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Autore Discussione: sentenze art.24 contratti del 2002  (Letto 11140 volte)
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« inserito:: Novembre 17, 2009, 15:10:15 »

Citazione
Tribunale di Ragusa, Giudice del Lavoro dott. Giovanni Giampiccolo
Sentenza n. 819/04 del 23.11.2004.


R E P U B B L I C A        I T A L I A N A

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Giudice del Lavoro del Tribunale di Ragusa, dott. Giovanni Giampiccolo ha emesso la seguente

S E N T E N Z A

nella causa iscritta al n. 50/04 R.G.

T R A

xxxxx, rappr. e dif. dall’avv. xxxx per procura sul retro del primo foglio del ricorso introduttivo;

- ricorrente -

CONTRO

Poste Italiane S.p.A., in persona del legale rappresentante pro tempore, rappr. e dif. dall’avv. G. Granozzi per procura speciale alle liti (atto del notaio P.L. Ambrosone del 30.03.01 e del 04.07.01) in atti;

- resistente -

Avente ad oggetto: Contratto a termine.

All’udienza del 23.11.2004, sulle conclusioni dei procuratori delle parti, come trascritte nei rispettivi atti difensivi, la causa è decisa come da dispositivo.

SVOLGIMENTO  DEL  PROCESSO

Con ricorso al giudice del lavoro, depositato in data 21.01.2004, xxxxx chiede sia dichiarata la nullità del termine apposto al contratto di lavoro stipulato tra la stessa, assunta come portalettere, e la società resistente, “ai sensi della vigente normativa per esigenze tecniche, organizzative e produttive anche di carattere straordinario conseguenti a processi di riorganizzazione, ivi ricomprendendo un più funzionale riposizionamento  di risorse sul territorio, anche derivanti da innovazioni tecnologiche, ovvero conseguenti all’introduzione e/o sperimentazione di nuove tecnologie, prodotti o servizi nonché all’attuazione delle previsioni di cui agli accordi del 17, 18 e 23 ottobre, 11 dicembre 2001 e 11 gennaio 2002”; contratto da cui è originato il rapporto di lavoro, sviluppatosi per il periodo dal 13.02.2002 al 30.04.2002.

Allega in particolare l’illegittimità del termine, apposto al contratto in violazione della vigente normativa.

Chiede quindi sia dichiarato nullo il termine apposto al contratto ed a tempo indeterminato il rapporto di lavoro dallo stesso originato, nonché ordinarsi a Poste Italiane la reintegra nel posto di lavoro, con condanna della stessa società al pagamento delle retribuzioni maturate dalla data della messa in mora.

Si costituisce tempestivamente Poste Italiane S.p.A., in persona del legale rappresentante pro tempore, con ampia ed articolata memoria difensiva, in cui ripercorre ed illustra le varie fasi del processo di ristrutturazione e di riallocazione delle risorse (da funzioni di staff, in cui vi era notevole esubero, a funzioni prettamente operative), nonché le resistenze opposte dai sindacati a tale ultimo processo, con inevitabile rallentamento dello stesso e conseguente necessità di procedere nel tempo ad assunzioni a tempo determinato, da ultimo sulla base del d.lgvo 368/2001.

Eccepisce altresì la risoluzione consensuale del rapporto, presumibile sulla base del contegno di inerzia di controparte, protrattosi per oltre un anno e mezzo dalla scadenza del contratto in questione; presunzione non vinta da parte ricorrente, sulla quale incombe il relativo onere, mediante allegazione e prova di circostanze idonee.

            La causa è discussa oralmente all’odierna udienza sulle conclusioni delle parti come trascritte nei rispettivi atti difensivi, nonchè decisa come da separato dispositivo in atti di cui si dà pubblica lettura.

MOTIVI  DELLA DECISIONE

Il ricorso deve essere accolto perché fondato.

L’eccezione di risoluzione tacita avanzata dalla società convenuta non può essere accolta, avendo l’inerzia di parte ricorrente coperto un periodo di tempo di circa un anno e 6 mesi (la lettera di messa in mora è stata inviata il 30.10.2003 e risulta ricevuta il 10.11.2003).

Certamente questo giudice ritiene che l’inerzia prolungata del lavoratore possa assumere i connotati del contegno omissivo concludente, significativo di una volontà di risoluzione del rapporto, valutata ad una stregua sociale ed a prescindere dall’adesione psicologica del lavoratore stesso.

Tuttavia proprio una valutazione di carattere sociale deve escludere il ragionevole affidamento della resistente sulla risoluzione del rapporto, considerata la mole di contenzioso sviluppatosi, in tema di contratti a termine, negli anni precedenti al rapporto di lavoro in questione, tale da non poter ragionevolmente indurre un datore di lavoro delle dimensioni della società convenuta a confidare, dopo un anno e mezzo di mancata reazione all’apposizione del termine da parte del lavoratore, nella risoluzione del rapporto.

Avendo la società convenuta - che come è noto è di grosse dimensioni ed è gestore universale del servizio postale – massicciamente fatto ricorso ai contrattisti a termine, ed essendo la stessa da diversi anni interessata dal relativo contenzioso, anch’esso massiccio, ritiene questo giudice di poter assumere un parametro temporale di complessivi anni due dalla cessazione di fatto del rapporto, entro il quale può esigersi dalla predetta società, ad una stregua sociale considerata in concreto, l’attesa di una reazione da parte del lavoratore estromesso.

Considerazione in concreto del periodo di “sospensione” dell’affidamento della società  (e quindi della sua buona fede) sulla risoluzione del rapporto, che consiglia questo giudice di ravvisare tale termine massimo anche alla luce delle previsioni del contratto collettivo nazionale per il personale non dirigente di Poste Italiane, del luglio 2003, che prevedono un periodo massimo di sospensione del rapporto (per aspettativa e per malattia) di due anni.

Ciò posto, ritiene questo giudice che il termine sia stato apposto illegittimamente da parte della società convenuta.

La normativa regolante il caso di specie è quella recata dal d.lgvo 368/2001, come dedotto dalla stessa convenuta.

E’ noto che tale provvedimento legislativo (attuativo della direttiva 1999/70/CE relativa all’accordo quadro sul lavoro a termine del 18.3.99, stipulato dall’Unice dal Ceep e dal Ces) ha voluto eliminare una serie di vincoli e rigidità prima esistenti nel ricorso al contratto a termine, in armonia con un’evoluzione normativa iniziata negli anni ’80 e che non occorre in questa sede ripercorrere.

Si discute se ancora oggi il contratto a termine mantenga una sua specialità rispetto al contratto a tempo indeterminato.

E’ un fatto tuttavia che tale forma contrattuale non è stata del tutto liberalizzata, come risulta, all’evidenza, dall’art. 1, comma 1, del d.lgvo 368: “è consentita l’apposizione di un termine alla durata del contratto di lavoro subordinato a fronte di ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo”.

Se l’inciso normativo ha un senso, ne deriva che non possono considerarsi irrilevanti i motivi che spingono il datore di lavoro alla stipula del primo contratto a termine, come avviene per ogni atto di autonomia, rilevando al contrario solo ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo, a giustificazione del termine.

L’orientamento largamente maggioritario in dottrina e  giurisprudenza, che questo giudice condivide, è nel senso che la formula normativa ricalca le disposizioni in tema di giustificato motivo oggettivo (art. 3 l. 604/1966) e di trasferimento (art. 2103 c.c.), e conseguentemente tollera un sindacato giurisdizionale volto solo a verificare l’effettiva sussistenza delle causali legittimanti l’apposizione del termine, non la bontà delle ragioni addotte.

Ora questo giudice non discute il processo di ristrutturazione che ha interessato la società convenuta, né prende posizione sulla sua durata; non sa dire cioè se la lunga fase di revisione organizzativa dei complessi produttivi e di riallocazione delle risorse, con le connesse procedure di mobilità avviate, sia il frutto di incapacità o ritardi gestionali o di altro tipo, o se invece sia giustificata per l’obiettiva complessità dell’apparato organizzativo della società, che conta circa 150.000 dipendenti.

Sta di fatto che la clausola contrattuale sopra descritta, ricomprendente più ipotesi legittimanti la fissazione di una durata al contratto di lavoro, suscita immediatamente dubbi sulla sua legittimità, non essendo il lavoratore in grado di sapere per quale dei motivi indicati è stato in concreto assunto a termine.

