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Autore Discussione: sentenze contratti art.8  (Letto 12616 volte)
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« inserito:: Novembre 17, 2009, 15:09:02 »

Citazione
TRIBUNALE DI LECCE
Sezione lavoro

Il Giudice del Lavoro dott.ssa A. Colluto ha pronunciato la seguente

S E N T E N Z A

nella causa iscritta al n. 1722105 R. G., discussa e decisa all'udienza del 25-11-2005, promossa

DA
C. P., rappresentato e difeso dall'avv. luri Chironi, domiciliatario,
ricorrente

CONTRO
POSTE ITALIANE S.P.A., in persona del Presidente pro-tempore, rappresentata e
difesa dagli avv.ti Roberto Pessi e Cataldo Motta, quest'ultimo domiciliatario,
resistente

OGGETTO: riconoscimento rapporto di lavoro a tempo indeterminato e
pagamento retribuzioni.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
Con ricorso depositato in data 11-2-2005, parte ricorrente ha esposto di avere
lavorato alle dipendenze di Poste Italiane S.p.A., come portalettere, nel periodo dal 3-6-1999 al 31-7-1999, per avere stipulato un contratto di lavoro a tempo determinato di cui non aveva ricevuto copia.
ha censurato la validità di tale contratto, avendo riguardo alle previsioni della L.
230/62 e della L. 56/87; in particolare, ha rilevato che avrebbe dovuto ricevere
copia del contratto; che in ipotesi nel contratto avrebbe dovuto essere indicato
nominativamente il personale da sostituire; che, qualora I'apposizione del termine
fosse stato motivato in relazione all'art. 8 del CCNL 26-1 1-1 999, questa norma
collettiva faceva generico riferimento ad esigenze eccezionali dovute fase di
-ristrutturazione e rimodulazione degli assetti occupazionali conseguenti alla trasformazione dell'Ente Poste in Società per azioni che non potevano comunque
valere a giustificare assunzioni termine per un tempo illimitato.
Ha affermato, inoltre, di avere prestato servizio per sopperire alle vacanze di
organico delle varie zone di recapito alle quali era stata assegnata.
Ha chiesto, pertanto, che venisse dichiarata la nullità dell'apposizione del termine
e la continuità del rapporto a tempo indeterminato, con la condanna della società
resistente al pagamento delle retribuzioni non percepite e al versamento dei
contributi dovuti per il periodo in cui non aveva potuto lavorare.
Poste Italiane si è costituita in giudizio e ha contestato in fatto e in diritto le
deduzioni avversarie, formulando un'eccezione di risoluzione del contratto per
mutuo dissenso, sostenendo la legittimità dell'accordo 25-9-1997 e la legittimità
del contratto a termine stipulato per esigenze di ristrutturazione.
All'udienza indicata in epigrafe la causa è stata discussa e decisa come da
separato dispositivo.

