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Autore Discussione: CASSAZIONE - speditezza processi  (Letto 52348 volte)
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luca_1966
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« inserito:: Maggio 07, 2011, 00:34:17 »

IMPUGNAZIONI CIVILI - RICORSO PER CASSAZIONE - POTERI DELLA CASSAZIONE - PRINCIPIO DEL GIUSTO PROCESSO - RIPROPOSIZIONE CON RICORSO INCIDENTALE DI QUESTIONE ASSORBITA

http://www.cortedicassazione.it/Notizie/GiurisprudenzaCivile/SezioniSemplici/SchedaNews.asp?ID=2917

Cassazione n. 5139 del 03/03/2011

http://www.cortedicassazione.it/Documenti/5139_03_11.pdf

Accolto il ricorso principale, si pone il quesito se alla lacuna decisoria debba rimeditarsi attraverso un rinvio al giudice di merito, oppure se, in difetto della necessità di ulteriori accertamenti, questa Corte possa statuire sulle decisioni di puro diritto, ai sensi dell'art. 384, comma 2, c.p.c. Benché la Corte abbia talvolta negato il proprio potere di pronunciarsi su questioni assorbite, questo collegio ritiene di poter dare risposta positiva. Il capoverso dell'art. 384 citato (mod. dall'art. 12, l. n. 40 del 02/02/06) assegna un nuovo compito alla Corte [di Cassazione], titolare di una funzione non più solamente rescindente, e fornisce altresì un rimedio impugnatorio di carattere sostitutivo che assicura meglio, quando possibile, ossia quando non sia necessaria attività istruttoria, la definizione della controversia con una durata ragionevole (art. 111, comma 2, Cost.). QUESTA ESIGENZA DI SPEDITEZZA, che nel momento attuale è urgente, PUÒ PREVALERE SULLA PERDITA, a carico delle parti, DELLA FASE DI MERITO, posto che sulle questioni di puro diritto la Costituzione, nel terzo comma dell'art. 111, garantisce solamente la pronuncia della Cassazione.

Nel caso di specie, il lavoratore, che ha sviluppato ampiamente le sue argomentazioni nell'atto di impugnazione, non rimane sacrificato nel diritto al contraddittorio.
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panela
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« Risposta #1 inserito:: Maggio 07, 2011, 07:59:53 »

mi puoi spiegare?? Cheesy grazie
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Egli dà allo stanco potenza, e a chi è senza energia dinamica fa abbondare piena forza
luca_1966
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« Risposta #2 inserito:: Maggio 07, 2011, 10:57:28 »

Ho seguito nel blog il caso di un ricorsista vincitore in I. gr., riammesso; vincitore in appello; rinviato al tribunale di Appello dalla Cassazione per il riesame degli atti probatori di PI (causale sostitutiva), che non furono ammessi a quel grado per insussistenza. La Cassazione ha evidenziato il criterio elastico con cui deve essere interpretata la causale dell'art. 1 DLgs 368 (è ragionevole che le grandi aziende non indichino il nome del sostituto, ma piuttosto documentino la carenza di organico su scala locale, cioè nella sede di lavoro in cui ha prestato servizio il ricorrente), ma ha negato di entrare nel merito, limitandosi a tracciare una linea di principio, cui il giudice di merito dovrà attenersi nel riesame. In questo caso, invece, la Cassazione si riconosce una nuova attribuzione, ciè quella di entrare nel merito, qualora non vi siano elementi nuovi da acquisire in fase istruttoria. Questo per velocizzare l'iter giudiziario. Nel caso di cui sopra, la Cassazione avrebbe potuto decidere l'esito della causa, adottando essa stessa i criteri espressi nel decidere il rinvio. Cioè, decidendo che le prove di PI erano effettivamente prive, o carenti di elementi utili a giustificare il ricorso all'assunzione a termine in quel luogo, a quella data (oppure il contrario). Invece, con il rinvio all'Appello, passeranno mesi..
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renato733
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« Risposta #3 inserito:: Maggio 07, 2011, 11:17:11 »

scusami luca,ma dove parla di art1 in questi due link che hai postato sopra?Sarei interesato a leggere quanto detto da te sui contratti per sotituzione!
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luca_1966
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« Risposta #4 inserito:: Maggio 07, 2011, 12:56:19 »

Della successione art. 1 non so molto. Ci sono degli intervalli tra un periodo e l'altro da rispettare, credo. Ancor meno chiara è il caso di successione degli art. 2 c. 1 bis (il "divieto" deriva dalla interpretazione della Direttiva europea 1999/70, che non si è tradotta chiaramente con il DLgs 368). Vedi sotto il CCNL e il DLgs 368.

Stralcio sentenza Cassazione Lav. n. 1576 del gen. 2010

"Nel caso di specie i motivi di ricorso impongono di stabilire come debba essere configurato sul piano giuridico il concetto di specificazione con riferimento all'ipotesi in cui il datore di lavoro abbia determinato la causale dell'apposizione del termine riferendosi a ragioni di carattere sostitutivo. Come già rilevato, l'onere di specificazione della causale nell'atto scritto costituisce una perimetrazione della facoltà riconosciuta al datore di lavoro di far ricorso al contratto di lavoro a tempo determinato per soddisfare una vasta gamma di esigenze aziendali (di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o aziendale), a prescindere da fattispecie predeterminate. Tale onere ha l'evidente scopo di evitare l'uso indiscriminato dell'istituto per fini solo nominalmente riconducibili alle esigenze riconosciute dalla legge, imponendo la riconoscibilità e la verificabilità della motivazione addotta già nel momento della stipula del contratto. D'altro canto, tuttavia, proprio il venir meno del sistema delle fattispecie legittimanti impone che il concetto di specificità sia collegato a situazioni aziendali non più standardizzate ma obiettive, con riferimento alle realtà specifiche in cui il contratto viene ad essere calato. Il concetto di specificità in questione risente, dunque, di un certo grado di elasticità che, in sede di controllo giudiziale, deve essere valutato dal giudice secondo criteri di congruità e ragionevolezza.

Con riferimento specifico alle ragioni di carattere sostitutivo, pertanto, il contratto a termine se in una situazione aziendale elementare è configurabile come strumento idoneo a consentire la sostituzione di un singolo lavoratore addetto a specifica e ben determinata mansione, allo stesso modo in una situazione aziendale complessa è configurabile come strumento di inserimento del lavoratore assunto in un processo in cui la sostituzione sia riferita non ad una singola persona, ma ad una funzione produttiva specifica che sia occasionalmente scoperta. In quest'ultimo caso, il requisito della specificità può ritenersi soddisfatto non tanto con l'indicazione nominativa del lavoratore o dei lavoratori sostituiti, quanto con la verifica della corrispondenza quantitativa tra il numero dei lavoratori assunti con contratto a termine per lo svolgimento di una data funzione aziendale e le scoperture che per quella stessa funzione si sono realizzate per il periodo dell'assunzione.

Questa Corte non ignora la sentenza della Corte costituzionale n. 214 del 2009, la quale, nel dichiarare non fondata la questione di costituzionalità del D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 1, comma 1, e D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 11, afferma che l'onere di specificazione previsto dallo stesso art. 1, comma 2 impone che, tutte le volte in cui l'assunzione a tempo determinato avvenga per soddisfare ragioni di carattere sostitutivo, risulti per iscritto anche in nome del lavoratore sostituito e la causa della sua sostituzione.

Sul problema degli effetti delle sentenze interpretative di rigetto della Corte costituzionale sull'interpretazione delle leggi da parte del giudice ordinario, questa Corte (cfr, in particolare, Cass. 9 gennaio 2004 n. 166) ha affermato che, ove il giudice delle leggi, nel ritenere non infondato il denunciato vizio di incostituzionalità di una certa disposizione nella interpretazione non implausibile fornitane dal giudice del merito, indichi una possibile, diversa interpretazione della stessa disposizione conforme a Costituzione, tale interpretazione adeguatrice non interferisce con il controllo di legittimità rimesso alla Corte di cassazione ed il suo effetto vincolante per i giudici ordinari e speciali, non esclusa la Corte di cassazione, riguarda soltanto il divieto di accogliere quella interpretazione che la Corte costituzionale ha ritenuto, sia pure con una pronuncia di infondatezza della questione di legittimità costituzionale sottoposta al suo esame, viziata.

Nel caso di specie il passo della sentenza della Corte costituzionale sopra citato deve essere letto nel contesto argomentativo in cui esso è stato formulato. La sentenza, subito dopo il passo estrapolato, prosegue precisando che considerato che per ragioni sostitutive si debbono intendere motivi connessi con l'esigenza di sostituire uno o più lavoratori, la specificazione di tali motivi implica necessariamente anche l'indicazione del lavoratore o dei lavoratori da sostituire e delle cause della loro sostituzione; solamente in questa maniera, infatti, l'onere che il D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 1, comma 2, impone alle parti che intendano stipulare un contratto di lavoro subordinato a tempo determinato può realizzare la propria finalità, che è quella di assicurare la trasparenza e la veridicità della causa dell'apposizione del termine e l'immodificabilità della stessa nel corso del rapporto. Tale precisazione sta a indicare che, nella illimitata casistica che offre la realtà concreta delle fattispecie aziendali, accanto a fattispecie elementari in cui è possibile individuare fisicamente il lavoratore o i lavoratori da sostituire, esistono fattispecie complesse in cui la stessa indicazione non è possibile e "l'indicazione del lavoratore o dei lavoratori" deve passare necessariamente attraverso la "specificazione dei motivi", mediante l'indicazione di criteri che, prescindendo dall'individuazione delle persone, siano tali da non vanificare il criterio selettivo che richiede la norma.