Questo giudice non ignora che possono ricorrere diverse esigenze, o ragioni oggettive, legittimanti l’assunzione di un numero elevato di contrattisti a termine (per lo più trimestrali), considerata anche la dimensione del servizio da assicurare.

Tuttavia un imprenditore, se sa di quanti contrattisti a termine ha bisogno in una certa zona (come Poste ha dimostrato di sapere, massicciamente ricorrendo alla contrattazione flessibile), conosce anche  le esigenze che giustificano dette assunzioni, e nessuno gli impedisce di indicarle trasparentemente.

Nel caso di specie la società convenuta, in memoria di difesa, specifica il motivo legittimante l’apposizione del termine al contratto in questione, deducendo la ricorrenza di un complesso processo di mobilità, derivato da accordi sindacali volti ad affrontare il problema di circa 9.000 esuberi; processo che avrebbe determinato squilibri occupazionali sul territorio, con conseguente necessità di fruire di contrattisti a termine per sostenere, da un lato, le esigenze del recapito o della sportelleria e, dall’altro, per fruire di forza lavoro flessibile che non innalzasse stabilmente il costo del lavoro.

Sono tutte esigenze che questo giudice non intende certamente sindacare e disconoscere, ma che tuttavia non ha avuto modo di concretamente verificare nel caso di specie; il capitolo di prova formulato in memoria - “vero che all’epoca dell’assunzione a termine dedotta in giudizio (erroneamente indicata nell’ottobre 2002) e ad oggi è in corso la fase attuativa delle procedure di mobilità originate dagli accordi del 17 e 23 ottobre 2001, che ha prodotto effetti diretti anche sull’unità produttiva di applicazione di parte ricorrente evincibile dal contratto a termine che il giudice esibisce” – è generico e non suscettibile di provare, prima ancora che il nesso di causalità tra l’esigenza dichiarata e l’assunzione della ricorrente come portalettere, la stessa esigenza posta a base del contratto a termine, in alcun modo quantificata concretamente.

Ed infatti, anche a non voler pretendere la prova del nesso di causalità con riferimento alla singola ricorrente, attese le esigenze in astratto della società convenuta, necessariamente involgenti un numero elevato di soggetti, manca irrimediabilmente la prova delle dimensioni del processo di mobilità che ha interessato la sede di Ragusa, in termini ora di personale atteso ora di personale in partenza ora di previsioni attendibili sui trasferimenti di sede.

Questo giudice non è stato posto in condizione di conoscere il collegamento tra il numero (reale o previsto) di lavoratori da “riposizionare” nella sede di Ragusa, perché interessati da processi di mobilità, ed il numero di contrattisti a termine assunti, tra cui la ricorrente.

Ed infatti in atti sono solo versati gli accordi sindacali stipulati in materia e le comunicazioni della società (ai sindacati) sul numero di contratti a termine (distinto soltanto per Regioni) cui, in vari periodi, Poste ha deciso di ricorrere.

Deve quindi essere dichiarata la nullità del termine, con conseguente conversione a tempo indeterminato del contratto.

Ed invero, pur in difetto della norma previdente, secondo la quale il contratto di lavoro si reputava a tempo indeterminato, non può tuttavia trovare applicazione l’art. 1419, comma 1, c.c., venendo nella materia lavoristica il principio di conservazione del contratto rafforzato dall’esigenza di tutela del contraente debole, secondo quanto affermato dalla Corte Costituzionale (sent. 210/92).

La clausola deve quindi ritenersi inefficace, come tale precludente l’accesso al tipo negoziale “contratto a termine”; ne consegue che la fattispecie deve essere inquadrata nello schema inderogabile del contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato.

L’opinione contraria (nullità dell’intero contratto) riversa sul soggetto tutelato la sanzione per l’invalidità del contratto e vanifica la previsione legislativa sulle causali obiettive legittimanti il termine, privandola di effettiva sanzione e così realizzando il fine di una vera liberalizzazione del contratto a termine; finalità, questa, che spetta al legislatore (nell’esercizio della sua discrezionalità) realizzare, con una disciplina coerente e trasparente, e che non può invece essere surrettiziamente realizzata dal giudice.

Le retribuzioni devono essere riconosciute dalla data della messa in mora.

Le spese seguono la soccombenza e  si liquidano come da dispositivo.

P. Q. M.

-         dichiara la nullità del termine apposto al contratto di lavoro stipulato per il periodo 13.02.2002 – 30.04.2002; dichiara che dal 13.02.2002 si è instaurato tra le parti un rapporto a tempo indeterminato;

-         condanna la convenuta a riammettere parte ricorrente nel posto di lavoro, nonché a corrisponderle tutte le retribuzioni decorse dal 10.11.2003, oltre interessi e rivalutazione dalle scadenze al saldo;

-         condanna la convenuta alla rifusione delle spese processuali in favore di parte ricorrente, liquidate in € 1.500,00 complessivi.

Così deciso in Ragusa il 23.11.2004.

                                                       

Il Giudice del lavoro
Dott. Giovanni Giampiccolo
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« Risposta #1 inserito:: Novembre 17, 2009, 15:10:34 »

Citazione
TRIBUNALE DI FROSINONE
SEZIONE LAVORO

Il Giudice del lavoro presso il Tribunale di Frosinone, Dott. Massimo Lisi, ha pronunciato la
seguente

SENTENZA

nella causa di lavoro iscritta al Ruolo Generale Affari Contenziosi per l'anno 2003, al
numero 747, promossa con ricorso depositato in data 17.3.2003

da C.G ricorrente

contro Poste Italiane S.p.A., resistente

Oggetto del giudizio: declaratoria di nullità di contratto a termine, conversione in contratto a
tempo indeterminato, risarcimento dei danni

Conclusioni: per ciascuna parte, quelle del proprio atto costitutivo, da intendersi qui integralmente riportate

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso depositato in data 17.3.2003, C. G. deduceva che:

 aveva lavorato alle dipendenze della S.p.A. Poste Italiane, dall’8.5.2002 al 29.6.2002, in
virtù di contratto a tempo determinato del 7.5.2002, con inquadramento nell’area
operativa;

 era stato assunto con contratto a termine nel quale veniva richiamata la “vigente normativa” e veniva altresì giustificata l’apposizione del termine con la seguentelocuzione: “esigenze tecniche, organizzative e produttive anche di carattere straordinario conseguenti a processi d iriorganizzazione, ivi comprendendo un più funzionale riposizionamento di risorse sul territorio, anche derivanti da innovazioni tecnologiche ovvero conseguenti all’introduzione e/o sperimentazione di nuove tecnologie, prodotti o servizi nonché all’attuazione delle previsioni di cui agli Accordi del 17, 18 e 23 ottobre, 11dicembre 2001, 11 gennaio, 13 febbraio e 17 aprile 2002”;

 in realtà aveva semplicemente svolto mansioni di portalettere nell’ufficio postale di
C. e in quello di S.E, in sostituzione di colleghi assentatisi per infortunio (T. R.), malattia (M. G.) o congedo (I. C.), e poi di altro dipendente assegnato ai servizi interni (S. E.);

 il rapporto si era risolto in virtù della clausola contrattuale che prevedeva il termine di
scadenza del contratto;

 aveva offerto alla resistente la propria prestazione lavorativa;

 aveva esperito l’obbligatorio tentativo di conciliazione stragiudiziale;

 sussisteva la nullità parziale del contratto a termine per la mancanza dei presupposti
indicati nella clausola appositiva del termine;

tanto premesso, l’attrice conveniva in giudizio avanti al Tribunale di Frosinone, in funzione
di Giudice del lavoro, la società di cui sopra, chiedendo che venisse dichiarata la nullità
parziale del contratto a termine stipulato con la convenuta, con conversione dello stesso in
contratto a tempo indeterminato, con decorrenza dall’inizio del rapporto; chiedeva altresì che la
società venisse condannata a corrispondere le retribuzioni maturate dalla data di deposito della
richiesta di convocazione presso la Direzione Provinciale del Lavoro per l’esperimento del
tentativo di conciliazione stragiudiziale o dalla data di convocazione e sino all’effettiva reintegra,
oltre accessori e vittoria di spese.
Fissata l'udienza di comparizione delle parti, la società convenuta si costituiva instando per il
rigetto del ricorso. In particolare, deduceva la piena legittimità del contratto di lavoro in esame,
alla luce della nuova disciplina sul contratto a termine introdotta dal D. Lgs. n.368/2001.
Osservava poi che, in ogni caso, ai sensi della nuova disciplina, l’ingiustificatezza del termine
mai avrebbe potuto determinare la conversione a tempo indeterminato del rapporto.
Nel corso del giudizio veniva interrogato il ricorrente; veniva acquisita documentazione e
venivano escussi i testi ammessi; infine, all'udienza del 9.2.2005, la causa veniva discussa dai
procuratori delle parti e quindi decisa dal Giudice del lavoro presso il Tribunale di Frosinone
con lettura in aula del dispositivo della sentenza.