MOTIVI DELLA DECISIONE
Il ricorso è fondato e va accolto per quanto di ragione.
Parte ricorrente è stata assunta da Poste Italiane S.p.A con contratto a termine la
cui motivazione richiama l'accordo collettivo in data 25-9-1997, che vale ad
integrare e ad ampliare il contenuto del secondo comma dell'art. 8 del CCNL del
26-11-1994, ove sono previste "esigenze eccezionali conseguenti alla fase di
ristrutturazione e rimodulazione degli assetti occupazionali in corso quale
condizione per la trasformazione della natura giuridica dell'ente ed in ragione della
graduale introduzione di nuovi processi produttivi. .". Questo si ricava dalla copia
del contratto prodotto da Poste Italiane SpA.
A seguito dell'accordo predetto, in data 16-1-1998 è intervenuto un nuovo accordo
sindacale, quale secondo accordo attuativo per le assunzioni con contratto a
termine, nel quale si è convenuto che: "Con riferimento al disposto di cui all'art. 8
del CCNL 26-11-1994, così come integrato con i successivi accordi sottoscritti con le 00. SS. stipulanti il CCNL, le parti si danno atto che l'Impresa continua a
ritrovarsi nella situazione di cui all’inteqrazione stessa, dovendo concludere il
processo di trasformazione della sua natura giuridica e della conseguente
ristrutturazione aziendale e di rimodulazione degli assetti occupazionali in corso di trattativa. In conseguenza di ciò e per far fronte alle predette esigenze si potrà
procedere ad assunzione di personale straordinario con contratto a tempo
determinato fino al 30-4-1998.
Ai sensi dell' art. 23 della legge n. 56/87 l'apposizione del termine al contratto di
lavoro è consentita, oltre che nelle ipotesi di cui alla legge n. 230/62, anche nelle
ipotesi individuate nei contratti collettivi di lavoro stipulati con i sindacati nazionali
o locali aderenti alle confederazioni maggiormente rappresentative sul piano
nazionale. In sostanza, a seguito della legge n. 56/87 l'ordinamento consente I'apposizione del termine tutte le volte che ciò risulta oggettivamente giustificato al
fine di impedire che il datore di lavoro sia tenuto ad assumere manodopera
destinata a risultare esuberante nel complesso del ciclo produttivo.
Ed invero, allo stato, a fronte di situazioni giustificative del contratto a termine
previste direttamente dalle legge, o condizionate nella loro ricorrenza alla duplice
valutazione delle organizzazioni sindacali e della autorità pubblica, si riscontra la
possibilità che altre situazioni legittimanti siano previste dalla contrattazione
collettiva, con il pieno consenso, cioè, a livello normativo, del sindacato dei
lavoratori, il tutto nell'ambito di un sistema che combinando I' azione disciplinare
della legge, del controllo sindacale e di quello pubblico, permette nella materia in
esame una maggiore flessibilità nella regolamentazione del contratto di lavoro (cfr.
Cass. Sez. Lav. n. 7519198).
In questo ambito normativo trova origine I' accordo del 25-9-97 con cui è stato
modificato I' art. 8 del CCNL 26-11-94 con I' introduzione di una nuova ipotesi in
cui è consentita la stipulazione del contratto a termine, consistente in "esigenze
eccezionali conseguenti alla fase di ristrutturazione e di rimodulazione degli assetti
occupazionali in corso, quale condizione per I' avvenuta trasformazione della
natura giuridica delle Poste Italiane s.p.a. ed in ragione della graduale
introduzione di nuovi processi produttivi, di sperimentazione di nuovi servizi ed in
attesa dell' attuazione del progressivo e completo equliibrio sul territorio delle
risorse umane"; sulla base di tale previsione pattizia sono stati stipulati i contratti di
lavoro a tempo determinato senza che le parti collettive fissassero un limite di
tempo alla facoltà di assunzione a tempo determinato.
Orbene, il CCNL prevede quale condizione legittimante la stipula di contratti a
termine I' eventualità di esigenze eccezionali conseguenti alla fase di
ristrutturazione e rimodulazione degli assetti occupazionali in corso ed esige che
il lavoratore assunto a termine venga utilizzato in attività direttamente interessate
dal processo di riorganizzazione. Pertanto, è senz'altro ammissibile l'utilizzazione
del contratto a termine anche allorquando la ristrutturazione e rimodulazione degli
assetti occupazionali importi soltanto la mera necessità od opportunità di una
diversa ripartizione del lavoro tra i dipendenti dell'impresa in ragione della
riorganizzazione in atto, ma è inammissibile allorquando in questo contesto il
lavoratore assunto a termine venga utilizzato in compiti diversi da quelli costituenti
oggetto del processo di ristrutturazione .
Invero , le parti collettive con I' accordo del 25-9-1997 non avevano fissato un
limite di tempo alla facoltà di assunzioni a termine e, come già a suo tempo aveva
fatto la L. 230/62, si sono limitate ad individuare una fattispecie "astratta"("esigenze  eccezionali conseguenti alla fase di ristrutturazione . . . ") - in presenza
della quale sarebbe stata lecita l'apposizione del termine al contratto di lavoro -,
ma successivamente con accordi definiti attuativi hanno apposto un termine fino
al 31 -1 -1 998, prorogato con successivi accordi fino al 30-4-1 998, cosicchè I'assunzione di parte ricorrente dopo quella scadenza è priva di strumento
derogatorio.
L' accordo del 18-1-2001 tra la società resistente e le OO.SS., in cui le parti danno
atto che "i contratti di lavoro a tempo determinato stipulati successivamente al 1-7-97 e fino alla sottoscrizione del CCNL del 11-1-2001, si sono resi necessari in
conseguenza degli avviati processi di riorganizzazione e di ristrutturazione
aziendale finalizzati alla realizzazione degli obiettivi e degli indirizzi strategici di cui
al piano di impresa" e successivo ai periodi di lavoro rivendicati ai fini della
conversione in rapporto di lavoro a tempo indeterminato e comunque tale accordo
sindacale è stato stipulato otre due anni dalla scadenza dell'ultima proroga.
Orbene, la società resistente, pur essendo stata autorizzata dalla norma
convenzionale a stipulare dei contratti a termine, in presenza di "esigenze
eccezionali conseguenti alla fase di ristrutturazione . . . l ' . aveva comunque l'onere
 di indicare nel contratto quali, in concreto, fossero queste esigenze eccezionali, non potendosi ritenere sufficiente la circostanza che fosse in atto una "fase di
ristrutturazione . . . ".
Peraltro, si deve ritenere che con I' espressione "esigenze eccezionali conseguenti
alla fase di ristrutturazione e rimodulazione degli assetti occupazionali in corso" le
parti contraenti non abbiano inteso che la situazione di eccezionalità debba essere
valutata rispetto al processo di riorganizzazione. Per contro ritenere la sufficienza
della mera trascrizione nel contratto dell'astratta fattispecie convenzionale
porterebbe all'inaccettabile conclusione che, all'epoca, sarebbe stato di fatto
autorizzato il ricorso generalizzato al contratto a termine, in palese violazione della
L. 230/62 e dell'art.23 della L. 56/87, che all'epoca dei fatti di causa consentivano
la stipula di contratti a tempo determinato solo a certe condizioni. Invece, solo
l'indicazione specifica nel contratto di assunzione dell'istante delle "esigenze" che
avevano reso effettivamente necessaria la stipula di un contratto a termine,
avrebbe consentito di verificarne, da un lato, la loro veridicità, dall'altro, la loro
natura "eccezionale”  e, dall'altro ancora, il loro collegamento con la "fase di
ristrutturazione", visto che non tutte le esigenze eccezionali, in forza della
normativa collettiva, avrebbero legittimato I'apposizione del termine, ma solo
quelle che fossero state "conseguenti alla fase di ristrutturazione degli assetti
occupazionali in corso ed in ragione della graduale introduzione di nuovi processi
produttivi, di sperimentazione e di nuovi servizi ed in attesa dell'attuazione del
progressivo e completo equilibrio sul territorio, delle risorse umane".
Ciò che occorreva, quindi, a pena di nullità del termine, era che il contratto
individuale di lavoro specificasse per iscritto quelle che erano le particolari
esigenze eccezionali, presenti nella circoscritta articolazione organizzativa in cui il
lavoratore assunto a termine sarebbe stato destinato a svolgere le proprie
mansioni e che giustificavano. sui piano normativo e contrattuale, il ricorso allo
strumento del contratto a tempo determinato. Tali specifiche esigenze eccezionali.
non solo non sono state riportate nel contratto stipulato - e questo è già di per sé
sufficiente ad invalidare il termine -. ma non risultano essere state neanche
specificate in modo chiaro nel corso del presente giudizio, nel quale la società
resistente si è limitata a dedurre delle circostanze di ordine generale tendenti a
dimostrare l'esistenza di un effettivo processo di ristrutturazione aziendale su scala nazionale, ma non certamente a provare le esigenze specifiche ed
eccezionali che l'avrebbero indotta all'assunzione proprio di quel determinato
lavoratore, in quella sede ed in quel determinato momento.
L'assoluta genericità della clausola, insomma, oltre ad essere derogativa della L.
230162, finisce con l'attribuire alla società resistente un illegittimo potere di
ricorrere in maniera incontrollata ed incontrollabile ad assunzioni a termine per far
fronte a carenze di organico che possono essere per nulla eccezionali.
Pertanto, I'apposizione del termine finale in questi casi non può che ritenersi priva
di concreta motivazione e quindi nulla, con l'automatica trasformazione del
rapporto a termine in rapporto a tempo indeterminato.
Quanto all'eccezione di mutuo dissenso sollevata, si osserva si osserva che il fatto
che parte ricorrente si sia attivata dopo un certo lasso di tempo non può assumere
rilievo ai fini della risoluzione consensuale del rapporto. Il decorso del tempo, se
riferito ad un'azione imprescrittibile come quella di nullità, non può avere valore nè
in senso abdicativo dell'azione né come espressione di volontà risolutiva. Inoltre,
la comunicazione della mera scadenza del termine vale soltanto a informare l'altra
parte dello spirare del termine pattuito nel contratto, per cui essa non può essere
considerata alla stregua di una proposta di cessazione consensuale del rapporto.
In tema di obblighi retributivi, si osserva che la società resistente va condannata a
corrispondere le retribuzioni maturate dal 29-1 1-2004, in quanto dai documenti
prodotti non risulta che parte ricorrente abbia messo a disposizione le proprie
energie lavorative in data anteriore all'invio, anche a Poste Italiane S.p.A., della
richiesta per il tentativo obbligatorio di conciliazione allegata in atti.
Nel caso ai scadenza di contratto a termine illegittimamente stipulato e di
comunicazione, da parte del datore di lavoro, della conseguente disdetta, non è
applicabile la norma dell'art. 18 della L. 300/70, relativa alla reintegrazione del
dipendente nel posto di lavoro e ciò in considerazione della specialità della
disciplina della L. 230/62 e della possibilità di qualificare l'azione diretta
all'accertamento dell'illegittimità del termine con azione di nullità parziale del
contratto e non come impugnazione del licenziamento (Cass. 18-4-2002 n.
14381).
Sotto il profilo del diritto alla retribuzione per il periodo successivo alla disdetta e di
cessazione del contratto, va riaffermato il principio secondo cui nel caso di
illegittima apposizione del termine ad un contratto di lavoro, a un dipendente che
cessi l'esecuzione della prestazione lavorativa per attuazione di fatto del termine
nullo non spetta retribuzione finché egli non provveda ad offrire la prestazione
stessa, determinando una situazione di mora accipiendi del datore di lavoro; in
base allo stesso principio si deve escludere anche il diritto del lavoratore a un
risarcimento del danno commisurato alle retribuzioni perdute per il periodo
successivo a detta scadenza (Cass. 27-2-1998 n. 2192; Cass. 17-10-2001 n.
12697).
Tale enunciato si collega alla regola generale di effettività e corrispettività delle
prestazioni nei rapporti di lavoro, da cui deriva che, al di fuori di espresse deroghe
legali o contrattuali, la retribuzione spetta soltanto se la prestazione di lavoro viene
eseguita, salvo che il datore di lavoro versi in una situazione di mora credendi nei
riguardi del dipendente (Cass. SU 27.7.1999 n. 508).
In ordine al quantum, il decidente ritiene che si debba far riferimento al parametro
mensile della retribuzione riferibile all'inquadramento contrattuale riconosciuto nel
contratto a termine pattuito oltre alle mensilità aggiuntive e ad ogni elemento
retributivo previsto dal CCNL di settore.
Tutte le somme dovute vanno maggiorate, ex art. 429 co.  3 C.P.C., di interessi
legali e rivalutazione monetaria dalle singole scadenze al saldo.
Le spese processuali seguono la soccombenza e sono liquidate come da
dispositivo in favore del procuratore anticipatario.