Intesa in questi termini la sentenza della Corte costituzionale, l'opzione interpretativa offerta da questo Collegio è pienamente coerente con quella offerta dalla sentenza stessa che, per l'autorevolezza della fonte da cui proviene, costituisce un contributo ermeneutico della massima importanza.

Dunque, per concludere sul punto, l'apposizione del termine per "ragioni sostitutive" è legittima se l'enunciazione dell'esigenza di sostituire lavoratori assenti - da sola insufficiente ad assolvere l'onere di specificazione delle ragioni stesse - risulti integrata dall'indicazione di elementi ulteriori (quali, l'ambito territoriale di riferimento, il luogo della prestazione lavorativa, le mansioni dei lavoratori da sostituire, il diritto degli stessi alla conservazione del posto di lavoro) che consentano di determinare il numero dei lavoratori da sostituire, ancorchè non identificati nominativamente, ferma restando in ogni caso la verificabilità circa la sussistenza effettiva del presupposto di legittimità prospettato.

Nel caso in esame appare incongrua e priva di adeguata motivazione, in relazione ai principi sopra enunciati, la valutazione fatta dalla Corte di merito circa l'assenza di specificità della causale apposta al contratto di lavoro a termine in discussione. In particolare la Corte territoriale non ha tenuto conto del fatto che il concetto di specificità deve essere collegato a situazioni aziendali non più standardizzate ma obiettive, con riferimento alle realtà specifiche in cui il contratto viene ad essere calato".

vedi anche altre sentenze più recenti, ma equivalenti, nella stessa discussione:

http://www.mondoposte.it/smf/index.php?topic=4196.90

CCNL 2010-2012
http://www.uilpost.net/modules.php?name=News&file=article&sid=1697#art22

DLgs 368/2001
http://www.servizi.cgil.milano.it/ARCHIVIO/2008/1/20010906_DLgs_368.pdf
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renato733
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« Risposta #5 inserito:: Maggio 07, 2011, 13:26:51 »

Grazie luca,pensavo ci fossero novità a riguardo l'art1 ,credo comunque che fra poco la cassazione comincerà a cambiare radicalmente parere .
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« Risposta #6 inserito:: Maggio 07, 2011, 13:34:32 »

speriamo pareri positivi renato........
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luca_1966
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« Risposta #7 inserito:: Settembre 09, 2011, 14:08:10 »

POSTE ITALIANE: RICORRERE FINO ALLA MORTE.

Dei ricorsi di Poste in Cassazione anche nei casi di soccombenza ineccepibile in Appello sapevamo. Questo, invece, è il caso di un ricorsista riammesso in servizio, e subito costretto ad assistere il padre morente. Non ottenendo un permesso, si licenzia per disperazione. Non viene reintegrato. Ricorre di nuovo, soccombe. Ricorre in Appello: riammesso in servizio. Cassazione di Poste: rigetto. Buon lavoro.

CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. LAVORO
Sent. n.19777, 1 settembre 2011

MASSIMA

Perché l'incapacità naturale del dipendente possa rilevare come causa di annullamento delle sue dimissioni, non è necessario che si abbia la totale privazione delle facoltà intellettive e volitive, ma è sufficiente che tali facoltà risultino diminuite in modo tale da impedire od ostacolare una seria valutazione dell'atto e la formazione di una volontà cosciente, facendo quindi venire meno la capacità di autodeterminazione del soggetto e la consapevolezza in ordine all'atto che sta per compiere.

CASUS DECISUS

Con ricorso del 7/11/2002, XX esponeva di aver ottenuto nei confronti della società P.I. la riammissione nell'attività lavorativa presso il CMP di Milano Roserio, con effetto dal 9/4/2002, a seguito di sentenza con la quale era stata dichiarata la nullità del termine apposto dalle parti al contratto del 3/1/2001, ma che dopo essersi puntualmente presentato a riprendere servizio, ricevuta la notizia dell'aggravamento delle condizioni di salute del padre, disperato, perché la società non voleva concedergli ferie o permessi per raggiungerlo immediatamente, aveva dato le dimissioni in data 12/4/2002. XX, sostenendo che tali dimissioni erano state date in condizioni di incapacità di intendere e di volere, per il grave sconvolgimento determinato dalla situazione di non poter raggiungere il padre, poi deceduto il 15 maggio successivo, ne chiedeva l'annullamento, con l'ordine di reintegra nel posto di lavoro e la condanna della società al pagamento delle retribuzioni maturate. Il Giudice del lavoro del Tribunale di Milano, con sentenza n. 803/2004, rigettava la domanda. Sull'appello di XX, resistito dalla società, la Corte d'Appello di Milano, con sentenza depositata il 4/9/2006, in riforma della pronuncia di primo grado, annullava le dimissioni e condannava la società a riammettere in servizio XX, e pagargli le retribuzioni dalla data della sentenza. Per la cassazione di tale sentenza la società ha proposto ricorso con tre motivi. XX ha resistito con controricorso.

Precedente sentenza conforme: Cass. n. 515 del 15/1/2004.
_ _ _ _

CORTE DI CASSAZIONE
SEZ. LAVORO
Sent. n.19777, 1/9/2011
Pres. Roselli, est. Nobile

Motivi della decisione

Con il primo motivo la ricorrente denuncia violazione dell'art. 414 c.p.c. e vizio di motivazione: lamenta che la sentenza ha "omesso qualsiasi motivazione in ordine all'eccezione sollevata in via preliminare da Poste Italiane, di inammissibilità della produzione nel giudizio d'appello del certificato medico redatto in data 24 febbraio 2004 e già ritenuto tardivo in primo grado".

Con il secondo motivo, denunciando violazione dell'art. 428 cc, ossia circa la rilevanza della buona fede del datore di lavoro e, in ogni caso, del fatto che controparte non sia stata in grado di dimostrare il contrario.

Premesso che nella fattispecie va applicato.. (Cass. 16-12-2009 n. 26364), osserva il Collegio che tali motivi risultano inammissibili per mancanza dei requisiti imposti dalla detta norma processuale.

L'art. 366 bis cpc, infatti, “nel prescrivere le modalità di formulazione dei motivi di ricorso in cassazione, comporta, ai fini della declaratoria di inammissibilità del ricorso medesimo, una diversa valutazione da parte del giudice di legittimità, a seconda che si sia in presenza dei motivi previsti dai nn. 1, 2, 3 e 4 dell’art. 360, 1° comma, c.p.c., ovvero del motivo previsto dal n. 5 della stessa disposizione. Nel primo caso ciascuna censura deve, all’esito della sua illustrazione, tradursi in un quesito di diritto, la cui enunciazione (e formalità espressiva) va funzionalizzata, come attestato dall’art. 384 cpc, all’enunciazione del principio di diritto, ovvero a “dicta” giurisprudenziali su questioni di diritto di particolare importanza, mentre, ove venga in rilievo il motivo di cui al n. 5 dell’art. 360 cpc (il cui oggetto riguarda il solo “iter” argomentativo della decisione impugnata), è richiesta una illustrazione, che, pur libera da rigidità formali, si deve concretizzare in una esposizione chiara e sintetica del fatto controverso - in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria - ovvero delle ragioni per le quali la dedotta insufficienza rende inidonea la motivazione a giustificare la decisione” (v. Cass. 25-2-2009 n. 4556).

In particolare, il quesito di diritto, in sostanza, deve integrare (in base alla sola sua lettura) la sintesi logico-giuridica della questione specifica sollevata con il relativo motivo (cfr. Cass. 7-4-2009 n. 8463) e “deve comprendere l'indicazione sia della "regola iuris" adottata nel provvedimento impugnato, sia del diverso principio che il ricorrente assume corretto, e che si sarebbe dovuto applicare in sostituzione del primo. La mancanza anche di una sola delle due suddette indicazioni rende il ricorso inammissibile” (v. Cass. 30-9-2008 n. 24339).

Pertanto, come è stato più volte affermato da questa Corte, e va qui nuovamente enunciato ex art. 366 bis cpc, “consiste proprio nell'imposizione al patrocinante che redige il motivo, di una sintesi originale ed auto sufficiente della violazione stessa, funzionalizzata alla formazione immediata e diretta del principio di diritto e, quindi, al miglior esercizio della funzione nomofilattica della Corte di legittimità” (v. Cass. 24-7-2008 n. 2040, cfr. Cass. S.U. 10-9-2009 n. 19444).

Nell'ipotesi, poi, prevista dall'art. 360 n. 5 cpc, come pure è stato precisato, e va qui nuovamente enunciato, “l'illustrazione di ciascun motivo deve contenere, a pena di inammissibilità, la chiara indicazione del fatto controverso, in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, ovvero le ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la renda inidonea a giustificare la decisione” e “la relativa censura deve contenere un momento di sintesi (omologo al quesito di diritto), che ne circoscriva puntualmente i limiti, in maniera da non ingenerare incertezze in sede di formulazione del ricorso e di valutazione della sua ammissibilità” (v. Cass. S.U. 1-10-2007 n. 20603, Cass. 20-2-2008 4309). Tale sintesi deve essere “evidente ed autonoma” - v. Cass. 30-12-2009 n. 27680, Cass. 7-4-2008 n. 8897, Cass. S.U. M0-2007 n. 20603, Cass. 18-7-2007 n. 16002 - e non può essere ricavata implicitamente dall'esposizione complessiva del motivo stesso.

