti come individuate nel contratto, si è ..posto il problema - nel quadro disciplinare tuttora caratterizzato dal principio di origine comunitaria del contratto di lavoro a tempo determinato (cfr., in proposito, Cass. 21 maggio 2008 n. 12985) - del possibile abuso insito nell'adozione di una tale tecnica.

Per evitare siffatto rischio di un uso indiscriminato dell'istituto, il legislatore ha imposto la trasparenza, la riconoscibilità e la verificabilità della causale assunta a giustificazione del termine, già a partire dal momento della stipulazione del contratto di lavoro, attraverso la previsione dell'onere di specificazione, vale a dire di una indicazione sufficientemente dettagliata della causale nelle sue componenti identificative essenziali, sia quanto al contento che con riguardo alla sua portata spazio-temporale e più in generale circostanziale.

In altri termini, per le finalità indicate, tali ragioni giustificatrici, contrariamente a quanto sostenuto in prima battuta dalla ricorrente, devono essere sufficientemente particolareggiate, in maniera da rendere possibile la conoscenza dell'effettiva portata delle stesse e quindi il controllo di effettività delle stesse.>>.
« Ultima modifica: Marzo 21, 2013, 00:42:30 da luca_1966 » Registrato
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« Risposta #24 inserito:: Marzo 29, 2013, 18:39:12 »

Per gli eventuali commenti alla discussione orale della causa C. Cost./2013 sull'art. 1 "per sostituzione" passare alla pagina citata di seguito (la presente è dedicata solo alla sentenza di prossimo deposito..).

Udienza Pubblica del 27/3/2013

L'udienza ha inizio alle ore 9:38. Tutti i Giudici sono presenti.

Ruolo n. 1

Ordinanze:

ord. 173/2011
ord. 21 febbraio 2011 Tribunale di Trani

- Mizzi Giovanni c/ Poste Italiane Spa

Oggetto ruolo:

Lavoro e occupazione - Apposizione di termini alla durata del contratto di lavoro subordinato - Omissione di specificazione per iscritto, ove l'assunzione a tempo determinato avvenga per soddisfare ragioni di carattere sostitutivo, del nome del lavoratore sostituito e della causa della sua sostituzione, secondo la giurisprudenza della Corte costituzionale, non condivisa dalla giurisprudenza della Cassazione, costituente "diritto vivente".

LUIGI MAZZELLA (GIUDICE RELATORE)

Vincenzo De Michele e Sergio Galleano, per delega dell'avv. Domenico Carpagnano, per Mizzi Giovanni (AVVOCATI)

Giampiero Proia e Luigi Fiorillo per Poste Italiane spa (AVVOCATI)

Sergio Fiorentino per il Presidente del Consiglio dei ministri (AVVOCATO DELLO STATO)

Alla pagina "lavori"/"udienze pubbliche" seguente..

www.cortecostituzionale.it/ActionPagina_1126.do

..scegli "Udienza Pubblica del 27/3/2013" - "ruolo n. 1"

« Ultima modifica: Marzo 29, 2013, 18:42:46 da luca_1966 » Registrato
giudicimpostori
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« Risposta #25 inserito:: Settembre 13, 2013, 20:59:40 »

...ho appena spedito la raccomandata perchè non avevo aderito i precedenti accordi visto che l'avvocato mi diceva che nn avrei avuto problemi in cassazione ma,purtroppo la cc ha fatto retromarcia su qst contratti e adesso sono al bivio o firmo oppure perderò in cassazione
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