P . Q . M .

IL GIUDICE DEL LAVORO
definitivamente pronunciando, ogni diversa domanda, eccezione e difesa
disattesa, così provvede:
- dichiara l'esistenza tra le parti di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato a
far data dal 3-6-1999;
- condanna Poste Italiane S.p.A, in persona del legale rappresentante, a
riammettere in servizio Parte ricorrente e a pagare le retribuzioni da questa maturate a decorrere dal 29-1 1-2004, con rivalutazione monetaria e interessi
legali sino all'effettivo soddisfo e con il versamento dei contributi previdenziali
dovuti da tale data;
- condanna Poste Italiane, in persona del legale rappresentante, al pagamento
delle spese processuali, che si liquidano in complessivi E 1.600,00, per
competenze e onorari, oltre spese generali, IVA e CPA come per legge, con
distrazione in favore del procuratore anticipatario.

LECCE, 25-1 1-2005
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« Risposta #1 inserito:: Novembre 17, 2009, 15:09:21 »

Citazione
TRIBUNALE DI TRANI

Sezione Lavoro
Sentenza n. 838 del 24.7.2003

REPUBBLICA ITALIANA - IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

SENTENZA

nella causa iscritta al numero 5113/A/2003 R.G.A.C. Sezione Lavoro del Tribunale di Trani in data 4/4/2003 e vertente

TRA

P.M.G., parte ricorrente, rappresentata e difesa dall'Avv. D.C., giusta procura a margine del ricorso, elettivamente domiciliata presso lo studio di quest’ultimo,

E

Poste Italiane S.p.a., in persona del Presidente e legale rappresentante p.t., parte resistente, rappresentata e difesa dagli avv.ti prof. L. Fiorillo e G. Carrieri ed elettivamente domiciliata presso lo studio del secondo sito in Bari;

OGGETTO: illegittima apposizione del termine al contratto di lavoro

CONCLUSIONI DELLE PARTI: all’odierna udienza i procuratori delle parti concludevano come da verbale.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Dopo che, con lettera del 23/12/2002, aveva inutilmente esperito il preventivo tentativo obbligatorio di conciliazione ed aveva posto a disposizione della s.p.a. Poste Italiane le sue energie lavorative, con ricorso depositato il 4/4/2003, l'istante, premesso di aver lavorato dal 1° marzo al 30 giugno 2000, con rapporto a tempo determinato, alle dipendenze della società resistente presso l’agenzia di Barletta, con le mansioni di portalettere e con inquadramento nell’Area Operativa, ritenendo che le Poste avessero fatto ricorso a tale forma di contratto non come ad uno strumento eccezionale, ma per far fronte a croniche e diffuse carenze di organico nel settore del recapito, chiedeva che fosse accertato, nei confronti della resistente, la nullità del termine e la conversione del contratto in quello a tempo indeterminato, con la conseguente condanna della resistente a riammetterla in servizio, con il pagamento delle retribuzioni maturate dal momento in cui aveva posto a disposizione delle Poste italiane le sue energie lavorative, oltre al rimborso delle spese di lite, con distrazione.

Costituitasi in giudizio, la società resistente ribadiva la legittimità del termine apposto in quanto conforme alle norme legali e pattizie.

All'udienza odierna, ritenuta la causa matura per la decisione, il giudizio era discusso e deciso come da dispositivo del quale si dava lettura.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Il ricorso è fondato e va pertanto accolto.

Preliminarmente, va disattesa l’eccezione della società resistente, secondo cui la domanda giudiziale sarebbe inammissibile, in quanto, proponendo il ricorso dopo quasi tre anni, la lavoratrice ricorrente avrebbe dimostrato di non avere più interesse all’<attuazione del rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato>.

Fermo restando che, tra la scadenza del termine (30 giugno 2000) e l’esperimento del preventivo tentativo obbligatorio di conciliazione (risalente al dicembre 2002), sono decorsi appena due anni e mezzo (e, quindi, un periodo di tempo tutto sommato abbastanza breve), non può, nella specie, non tenersi conto del “metus” di cui è portatore il lavoratore in una situazione come quella di specie, nella quale l’esercizio del diritto – quantomeno nel sua mens – è visto come in grado di compromettere eventuali future nuove assunzioni presso la medesima società, nel convincimento “personale” che questa si guarderebbe bene dal dar vita a nuovi rapporti con soggetti individuati come “facinorosi”.

Così, se già in linea generale, il decorso del tempo è un fatto assolutamente “neutro” e cioè privo di significato (salvo che in alcune situazioni, nelle quali è la stessa legge che gli assegna un certo valore, prevedendo dei termini per l’esercizio del diritto, a pena di decadenza o di prescrizione), nella fattispecie in esame, propro per le ragioni meglio innanzi enucleate, deve certamente escludersi che l’inerzia della lavoratrice possa essere letta come rinunzia all’esercizio del diritto.

Passando, quindi, al merito del ricorso, come si evince dal contratto sottoscritto dalle parti in causa ed acquisito al presente processo, l’apposizione del termine, nella specie, è stata formalmente motivata da “esigenze eccezionali conseguenti alla fase di ristrutturazione degli assetti occupazionali in corso ed in ragione della graduale introduzione di nuovi processi produttivi, di sperimentazione e di nuovi servizi ed in attesa dell’attuazione del progressivo e completo equilibrio sul territorio, delle risorse umane”.

In sostanza, con la motivazione or ora riportata, così come dedotto dall’istante e riconosciuto dalla stessa s.p.a. Poste italiane nelle sue difese, ci si è limitati a riprodurre pedissequamente il contenuto dell’accordo del 25.9.1997, con cui, in ossequio a quanto stabilito dall’art.23 della L.n.56/1987, alle ipotesi legali di legittima apposizione del termine al contratto di lavoro, è stata aggiunta quella “collettiva” or ora richiamata, provvedendosi, in tal modo, ad integrare il contenuto dell’art.8 del c.c.n.l. del 26.11.94.

Il primo problema da risolvere, dunque, è quello della verifica della “sufficienza” o meno di siffatto mero richiamo ai fini della legittima apposizione del termine, o se non fosse, invece, come ritiene parte ricorrente, necessario a tal fine un qualcosa in più e cioè l’indicazione specifica di quali fossero queste “esigenze eccezionali”, sì da consentire al lavoratore, prima, e al giudice, poi, in caso di contestazione, la verifica della riconducibilità delle stesse alla previsione negoziale.