MOTIVI DELLA DECISIONE
Le domande proposte dal ricorrente possono essere accolte, nei limiti e per i motivi appresso
indicati.
Il ricorrente in data 7.5.2002 ha stipulato con la convenuta un contratto a termine nel quale
veniva richiamata la “vigente normativa” e veniva altresì giustificata l’apposizione del termine
con la seguente locuzione: “esigenze tecniche, organizzative e produttive anche di carattere
straordinario conseguenti a processi di riorganizzazione, ivi comprendendo un più funzionale
riposizionamento di risorse sul territorio, anche derivanti da innovazioni tecnologiche ovvero
conseguenti all’introduzione e/o sperimentazione di nuove tecnologie, prodotti o servizi nonché
all’attuazione delle previsioni di cui agli Accordi del 17, 18 e 23 ottobre, 11 dicembre 2001, 11
gennaio, 13 febbraio e 17 aprile 2002” (doc. n.1 del fascicolo attoreo);
Il contratto in esame è stato stipulato nella vigenza del D. Lgs. n.368/2001.
Tale provvedimento legislativo (attuativo della direttiva 1999/70/CE relativa all’accordo
quadro sul lavoro a termine del 18.3.1999) ha voluto eliminare una serie di vincoli e rigidità
prima esistenti nella normativa che regolamentava il ricorso al contratto a termine, ma non ha
affatto liberalizzato del tutto tale forma contrattuale, come risulta evidente dal tenore testuale
dell’art.1, comma 1, del D. Lgs. citato: “è consentita l’apposizione di un termine alla durata del
contratto di lavoro subordinato a fronte di ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo
o sostitutivo”.
La nuova normativa non ha reso lecita la stipula di qualsivoglia contratto a termine, al di
fuori di vincoli, ma richiede che vi siano ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o
sostitutivo, che giustifichino l’apposizione del termine.
La differenza con la precedente disciplina fissata dalla L. n.230/1962 consiste nel fatto che,
secondo il vecchio regime, le ragioni che consentivano l’apposizione del termine erano
specificamente tipizzate, mentre oggi esse possono essere di qualsiasi tipo non astrattamente
configurato.
Non è stato invece toccato il principio generale per il quale il rapporto di lavoro normalmente
deve essere stipulato a tempo indeterminato, mentre l’apposizione di un termine al contratto
rimane una possibilità ammessa in via di eccezione e in presenza di determinate circostanze.
La sussistenza delle circostanze enunciate dal datore deve essere oggettivamente controllabile
e deve essere messa in relazione con la specifica assunzione a termine della quale si tratta.
Tale conclusione trova conforto nell’orientamento prevalente di dottrina e giurisprudenza,
secondo cui l’art.1 del D. Lgs. n.368/2001 ricalca le disposizioni in tema di giustificato motivo
oggettivo (art. 3 L. n.604/1966) e di trasferimento (art.2103 c.c.), e consente un sindacato
giurisdizionale volto a verificare l’effettiva sussistenza delle causali legittimanti l’apposizione
del termine (non anche, però, la bontà delle ragioni addotte).
Orbene, nel caso di specie, a parere del Giudicante, le Poste non hanno offerto prove
sufficienti a ricollegare la stipula del contratto in esame alle esigenze elencate nella clausola
apposta a giustificazione della previsione di un termine del rapporto.
Non basta infatti a soddisfare tale onere la notorietà del fatto – non sindacato dal Giudice e
non contestato da parte ricorrente - che una ristrutturazione alle Poste fosse in corso all’epoca
dell’assunzione della lavoratrice; ovvero che nell’ambito della società vi fossero in atto
“processi di riposizionamento di risorse sul territorio, anche derivanti da innovazioni
tecnologiche ovvero conseguenti all’introduzione e/o sperimentazione di nuove tecnologie,
prodotti o servizi”; o ancora che - in attuazione di una serie di accordi sindacali ( del 17, 18 e 23
ottobre e 11 dicembre 2001; dell’ 11 gennaio, 13 febbraio e 17 aprile 2002) - la convenuta
avesse iniziato un complesso piano volto a collocare in mobilità un certo numero di dipendenti
in possesso dei requisiti per godere della pensione di anzianità o vecchiaia, nonché ad attuare una
mobilità intro-aziendale, anche verso il servizio di recapito. E può anche ammettersi che – come
sostenuto dalla società convenuta in memoria di difesa - il complesso processo di mobilità di cui
si è detto ha determinato squilibri occupazionali sul territorio, con conseguente necessità di
fruire di contrattisti a termine per sostenere le esigenze del recapito o della sportelleria.
Ma sarebbe comunque stato onere dell’azienda provare per quale specifico aspetto di detta
ristrutturazione o riorganizzazione o per quale particolare profilo del processo di ricollocazione
del personale sul territorio fosse necessario assumere il ricorrente proprio negli uffici postali nei
quali ha lavorato e per il periodo dedotto in ricorso.
Orbene, tale prova è totalmente mancata in giudizio. Si osservi che la convenuta nella
memoria di costituzione ha formulato capitoli di prova per testi del tutto generici, non idonei a
dimostrare la sussistenza di un nesso di causalità tra le esigenze dichiarate nel contratto a termine
e l’assunzione del ricorrente come portalettere.
Ciò che è emerso dall’espletata istruttoria è soltanto che l’attore sostituì i titolari delle zone di
recapito a lui attribuite, che erano stati destinati ad altri servizi o si erano assentati dal lavoro.
Per completezza va poi osservato che - anche ad ammettere che la convenuta non avesse
l’onere di provare la sussistenza di un nesso di causalità diretto tra i processi in atto e
l’assunzione del ricorrente, considerata la sussistenza di concrete esigenze di carattere generale
della società - deve però ritenersi che la resistente avrebbe almeno dovuto provare che i processi
in atto avessero in qualche modo coinvolto, nel periodo oggetto del giudizio, le sedi presso le
quali il ricorrente fu impiegato (C. e S.E.). Ma neanche questo onere probatorio è stato assolto dalla resistente.
In mancanza di tale prova si deve concludere che la apposizione del termine al contratto in
esame si rivela ingiustificata e la relativa clausola deve quindi essere giudicata nulla.
Quanto agli effetti della declaratoria di tale nullità, considerato che rimane vigente – come in
precedenza chiarito - la regola generale della durata indeterminata del contratto di lavoro
subordinato, deve ritenersi che la clausola oppositiva del termine sia sostituta di diritto dalla
norma imperativa che prevede la normale durata a tempo indeterminato del rapporto, ai sensi
dell’art.1419, comma 2, c.c.. Pertanto il rapporto di lavoro del ricorrente deve intendersi sorto fin
dall'inizio come a tempo indeterminato.
Non può invece trovare applicazione l’art.1419, comma 1, c.c. (nullità dell’intero contratto),
sia perché vige nella materia lavoristica il principio di conservazione del contratto, rafforzato
dall’esigenza di tutela del contraente debole (cfr. Corte Costituzionale n.210/1992); sia perché,
in caso contrario, verrebbe riversato sul soggetto tutelato la sanzione per l’invalidità del contratto
e verrebbe vanificata la previsione legislativa sulle causali obiettive che legittimano
l’apposizione del termine, che rimarrebbe priva di effettiva sanzione (cfr., in termini, Tribunale
di Ragusa, Giudice del Lavoro Dott.Giampiccolo, sentenza n. 819/04 del 23.11.2004).
In definitiva, in virtù delle considerazioni che precedono, va dichiarata la nullità parziale del
contratto di lavoro a termine stipulato in data 7.5.2002 tra il ricorrente e la Poste Italiane S.p.A.,
limitatamente alla clausola appositiva del termine.
Per l’effetto, va dichiarato che tra le parti si è instaurato un rapporto di lavoro a tempo
indeterminato a decorrere dall’8.5.2002, data dell’effettivo inizio dell’attività lavorativa.
In conseguenza dell’intervenuta conversione dell’originario contratto a termine in contratto a
tempo indeterminato, va poi ordinata la ricostituzione ed il concreto ripristino della funzionalità
del rapporto di lavoro tra il ricorrente e l’azienda, con inquadramento del lavoratore nell'Area
Operativa del CCNL per il Personale delle Poste Italiane (si tratta dell’inquadramento che
l’attore aveva in costanza di rapporto).
Si osservi che l’ordine di ricostituzione del rapporto di lavoro, pur se incoercibile, dà diritto al
risarcimento del danno, se il vincolo non viene ripristinato per fatto imputabile al datore di
lavoro.
Sul punto va osservato che non è applicabile l’art.18 St. Lav., giacché questa norma
presuppone l’esistenza di un licenziamento inefficace, annullabile, nullo, che non sussiste invece
nel caso in cui il datore di lavoro, come nella specie, abbia dato semplicemente disdetta alla
scadenza del termine (cfr. Cass., S.U., n.7471/1991; n.3368/1996; n.10829/1994; n.824/1993).
Quanto alla domanda di risarcimento del danno proposta in ricorso, va precisato che - per le
svolte considerazioni - non è utilizzabile il meccanismo di liquidazione legale di cui all’art.18 St.
Lav..
Si deve invece far riferimento ai principi generali di cui agli artt.1223 e ss. c.c..
Ebbene, in quest’ottica, va considerato, da un lato, che il lavoratore soltanto con la
proposizione del tentativo obbligatorio di conciliazione – espletato in data 14.3.2003 - ha offerto
al datore di lavoro la propria prestazione lavorativa (doc. n.3 del fascicolo attoreo).
D’altro lato, va precisato che lo stato di disoccupazione del ricorrente si è protratto da tale
epoca - 14.3.2003 - sino ad oggi (nulla di diverso ha infatti provato parte resistente).
Quindi, il danno subito dall’attore può essere commisurato alla retribuzione che avrebbe
dovuto percepire secondo l’inquadramento sopra visto, a decorrere dalla data di espletamento del
tentativo obbligatorio di conciliazione (14.3.2003, come in precedenza chiarito) e sino alla data
della presente sentenza (dovendosi escludere ipotesi di condanna in futuro fuori dei casi previsti
per legge), oltre interessi legali e rivalutazione monetaria dalle scadenze al saldo e con la
regolarizzazione della posizione contributiva.
Le spese seguono la soccombenza della resistente e si liquidano nella misura specificata in
dispositivo.