Orbene, nella fattispecie, la società ricorrente, che pur ha denunciato sia violazioni di norme di diritto, sia vizi di motivazione, in relazione ai detti primi due motivi non ha formulato alcun quesito di diritto, e neppure ha espresso una chiara sintesi autonoma dei vizi di motivazione denunciati, con conseguente inammissibilità dei motivi stessi.
_ _ _ _

Con il terzo motivo, corredato dal relativo quesito di diritto, la ricorrente, denunciando violazione dell'116 cpc, nonché vizio di motivazione, in sostanza si duole che la sentenza impugnata “si è limitata a recepire in maniera apodittica le risultanze della consulenza tecnica d'ufficio, omettendo di considerare circostanze (quali la genericità dei certificati medici, e l'essersi XX recato più volte presso la segreteria per assumere informazioni per il trasferimento e, poi, per manifestare l'intenzione di rassegnare le dimissioni, richiedendo anche immediatamente la restituzione del libretto di lavoro), dalle quali si evinceva che il lavoratore non aveva agito d'impulso”.

Tale motivo risulta in parte inammissibile, e in parte infondato.

Come questa Corte ha più volte affermato, e va qui nuovamente enunciato, “perché l'incapacità naturale del dipendente possa rilevare come causa di annullamento delle sue dimissioni, non è necessario che si abbia la totale privazione delle facoltà intellettive e volitive, ma è sufficiente che tali facoltà risultino diminuite in modo tale da impedire od ostacolare una seria valutazione dell'atto e la formazione di una volontà cosciente, facendo quindi venire meno la capacità di autodeterminazione del soggetto e la consapevolezza in ordine all'atto che sta per compiere; la valutazione in ordine alla gravità della diminuzione di tali capacità è riservata al giudice di merito e non è censurabile in cassazione se adeguatamente motivata” (v. Cass. 15-1-2004 n. 515).

[…] Orbene, nella fattispecie la Corte territoriale, dopo aver rilevato che XX “ha fornito seri indizi di un possibile suo stato di incapacità naturale, quando rassegnava le dimissioni, attraverso certificati medici che si riferiscono al periodo nel quale dette le dimissioni, che evidenziano una personalità borderline, con necessità di terapia farmacologica e di assistenza familiare, e per la stessa irragionevolezza del suo comportamento, che si colloca in un tale contesto”, si è riportata alle risultanze della CTU “affidata ad un noto specialista in malattie nervose e mentali”, il quale ha concluso che il (...) si è dimesso “non essendo stato in grado - essendo in preda ad una "reazione a corto-circuito" di natura patologica, in lui emersa sulla base condizionante di un cronico e polimorfo disturbo di personalità - di rendersi conto di quel che faceva, tantomeno di esprimere al riguardo una valida decisionalita”.

Tale accertamento di merito, conforme al principio sopra richiamato, e sorretto da congrua motivazione, resiste alle censure della ricorrente, e non è suscettibile di riesame in questa sede.

Il ricorso va pertanto respinto, e la ricorrente, in ragione della soccombenza, va condannata al pagamento delle spese in favore di XX.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente a pagare a XX le spese, liquidate in euro 20,00, oltre euro 2.500,00 per onorari, oltre spese generali, IVA e CPA.

http://www.aspiranteavvocato.it/appgiurisprudenza.asp?id=6711
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luca_1966
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« Risposta #8 inserito:: Settembre 25, 2011, 21:03:24 »

A mio parere, la sentenza di Cassazione (2011) di Barca9 (utente del forum), di cui al link seguente, forzando (e cassando) la determinazione (2006) della Corte di Appello di Firenze - sulla base di un principio (onere di specificazione del c. 2, art. 1, DLgs 368/01) contrario alla Corte Costituzionale (sent. 214/2009), e, comunque, allo scopo di riesaminare documenti dichiarati (con motivazione) inconferenti dalla Corte di Firenze proprio sul punto di stabilire il rapporto tra dipendenti assenti e contrattisti a termine a Siena -, è di ostacolo al principio, ed obiettivo, di speditezza dei processi. Se un giudice di Appello scrive che una allegazione non contiene elementi in ordine al numero dei dipendenti assunti presso un ufficio, la Cassazione non può chiedere a quella stessa Corte, in diversa composizione, di ricontrollare quei documenti, al fine di pervenire al computo del personale. Non si tratta della deposizione di un teste inattendibile, ma di una sentenza di Appello, sottoscritta da tre giudici.

interv. da #128 a #131 (ed oltre)
http://www.mondoposte.it/smf/index.php?topic=4196.120
« Ultima modifica: Settembre 25, 2011, 21:54:58 da luca_1966 » Registrato
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« Risposta #9 inserito:: Novembre 07, 2011, 19:45:34 »

IRRAGIONEVOLE DURATA DEL PROCESSO ED EQUA RIPARAZIONE

LEGGE (n. 89/2001) PINTO

Questa sentenza di Appello di Napoli del 2006 mi pare molto chiara nel descrivere i criteri anche soggettivi di applicazione della legge Pinto per sanzionare l'eccessiva durata del processo. Un punto non mi è chiaro, laddove il giudice, esclusi altri contrasti con la Costituzione, sostiene che quello riscontrato «con un orientamento ermeneutico della Corte di Strasburgo ..non può prevalere su una espressa disposizione di legge».
_ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _

CORTE DI APPELLO DI NAPOLI - Sez. I Civ.

Camera di Consiglio:

dott. Luigi Martone (Presidente)
dott. Giancarlo de donato
dott. Magda Cristiano (Relatore)

Nel procedimento camerale avente ad oggetto “Equa riparazione ex l. 89/01” promosso da XX, rappresentata e difesa dall’Avv. Gennaro De Natale del foro di Salerno e con questi elettivamente domiciliata presso la Cancelleria della Corte d’Appello di Napoli,

contro

MINISTERO DELLE GIUSTIZIA, in persona del Ministro in carica, rappresentato dall’Avvocatura Distrettuale dello Stato di Napoli, presso cui domicilia ope legis in Napoli, via Diaz n. 11;

Sciolta la riserva assunta all’udienza camerale del 6.10.06, ha pronunciato il seguente DECRETO.

XX con ricorso  depositato il 25.5.06, ha lamentato l’irragionevole durata del procedimento civile nel quale è stata convenuta e che ha avuto ad oggetto la scioglimento della comunione ereditaria di alcuni immobili di cui, per effetto della successione, era comproprietaria per la quota di 1/30 La ricorrente ha dedotto che il  giudizio, nel quale era stata citata a comparire il 28.03.90 e la cui prima udienza si è tenuta l’8.5.91, si è conclusa con sentenza pubblicata il 14.10.04, che ha approvato il progetto redatto dal CTU ed ha disposto il sorteggio per l’attribuzione delle quote.

Ha chiesto, pertanto, la liquidazione dell’equa riparazione prevista dalla legge 24.3.2001 n. 89 per la violazione del principio di ragionevole durata dei procedimenti giudiziari fissato dall’art. 6, § 1, della convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali ratificata con legge n. 848/55, nella misura di € 11.500,00, a titolo di risarcimento del danno non patrimoniale subito.

Il Ministero della Giustizia si è costituito ed ha eccepito in rito il difetto di legittimazione attiva della ricorrente, l'improponibilità e la nullità del ricorso, mentre nel merito ha concluso per il rigetto della domanda.
_ _ _ _

Tanto premesso, questa Corte osserva:

è infondata l’eccezione di difetto di legittimazione attiva della ricorrente. [C]ome si evince dalle sottoscrizioni apposte in calce al mandato conferito per la costituzione in giudizio e [dal] verbale di estrazione a sorte dei lotti, si chiama XX, ed è stata però indicata negli atti di causa come YY.

Ugualmente infondata l’eccezione di nullità del ricorso, sollevata dal Ministero sul rilievo della mancata indicazione da parte [di XX] delle attività processuali svolte in giudizio, di cui lamenta l’irragionevole durata. Infatti, in tema di equa riparazione per violazione del termine di ragionevole durata del processo ai sensi della legge 24 marzo 2001 n. 89, [la] parte istante, con l’allegazione e dimostrazione del protrarsi della controversia oltre il termine mediamente qualificabile come ragionevole - secondo parametri di normalità ed anche alla luce dei criteri al riguardo elaborati dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo -, offre il titolo della propria richiesta indennitaria, ed identifica quindi la causa petendi della pretesa azionata, cui si collega il danno (patrimoniale o non patrimoniale) lamentato conseguenza dell’adottata violazione. Ne consegue che la parte istante ha un onere di allegazione e di dimostrazione riguardante la sua posizione nel processo presupposto (la data iniziale di questo, la data della sua eventuale definizione e gli eventuali gradi in cui si è articolato), mentre su di essa non incombe l’onere “di specificar passo passo le cadenze dei ritardi lamentati e di argomentare analiticamente in proposito[/i]”, atteso che [la] legge demanda al giudice - munito, in coerenza con il modello procedimentale adottato, di poteri di iniziativa, i quali si estrinsecano attraverso l’assunzione di informazioni che, espressamente prevista dall’art. 738 cpc, non resta subordinata all’istanza di parte - il compito di accertare in concreto [la] violazione (cfr. Cass. 18241/104).

Ad ogni buon conto, va rilevato che nel caso di specie [la] ricorrente ha allegato con chiarezza i fatti che hanno determinato la durata del procedimento.

È, infine, infondata l’eccezione di improponibilità del ricorso, svolta dal Ministero sulla base di un’erronea interpretazione dell’art. 4 della legge n. 89/2001, che, nello stabilire [che? se?] la domanda di riparazione può essere proposta durante al pendenza del procedimento ..ovvero, a pena di decadenza, entro 6 mesi dal momento in cui la decisione che conclude il procedimento è divenuta definitiva, non fa riferimento, né implicito né, tantomeno, esplicito, all’esaurimento della singola fase o del singolo grado di giudizio. Il dies a quo del predetto termine di decadenza va dunque individuato, con riguardo al processo di cognizione, in quello di passaggio in giudicato della sentenza che definisce il giudizio (cfr. Cass. n. 19526/04).