Con la clausola collettiva innanzi richiamata, autorizzata dall’art.23 della L.n.56/1987, le parti sociali - al fine di consentire alla società resistente, di recente istituzione, di portare a termine il processo di ristrutturazione e di riorganizzazione, in un'ottica di nuovi modelli organizzativi più rispondenti alla compagine socio economica italiana - pur legittimando il ricorso ai contratti a termine ben oltre le ipotesi legali di cui alla L.n.230/1962, non hanno certamente voluto autorizzare (né, peraltro, avrebbero potuto farlo, ostandovi la chiara norma della legge) un generalizzato ricorso ai contratti a tempo determinato.

Come già a suo tempo aveva fatto la L. n.230/1962, anche l’accordo sindacale del 25.9.97 si è limitato ad individuare una fattispecie “astratta” (“esigenze eccezionali conseguenti alla fase di ristrutturazione …”) – in presenza della quale sarebbe stata lecita l’apposizione del termine al contratto di lavoro.

Ovviamente, una cosa è la previsione e l’elencazione di situazioni nelle quali è consentito tenere un certo comportamento ed altra e ben diversa cosa è, invece, il fatto concreto che, in quanto riconducibile alle prime, lo legittimi.

Ciò significa – per rimanere al caso di specie - che la società resistente, pur essendo stata autorizzata dalla norma convenzionale a stipulare dei contratti a termine, in presenza di “esigenze eccezionali conseguenti alla fase di ristrutturazione …”, aveva comunque l’onere di indicare nel contratto (e di provare nel processo) – perché l’apposizione del termine fosse legittima – quali, in concreto, fossero queste esigenze eccezionali, non potendosi ritenere sufficiente la circostanza che fosse in atto una “fase di ristrutturazione …”.

La tesi datoriale che tende a legittimare la sufficienza – ai nostri fini - della mera trascrizione, nel contratto, dell’astratta fattispecie convenzionale, di fatto porta all’inaccettabile conclusione che, all’epoca, sarebbe stato, di fatto, autorizzato il ricorso generalizzato al contratto a termine, in palese violazione della L.n.230/1962 e dell’art.23 della L.n.56/1987 (applicabili, alla specie, ratione temporis), che, com’è noto, consentivano la stipula di contratti a tempo determinato, solo a certe condizioni.

In realtà, solo l’indicazione specifica – nel contratto – di quali erano le “esigenze” che, in occasione dell’assunzione dell’istante, avevano reso effettivamente necessaria la stipula di un contratto a termine, avrebbe consentito di verificarne, da un lato, la loro veridicità, dall’altro, la loro natura “eccezionale” e, dall’altro ancora, il loro collegamento con la “fase di ristrutturazione”, visto che non tutte le esigenze eccezionali, in forza della normativa collettiva, avrebbero legittimato l’apposizione del termine, ma solo quelle che fossero state “conseguenti alla fase di ristrutturazione degli assetti occupazionali in corso ed in ragione della graduale introduzione di nuovi processi produttivi, di sperimentazione e di nuovi servizi ed in attesa dell’attuazione del progressivo e completo equilibrio sul territorio, delle risorse umane”.

Ciò che occorreva, quindi, a pena di nullità del termine, era che il contratto individuale di lavoro specificasse per iscritto quelle che erano le particolari esigenze eccezionali, presenti nella circoscritta articolazione organizzativa in cui il lavoratore assunto a termine sarebbe stato destinato a svolgere le proprie mansioni e che giustificavano, sul piano normativo e contrattuale, il ricorso allo strumento del contratto a tempo determinato.

Tali specifiche esigenze eccezionali, non solo non sono state riportate nel documento contrattuale consegnato al lavoratore (e questo è già di per sé sufficiente ad invalidare il termine), ma non risultano essere state neanche specificate in modo chiaro nel corso del presente giudizio, nel quale la società resistente si è limitata a dedurre delle circostanze assolutamente generiche, tendenti a dimostrare – tutt’al più – l’esistenza di un effettivo processo di ristrutturazione aziendale su scala nazionale, ma non certamente a provare le esigenze specifiche ed eccezionali che l’avrebbero indotta all’assunzione proprio di quel determinato lavoratore, in quella sede ed in quel determinato momento.

Il reiterato ricorso ad assunzione di personale con contratti a termine fa ritenere che la società resistente, al di là delle peculiarità di ogni singolo caso, abbia deciso di ricorrere a tali forme di lavoro flessibile per coprire carenze di organico che possono riconoscersi ormai come notorie e che non hanno nulla di urgente e contingibile, ma che richiedono solo l’assunzione di un certo numero di dipendenti.

L'assoluta genericità della clausola, insomma, oltre ad essere derogativa della legge del 1962, finisce con l'attribuire alla società resistente un illegittimo potere di ricorrere in maniera incontrollata ed incontrollabile ad assunzioni a termine per far fronte a carenze di organico per nulla eccezionali.

Alla luce di quanto precede, va dichiarata la nullità della clausola contrattuale appositiva del termine di durata al rapporto di lavoro con il ricorrente e la conseguente conversione del contratto stipulato in contratto a tempo indeterminato, secondo quanto disposto in merito dalla legge n. 230/62 (cfr. in tal senso Corte appello Milano 12.03.2001, n.131; Pretore di Massa n.282/99; Tribunale di Piacenza n 19/2002).

Alla dichiarata nullità della clausola temporale, consegue l'automatica conversione del contratto a termine in un contratto a tempo indeterminato ab origine, dovendosi ritenere il termine come mai apposto.

La società resistente va, quindi, condannata a riammettere in servizio il ricorrente, senza però il pagamento delle retribuzioni per il periodo in cui è mancata la messa a disposizione da parte del lavoratore della sua forza lavoro, in quanto ciò, in caso contrario, violerebbe il rapporto sinallagmatico delle prestazioni delle due parti contraenti.

Alla soccombenza conseguono le spese di lite liquidate e distratte in dispositivo.

P.Q.M.

Il giudice del Tribunale di Trani, sezione lavoro, definitivamente decidendo il presente ricorso, così provvede:

- accoglie la domanda e, per l'effetto dichiara la nullità del termine apposto al contratto di lavoro sottoscritto dalle parti in data 23/2/2000;

- dichiara che tra la s.p.a. Poste Italiane e la sig.ra Pedico Maria Grazia è intercorso un rapporto a tempo indeterminato dalla data di assunzione (1.3.2000) ed ordina alla prima di riammettere immediatamente in servizio la seconda e di corrisponderle la retribuzione contrattuale a far data dal momento in cui la stessa ha posto a disposizione le sue energie lavorative;

- condanna la s.p.a. Poste Italiane al pagamento, in favore del procuratore anticipatario della ricorrente, delle spese di lite, che liquida in euro 1.250,00, di cui euro 20,00 per esborsi, oltre IVA e CAP.

Trani, 14/07/03

Il G.L.