P.Q.M.
definitivamente pronunciando, così provvede, in accoglimento del ricorso proposto da C.
G. nei confronti della Poste Italiane S.p.A.:
1) dichiara la nullità del termine apposto sul contratto di lavoro stipulato in data 7.5.2002 tra
il ricorrente e la società convenuta;
2) dichiara che fra l’attore e la Poste Italiane S.p.A. si è instaurato sin dall’8.5.2002 un
contratto di lavoro a tempo indeterminato;
3) dichiara che tale rapporto è ancora in essere e ordina a parte convenuta di riammettere
immediatamente l’attore nel posto di lavoro, con l’assegnazione di mansioni riconducibili
all’inquadramento nell’Area Operativa del CCNL di settore;
4) condanna parte convenuta al pagamento delle retribuzioni globali di fatto omesse con
decorrenza dal 14.3.2003 alla data della presente sentenza, oltre interessi legali e rivalutazione
monetaria e con i conseguenti versamenti contributivi;
5) condanna parte convenuta al pagamento delle spese di lite che liquida in €.1.800,00 di cui
€.900,00 per diritti ed €.900,00 per onorari, oltre IVA e CPA.
Frosinone, 9 febbraio 2005 Il Giudice del lavoro Dott. Massimo Lisi
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« Risposta #2 inserito:: Novembre 17, 2009, 15:10:54 »

Citazione
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE DI GENOVA ‑ SEZIONE LAVORO

Il Giudice dr. Marco GELONESI
ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa promossa da xxxx residente in Genova
ed elettivamente domiciliato in Genova,
presso l'avv. xxxx che lo rappresenta per mandato a margine dei ricorso
ricorrente

contro XXX
sedente in Roma
ed elettivamente domiciliato in Genova,
presso gli avv. xxxx
che Il rappresentane per procura notaio Ambrosone ‑ Roma
convenuto

CONCLUSIONI

Per Il RICORRENTE:
Il Giudice adito, dichiarata la nullità dell'apposizione dei termine al contratto di lavoro stipulato tra le parti, voglia dichiarare tuttora in essere, tra le parti stesse. un contratto di lavoro a tempo indeterminato-

Voglia conseguentemente condannare XXX in persona del legale rappresentante pro tempore, a reintegrare la ricorrente nel porto di lavoro e/o a ripristinare il rapporto e/o a riammetterla in servizio.

Voglia condannare XXX a corrispondere all’esponente eventualmente a titolo o di danno. le retribuzioni tutte maturate e maturande dalla data di ricezione della mesta in mora fino al ripristino dei rapporto, con riserva di quantificare all'udienza di discussione quanto fino e quel momento maturato.

Oltre rivalutazione monetaria ed interessi legali.
Con vittoria di spese, diritti ed onorari dei giudizio.

Per il CONVENUTO.

Piaccia al Tribunale adito, ogni contraria istanza ed eccezione disattesa, con il favore delle spese di giudizio, respingere il ricorso avversario.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso depositato il 26/6/2006 presso la cancelleria della sezione del lavoro del Tribunale di Genova premesso che era stata assunta Dlle XXX con contratto a termine stipulato il 14/19/2002, prodotto in copia , e del seguente tenore:

Oggetto: assunzione a tempo determinato

Gentile signore
desideriamo comunicarLe con la presente che è stata decisa la Sua assunzione alle dipendenze di questa Società con contratto di lavoro a tempo determinato e con inquadramento nell’’Area operativa ci cui all’art. 24 del CCNL 11/01/2001, per lo svolgimento di mansioni di portalettere di pertinenza del suo inquadramento.

La Sua assunzione viene effettuata, ai sensi della vigente normativa per “sostenere il livello di servizio del recapito durante la fase di realizzazione dei processi di mobilità, tuttora in fase di completamento, di cui agli accordi del 17, 18 e 23 ottobre 2001, 11 dicembre 2001 e 11 gennaio 2002, 13 febbraio, 17 aprile, 30 luglio e 16 settembre 2002, che prevedono, al riguardo, il riposizionamento su tutto il territorio degli organici della Società”.

Il Suo rapporto di lavoro viene disciplinato citato CCNL per il personale dipendente, decorre dal 16/10/2002 e cesserà, senza necessità di preavviso, il 31/12/2002.

Il presente contratto avrà durata fino alla scadenza del termine sopra indicato subordinatamente al superamento da parte sua del periodo di prova, che viene fissato in giorni 15 “quindici”, durante il quale ad ognuna delle parti è consentito di recedere liberamente dal presente rapporto di lavoro, sulla base di semplice comunicazione scritta all’altra parte.

Le clausole contrattuali sulla durata del contratto e termine e sul regime del periodo di prova sorto con concordemente ritenute essenziali ai sensi dell’art. 1478 c.c.(1).

Il luogo di lavoro nel quale dovrà di norma rendere la prestazione è il Comune di Genova con assegnazione all’U.d. R. Genova Brignole.

Le mansioni di portalettere a lei affidate, che rientrano tra quelle previde dal sopra indicati inquadramento, comportano anche l’utilizzo di auto/moto-mezzo fornito dalla Società in relazione alle specifiche esigenze di servizio,

Il caso di assenza per malattia Lei ha diritto alla conservazione del rapporto di lavoro sino alla scadenza di un periodo massimo comparto, corrispondente a giorni 13 (tredici). Nel computo del predetto periodo si terrà conto delle assenze per malattia, dovuta all’unico continuato episodio morboso ovvero a più episodi morbosi. I cui giorni e/o periodi di riferimento vanno a tal fine sommati tra di loro.