Nella specie, il ricorso è stato depositato il 25.5.06 e quindi, stante il passaggio in giudicato della sentenza che ha definito il giudizio il 27.11.05, 2 giorni prima della scadere del termine [di cui] al citato art. 4.

Nel merito, va preliminarmente, rilevato che, secondo l’ormai consolidato orientamento della giurisprudenza, la responsabilità dello Stato per l’eccessiva durata di un procedimento giudiziario può sussistere anche se non sia ravvisabile colpa nella gestione del procedimento stesso da parte del giudice al quale esso è stato affidato; infatti l’obbligo assunto a livello internazionale dalla Repubblica Italiana con la sottoscrizione e la ratifica della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo, la cui violazione è oggi sanzionata nell’ambito del diritto interno dalla previsione dell’equa riparazione disciplinata dalla legge n. 89/2001, impegna lo Stato unitariamente considerato in tutti i suoi poteri ed in tutte le sue articolazioni strutturali; sicché tutti devono, nei limiti delle loro attribuzioni, concorrere all’adempimento di tale obbligo (v. sent. della Corte Europea dei dir. dell’uomo 13.7.83 caso Zimmermann/Svizzera; id. 26.10.88, Martins Moreira/Portogallo), con la conseguenza che lo Stato risponde [non?] solo per il comportamento negligente degli organi giudiziari, ma, più in generale, per il fatto di non aver provveduto ad organizzare il proprio sistema giudiziario in modo da consentirgli di soddisfare con ragionevole velocità al[la] domanda di giustizia (v. sent. 12.10.92 Boddeart/Belgio; id. 25.6.87, Baggetta/Italia); ciò del resto trova oggi diretto riscontro costituzionale nel testo novellato dell’art. 111 Cost., il quale dispone che la legge (e cioè l’ordinamento nel suo complesso considerato, e non solo l’istituzione giudiziaria) assicura la ragionevole durata del processo.

Ciò premesso, risulta evidente che il tempo trascorso dall’inizio del procedimento presupposto, introdotto con citazione del 26.1.90 e definito con sentenza dell’ottobre 2004, a distanza di oltre 14 anni dall’udienza fissata per la prima comparizione, rinviata d’ufficio di quasi 1 anno, abbia dato luogo alla violazione del diritto costituzionalmente garantito della XX alla ragionevole durata del processo.

L’art. 2 della legge n. 89/2001 non fissa, per il vero, il periodo di tempo massimo, superato il quale la durata del processo diventa irragionevole, ma demanda all’interprete l’onere di determinarlo, desumendolo, ai sensi del 2° comma della norma citata, dalla complessità del caso e dal comportamento del giudice e delle parti, nonché di ogni altra autorità chiamata a concorrervi o comunque a contribuire alla sua definizione.

In sostanza, al fine di tale determinazione, si devono valutare, della fattispecie concreta, la natura delle questioni giuridiche trattate, il numero delle parti in causa, la quantità e la complessità degli scritti difensivi depositati in giudizio e delle prove da espletare, la necessità di rinvii ai fini istruttori.

I[l] giudizio avente ad oggetto lo scioglimento della comunione ereditaria è usualmente piuttosto complesso, sia per il rilevante numero delle parti in causa, sia per la natura delle questioni che vi si dibattono, sia per [le] difficoltà connesse all’esatta individuazione dei cespiti e delle quote, ed alla stessa formazione del progetto di divisione.

Indubbiamente, tali caratteristiche erano proprio anche di quello cui ha partecipato la XX: la causa verteva infatti fra 9 parti; i convenuti avevano svolto domanda riconvenzionale di usucapione (sulla quale il Tribunale ha ritenuto di doversi preliminarmente pronunciare con sentenza parziale); gli immobili in comproprietà erano costituiti da vari terreni e da un fabbricato rurale; il progetto redatto da CTU è stato contestato dai convenuti (ivi compresa l’odierna ricorrente), ed è stato pertanto necessario emettere sentenza ai sensi dell’art. 785 cpc.

Tenuto conto anche dei parametri che possono ricavarsi dalla giurisprudenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo - che tende a ritenere irricevibili i ricorsi concernenti procedimenti che abbiano avuto una durata inferiore a 3 anni in primo grado (salvo i casi di procedimenti speciali caratterizzati da particolari esigenze di celerità, in cui la soglia viene abbassata) - e considerati i tempi tecnici necessari per i vari adempimenti processuali, si può giungere allora alla conclusione, che sarebbe stata ragionevole una durata di 5 ann[i] per l’intero corso del giudizio di primo grado, che si è invece protratto per 14 anni e 7 mesi.

Dagli atti del processo, integralmente allegati in fotocopia, si evince, tuttavia che parte del ritardo è addebitabile al comportamento processuale della stessa ricorrente: ripetute astensioni dall’attività di udienza del difensore della XX hanno reso necessari rinvii per complessivi 18 mesi; altre richieste di inutili rinvii (per complessivi 27 mesi) sono state avanzate dallo stesso difensore l’8.5.91, il 4.11.93, il 18.1.96, il 9.3.01, il 21.3.02, il 17.9.03; questi, inoltre, ha compiutamente articolato la propria prova orale solo all’udienza dell’11.9.03, ed ha prodotto nuovi documenti, che hanno ulteriormente ritardato [la] decisione ed hanno reso necessaria la definizione del giudizio con sentenza, all’udienza del 30.10.03.

Ora, se è pur vero che il giudice non era obbligato a concedere i richiesti rinvii e che la loro lunghezza è stata talvolta eccessiva, appare giustificato alla Corte porre a carico della XX quantomeno 30 mesi di ritardo (i 18 dovuti all’astensione, più un ulteriore anno in relazione alle immotivate richieste di differimento).

Va infine osservato che, per quanto la CEDU, una volta superato il limite della ragionevolezza, consideri ai fini della liquidazione dell’indennizzo l’intera durata del procedimento, tanto non è consentito al giudice italiano, posto che l’art. 2, c.3, lett. a), della legge n. 89/2001, espressamente sancisce che, ai fini della liquidazione dell’indennizzo riconosciuto dal nostro diritto interno per l’eccessiva durata dei processi, “rileva solamente il danno riferibile al periodo eccedente il termine ragionevole”. Pertanto, finché il legislatore non riterrà di modificare tale dettato normativo (che non contrasta né con le norme di diritto internazionale generalmente riconosciute (art. 10, Cost.), né con i principi fondamentali dell’ordinamento comunitario (art. 11, Cost.), né, infine, con la Convenzione, ma solo con un orientamento ermeneutico della Corte di Strasburgo, che non può prevalere su una espressa disposizione di legge [?], i giudici italiani non potranno che attenervisi.

Il periodo eccedente, che va considerato ai fini dell’indennizzo dovuto alla XX per la violazione da parte dello Stato del suo diritto ad ottenere una risposta giudiziaria in tempi ragionevoli, risulta dunque di 7 anni.

La ricorrente ha richiesto la liquidazione del solo danno patrimoniale (art. 2, c. 1, L. n. 89/2001), che secondo i parametri di valutazione della CEDU, cui il giudice nazionale è tenuto ad adeguarsi, costituisce conseguenza ordinaria del prolungarsi del giudizio o[ltre] i termini di ragionevole durata, sicché può essere escluso solo in quei casi  in cui specifici elementi di fatto dimostrino che al durata del procedimento corrisponde all’interesse del ricorrente (Cass. ss.uu., 26.1.2004 n. 1338); esso non può essere oggetto che di valutazione equitativa, nell’operare la quale occorre attenersi, in linea di massima, al metro di valutazione adottato dalla CEDU in casi analoghi, dal quale ci si può discostare solo in misura ragionevole (Cass.ss. uu. 26.1.2004 n. 13340).

Tenuto conto dell’oggetto del contendere, che non ha inciso in maniera diretta sul normale svolgimento della vita della ricorrente, considerato altresì che dal suo complessivo atteggiamento processuale non è emersa alcuna reale volontà di pervenire nei tempi rapidi alla definizione del processo, ritenuto pertanto che la sofferenza patita dalla XX per il protrarsi della controversia sia stata di lieve entità, appare giustificato discostarsi in parte dagli usuali parametri di liquidazione cui mediamente si attiene la CEDU, e riconoscere alla ricorrente un indennizzo di € 5.600 al valore attuale della moneta, in ragione di € 800 per ogni anno di eccedenza della durata del procedimento rispetto a quella ragionevole, che va maggiorata degli interessi al tasso legale dalla domanda al saldo (Cass. 27.1.04 n. 1405; id. 3.04.03 n. 5110).

Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo, in applicazione dei punti 50 e75 della tariffa forense, tenendo conto dell’importo liquidato, in favore dell’avv. Gennaro De Natale, che ha dichiarato di averle anticipate e di non aver riscosso gli onorari.

P.Q.M.

La Corte d’Appello di Napoli:

condanna il Ministero della Giustizia a pagare a XX, a titolo di equa riparazione per l’eccessiva durata del processo di cui in premessa, la somma di € 5.600 oltre gli interessi legali dal 25.5.06 al saldo effettivo;

condanna il Ministero della Giustizia a pagare all’avv. Gennaro De Natale le spese del giudizio, che liquida in € [..], di cui € 100 per spese, €101 per diritti ed € 205 per onorari, oltre accessori dovuti per legge.