Dr.ssa Maria Antonietta Chirone

Registrato
luca_1966
Utente non iscritto
« Risposta #2 inserito:: Maggio 04, 2011, 15:51:04 »

CASSAZIONE - LAV. (Art. Cool
 
Sent. n. 4512 del 24/02/2011

La Corte

Rilevato che:

1. la Corte d'appello di Firenze, in riforma della sentenza di prime cure, ha dichiarato, in particolare, l'illegittimità del termine apposto al contratto di lavoro con decorrenza 17 ottobre 2000 stipulato da Poste Italiane s.p.a. con
2. per la cassazione di tale sentenza Poste Italiane s.p.a. ha proposto ricorso; la lavoratrice è rimasta intimata;
3. osserva il Collegio che la Corte di merito ha attribuito rilievo decisivo, tra l'altro, alla considerazione che il contratto in esame è stato stipulato, per esigenze eccezionali... - ai sensi dell'art. 8 del c.c.n.l. 26 novembre 1994, come integrato dall'accordo aziendale 25 settembre 1997 - in data successiva al 30 aprile 1998;
 
tale considerazione - in base all'indirizzo ormai consolidato in materia dettato da questa Corte (con riferimento al sistema vigente anteriormente al c.c.n.l. del 2001 ed al d.lgs. n. 368 del 2001) - è sufficiente a sostenere l'impugnata decisione, in relazione alla nullità del termine apposto al contratto de quo e a rigettare, pertanto, i due primi motivi di censura;
 
al riguardo, sulla scia di Cass. S.U. 2 marzo 2006 n. 4588, è stato precisato che "l'attribuzione alla contrattazione collettiva, ex art. 23 della legge n. 56 del 1987, del potere di definire nuovi casi di assunzione a termine rispetto a quelli previsti dalla legge n. 230 del 1962, discende dall'intento del legislatore di considerare l'esame congiunto delle parti sociali sulle necessità del mercato del lavoro idonea garanzia per i lavoratori ed efficace salvaguardia per i loro diritti (con l'unico limite della predeterminazione della percentuale di lavoratori da assumere a termine rispetto a quelli impiegati a tempo indeterminato) e prescinde, pertanto, dalla necessità di individuare ipotesi specifiche di collegamento fra contratti ed esigenze aziendali o di riferirsi a condizioni oggettive di lavoro o soggettive dei lavoratori ovvero di fissare contrattualmente limiti temporali all'autorizzazione data al datore di lavoro di procedere ad assunzioni a tempo determinato" (cfr. Cass. 4 agosto 2008 n. 21063; cfr. altresì Cass. 20 aprile 2006 n. 9245, Cass. 7 marzo 2005 n. 4862, Cass. 26 luglio 2004 n. 14011). "Ne risulta, quindi, una sorta di "delega in bianco" a favore dei contratti collettivi e dei sindacati che ne sono destinatari, non essendo questi vincolati all'individuazione di ipotesi comunque omologhe a quelle previste dalla legge, ma dovendo operare sul medesimo piano della disciplina generale in materia ed inserendosi nel sistema da questa delineato." (cfr., fra le altre, Cass. 4 agosto 2008 n. 21062, Cass. 23 agosto 2006 n. 18378); in tale quadro, ove però, come nel caso di specie, un limite temporale sia stato previsto dalle parti collettive (anche con accordi integrativi del contratto collettivo) la sua inosservanza determina la nullità della clausola di apposizione del termine (v. fra le altre Cass. 23 agosto 2006 n. 18383, Cass. 14 aprile 2005 n. 7745, Cass. 14 febbraio 2004 n. 2866); in particolare, quindi, come questa Corte ha univocamente affermato e come va anche qui ribadito, "in materia di assunzioni a termine di dipendenti postali, con l'accordo sindacale del 25 settembre 1997, integrativo dell'art. 8 del c.c.n.I. 26 novembre 1994, e con il successivo accordo attuativo, sottoscritto in data 16 gennaio 1998, le parti hanno convenuto di riconoscere la sussistenza della situazione straordinaria, relativa alla trasformazione giuridica dell'ente ed alla conseguente ristrutturazione aziendale e rimodulazione degli assetti occupazionali in corso di attuazione, fino alla data del 30 aprile 1998; ne consegue che deve escludersi la legittimità delle assunzioni a termine cadute dopo il 30 aprile 1998, per carenza del presupposto normativo derogatorio, con l'ulteriore conseguenza della trasformazione degli stessi contratti in contratti a tempo indeterminato, in forza dell'art. 1 della legge 18 aprile 1962 n. 230" (v., fra le altre, Cass. 1 ottobre 2007 n. 20608; Cass. 28 gennaio 2008 n. 28450; Cass. 4 agosto 2008 n. 21062; Cass. 27 marzo 2008 n. 7979, Cass. 18378/2006 cit.);
 
4. così respinti i primi due motivi, osserva il Collegio che, quanto alle conseguenze economiche della dichiarazione di nullità della clausola appositiva del termine, potrebbe porsi il problema dell'applicazione dello ius superveniens, rappresentato dall'art. 32, commi 5°, 6° e 7° della legge 4 novembre 2010 n. 183, in vigore dal 24 novembre 2010, del seguente tenore:
 
Nei casi di conversione del contratto a tempo determinato, il giudice condanna il datore di lavoro al risarcimento del lavoratore stabilendo una indennità omnicomprensiva nella misura compresa tra un minimo di 2,5 ed un massimo di 12 mensilità dell'ultima retribuzione globale di fatto, avuto riguardo ai criteri indicati nell'art. 8 della legge 15 luglio 1966 n. 604.
 
In presenza di contratti ovvero accordi collettivi nazionali, territoriali o aziendali, stipulati con le OO.SS. comparativamente più rappresentative sul piano nazionale, che prevedano l'assunzione, anche a tempo indeterminato, di lavoratori già occupati con contratto a termine nell'ambito di specifiche graduatorie, il limite massimo dell'indennità fissata dal comma 5 è ridotto alla metà. Le disposizioni di cui ai commi 5 e 6 trovano applicazione per tutti i giudizi, ivi compresi quelli pendenti alla data di entrata in vigore della presente legge. Con riferimento a tali ultimi giudizi, ove necessario, ai soli fini della determinazione della indennità di cui ai commi 5 e 6, il giudice fissa alle parti un termine per l'eventuale integrazione della domanda e delle relative eccezioni ed esercita i poteri istruttori ai sensi dell'art. 421 del codice di procedura civile;
 
5. con riguardo a tale profilo va premesso, in via di principio, che costituisce condizione necessaria per poter applicare nel giudizio di legittimità lo ius superveniens che abbia introdotto, con efficacia retroattiva, una nuova disciplina del rapporto controverso, il fatto che quest'ultima sia in qualche modo pertinente rispetto alle questioni oggetto di censura nel ricorso, in ragione della natura del controllo di legittimità, il cui perimetro è limitato dagli specifici motivi di ricorso (cfr. Cass. 8 maggio 2006 n. 10547, Cass. 27 febbraio 2004 n. 4070); in tale contesto, è altresì necessario che il motivo di ricorso che investe, anche indirettamente, il tema coinvolto dalla disciplina sopravvenuta, oltre ad essere sussistente, sia altresì ammissibile secondo la disciplina sua propria; in particolare, con riferimento alla disciplina qui invocata, la necessaria sussistenza della questione ad essa pertinente nel giudizio di cassazione presuppone che i motivi di ricorso investano specificatamente le conseguenze patrimoniali dell'accertata nullità del termine, che essi non siano tardivi o generici, etc.,; in particolare, ove, come nel caso in esame, il ricorso sia stato proposto avverso una sentenza depositata successivamente alla data di entrata in vigore del D. Lgs. 2 febbraio 2006 n. 40, tali motivi devono essere altresì corredati, a pena di inammissibilità degli stessi, dalla formulazione di un adeguato quesito di diritto, ai sensi dell'art. 366-bis cod. proc. civ., ratione temporis ad essi applicabile; in caso di assenza o di inammissibilità di una censura in ordine alle conseguenze economiche dell'accertata nullità del termine, il rigetto dei motivi inerenti tale aspetto pregiudiziale produce infatti la stabilità delle statuizioni di merito relative a tali conseguenze;
 