Per quanto non espressamente previsto valgono, in quanto applicabili, le disposizioni del vigente CCNL, che forma parte integrante del presente atto.

Nel trattenere presso di se una copia della presente lettera contratto, voglia restituirci la copia firmata per accettazione

Per accettazione:

Genova


Il contraente dichiara di aver letto ed approvato espressamente le cluaule di cui al 5 comma del presente atto recante, alla fine del periodo(1).



Genova 14/10/02


Che la clausola oppositiva del termine era illegittima per genericità; che aveva messo a disposizione della controparte le proprie energie lavorative con lettera pervenuta a quest’ultima il 2/2/2006 e prodotta in copia.
Tutto ciò premesso concludeva come riportato in epigrafe.

La convenuta al costituiva e contestava la fondatezza della domanda assumendo che il termine in questione era stato legittimamente apposto, in conformità alle previsioni di cui al d.lgs 368/2000, in subordine sosteneva che la nullità della clausola oppositiva del termine avrebbe comportato la nullità dell’intero contratto ai sensi dell’articolo 1419 c.c. Sempre in subordine sosteneva che il contratto in questione si sarebbe risolto per mutuo consenso atteso che la ricorrente aveva messo le proprie energie lavorative a disposizione della spa (dopo una inerzia durata oltre tre anni dalle cessione di fatto del rapporto di lavoro in questione. La convenuta chiedeva quindi la reiezione del ricorso.

Il giorno 8/11/2006 la causa, sulle conclusioni specificate in epigrafe veniva discussa e decisa mediante dispositivo immediatamente letto in udienza.

MOTIVI DELLA DECISIONE

La disciplina del contratto di lavoro subordinato a termine è stata profondamente innovata dal sopravvenuto d.lgs 368/2001 di cui articolo 1 dispone:
1) E’ consentita la apposizione di un termine alla durata del contratto di lavoro subordinato a fronte di ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo e sostitutivo:

2) La apposizione del termine è priva di effetto se non risulta, direttamente od indirettamente da atto scritto nel quale sono specificate le ragioni di cui al comma uno.

Il tenore letterale della norma è in equivoco; le esigenze di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo che legittimano la apposizione del termine devono essere indicate non genericamente, ma in modo puntuale. Ed è anche assai chiara la ratio legis che va rinvenuta nell’esigenza di consentire al lavoratore la possibilità di accertare la sussistenza dei motivi addotti da controparte a giustificazione della clausola oppositiva del termine.

Le ragioni oggettive che consentano la apposizione del termine devono quindi essere specificamente individuate nel contratto individuale e avere i connotati della tempestività. Sul punto si richiama la sentenza della Corte di Appello di Firenze (sentenza del 30/572005, In Rivista It. del Diritto del lavoro 2006-1-parte seconda) la cui ampia ed esauriente motivazione deve ritenersi qui integralmente trascritta.

Ora nel caso in esame la clausola in questione è illegittima per la sua evidente genericità. Essa infatti allude alla esigenza di sostenere il livello di servizio del recapito durante la fase di realizzazione dei processi di mobilità, tuttora in fase di completamento, di cui agli accordi del 17,18,23 ottobre 2001, 11 dicembre 2001, 11 gennaio 2002, 13 febbraio, 17 aprile, 30 luglio e 18 settembre 2002 che prevedono al riguardo il riposizionamento su tutto il territorio degli organici della società.

La clausola appena trascritta è generica.

Alla stregua delle considerazioni svolte avrebbe dovuto precisare gli effetti dei processi di mobilità, cui accenna, sulla specifica articolazione ove la ricorrente è stata inviata ad operare, avrebbe dovuto altresì chiarire la temporaneità di tali effetti; temporaneità idonea a giustificare la assunzione a termine della attrice. Nulla di tutto questo si rinviene nella clausola oppositiva del termine inserita nel contratto di cui trattasi.

La clausola è quindi affetta da nullità.

Resta a questo punto da esaminare se ai sensi del sopravvenuto d.lgs 368/2001, la dichiarazione di invalidità della clausola oppositiva del termine del contratto di lavoro subordinato ne comporti la automatica trasformazione in contratto a tempo indeterminato.

Secondo la preesistente normativa la invalidità della clausola oppositiva del termine comportava la automatica conversione dell’originario contratto a termine in contratto a tempo indeterminato. L’orientamento consolidato in tal senso, si fondava sul primo comma dell’art. 1 della legge 230/1962: “il contratto di lavoro si reputa a tempo indeterminato, salvo le eccezioni appresso indicate”. Tale formula non si rinviene nel d.lgs 388/2001 il quale inoltre dispone espressamente l’abrogazione della legge 230/1962 (v. il primo comma dell’art. 11). Da ciò autorevole dottrina ha dedotto che, a seguito dell’innovazione legislativa, la invalidità della clausola oppositiva al termine resterebbe disciplinata dal diritto comune, e precisamente dall’art., 1419 primo comma c.c. secondo cui “ la nullità parziale di un contratto o la nullità di singole clausole importa la nullità dell’intero contratto se risulta che i contraenti non lo avrebbero concluso senza quella parte del suo contenuto che è colpita da nullità”.

La tesi pur autorevolmente sostenuta non merita di essere condivisa per una molteplicità di ragioni.

Innanzitutto il suo accoglimento inficerebbe la disciplina legislativa di macroscopiche incongruenze. Come si è visto il secondo comma dell’art. 1 del d.lgs 368/2001 dispone “ L’apposizione del termine è priva di effetto se non risulta direttamente o indirettamente da atto scritto nel quale sono specificate le ragioni di cui al comma 1” vale a dire se non sono indicate puntualmente per iscritto le ragioni che giustificano l’apposizione del termine. La norma appena trascritta non dichiara la clausola nulla, ma usa una diversa espressione “è priva di effetto”: espressione significamene identica a quella usata dalla legge 230/1962 “L’apposizione del termine è priva di effetto se non risulta da atto scritto” (comma terzo art. 1). Pertanto a seguire l’orientamento sopra accennato, la nullità della clausola oppositiva del termine, idonea secondo il diritto civile a travolgere l’intero contratto, sarebbe ravvisabile solo nel caso in cui sia stata redatta per iscritto la ragione giustificativa del termine, la quale tuttavia esuli dalla previsione di cui al comma 1 dell’art. 1 del d.lgs 368/2001. come si è visto la suddetta clausola, se stipulata oralmente, sarebbe solo priva di effetto, con la conversione automatica del contratto di lavoro in contratto a tempo indeterminato.

Ma la incongruenza di siffatta disciplina sarebbe macroscopica.

Il difetto della causa giustificativa del termine comporterebbe la nullità della relativa clausola e la possibile (ai sensi dell’art. 1419 c.c) nullità dell’intero contratto solo se non si accompagnasse ad un ulteriore difetto di forma consistente nella stipulazione orale della clausola medesima In altri termini il medesimo vizio sostanziale comporterebbe effetti meno gravi nell’ipotesi in cui si presenti non da solo, ma insieme con un vizio formale. È evidente la irrazionalità di una disciplina del genere.

Ma, per chi segua la tesi che questo giudice contesta, le incongruenze della disciplina legislativa non finiscono qui.

Il quarto comma dell’art. 5 del d.lgs 368/2001, riprendendo l’art. 12 della legge 196/1997, dispone: “Quando si tratta di due assunzioni successive a termine intendendosi per tali quelle effettuate senza alcuna soluzione di continuità, il rapporto di lavoro si considera a tempo indeterminato dalla data di stipulazione del primo contratto”. La ratio della norma è assai chiara; la successione senza soluzione di continuità dei due contratti a termine prova che la apposizione del termine era priva di giustificazione sin dal primo contratto. Ebbene sarebbe assai incoerente non applicare la medesima disciplina, vale a dire considerare il contratto come a tempo indeterminato, qualora ricorra la medesima ratio perché la ingiustificatezza del termine risulta sin dal momento della sua apposizione.

Oltre le accentuate gravi incongruenze un ulteriore pregnante argomento induce a ritenere che la invalidità della clausola oppositiva del termine comporti la automatica conversione del contratto in contratto a tempo indeterminato.