Napoli, 6/10/2006


http://www.gennaro-de-natale.com/2011/10/corte-dappello-di-napoli-equa.html

La risorsa richiesta è accessibile qui
http://gennarodenatale.altervista.org/DECRETO%201286-06.pdf


 
« Ultima modifica: Novembre 07, 2011, 19:48:46 da luca_1966 » Registrato
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« Risposta #10 inserito:: Gennaio 18, 2012, 21:52:12 »

LA SEZIONE LAVORO DELLA CORTE D'APPELLO DI BOLOGNA RISCHIA LA PARALISI
(di Renzo Cristiani)

http://www.giuslavoristi.it/sezioni-regionali/emilia-romagna-ager/notizie/45-contro-la-paralisi-della-corte-dappello

L'organico di 6 unità (5 consiglieri e 1 presidente) negli anni scorsi di rado e per brevi periodi è stato al completo. La mole delle sopravvenienze continua a crescere (basti pensare che il Tribunale di Bologna nel 2011 in soli 10 mesi ha visto aumentare le pendenze da 2.818 a 3.536); in passato, ai trasferimenti/pensionamenti dei magistrati si è posto rimedio con ritardo e, parzialmente, spesso con applicazioni temporanee di alcuni mesi di magistrati provenienti dai tribunali del distretto, che hanno provocato più disservizi nella sede di provenienza che reale conforto all'organo di destinazione: prova ne sia che ormai da diversi anni la Corte ha uno stock di circa 5.000 pendenze che non viene significativamente eroso, e che grava come un cappotto bagnato sulla quotidiana attività, con una durata media inaccettabile (una significativa frazione delle pendenze risale ancora ai primi anni del decennio scorso).

Questo scenario è destinato a peggiorare catastroficamente, in quanto la Corte, attualmente composta da 5 unità (4 più il presidente, con uno dei consiglieri di nomina recente, per supplire - parzialmente - a 2 precedenti fuoriuscite) vedrà da qui alla fine dell'anno il pensionamento del Presidente e il trasferimento di uno dei consiglieri.

Il 2012 si aprirà perciò con un organico dimezzato, di sole 3 unità, imponendo una sola udienza collegiale a settimana in luogo delle due abituali, e un carico di decisioni ingestibile su ciascuno dei consiglieri superstiti (uno dei qual dovrà tra l'altro farsi carico delle funzioni organizzative - assegnazioni etc - connesse al ruolo di presidente pro tempore). Il prossimo anno, in queste condizioni, la Corte sarà alla pratica paralisi, venendo meno al proprio ruolo (centrale nella riforma di distrettualizzazione degli appelli lavoro del '99) di "nomofilachia di merito". L'AGER considera inaccettabile la rassegnazione a questo scenario, e sta svolgendo in queste settimane una serie di incontri con i dirigenti degli uffici, per mettere a punto iniziative di forte protesta e sensibilizzazione, che verranno deliberate nell'assemblea sociale del 16/12/2011

« Ultima modifica: Gennaio 18, 2012, 21:52:45 da luca_1966 » Registrato
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« Risposta #11 inserito:: Gennaio 18, 2012, 23:17:53 »

Commento a CASSAZIONE VI Sez. Civile, sent. n. 35/2012

Intervenendo ancora una volta in materia di riparazione del danno per l'eccessiva durata dei processi (articolo 2, Legge 24 marzo 2001, n. 89 [«Legge Pinto»]) la Corte di Cassazione ha ricordato che il diritto all'equa riparazione spetta a tutte le parti, e non soltanto quella che è risultata vittoriosa.

Come spiega la Corte (sesta sezione civile) la violazione del termine di durata ragionevole del processo fa sorgere il diritto alla riparazione anche alla parte che ha perso la causa. Non solo: tale diritto prescinde anche dalla consistenza economica e dall'importanza del giudizio.

Unica eccezione è quella in cui si dimostri che il soccombente ha promosso una lite temeraria o ha resistito in giudizio al solo scopo "di perseguire proprio il perfezionamento del diritto alla riparazione".

Implicitamente la Corte non fa che richiamare la portata del 2° comma dell'articolo 2 della legge 89, secondo cui il giudice deve considerare la complessità del caso e, in relazione ad essa, il comportamento delle parti. Per il resto secondo la Corte risulta del tutto irrilevante, la eventuale consapevolezza, da parte di chi fa la richiesta di equa riparazione, della scarsa probabilità di successo della sua iniziativa giudiziaria.

http://www.avvnicolamancini.it/cms/civile/processo-lumaca-va-risarcita-anche-la-parte-che-ha-perso-la-causa/pdf.html
« Ultima modifica: Gennaio 18, 2012, 23:19:37 da luca_1966 » Registrato
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« Risposta #12 inserito:: Gennaio 18, 2012, 23:30:58 »

600 GIORNI DI RITARDO PER DEPOSITARE UNA SENTENZA:
LA CASSAZIONE VUOLE VEDERCI CHIARO


<< Con la sentenza n. 528/2012 i giudici della Corte di Cassazione vanno contro il CSM. È notizia di questi giorni - con la relazione alla Camere del ministro alla Giustizia Paola Severino - della lentezza dell’amministrazione giudiziaria italiana: oltre 1.500 giorni per una sentenza civile, oltre 1.600 per una tipo penale, oltre 9 milioni di cause pendenti e 84 milioni di euro che lo Stato italiano ha dovuto sborsare come risarcimento danni contro l’eccessiva lentezza dei processi.

Una recentissima sentenza della Corte di cassazione torna sull’argomento  esaminando il caso di un giudice del tribunale di Catania al quale sono stati riscontrati gravi ritardi nel deposito di molte sentenze, il triplo del termine ordinario per 389 sentenze monocratiche e per 1312 ordinanze riservate. Il giudice si è giustificato sostenendo che era stato assegnato a diverse funzioni, che hanno richiesto un lavoro quotidiano nelle diverse attività. Il CSM lo ha assolto perchè l’accusa non sarebbe riuscita a dimostrare la non giustificabilità del ritardo.

I giudici di Piazza Cavour hanno invece accolto il ricorso, presentato dal Ministero della giustizia, ribaltando il giudizio del Consiglio Superiore della Magistratura. Per i giudici “la giustificabilità del ritardo deve assumere, sotto l’indicato profilo dell’allegazione, il carattere della conferenza, pregnanza, oggettività, idoneità concreta ad escludere l’antigiuridicità della condotta, giusta allegazione delle relative circostanza da parte dell’incolpato”>>.

http://www.leggioggi.it/wp-content/uploads/2012/01/cassazione_sentenza528_2012.pdf
« Ultima modifica: Gennaio 18, 2012, 23:32:05 da luca_1966 » Registrato
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« Risposta #13 inserito:: Gennaio 18, 2012, 23:43:13 »

Leggioggi.it, 18/1/2011

GIUSTIZIA, PIÙ DI 1.500 GIORNI PER UNA CAUSA

Il ministro Paola Severino ha presentato alle Camere la relazione sullo stato dell’amministrazione giudiziaria.

La durata eccessiva dei procedimenti civili e penali è stato uno degli argomenti contenuti nella relazione sullo stato della giustizia italiana presentata questa mattina dal ministro Severino in Parlamento. I dati illustrati, aggiornati al 3 novembre 2011,  non sembrano molto confortanti sulle condizioni dell’apparato giudiziario del nostro paese.

La durata di una causa civile è pari a 1.502 giorni (circa 100 in più rispetto all’anno precedente), con 470 giorni per arrivare alla sentenza di un tribunale, altri 1.032 per la Corte d’appello.

Non va meglio per i procedimenti penali con 337 giorni per la sentenza del tribunale, i 901 della Corte d’appello al quale, se aggiungiamo i 383 giorni delle indagini, arrivano a 1.621 giorni.

Sono circa 9 milioni le cause pendenti: circa 5,4 milioni nel civile e 3,3 milioni nel penale.

Da segnalare anche la flessione del 7% della cause civili chiuse, quasi 400.000 in meno rispetto all’anno precedente, ma al tempo stesso una diminuzione delle nuove cause civili, grazie anche all’istituto della mediazione.

A causa della lentezza dei procedimenti sono più di 33.000 le cause sulla legge Pinto per il risarcimento danni dovuto all’eccessiva durata del processo.

E in tempi di crisi sono da registrare un aumento dell’11,6% delle istanze di fallimento. “Per quanto possa apparire paradossale, proprio oggi, in presenza di una drammatica congiuntura economica internazionale, si presenta l’occasione, forse irripetibile, di riformare davvero il sistema giudiziario italiano”, ha concluso il ministro Severino nel suo intervento. “Nessuno di noi, infatti, può più permettersi di considerare ineluttabile il deficit di efficienza del sistema giudiziario italiano in un momento come quello attuale ove ogni settore della vita pubblica e privata è tenuto a garantire il proprio contributo operativo al miglioramento delle condizioni economiche del Paese”. “Si può far questo accettando supinamente e passivamente i sacrifici imposti dalle attuali necessità economiche oppure - come io credo sia più utile - lo si può fare, ciascuno nel proprio ambito, trasformando le criticità in opportunità di sviluppo e di miglioramento dei servizi offerti al cittadino”. “È possibile applicare questo modello virtuoso anche al sistema giudiziario?”, aggiunge il ministro; “certamente sì, purché tutti i protagonisti: magistrati, avvocati, personale amministrativo, cittadini utenti, e non soltanto le istituzioni competenti (Governo, Parlamento e C.S.M.) siano disposti ad accettare che un altro modello di servizio giudiziario, più snello, più rapido, meno costoso e meno intasato, non soltanto è possibile, ma è oggi assolutamente necessario e non più rinviabile. Ciascuno di noi sarà magari chiamato a rinunciare a qualche privilegio o a qualche abitudine consolidata e rassicurante, ma così facendo consegneremo al Paese, cioè a tutti noi, un sistema giudiziario migliore e più giusto”.

testo integrale della relazione del Ministro
http://www.leggioggi.it/allegati/relazione-del-guardasigilli-severino-sullamministrazione-della-giustizia-nellanno-2011/

SEVERINO: «9 MILIONI DI PROCESSI ARRETRATI»

Lo Stato sborsa 46 milioni per errori e ingiusta detenzione.