6. premessi tali principi di diritto, si rileva che nel caso in esame il motivo che investe il tema cui potrebbe essere riferibile, secondo la prospettazione della ricorrente, la disciplina di cui all'art. 32, commi 5°, 6° e 7° della legge n. 183/10 è il terzo, indicato nella rubrica come di omessa motivazione circa un fatto controverso e decisivo; si tratta, in realtà, di un motivo relativo alla pretesa violazione di una regola iuris riconducibile all'art. 2697 cod. civ. (con conseguente assorbimento, comunque, del preteso vizio di motivazione - arg. art. 384, ult. comma cod. proc. civ.) e attinente all'argomento della detrazione aliunde perceptum dal danno da risarcire in conseguenza dell'accertata nullità del termine e della conversione del contratto a tempo indeterminato; la società ricorrente con tale motivo lamenta infatti del tutto genericamente, e quindi in maniera inammissibile, che la Corte territoriale abbia errato nel ritenere irrilevante la relativa eccezione e poi censura la sentenza per non avere tenuto conto che dai principi elaborati in materia dalla giurisprudenza di questa Corte (cita al riguardo Cass. 17 ottobre 2001 n. 12697) discenderebbe che l'aliunde perceptum... non può che essere genericamente dedotto dall'istante. Dovrebbe essere invece onere del lavoratore dimostrare di non essere stato occupato nel periodo in questione, per esempio a mezzo delle dichiarazioni dei redditi relative ai periodi successivi alla scadenza del contratto a termine eventualmente dichiarato illegittimo e di altra eventuale documentazione (libretti di lavoro, buste paga); il motivo così riassunto conclude con la formulazione del seguente quesito ex art. 366-bis cod. proc. civ.: dica la Corte se, nel caso di oggettiva difficoltà della parte ad acquisire precisa conoscenza degli elementi sui quali fondare la prova a supporto delle proprie domande ed eccezioni - e segnatamente per la prova dell’aliunde perceptum - il giudice debba valutare le richieste probatorie con minor rigore rispetto all'ordinario, ammettendole ogni volta che le stesse possano comunque raggiungere un risultato utile ai fini della certezza processuale e rigettandole (con apposita motivazione) solo quando gli elementi somministrati dal richiedente risultino invece insufficienti ai fini dell'espediente richiesto;

7. se si tiene conto del principio secondo cui il quesito di diritto deve essere formulato in maniera specifica e deve essere pertinente rispetto alla fattispecie cui si riferisce la censura (cfr., ad es., Cass. S.U. 5 gennaio 2007 n. 36; Cass. S.U. 5 febbraio 2008 n. 2658) è evidente che il quesito come sopra formulato dalla società appare in buona parte estraneo alle argomentazioni sviluppate nel motivo e comunque del tutto astratto, senza alcun riferimento all'errore di diritto pretesamente commesso dai giudici nel caso concreto esaminato, per cui deve ritenersi inesistente e quindi si valuta inammissibile il relativo motivo, ai sensi dell'art. 366-bis cod. proc. civ.;

8. il ricorso va pertanto respinto; nulla deve essere stabilito in materia di spese atteso il mancato svolgimento di attività processuale da parte della lavoratrice, rimasta intimata.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; nulla spese.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio del 2 dicembre 2010.

Il Relatore

Il Presidente

V. Di Cerbo

F. Roselli

Depositato in Cancelleria 24 febbraio 2011

http://www.unsadifesa.it/joomla/index.php?option=com_content&view=article&id=885:cassazione-civile-sez-lavoro-sentenza-24022011-nd-4512&catid=95:sentenze&Itemid=90
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« Risposta #3 inserito:: Maggio 04, 2011, 15:52:16 »

lo smile sta per 8
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« Risposta #4 inserito:: Maggio 20, 2011, 13:54:19 »

Appello - Roma, 30/11/2010

della ricorrente contro I. gr. 6867/2007 di Roma, 17/05/2007

Art. 8 scaduto il 29/02/2000

messa in mora lì 19/09/2005

 - reintegrata in servizio -

Il CCNL 11/01/2001 (art. 25), che "prospettava" migliaia di nuove assunzioni di CTD per la perdurante fase di rilancio dei servizi e ristrutturazione, non può risanare situazioni pregresse. La previsione di apposite assunzioni a tempo determinato ex art. 8, nel rispetto della disciplina pattizia definita dal CCNL 11/01/2001, è stata disposta per iscritto solo in data 18/01/2001. In precedenza l'art. 8 CCNL legittimava tali assunzioni non oltre il 16/01/1998, termine prorogato - attraverso gli ulteriori accordi integrativi del 25/09/1997 e del 16/01/1998 - alle successive date: 31/01/1998, 31/03/1998, ed infine 31/04/1998. Tra il 31/04/1998 ed il 18/01/2001 l'assunzione a termine ai sensi dell'art. 8 per le ragioni di ristrutturazione etc. sopra accennate non è legittima.

COLL. LAV. (L 183/2010 - art. 32, c. 5, 6, 7)

La Corte ritiene che l'applicabilità della norma sopravvenuta debba riguardare i soli giudizi in primo grado, fatto salvo il giudicato interno, quando la questione non sia stata riproposta in sede di gravame..

http://www.isfnews.it/Normative%20PDF/2011%2002%2013%20cal_contrattoatermine.pdf
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« Risposta #5 inserito:: Maggio 25, 2011, 21:02:50 »

Cassazione 9819/2009
dep. gen. 2010

sul ricorso proposto da Poste Italiane spa

contro P.G. difesa da avv. L. C.

avverso la sentenza n. 930/2007 della CORTE D'APPELLO di L'AQUILA del 5.7.07, depositata il
04/10/2007

Con sentenza depositata il 4 ottobre 2007 la Corte di appello di L'Aquila, in riforma della decisione di
primo grado, accogliendo l'impugnazione di P.G., ha dichiarato l'illegittimita' del termine apposto al
contratto di lavoro subordinato stipulato..

La Corte territoriale, esclusa la risoluzione del rapporto per mutuo consenso eccepita dalla datrice di lavoro, ha rilevato che il contratto intercorso era stato stipulato per il periodo 20 luglio - 30 settembre 1999, per necessità di espletamento del servizio di recapito in concomitanza di assenze per ferie, ma che la società non aveva dimostrato di avere rispettato la percentuale fissata dalla contrattazione collettiva tra assunti con contratti di lavoro a termine e assunti con contratti a tempo indeterminato, malgrado la specifica contestazione mossa in proposito dalla lavoratrice, sin dal primo grado di giudizio.

La Corte di merito ha quindi fatto decorrere il diritto del lavoratrice alle retribuzioni maturate dopo la scadenza del termine apposto al contratto, dall'offerta delle prestazioni lavorative, individuata nella richiesta del tentativo di conciliazione dinanzi all'ufficio del lavoro, escludendo la sussistenza dell'aliunde perceptum in base alla documentazione fornita dalla lavoratrice, attestante che costei dalla medesima data della richiesta del tentativo di conciliazione era rimasta inoccupata.

Per cassazione di tale sentenza ha proposto ricorso la societa' con quattro motivi, poi illustrati con memoria. L'intimata ha resistito con controricorso.

MOTIVI DELLA DECISIONE

[La società]:

 - ..Sostiene inoltre che la Corte di merito, considerata insufficiente la documentazione prodotta dall'azienda a sostegno della dedotta insussistenza della violazione della clausola di contingentamento, avrebbe dovuto disporre una consulenza tecnica di ufficio..

 - ..Critica la sentenza impugnata per avere ritenuto che l'inerzia di una delle parti non valesse
a comprovare la intervenuta risoluzione del rapporto per mutuo consenso, malgrado si fosse
procrastinata per sette anni prima che la lavoratrice agisse in giudizio.