La disciplina del lavoro dipendente è ispirata, come si è già detto, dall’esigenza di tutela del lavoratore subordinato ritenuto la parte debole del rapporto. Tale esigenza costituisce il fondamento di un ulteriore principio di settore; il contratto di lavoro non viene travolto dalle nullità sancite a tutela del dipendente, perché la sua validità ed efficacia si recupera mediante un effetto legale sostitutivo dell’autonomia privata.

Si pensi all’art. 1 comma 5 della legge 1369/1960 in tema di interposizione vietata di manodopera (la legge ormai abrogata è stata sostanzialmente ripresa dal d.lgs 276/2003, in particolare dall’art. 27): all’art. 3 comma 9 legge 863/1984 che sancisce la automatica conversione sin dall’inizio del rapporto in contratto a tempo indeterminato del contratto di formazione e lavoro, in caso di inosservanza da parte datoriale degli obblighi nascenti dal contratto stesso; all’art. 10 comma 2 legge 196/1997 che, in tema di lavoro temporaneo, dispone che il lavoratore si considera assunto dall’impresa utilizzatrice a tempo indeterminato, qualora il contratto di fornitura sia stato stipulato senza la forma scritta (anche questa norma è stata ribadita dal successivo d.lgs 276/2003). Era del tutto coerente con questo quadro il già richiamato art. 1 comma 1 legge 230/1962 secondo cui, come si è già visto, in caso di illegittima apposizione del termine, il contratto di lavoro si considerava sin dall’inizio a tempo indeterminato.

Una diversa soluzione, nella ipotesi ora enunciate, comporterebbe per il lavoratore un pregiudizio ben più grave di quello che la comminatoria di nullità gli vuole evitare.

Un caso paradigmatico. Il tal senso si ravviserebbe proprio ove si accettasse quella interpretazione del d.lgs 368/2001 che qui si contesta.

Se la causa oppositiva del termine rendesse invalido l’intero contratto basterebbe al datore di lavoro stipulare un contratto scritto, indicando, a giustificazione della apposizione del termine, ragioni palesemente insussistente, ed ecco che la nullità dell’intero contratto, in convocabile dal datore di lavoro, porterebbe ad inserire nell’alveo dell’art. 2126 c.c. la prestazione di fatto resa dal prestatore. Sarebbero così eluse le garanzie sancite a favore del dipendente da norme inderogabili di legge, a cominciare dalla garanzia della stabilità nel posto di lavoro. È pur vero che, ai sensi dell’art. 1419 c.c. sulla parte interessata a far valere la invalidità dell’intero contratto grava l’onere di provare che non avrebbe concluso il contratto senza quella parte affetta da nullità, cioè, nella specie, senza l’apposizione del termine. Ma l’ostacolo sarebbe agevolmente superabile, basterebbe dichiarare espressamente nel contratto redatto per iscritto, che le clausole che lo compongono sono fra loro inscindibilmente legate. Ora, come si è già detto, sarebbe insanabilmente contraddittorio un legislatore che consideri il lavoratore in posizione di debolezza, detti norme inderogabili per tutelarlo dallo strapotere contrattuale della controparte, e nel contempo fornisca a quest’ultima un comodo strumento per eludere quelle stesse norme. Sul punto, di fondamentale importanza, sono particolarmente istruttive le note vicende (anteriori alla riforma introdotta dal d.lgs 25/2/2000 n. 61)

In tema di contratto a tempo parziale. La Corte di Cassazione (Cass. Sez. lav. sentenza n. 4482 del 24/4/1991) aveva interpretato l’art. 5 secondo comma d.l. 726/1984, convertito con modificazioni in legge 863/1984, nel senso che la mancanza di forma scritta, in ordine al contratto di lavoro a tempo parziale, ne avrebbe comportato la nullità, con la inevitabile conseguenza che il lavoro effettivamente prestato in esecuzione del suddetto contratto sarebbe rimasto disciplinato dall’art. 2126 c.c. con esclusione per il prestatore di quasi tutte le garanzie che assistono il rapporto di lavoro subordinato.

Per le ragioni già dette siffatta interpretazione si pone in insanabile contrasto con gli specifici principi che presiedono il settore del lavoro subordinato e con le norme della Costituzione (con particolare riguardo agli art. 36 e 38) di cui quei principi sono attuazione.

Tutto questo è posto bene in evidenza dalla Corte Costituzionale (sentenza n. 210 del giorno 11/5/1992) che ha disatteso l’interpretazione data dalla Cassazione, sottolineando che siffatta interpretazione avrebbe posto la norma in questione (il secondo comma del sopra richiamato art. 5) in contrasto con i valori costituzionali. È in proposito significativo un passo della summenzionata sentenza della Corte Costituzionale del seguente tenore: “L’art. 1419 comma 1 c.c., infatti, non è applicabile rispetto al contratto di lavoro, allorquando la nullità della clausola derivi dalla contrarietà di essa a norme imperative poste a tutela del lavoratore, così come, più in generale, la disciplina degli effetti della contrarietà del contratto a norma imperative trova in questo campo (come anche in altri) significativi adattamenti volti appunto ad evitare la conseguenza della nullità del contratto. Ciò in ragione del fatto che, se la norma imperativa è posta a protezione di uno dei contraenti, nella presunzione che il testo contrattuale gli sia imposto dall’altro contraente, la nullità integrale del contratto nuocerebbe, anziché giovare, al contraente che il legislatore intenderebbe proteggere.

Nel caso in esame l’art. 1 secondo comma del d.lgs 368/2001, se interpretato nel senso che qui si contesta, porrebbe tale norma in contrasto con gli artt. 36 3 38 della Costituzione, per le ragioni sopra dette e ribadite dalla richiamata sentenza 210/1992 Corte costituzionale.

Ma il contrasto con la Costituzione non finirebbe qui.

Il suddetto d.lgs, sempre se inteso nel senso che si contesta, si porrebbe in rotta di collisione con gli artt. 76 e 77 della Costituzione perché pesantemente peggiorativo. Come si è visto, la posizione del lavoratore subordinato, violerebbe la clausola di non regresso sancita dalla direttiva CEE 1999/70 (disposizioni di attuazione clausola 8 che recita: “L’applicazione del presente accordo non costituisce un motivo valido per ridurre il livello generale di tutela offerto ai lavoratori nell’ambito coperto dall’accordo stesso”).

Ora, come ha osservato autorevole dottrina, la valutazione, per ravvisare una eventuale violazione della clausola di regresso, non si deve compiere mediante un puntiglioso raffronto in ordine ad ogni singolo aspetto fra la disciplina sopravvenuta e quella preesistente. Fra l’altro un simile raffronto sarebbe poco significativo poiché il peggioramento per il lavoratore, di un singolo punto della disciplina ben potrebbe essere ampliamente compensato dal miglioramento di un altro punto. A ben guardare la direttiva vieta di ridurre il “livello generale di tutela” e con questa espressione impone al legislatore interno, pur lasciando alla sua discrezionalità di intervenire sui singoli profili della disciplina del settore, di non incidere sulle garanzie essenziali che coinvolgono valori fondamentali e che attengono pertanto a quello che viene appunto definito “livello generale di tutela”.

Ora la modifica della preesistente disciplina se escludesse, nell’ipotesi di nullità della clausola di apposizione dal termine, la conversione automatica del contratto di lavoro in contratto a tempo indeterminato, costituirebbe una violazione della clausola di non regresso come sopra intesa, vale a dire comporterebbe una riduzione del livello generale di tutela del lavoratore, perché, come si è ampiamente argomentato, travolgerebbe quasi tutte le garanzie assicurate da norme inderogabili di legge a tutela del lavoratore.

Il d.lgs 368/2001 è attrattivo della legge delega 422/2000 che, (vedo in particolare l’art. 1 commi 1 e 3) delega il Governo ad attuare direttive comunitarie, fra cui la direttiva 1999/70/CE (vedi l’allegato B alla legge 422/2000). Pertanto la violazione della clausola di regresso sopra richiamata porrebbe il decreto legislativo in questione in contrasto con la legge delega, e conseguentemente in contrasto con l’art. 77 della Cost.

Discende dalle considerazioni svolte che una lettura costituzionalmente orientata dell’art. 1 del d.lsg 368/2001 impone di interpretare la norma nel senso che dispone la conversione automatica del contratto di lavoro in contratto a tempo indeterminato in qualunque ipotesi di invalidità della clausola oppositiva del termine.