9.000.000 di processi in arretrato, 46.000.000 € di esborso per indennizzo e 84.000.000 € di risarcimento per la sola legge Pinto, carceri sovraffollate e necessità economica di accorpare i tribunali: nella relazione esposta dal ministro Paola Severino alla Camera, l'amministrazione della giustizia italiana del 2011 è stata definita senza mezzi termini in tutta la sua complessità. Nonostante le molte caratteristiche negative, la Severino ha però voluto sottolineare le potenzialità del sistema giudiziario italiano, riassumendo i principali provvedimenti da intraprendere: nel settore civile, deflazionare i flussi di ingresso alla domanda di giustizia, garantire la specializzazione dei giudici, aggredire la massa dell'arretrato con un piano di smaltimento, assicurare prevedibilità delle decisioni e iter più celeri dei giudizi. Per quanto riguarda il settore penale invece assicurare condizioni di dignità ai detenuti, velocizzare i processi, garantire ai magistrati gli strumenti tecnici e informatici, cercando però di gestire oculatamente la spesa. Presenti in aula una cinquantina di parlamentari, la maggior parte appartenenti alle fasce del Pd. Fra i rappresentanti degli altri partiti, invece, all'interno della Camera anche il leader dell'Udc Pier Ferdinando Casini e il segretario del Pdl Angelino Alfano che hanno reagito positivamente alla relazione.

NOVE MILIONI DI PROCESSI IN ARRETRATO. Dopo avere ringraziato pubblicamente il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per il sostegno che le ha dimostrato e il presidente della Camera Gianfranco Fini per la «saggezza ed equilibrio con cui guarda ai lavori di questa assemblea», il ministro ha portato subito l'attenzione sulla complessa tematica dei processi avviati e non ancora conclusi. «Al 30 giugno 2011, la situazione della giustizia in arretrato era pari a quasi 9 milioni di processi, di cui 5,5 civili e 3,4 penali». La Severino ha espresso preoccupazione sia per i tempi medi di definizione delle procedure, che sono pari a 2.645 giorni nel civile e 1753 nel penale, sia per «l'ulteriore intasamento del sistema conseguente al numero progressivamente crescente di cause intraprese dai cittadini per avere l'indennizzo al rallentamento della giustizia».

INDENNIZZI PER LENTEZZE GIUDIZIARIE A 46 MILIONI DI EURO. Proprio riguardo a questa ultima problematica, la Severino ha sottolineato che sono stati circa 46 milioni gli euro sborsati dallo Stato solo nel 2011: «Degli oltre 2,8 milioni di nuove cause in ingresso in primo grado, sono stati 2.369 i soli procedimenti per ingiusta detenzione o errore giudiziario». Ritardi anche nella definizione di processi di secondo grado, alla corte d'Appello, per i quali Paola Severino ha parlato addirittura di «entità ormai stratosferica e sempre crescente». Traducendo in cifre economiche, per i risarcimenti della sola legge Pinto ad esempio, si è passati dai 5 milioni di euro del 2003, ai 40 milioni del 2008, per giungere ai circa 84 milioni del 2011.

La situazione delle carceri angoscia il ministro Severino

IL 42% DEI DETENUTI È IN ATTESA DI GIUDIZIO. Sono oltre 28 mila i detenuti ancora in attesa di giudizio, una situazione che angoscia il ministro della Giustizia, anche in relazione alla popolazione dei minori presente nelle carceri: «come per gli anni precedenti, anche nel 2011 vi è stato un aumento generale della presenza di minori di nazionalità italiana, non solo nelle carceri ma anche nei servizi presidenziali, come i centri di prima accoglienza e gli istituti penali per i minorenni, che per molti anni hanno visto prevalere numericamente i minori stranieri». Per quanto riguarda proprio questi ultimi, ha sottolineato la Severino, sono prevalentemente provenienti dall'Est europeo, soprattutto dalla Romania, e dal Nord Africa, soprattutto dal Marocco. Fra i reati più contestati del 2011 a questa fascia quelli contro il patrimonio, 60%, insieme alle violazioni in materia di sostanze stupefacenti, 10%.

RIFORMA DELLA CUSTODIA CAUTELARE NON INCIDERÀ SUI CITTADINI. In tema di custodia cautelare, la Severino ha auspicato prudenza: vi si deve fare ricorso solo «quando ogni altra alternativa è impraticabile e quando le circostanze lo richiedono». Il ministro ha risposto alle domande riguardanti la legge «scarcerazioni»: «Nessuno verrà rilasciato più di quanto non avvenga adesso, saranno solo accorciati i tempi di un inutile trattenimento in carcere: si tratterà solo di decidere entro 48 ore, in un luogo diverso dal carcere, se confermare o meno il fermo di qualcuno». E anche in materia di amnistia la Severino è stata ferma: «L'amnistia richiede una maggioranza qualificata, se il Parlamento dovesse raggiungere un'intesa su questo provvedimento, io e il governo non avremmo nulla da obiettare, come ho già detto altre volte».

ITALIA SECONDA ALLA RUSSIA FRA I PAESI «LITIGIOSI». Il ministro ha inoltre sottolineato che i quasi 3 milioni di nuove cause ogni anno, secondo la media del 2011, hanno portato l'Italia a posizionarsi al 2° posto nella classifica dei più «litigiosi» paesi europei, stilata dal rapporto internazionale Cepej: «Siamo secondi soltanto alla Russia». Il trend è in crescita anche nel solo settore civile, nel caso dei processi di mediazione: «nel 1° semestre del 2011 le mediazioni iscritte a ruolo sono state 33.808 e a novembre il dato ha superato la soglia delle 53 mila unità» ha aggiunto la Guardasigilli.

46 MAGISTRATI SOTTO AZIONE DISCIPLINARE, MA IL SISTEMA NECESSITA DI NUOVE TOGHE. Nel corso del 2011 l'ispettorato Generale del ministero della Giustizia ha eseguito 42 ispezioni ordinarie e 14 inchieste per un totale finale di 46 magistrati che sono stati sottoposti ad azione disciplinare. Fra le ragioni, ha ricordato il ministro Severino, violazioni di vario tipo, fra cui il ritardo nel deposito delle motivazioni delle sentenze, un ritardo che «talvolta, ha determinato inaccettabili scarcerazioni di pericolosi criminali per decorrenza dei termini massimi di custodia cautelare». Oltre alla serrata sui magistrati, nel 2011 sono state 234 le ulteriori ispezioni ordinarie disposte dall'ispettorato presso gli uffici giudiziari di ogni ordine e grado.

SERVONO NUOVI GIUDICI. «Al momento risultano presenti in organico 8.834 magistrati togati, con una scopertura di 1.317 posti»: per rimediare a questo vuoto, ha commentato Paola Severino, sono già stati compiuti molti passi. Sono risultate completate, infatti, le procedure per la nomina di 325 magistrati ordinari, vincitori del concorso bandito nel 2009. Sono inoltre in corso le correzioni delle prove scritte del concorso 2010 per altri 360 posti e il prossimo maggio si terranno le prove bandite nel 2011, per ulteriori 370 posti.

DECRETO PER TAGLIARE IL NUMERO DEI TRIBUNALI. Il ministro ha previsto l'accorpamento di 674 uffici, contendo in questo modo di recuperare 2.104 unità di personale amministrativo e di risparmiare, a regime, 28 milioni di euro l'anno. «L'Italia non può più permettersi oltre 2.000 uffici giudiziari allocati in 3.000 edifici» ha comunicato la Severino alla Camera. La necessità è stata dettata anche per l'accorpamento delle risorse umane esistenti che stanno seguendo un trend di progressivo decremento a causa del blocco delle assunzioni e del numero medio dei pensionamenti annuali, ammontanti a circa 1.200 unità.

Martedì, 17 Gennaio 2012

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RESTA DA VEDERE COSA SI INTENDA CON «PIÙ SNELLO». SNELLIRE HA RECENTEMENTE SIGNIFICATO TENTARE DI CADUCARE I GIUDIZI PENDENTI ATTRAVERSO LA RICHIESTA DI CONFERMA SCRITTA DEL PERMANENTE INTERESSE PER LA CAUSA.

LEGGE 12 NOVEMBRE 2011, n. 183 (Legge di stabilità 2012, ex legge finanziaria)

Art. 26. (Misure straordinarie per la riduzione del contenzioso civile pendente davanti alla Corte di cassazione e alle corti di appello)

1. Nei procedimenti civili pendenti davanti alla Corte di cassazione, aventi ad oggetto ricorsi avverso le pronunce pubblicate prima della data di entrata in vigore della legge 18 giugno 2009, n. 69, e in quelli pendenti davanti alle corti di appello da oltre 2 anni prima della data di entrata in vigore della presente legge, la cancelleria avvisa le parti costituite dell’onere di presentare istanza di trattazione del procedimento, con l’avvertimento delle conseguenze di cui al comma 2.

2. Le impugnazioni si intendono rinunciate se nessuna delle parti, con istanza sottoscritta personalmente dalla parte che ha sottoscritto il mandato, dichiara la persistenza dell’interesse alla loro trattazione entro il termine perentorio di 6 mesi dalla ricezione dell’avviso di cui al comma 1.