 - Lamenta che il giudice del gravame abbia accolto la domanda di condanna, sebbene non supportata da alcun elemento probatorio circa il danno conseguente alla nullita' della clausola che fissava un termine al rapporto, e sostiene che non può essere configurata come costituzione in mora la richiesta da parte della lavoratrice del tentativo obbligatorio di conciliazione.

MUTUO CONSENSO

questa Corte ha più volte affermato in analoghe controversie, che affinché possa configurarsi una risoluzione del rapporto di lavoro per mutuo consenso, è necessario che sia accertata una chiara e certa comune volontà delle parti medesime di volere, d'accordo tra loro, porre fine al rapporto lavorativo, non solo sulla base del lasso di tempo trascorso dopo la conclusione del contratto a termine, ma anche del comportamento tenuto dalle parti e di eventuali circostanze significative; la valutazione del significato e della portata del complesso di tali elementi di fatto compete al giudice di merito, le cui conclusioni non sono censurabili in sede di legittimità, se non sussistono vizi logici o errori di diritto (v. Cass. 10 novembre 2008 n. 26935, Cass. 28 settembre 2007 n. 20390).

Nella specie, la Corte di merito ha fornito una motivazione, in fatto, congrua, adeguata e priva di vizi logici, evidenziando che il ritardo con il quale aveva agito in giudizio per far valere l'illegittimità del termine apposto al contratto di lavoro intercorso non costituiva una inequivoca manifestazione alla rinuncia alla sua prosecuzione o comunque una volontà alla modifica del rapporto.

Né del resto l'azienda, che avendo eccepito la risoluzione per mutuo consenso aveva l'onere di provare le circostanze dalle quali desumere la volontà chiara e certa delle parti di volere porre definitivamente fine al rapporto di lavoro (v. Cass. 2 dicembre 2002 n. 17070) - ed a parte la circostanza che il giudizio di primo grado non era stato instaurato a distanza di sette anni dalla cessazione del rapporto, ma all'inizio del 2003, secondo quanto emerge dagli atti di causa -, ha fatto riferimento a concreti e significativi comportamenti della lavoratrice che deponessero nel senso di non volere la prosecuzione del rapporto, neppure potendosi attribuire siffatta volontà a chi sia stato costretto ad occuparsi o comunque cercare occupazione dopo aver perso il lavoro per cause diverse dalle dimissioni, o a chi, come invece argomenta l'azienda, non abbia avuto una tempestiva reazione alla cessazione del rapporto per scadenza del termine o non abbia manifestato l'intento di riprendere l'attività lavorativa interrotta.

CLAUSOLA DI CONTINGENTAMENTO

Relativamente alla prova dell'osservanza della percentuale dei lavoratori da assumere a termine rispetto ai dipendenti impiegati dall'azienda con contratto di lavoro a tempo indeterminato, il relativo onere è a carico del datore di lavoro, in base alla regola esplicitata dalla L. 18 aprile 1962, n. 230, art. 3 secondo cui incombe al datore di lavoro dimostrare l'obiettiva esistenza delle condizioni che giustificano l'apposizione di un termine al contratto di lavoro.

Non è perciò condivisibile l'affermazione contenuta nella pronuncia di questa Corte n. 17674 dell'11 dicembre 2002, secondo cui incombe al lavoratore, ai sensi del disposto dell'art. 2697 c.c., provare le ragioni della dedotta illegittimità del contratto di lavoro, per violazione del requisito numerico.

Del resto la decisione ora richiamata non affronta ex professo la questione dell'interpretazione della L. n. 230 del 1962, ex art. 3, in quanto sostiene che l'assunto del lavoratore circa il carico dell'onere della prova in ordine all'osservanza del requisito numerico, da addossare al datore di lavoro, non poteva trovare ingresso in quella sede perché a fronte di una affermazione della sentenza di primo grado, secondo cui il lavoratore non aveva ritualmente eccepito il superamento del limite numerico di assunzione degli ufficiali di riscossione con contratto a termine, lo stesso non aveva sul punto proposto uno specifico motivo di gravame, e che in ogni caso, avendo il lavoratore posto a sostegno delle sue richieste l'illegittimità del contratto a termine stipulato con la società datrice di lavoro per violazione del requisito numerico, incombeva al lavoratore stesso, in applicazione del generale principio sancito dall'art. 2697 c.c., provare le ragioni della dedotta illegittimità.

[Io invece sostengo (sempreché, nel caso qui esaminato, la L 230/62 non configurasse la clausola di contingentamento come imperativa, così come invece è per il DLgs 368/2001; ipotesi peraltro smentita dal testo stesso di questa sentenza - vedi oltre) che la verifica del rispetto della clausola imperativa legittimante un contratto, del quale in primo grado è impugnato il termine per ragioni specificatamente diverse, è un obbligo d'ufficio del giudice; pertanto sollecitare con nota scritta il giudice a procedere a quella verifica non comporta ultrapetizione ed è legittima, sia come allegazione straordinaria nel giudizio in corso già avviato, che come atto ordinario in quello di Appello]

E tale precedente giurisprudenziale è d'altra parte superato dalla successiva giurisprudenza di questa Corte, la quale di recente, nel ribadire come nel regime di cui alla L. 28 febbraio 1987, n. 56, la facoltà delle organizzazioni sindacali di individuare ulteriori ipotesi di legittima apposizione del termine al contratto di lavoro è subordinata dall'art. 23 alla determinazione delle percentuali di lavoratori che possono essere assunti con contratto a termine sul totale dei dipendenti, ha sottolineato che non è sufficiente l'indicazione del numero massimo di contratti a termine, occorrendo altresì, a garanzia di trasparenza ed a pena di invalidità dell'apposizione del termine nei contratti stipulati in base all'ipotesi individuata ex art. 23 citato, l'indicazione del numero dei lavoratori assunti a tempo indeterminato, sì da potersi verificare il rapporto percentuale tra lavoratori stabili e a termine (Cass. 12 marzo 2009 n. 6010).

TENTATIVO DI CONCILIAZIONE

Il profilo di censura concernente l'inidoneità della comunicazione della richiesta del tentativo di conciliazione è inammissibile, perché non è stato riportato né comunque specificato il suo contenuto, come esige il principio di autosufficienza del ricorso per Cassazione; né può ritenersi, secondo l'assunto dell'azienda, che detta richiesta è solo un atto formale ed obbligatorio, propedeutico alla instaurazione del giudizio, che non sottende automaticamente la messa a disposizione delle energie lavorative.

ALIUNDE PERCEPTUM

Per quanto concerne il danno, la sentenza deve andare esente dalle censure mosse alla stregua del consolidato orientamento della giurisprudenza di questa Corte, elaborato con riferimento ad analoghe ipotesi di trasformazione in unico rapporto di lavoro a tempo indeterminato di più contratti a termine succedutisi tra le stesse parti, per effetto dell'illegittimità dell'apposizione dei termini, o comunque dell'elusione delle disposizioni imperative della L. n. 230 del 1962, e secondo cui il dipendente che cessa l'esecuzione delle prestazioni alla scadenza del termine previsto può ottenere il risarcimento del danno subito a causa dell'impossibilità della prestazione derivante dall'ingiustificato rifiuto del datore di lavoro di riceverla - in linea generale in misura corrispondente a quella della retribuzione - qualora provveda a costituire in mora lo stesso datore di lavoro (Cass. 27 marzo 2008 n. 7979, Cass. 13 aprile 2007 n. 8903).