Resta da esaminare la tesi, proposta in subordine della convenuta, secondo cui il contratto de quo si sarebbe comunque risolto per mutuo consenso (vedi la parte espositiva).

A questo punto giova rilevare che la mera cessazione di fatto del rapporto di lavoro, allo scadere del termine illecitamente apposto, non può di per se configurarsi quale risoluzione consensuale del rapporto.

È infatti un comportamento delle parti attrattivo di una clausola nulla, di per sé inidonea a produrre effetti.

Una volontà di risoluzione non può quindi risalire alla mera attuazione della clausola illegittima oppositiva del termine, dovendo essere manifestata da un comportamento da cui emerga in modo inequivoco la volontà di entrambe le parti di non proseguire il rapporto. Ma tale in equivoca manifestazione di volontà non può ravvisarsi nella mera inerzia del lavoratore. Come è noto la mera inerzia comporta solo il maturare della prescrizione allo scadere del termine a tal fine previsto.

Pertanto deve dichiararsi che il contratto di lavoro a tempo determinato, dedotto in giudizio, e sopra trascritto, è convertito in contratto a tempo indeterminato ed il relativo rapporto è tuttora in essere tra le parti, con conseguente obbligo della convenuta di ammettere in servizio la ricorrente.

In ordine alle conseguenze patrimoniali rivendicate dalla ricorrente va ricordato lo insegnamento della S.C. secondo cui “L’estromissione di un lavoratore dall’organizzazione aziendale per scadenza di un termine illegittimamente apposto al contratto di lavoro non è da equiparare al licenziamento ingiustificato e non configura una fattispecie di recesso, e l’azione del lavoratore volta a far valere la continuità del rapporto ha natura di azione di mero accertamento dell’effettiva situazione giuridica derivante dalla nullità del termine non soggetta ad alcuna decadenza, mentre, in riferimento all’azione volta a far valere diritti patrimoniali consequenziali all’accertamento della permanenza in vita del rapporto il lavoratore può ottenere soltanto il risarcimento del danno subito a causa della impossibilità della prestazione cagionata dal rifiuto ingiustificato del datore di lavoro, e a tale scopo deve attivarsi per offrire l’esecuzione della propria prestazione lavorativa, costituendo in mora il datore di lavoro” (Cass. Sez. del lavoro sentenza n. 15827 del 22/10/2003); e per la relativa messa in mora non occorrono particolari requisiti formali (Cass. Sez. lav. sentenza n. 9420 del 18/7/2000).

Nel caso in esame la offerta della prestazione lavorativa da parte della ricorrente, ed idonea a mettere in mora la convenuta, va ravvisata nella lettera raccomandata, prodotta in copia, e richiamata nella parte espositiva (vedi sopra). Che tale lettera sia pervenuta alla resistente il 2/2/2006 è circostanza non contestata.

È opportuno aggiungere che la ricorrente in sede di interrogatorio ha specificato lo ammontare di un alilude perceptum quale compenso per una attività lavorativa svolta dal 2/2/2006 in poi (vedi lo interrogatorio reso dalla ricorrente alla odierna udienza nel relativo verbale da ritenere qui trascritto).

Pertanto la convenuta va condannata a corrispondere alla attrice le retribuzioni maturale dal 2/2/2006 oltre accessori, dedotte le somme indicate dalla attrice quale aliunde perceptum.
Le spese di lite, come sotto liquidate, seguono la soccombenza.

P. Q. M.

Pronunciando sentenza definitiva così decide.

Genova 14/11/06
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« Risposta #3 inserito:: Novembre 17, 2009, 15:11:11 »

Citazione
IL TRIBUNALE di TRANI

in persona del Giudice del lavoro dott. Giuseppe Di Trani
ha pronunciato la seguente

SENTENZA   

nella causa in materia di lavoro previdenza - assistenza   

TRA XXX

E

Poste italiane s.p.a.

DISPOSITIVO letto all'udienza
   
Definitamente pronunciando sul ricorso proposto da XXX contro Poste Italiane s.p.a. cosi provvede:   

a) respinge la domanda;   
b) compensa le spese.   

Svolgimento del processo

Con ricorso del 15.4.2005 XXX premesso di aver lavorato, con mansioni di portalettere e con inquadrarnento nell'Area Operativa (CCNL di cat.), in forza

di un contratto a termine, sottoscrittO in data 11.6.2002, dal 1 luglio 2002 al 30 settembre 2002 alle dipendenze della s.p.a. Poste Italiane presso gli

uffici di Trani UDR; che tale contratto era privo dei requisiti formali e sostanziali richiesti dalla legge e dalla contrattazione collettiva per la

valida apposizione del termine; che la società aveva fatto ricorso a tale forma di contratto non come uno strumento eccezionale, ma per far fronte a

croniche e diffuse carenze di organico net settore del recapito; tanto esposto, it ricorrente chiedeva di dichiarare nullo ii teintine apposto

all'intercorso contratto di lavoro e la conversione del rapporto in quello a tempo indeterminato, con conseguente condanna della società a riammetterlo

in servizio e a pagare le retribuzioni non corrisposte, oltre accessori di legge e spese di lite.
Instauratosi il contraddittorio, la s.p.a. Poste Italiane con varie argomentazioni rilevava la tegittimita del termine apposto in quanto conforme alla

normativa contrattuale e di legge, concludendo per il rigetto della pretesa.
All'odierna udienza sulle conclusioni delle parti la causa era decisa con lettura del dispositivo.

Motivi della decisione

La domanda proposta, ad avviso dello scrivente, è destituita di fondamento giuridico.
Tra il 1.7 e il 30.9.2002 XXX ha intrattenuto con la s.p.a. Poste Italiane un unico rapporto di lavoro a termine e l'assunzione è avvenuta in forza di

contratto di lavoro a tempo determinato debitamente voluto e sottoscritto dal lavoratore (v. documentazione prodotta in atti). Il contratto (stipulato

"ai sensi deli art 1 del D. Lgs. n.368/2001, "per esigenze tecniche, e produttive anche di carattere straordinario conseguenti a processi di

riorganizzazione, ivi ricomprendendo un più funzionale riposizionamento di risorse sul territorio, ...") si colloca temporalmente dopo l'entrata in

vigore della nuova disciplina introdotta dal d. lgs. 6.9.2001 n. 368 sul Iavoro a tempo determinato, che ha modificato profondamente la materia con

particolare riguardo ad una più flessibile utilizzazione di questo strumento gestionale, ormai non vincolato da rigide ipotesi legittimanti (art. 1,

comma 1, d. 1gs. n. 368/01). Con le nuove norme è definitivamente superato il principio in base al quale il ricorso al lavoro a termine è consentito per

ragioni eccezionali e temporanee e comunque solo nei casi tassativamente previsti dalla legge o dalla contrattazione collettiva. Pervero, alle specifiche

ipotesi di apposizione di un termirie di durata del rapporto lavorativo è stato sostituito un modello, giuridico fondato sull'esistenza' di ragioni

tecniche, produttive, organtzzative o di sostituzione di lavoratori assenti. Il ricorrente è stato assunto dalla società Poste Italiane propriamente in

conformità a esigenze tecnico-produttivo-organizzative connesse all'attuale fase di riorganizzazione dell'azienda postale resistente, ivi comprendendo

una più funzionale ricollocazione del personate sul territorio, nonchè per far fronte ai maggiori flussi di traffico in determinati periodi dell'anno. In

particolare, il ricorrente nel suddetto periodo ha sostituito personale assente con diritto alla conservazione del posto di lavoro. L'apposizione del

termine nella specie non assume qualsivoglia finalità palesemente fraudolenta e la società ha dimostrato mediante idonea documentazione (Accordi del 17

ottobre 2001, 17 aprile 2002, 18 settembre 2002) le suddette esigenze che hanno reso necessaria l'assunzione dell'attore. Questi, estromesso dal lavoro

alla scadenza del termine, contesta la legittimità del contratto stipulato e formula le domande di ripristino del rapporto con le conseguenti

statuizioni.
Il contratto in questione è stato concluso ai sensi della disciplina legale e degli accordi del 2001 e 2002 con le OO.SS. contemplanti, tra l'altro, le