3. Nei casi di cui al comma 2 il presidente del collegio dichiara l’estinzione con decreto.
« Ultima modifica: Gennaio 19, 2012, 01:21:09 da luca_1966 » Registrato
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« Risposta #14 inserito:: Gennaio 19, 2012, 00:29:33 »

luca delucidami, la mia causa è pendente in corte di appello dal 2010..devo comunicare?
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« Risposta #15 inserito:: Gennaio 19, 2012, 00:48:53 »

No, perché per l'appello la cura snellente (legge 183/2011, art. 26) opera per cause pendenti da almeno 2 anni prima dell'entrata in vigore della legge n. 69/2009 (dovrebbe trattarsi della riforma del processo civile), promulgata nel giugno del 2009. Per i ricorsi in cassazione, il dies a quo è invece proprio la data di entrata in vigore (vedere il testo della legge). Comunque, è cura della cancelleria del tribunale notificare alle parti (ai rispettivi procuratori/avvocati o alle parti direttamente) la necessità di confermare entro 6 mesi, per iscritto, l'interesse alla prosecuzione della causa (che obbrobrio)..
« Ultima modifica: Gennaio 19, 2012, 01:00:18 da luca_1966 » Registrato
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« Risposta #16 inserito:: Gennaio 19, 2012, 08:10:29 »

grazie
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« Risposta #17 inserito:: Gennaio 31, 2012, 13:54:54 »

CORTE DI CASSAZIONE
SEZIONE VI CIVILE
Sent. n. 35 del 12/12/2011-9/1/2012

(Presidente Salmè - Relatore Schirò)

MOTIVI

Con un unico motivo i ricorrenti si dolgono che la Corte di merito, con violazione dell'art. 2, comma 3, della legge 2001/89, abbia rigettato la domanda, ritenendo che la palese infondatezza della domanda proposta davanti al TAR consentiva di escludere - anche in conseguenza dell'esito negativo di un giudizio di legittimità costituzionale, definito dalla Corte costituzionale con sentenza n. 330/1999 (dichiarativa della non fondatezza della questione sollevata, intervenuta proprio in concomitanza con il decorso della durata ragionevole del processo) - che l'attesa della definizione della controversia, dall’esito sfavorevole ormai scontato, potesse aver procurato ai ricorrenti medesimi un patema d'animo indennizzabile.

Il ricorso è fondato.

Infatti, in caso di violazione del termine di durata ragionevole del processo, il diritto all'equa riparazione di cui all'art. 2 della legge n. 89 del 2001 spetta a tutte le parti del processo, indipendentemente dal fatto che esse siano risultate vittoriose o soccombenti e dalla consistenza economica ed importanza del giudizio, a meno che l'esito del processo presupposto non abbia un indiretto riflesso sull'identificazione o sulla misura del pregiudizio morale sofferto dalla parte in conseguenza dell'eccessiva durata della causa, come quando il soccombente abbia promosso una lite temeraria, o abbia artatamente resistito in giudizio al solo fine di perseguire proprio il perfezionamento della fattispecie di cui al richiamato art. 2, e dunque in difetto di una condizione soggettiva di incertezza, restando irrilevante l'asserita consapevolezza da parte dell'istante della scarsa probabilità di successo dell'iniziativa giudiziaria. Dell'esistenza di queste situazioni, costituenti abuso del processo, deve dare prova puntuale l'Amministrazione, non essendo sufficiente, a tal fine, la deduzione che la domanda della parte sia stata dichiarata manifestamente infondata (Cass. 2006/7139; 2008/24269; 2010/9938).

La Corte di appello di Bologna - nel rigettare il ricorso osservando che la palese infondatezza della domanda proposta davanti al TAR consentiva di escludere che l'attesa della definizione della controversia, dall'esito sfavorevole ormai scontato dopo la pronuncia della Corte costituzionale n. 330/1999 (dichiarativa della non fondatezza della questione di legittimità costituzionale sollevata e intervenuta proprio in concomitanza con il decorso della durata ragionevole del processo), potesse aver procurato ai ricorrenti un patema d'animo indennizzabile - non si è uniformata all'orientamento sopra enunciato e il decreto impugnato deve essere conseguentemente annullato.

Non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, la causa può essere decisa nel merito, ai sensi dell'art. 384, comma 2, c.p.c.

Si deve, in primo luogo, osservare che non si rinvengono in atti elementi che, alla stregua del principio in precedenza enunciato, consentano di ritenere che i ricorrenti, pur proponendo una domanda priva di fondamento, abbiano promosso una lite temeraria in difetto di una condizione soggettiva di incertezza, e che, pertanto, non si sia nella specie verificato il pregiudizio morale conseguente all'eccessiva durata della causa, tenuto conto che questo si verifica di regola come effetto della violazione medesima e non abbisogna di essere provato sia pure attraverso elementi presuntivi (Cass. 2005/21088; 2006/7139).

Va altresì rilevato che il giudizio presupposto - promosso davanti al TAR Emilia Romagna con ricorso del 18 aprile 1996 e non ancora definito alla data di deposito del ricorso per equa riparazione (3 aprile 2009) - si è protratto per 13 anni, con conseguente superamento nella misura di 10 anni del termine ragionevole di durata, determinato per il giudizio di 1° grado in 3 anni alla stregua dei parametri fissati dalla Corte europea dei diritti deli'uomo e della Corte di cassazione (Cass. 2008/14).

In ordine al criterio per indennizzare la parte del danno non patrimoniale subito nel processo presupposto va considerato che la CEDU, in alcune decisioni (Volta et autres c. Italia, del 16 marzo 2010; Falco et autres c. Italia, del 6 aprile 2010) ha ritenuto che potessero essere liquidate, a titolo di indennizzo per il danno non patrimoniale da eccessiva durata del processo, in relazione ai singoli casi e alle loro peculiarità, somme complessive d'importo notevolmente inferiore a quella di 1.000 € annue normalmente liquidata, con valutazioni del danno non patrimoniale che consentono al giudice italiano di procedere, in relazione alle particolarità della fattispecie, a valutazioni più riduttive rispetto a quelle in precedenza ritenute congrue (v. Cass. 2010/14753; 2010/15130).

Nel caso di specie, considerati i margini di valutazione equitativa adottabili in conformità dei criteri ricavabili dalla sopra menzionata giurisprudenza della CEDU e valutate le specificità del caso in relazione al protrarsi della procedura dinanzi al TAR Emilia Romagna oltre i limiti ragionevoli di durata, e in particolare del lunghissimo periodo in cui non vi è stato impulso sollecitatorio di parte, avendo i ricorrenti presentato istanza di prelievo soltanto il 17 e il 28 febbraio 2009, a ciascuno dei ricorrenti va liquidata in via equitativa, per danno non patrimoniale, la somma di euro 6.500,00 con gli interessi legali dalla domanda, al cui pagamento deve essere condannato il Ministero soccombente.

Le spese del giudizio di merito e quelle del giudizio di cassazione seguono la soccombenza e vanno liquidate come in dispositivo, in base alle tariffe professionali previste dall’ordinamento italiano con riferimento al giudizio di natura contenziosa (Cass. 2008/23397; 2008/25352).

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso. Cassa il decreto impugnato e, decidendo nel merito, condanna il Ministero dell'Economia e delle Finanze al pagamento in favore di ciascuno dei ricorrenti della somma di euro 6.500,00, oltre agli interessi legali dalla domanda.

Condanna il Ministero soccombente al pagamento in favore dei ricorrenti delle spese del giudizio di merito, che si liquidano in euro 1.640,00 di cui euro 1.100,00 per competenze ed euro 50,00 per esborsi, oltre a spese generali e accessori di legge.

Condanna inoltre il Ministero soccombente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, che si liquidano in euro 965,00, di cui euro 865,00 per onorari, oltre a spese generali e accessori di legge.

http://www.laprevidenza.it/news/documenti/cass_35_2012/5738
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« Risposta #18 inserito:: Gennaio 31, 2012, 14:02:21 »

La sentenza n. 21649 del 19/10/2011 della Suprema Corte ribadisce che le controversie di natura tributaria non sono interessate dall'applicazione dei principi sanciti dall'art. 6 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo, allorché involgono la potestà impositiva dello Stato. La sfera di applicazione della legge n. 89 del 2001 è individuata dall'ampia nozione dei diritti e doveri "di carattere civile", restandone, tuttavia, esclusi i processi tributari, quando in essi si controverta del potere dell'ente impositore e del suo corretto esercizio (cfr., ex multis, Cass. 11 giugno 2007 n. 13657; Cass. 6 aprile 2006 n. 8035; Cass. 17 giugno 2004 n. 11350), entrambi riconducibili  al profilo strettamente pubblicistico del rapporto.

http://ilblog.fplex.it/2012/01/equa-riparazione-e-processi-tributari.html
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« Risposta #19 inserito:: Gennaio 31, 2012, 23:10:17 »

leggioggi, 11/10/2011

(di Stefano Bertuzzi)

<<Il tempo del processo amministrativo, tra eccessiva durata e abuso.