Circa la corrispondenza del pregiudizio economico subito dalla lavoratrice in conseguenza dello scioglimento del rapporto con le retribuzioni maturate, non può valere ad escluderla la prospettazione, avanzata solo in via di ipotesi, dell'aliunde perceptum, in mancanza di una qualsiasi allegazione e prova concrete al riguardo, prospettazione che peraltro non tiene conto della deduzione svolta dalla sentenza impugnata, laddove ha ritenuto, sulla base della documentazione prodotta dalla odierna resistente, che costei dalla data della costituzione in mora della società non aveva trovato altra occupazione lavorativa.

Il ricorso va dunque rigettato.

Le spese del giudizio di cassazione, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza.

P.Q.M.

LA CORTE Rigetta il ricorso e condanna la società ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio, liquidate in Euro 30,00 e in Euro 2.000,00 (duemila/00) per onorari, oltre spese generali, i.v.a. e c.p.a..

Così deciso in Roma, il 9 ottobre 2009.

Depositato in Cancelleria il 19 gennaio 2010
« Ultima modifica: Maggio 25, 2011, 21:05:43 da luca_1966 » Registrato
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« Risposta #6 inserito:: Aprile 24, 2012, 23:25:01 »

Nella sentenza di Cassazione in allegato, curata dall'avv. Rizzo di Roma, il ricorrente lamenta che la Corte d'Appello di Roma avrebbe ridotto il risarcimento del danno a favore del lavoratore per l'illegittimità del termine a 3 anni, sulla presunzione che in quel tempo egli avrebbe ben potuto trovare un altro impiego. La S.C. cassa sul punto e ricorda, rigettando il controricorso di Poste (anche nel merito della confermata nullità parziale del contratto), che "il dovere di cooperazione del creditore (derivante dalla regola di correttezza..) concerne la cooperazione nell'adempimento del debitore, non il dovere di attivarsi per ridurre le conseguenze risarcitorie del già realizzatosi altrui inadempimento". Nella sentenza non viene trattata l'indennità omnicomprensiva di cui all'art. 32 della recente legge 183/2010. Evidentemente nel ricorso d'appello non esisteva una specifica impugnazione aziendale circa le conseguenze economiche della nullità, condizione necessaria per far valere anche nel ricorso di legittimità lo ius superveniens costituito dal famigerato "Collegato lavoro"..

C. di Cassazione, sent. n. 5676 dell'1/3/2012, est. A. Manna, pres. Miani Canevari
http://www.studioromano.ilforoduemila.it/attachments/4287_doc_sentenza%205676.pdf
« Ultima modifica: Aprile 24, 2012, 23:30:07 da luca_1966 » Registrato
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« Risposta #7 inserito:: Aprile 22, 2013, 19:05:33 »

tribunaledi Nola del 12marzo 2013 , giudice Pigrini Carmen, Contratto di lavoro a tempo determinato, stipulato prima dell’entrata in vigore del dlgs 368/01 e della scadenza del CCNL di categoria fissata al 31/12/2001 – Normativa applicabile - Nullità del termine – Sussistenza - Ricostituzione del rapporto di lavoro – Risarcimento del danno – Rivalutazione monetaria – Interessi legalihttp://www.iussit.eu/index.php?option=com_content&task=view&id=2628&Itemid=1

http://www.iussit.eu/download/Trib.NolaLav.contr.tempodeterminato.apr.13.pdf
« Ultima modifica: Aprile 22, 2013, 19:20:22 da ombrautente » Registrato
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« Risposta #8 inserito:: Agosto 11, 2014, 23:19:21 »

contratto ...dal 1-7-2000 al 30-9-2000, per necessità di espletamento del servizio di recapito in concomitanza di assenze per ferie... Art. 8 ccnl 26-11-1994

CASSAZIONE Civile Sent. Sez. L Num. 9647 Anno 2014 Presidente: ROSELLI FEDERICO Relatore: NOBILE VITTORIO Data pubblicazione: 06/05/2014

<<...sul ricorso 25962-2008 proposto da POSTE ITALIANE... avverso la sentenza n. 225/2008 della CORTE D'APPELLO di FIRENZE, depositata il 19/02/2008 R.G.N. 1213/2005...

...Con sentenza n. 227 del 2004 il Giudice del lavoro del Tribunale di Pisa... dichiarava la nullità del termine...
...La Corte d'Appello di Firenze, con sentenza depositata il 19-2-2008, rigettava entrambi gli appelli...

...Per la cassazione di tale sentenza la società ha proposto ricorso... La B. è rimasta intimata.

...Con il secondo motivo la società, sotto i profili della violazione di legge e del vizio di motivazione, lamenta che erroneamente la Corte di merito ha ritenuto necessaria, ai fini della legittimità del termine apposto al contratto de quo, la indicazione nel contratto individuale del nominativo del lavoratore sostituito e della causa della sua sostituzione nonché la dimostrazione dell'effettivo nesso concreto fra la detta sostituzione e la specifica assunzione a termine.

Tale secondo motivo è fondato e va accolto, con conseguente assorbimento del primo (riguardante la risoluzione per mutuo consenso tacito del rapporto a tempo indeterminato che sarebbe derivato dalla nullità del termine).

Come è stato ripetutamente affermato da questa Corte e va qui ribadito, "in tema di assunzione a termine di lavoratori subordinati, è legittima la previsione, operata dalla contrattazione collettiva, della causale relativa alla "necessità di espletamento del servizio in concomitanza di assenze per ferie nel periodo giugno settembre", dovendo interpretarsi nel senso che gli stipulanti hanno considerato il bisogno, nel periodo in oggetto, di assumere personale per sopperire all'assenza di quello in congedo, con la conseguenza che l'indicazione nel contratto del nominativo del lavoratore sostituito non è necessaria e non è configurabile alcun onere di allegazione e prova dell'esigenza e dell'idoneità, della singola assunzione a far fronte a essa, essendo sufficiente il rispetto della clausola di c.d. contingentamento, ossia della percentuale massima di contratti a termine rispetto al numero dei rapporti a tempo indeterminato stabilita a livello collettivo, in adempimento dell'art. 23 della legge n. 56 del 1987" (v. fra le altre Cass. 24-10-2011 n. 22009).

Peraltro è stato anche precisato (v. Cass. 28-3-2008 n. 8122) che "l'unica interpretazione corretta della norma collettiva in esame (art. 8 ceni 26-11-1994) è quella secondo cui, stante l'autonomia di tale ipotesi rispetto alla previsione legale del termine apposto per sostituire dipendenti in ferie, l'autorizzazione conferita dal contratto collettivo non prevede come presupposto per la sua operatività l'onere, per il datore di lavoro di provare le esigenze di servizio in concreto connesse all'assenza per ferie di altri dipendenti nonché la relazione causale fra dette esigenze e l'assunzione del lavoratore con specifico riferimento all'unità organizzativa alla quale lo stesso è stato destinato", bensì soltanto che l'assunzione avvenga nel periodo in cui, di norma, i dipendenti fruiscono delle ferie. (cfr. Cass. 6 dicembre 2005 n. 26678, Cass. 7-3-2008 n. 6204).

Così accolto il secondo motivo (con assorbimento del primo) l'impugnata sentenza va cassata con rinvio alla Corte d'Appello di Bologna, la quale si atterrà al principio sopra ribadito e statuirà anche sulle spese del presente giudizio di cassazione.

...Roma 6 marzo 2014
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