ipotesi di "punte di più intensa attività stagionale" e di "esigenze produttive particolari e di carattere temporaneo".
Il quadro normativo complessivo è sicuramente orientato all'ampliamento della possibilità di fare ricorso al contratto a termine: è sufficiente

l'esistenza di un'esigenza di carattere temporaneo, come nel caso specifico per il settore del Recapito e della Sportelleria, a legittimare l'apposizione

di un termine al contratto. In tale prospettiva non vi è certamente spazio per comportamenti elusivi o fraudolenti del datore di lavoro.
La riorganizzazione dei Centri Rete Postali - che si inserisce anche in un più ampio quadro di ristrutturazione di parte convenuta - e l'attuazione di un

piano di mobilità intema sono senz'altro fatti che generano incertezza sull'effettiva entità del fabbisogno di personale in pianta stabile e

costituiscono quindi quelle esigenze di carattere temporaneo che, secondo il d. lgs. n. 368/01 e la normativa collettiva, giustificano l'assunzione a

tempo determinato.
Se la legge ammette - proprio perchè, a differenza dal sistema previgente, non prevede ipotesi tassative - che sia pur generica l'esigenza temporanea

legittimante tale tipo di contratto, si deve argomentare come altrettanto generica possa essere l'indicazione, nel singolo contratto a termine,della

situazione che ne costituisce il presupposto legittimante.
Nè è necessario che il lavoratore assunto a termine sia adibito allo svolgimento della specifica attività che genera l'esigenza temporanea: proprio la

genericità del presupposto indicato dalla legge quale fatto legittimante l'assunzione a termine induce ad escludere che debba esistere un nesso di

causalità specifico tra una determinata situazione aziendale e l'intervenuta assunzione a termine.
Una diversa opzione interpretativa ricondurrebbe il contratto a termine in un limitato ambito di ipotesi eccezionali, correlato cioè alla esistenza di

situazioni tipiche che dovrebbero legittimare l'apposizione del termine al contratto e che pertanto dovrebbero costituire oggetto di prova con onere a

carico del datore.
Anche alla stregua della contrattazione collettiva l'assunzione in esame è giustificata.
La disciplina transitoria di cui all'art. 11 del d. lgs. n. 368 cit. - per cui le clausole dei contratti collettiVi nazionali stipulate ai sensi

dell'art. 23 della legge n. 56/87 e vigenti alla data di entrata in vigore del decreto mantengono la loro efficacia fino alla scadenza dei contratti

collettivi stessi - non vale affatto a limitare l'applicabilita della nuova disciplina di legge e serve solo a mantenere transitoriamente in vita

fattispecie tipicamente individuate dalla contrattazione collettiva, senza necessità per il datore di lavoro che assuma ai sensi del contratto

collettivo, di dover provare la natura temporanea dell'esigenza aziendale per la quale assume a termine.
Il mutamento della disciplina generale, sicuramente orientata all'ampliamento della possibilità di utilizzare la contrattazione a termine, ha la sua

rilevanza per i contratti conclusi successivamente all'entrata in vigore del d. lgs. n. 368. anche ai fini della interpretazione delle stesse clausole

contrattuali in senso piu liberate. Aggiungasi che all'assunzione a termine in esame, disciplinata dalla nuova regolamentazione dettata dal d.lgs. n.

368/01, non si applica il limite quantitativo in percentuale previsto dall'art. 25 del c.c.n.l. 11.1.2001, introdotto nel quadro normativo posto dalle

clausole contrattuali a suo tempo stipulate ai sensi dell'art. 23 della legge n. 56 del 1987.
In conclusione, è sufficiente la ricorrenza di una effettiva esigenza di carattere temporaneo, nella specie non seriamente contestata, a legittimare

l'apposizione di un termine al contratto. In base alle considerazioni che precedono il ricorso può essere, in conclusione, rigettato.
Concorrono giusti motivi, tenuto conto delle contrastanti pronunce emesse dai giudici di primo grado (v. ad es. Trib. trani, 22.6.2004; Trib. Parma,

27.11.2003) e di appello (cfr. App. Milano, 15.3.2005; App. Bari, 20.7.2005) per disporre l'integrale compensazione delle spese di lite tra le parti.

P.q.m.
Come in epigrafe.
Trani, 09/06/2006
Registrato
luca_1966
Utente non iscritto
« Risposta #4 inserito:: Maggio 28, 2012, 00:49:39 »

A proposito delle assunzioni a termine risalenti al 2002 circa, effettuate ai sensi dell'art. 24, CCNL dell'11/01/2001, può essere interessante trascrivere il testo tipo di un tale contratto di lavoro (riportato integralmente nella sent. Trib. Genova del 14/11/2006, Giud. Marco Gelonesi, di cui sopra. Ricorsi vertenti su contratti ex art. 24 CCNL approdano di questi tempi in Cassazione..

TRIBUNALE DI GENOVA, sent. del 14/11/2006, giud. M. Gelonesi

<<Con ricorso depositato il 26/6/2006 presso la cancelleria della sezione del lavoro del Tribunale di Genova, premesso che era stata assunta con contratto a termine stipulato il 14/19/2002, prodotto in copia, e del seguente tenore:

«Oggetto: assunzione a tempo determinato

Gentile signore

desideriamo comunicarLe con la presente che è stata decisa la Sua assunzione alle dipendenze di questa Società con contratto di lavoro a tempo determinato e con inquadramento nell'Area operativa ci cui all’art. 24 del CCNL 11/01/2001, per lo svolgimento di mansioni di portalettere di pertinenza del suo inquadramento. La Sua assunzione viene effettuata, ai sensi della vigente normativa per “sostenere il livello di servizio del recapito durante la fase di realizzazione dei processi di mobilità, tuttora in fase di completamento, di cui agli accordi del 17, 18 e 23 ottobre 2001, 11 dicembre 2001 e 11 gennaio 2002, 13 febbraio, 17 aprile, 30 luglio e 16 settembre 2002, che prevedono, al riguardo, il riposizionamento su tutto il territorio degli organici della Società”.

Il Suo rapporto di lavoro viene disciplinato [dal] citato CCNL per il personale dipendente, decorre dal 16/10/2002 e cesserà, senza necessità di preavviso, il 31/12/2002.

Il presente contratto avrà durata fino alla scadenza del termine sopra indicato subordinatamente al superamento da parte sua del periodo di prova, che viene fissato in giorni 15 “quindici”, durante il quale ad ognuna delle parti è consentito di recedere liberamente dal presente rapporto di lavoro, sulla base di semplice comunicazione scritta all’altra parte.

Le clausole contrattuali sulla durata del contratto e termine e sul regime del periodo di prova sorto con concordemente ritenute essenziali ai sensi dell’art. 1478 c.c.(1).

Il luogo di lavoro nel quale dovrà di norma rendere la prestazione è il Comune di Genova con assegnazione all’U.d. R. Genova Brignole.

Le mansioni di portalettere a lei affidate, che rientrano tra quelle previste dal sopra indicato inquadramento, comportano anche l’utilizzo di auto/moto-mezzo fornito dalla Società in relazione alle specifiche esigenze di servizio.

In caso di assenza per malattia, Lei ha diritto alla conservazione del rapporto di lavoro sino alla scadenza di un periodo massimo ..corrispondente a giorni 13 (tredici). Nel computo del predetto periodo si terrà conto delle assenze per malattia, dovuta all’unico continuato episodio morboso ovvero a più episodi morbosi. I cui giorni e/o periodi di riferimento vanno a tal fine sommati tra di loro.

Per quanto non espressamente previsto valgono, in quanto applicabili, le disposizioni del vigente CCNL, che forma parte integrante del presente atto.

Nel trattenere presso di sè una copia della presente lettera contratto, voglia restituirci la copia firmata per accettazione.

Per accettazione:

Genova

Il contraente dichiara di aver letto ed approvato espressamente le cluaule di cui al 5 comma del presente atto recante, alla fine del periodo (1).

Genova 14/10/02
»

(...) >>.

http://www.cgil.it/DBGIURIDICO/App.%20Genova%2014.11.06.pdf

vedi anche:
TRIBUNALE DI GENOVA, Sez. Lav.

Il Giudice dr. Marco GELONESI ha pronunciato..

« Ultima modifica: Maggio 28, 2012, 00:52:47 da luca_1966 » Registrato
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