La mancanza dell’istanza di prelievo non preclude l’applicazione della legge Pinto”, Cassazione 18808/2011

La mancata presentazione dell’istanza di prelievo al Giudice amministrativo non preclude il diritto all’equo indennizzo per l’eccessiva durata del processo, quantomeno per i processi attivati prima del 2008. È possibile dimostrare che il ricorrente ha promosso una lite temeraria o che la parte ha artatamente resistito al solo fine di perseguire proprio il diritto all’equa riparazione, o infine provare il c.d. “abuso del processo”. La I sezione civile della Cassazione, con sentenza depositata il 14/9/2011 n. 18808/11 ha ribadito il principio secondo cui il risultato negativo nel merito del procedimento giurisdizionale non incide sul diritto all’equo indennizzo richiesto per la durata eccessiva del processo. Da tempo la Cassazione ha affermato che la durata del processo amministrativo, presupposto dell’istanza di equa riparazione (di cui alla legge n. 89/2001), va calcolata nel periodo intercorrente dalla data di deposito del ricorso che lo instaura alla sua definizione o a quella della domanda di equo indennizzo alla Corte d’appello competente, per i giudizi ancora pendenti. Inoltre, e per quel che più conta, è stato affermato che la mancata presentazione o il ritardo nell’utilizzo di strumenti sollecitatori, come l’istanza di prelievo, non bloccano il diritto all’equa riparazione. In materia di durata ragionevole del processo e di valutazione del comportamento delle parti, in base al disposto dell’art. 175 c.p.c., è al giudice che viene attribuito l’esercizio di tutti i poteri intesi al più sollecito e leale svolgimento del procedimento, sicché a carico delle parti processuali vi è sì il dovere di non porre in essere comportamenti dilatori, ma non quello di dare impulso al processo, attraverso richieste di anticipazioni di udienza od altre istanze dirette a velocizzarne i tempi. La presentazione dell’istanza di prelievo può rilevare solo per apprezzare l’entità del pregiudizio subito dalla parte che l’ha omessa o ritardata e quindi al limitato fine di accertare l’entità della violazione della Convenzione e non per il computo della durata del processo. Nel caso di specie, la domanda di indennizzo del ricorrente era stata respinta dalla Corte di appello di Milano, malgrado il processo, solo in primo grado, dinanzi al Tar del Lazio, fosse durato 8 anni. Conclusione ribaltata dalla Cassazione secondo la quale i ritardi nella presentazione dell’istanza di prelievo non possono compromettere il diritto all’equa riparazione, e ciò posto che non può cadere sul ricorrente la responsabilità per il superamento del termine ragionevole. Con la sentenza in commento, la Corte di Cassazione, nel riprendere le pronunce della Corte europea dei diritti dell’uomo, si inserisce nell’orientamento volto limitare interpretazioni restrittive nell’applicazione del diritto all’equa riparazione per la durata eccessiva dei processi (durata del processo). Il bello è, che, nonostante i principi giuridici dettati dalla Cassazione, l’Italia è in cronico ritardo, non solo nell’amministrazione della giustizia, ma anche – e soprattutto – nella liquidazione degli indennizzi riconosciuti dalla Legge Pinto. Proprio di recente (il 21/12/2010) la Corte Europea per i Diritti Umani di Strasburgo ha sanzionato l’Italia per il ritardo nel pagamento degli indennizzi dovuti come risarcimento per la lentezza con cui procedono i processi. I giudici hanno sentenziato, in particolare, riguardo a 475 casi in cui i ricorrenti sulla base della legge Pinto avevano ottenuto tra il 2003 ed il 2007 indennizzi del valore tra i 200 ed i 13.749,99 €. Indennizzi che nel 65% dei casi sono stati pagati con almeno 19 mesi di ritardo, in altri casi anche un ritardo di 4 anni e infine in altri casi ancora non sono ancora stati pagati. La Corte ha rilevato un problema generalizzato, per quanto riguarda questi casi nel nostro paese, tanto che al 7/12/2010 erano state presentate alla Corte 300 denunce riguardanti, tra le altre cose, ritardi nel pagamento di indennizzi nel quadro della Legge Pinto. Non solo. Proprio con riferimento ai processi dinanzi al giudice amministrativo, occorre ora fare in conti con l’innovazione introdotta dal D.L. 25 giugno 2008, n. 112, art. 54, comma 2, convertito nella L. 6 agosto 2008, n. 133, in virtù del quale “la domanda di equa riparazione non è proponibile se nel giudizio dinanzi al giudice amministrativo in cui si assume essersi verificata la violazione di cui alla L. 24 marzo 2001, n. 89, art. 2, comma 1, non è stata presentata un’istanza ai sensi del R.D. 17 agosto 1907, n. 642, art. 51, comma 2”. Orbene, pur se il problema dell’applicabilità della riferita norma è stata risolta dalla Cassazione, richiamando i principi generali dell’applicazione della legge nel tempo, rimane evidente la volontà del legislatore di limitare il più possibile l’applicabilità della Legge Pinto e per conseguenza di eludere la Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, ed il riconoscimento del diritto all’equa riparazione sotto il profilo del mancato rispetto del termine ragionevole di cui all’art. 6, paragrafo 1, della medesima Convenzione. Sicchè, se per il passato è possibile ribadire il principio di matrice giurisprudenziale secondo cui, in difetto di una disciplina transitoria e di esplicite previsioni contrarie, la legge processuale trova immediata applicabilità soltanto con riferimento agli atti processuali successivi all’entrata in vigore della legge stessa, come ha affermato anche la Corte costituzionale (sentenza n. 155 del 1990), e quindi con esclusione di quelli anteriormente compiuti, i cui effetti, in virtù del principio tempus regit actum, restano regolati dalla legge sotto il cui imperio sono stati posti in essere (Cass. n. 6099 del 2000), rimane aperto, in ragione della novella della legge n. 133/2008, il problema per il futuro. In ogni caso, ed anche al di fuori del processo amministrativo, sembra rilevante sottolineare, con riferimento alla pronuncia dettata dalla Cassazione, l’affermazione, ancora una volta, del principio della correttezza e della buona fede processuale, il quale, come tale, alla stregua del principio costituzionale del giusto processo, censura tutti quei comportamenti che si traducono in abuso delle facoltà giuridiche e più nello specifico degli strumenti processuali. A ben vedere, infatti, il diritto all’equa riparazione di cui all’art. 2 Legge n. 89/2001, spetta a tutte le parti del processo, indipendentemente dal fatto che esse siano risultate vittoriose o soccombenti e dalla considerazione economica o dall’importanza sociale della vicenda, a meno che l’esito del processo presupposto non abbia un diretto riflesso sull’identificazione o sulla misura del pregiudizio sofferto dalla parte in conseguenza della eccessiva durata della causa, come quando il soccombente abbia promosso una lite temeraria o abbia artatamente resistito in giudizio al solo fine di perseguire la irragionevole durata di esso, o comunque quando risulti la piena consapevolezza della infondatezza delle proprie istanze o della loro inammissibilità. Di tutte queste situazioni, comportanti abuso del processo e perciò costituenti altrettante deroghe alla regola della risarcibilità della sua irragionevole durata, deve dare la prova la parte che le eccepisce (l’Avvocatura dello Stato, n.d.r.) per negare la sussistenza dell’indicato danno. In altre parole, con la dimostrazione del fatto che l’istante si è reso responsabile di lite temeraria o, comunque, di un vero e proprio abuso del processo, dovrà essere escluso il diritto all’equa riparazione, e ciò in dipendenza alla esplicitazione delle ragioni che inducono a ritenere dalle concrete emergenze processuali che il ricorrente era consapevole dell’infondatezza della pretesa azionata nel processo. In conclusione, l’affermazione del principio per cui il danno non patrimoniale conseguente alla durata eccessiva del processo, in relazione alla enunciazione costituzionale contenuta nell’art. 111, che tutela il bene della ragionevole durata del processo come diritto della persona, sulla scia di quanto previsto dalla norma della CEDU, si arresta di fronte al postulato generale secondo cui gli individui non devono rendersi responsabili di liti temerarie, ponendo in essere, in termini di abuso del processo, l’esercizio distorto del diritto di agire in giudizio.>>.

http://www.leggioggi.it/2011/10/11/il-tempo-labuso-del-processo-amministrativo-e-la-sua-eccessiva-durata/

Da una fonte diversa, forse meno attendibile (?), ricavo:

emiliocurci.net

<<La durata ragionevole del processo, secondo i parametri ormai accettati in sede europea, è considerata, generalmente, di:

3-4 anni per il giudizio di 1° grado,
2 anni per il 2° grado,
1 anno per la Cassazione.
>>.

http://www.emiliocurci.net/home/schede-pratiche/il-risarcimento-danni-per-leccessiva-durata-del-processo-cd-equa-riparazione

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« Risposta #20 inserito:: Febbraio 14, 2012, 14:20:41 »

CORTE DI APPELLO DI ROMA - PRESIDENZA

RELAZIONE SULL’AMMINISTRAZIONE DELLA GIUSTIZIA NEL DISTRTETTO DI ROMA

28 gennaio 2012

<<....4. La giustizia del lavoro. Le controversie in materia di lavoro e previdenza nei tribunali e in Corte di Appello

La crisi economica favorisce il ricorso al giudice del lavoro, le cui competenze si sviluppano lungo due fronti distinti, il contenzioso propriamente lavoristico e quello previdenziale e assistenziale. Nel Tribunale di Roma sono sensibilmente aumentate le sopravvenienze totali delle controversie in materia di lavoro (da 17.278 si è saliti a 20.370), tra le quali vanno annoverate quelle in materia di pubblico impiego (da 1.862 a 2.684), mentre sono diminuite le controversie in materia di previdenza e assistenza.(da 12.529 si è scesi a 11.454). Per quanto riguarda la situazione degli altri tribunali del distretto, nel Tribunale di Cassino si registrano un decremento delle sopravvenienze (1.615 procedimenti rispetto ai 1.818 del periodo precedente) e una netta diminuzione delle pendenze (3.961 contro 4.220). Ciò si deve all’assegnazione in via esclusiva della materia a due giudici della sezione civile in aggiunta all’unico giudice specializzato, aggiunta da ritenersi tanto più meritoria considerato che nel circondario di Cassino opera uno degli stabilimenti Fiat più grandi d’Italia. Elevato resta il numero delle iscrizioni a ruolo dei procedimenti in materia di lavoro nel Tribunale di Civitavecchia, dove si assiste a un ribaltamento delle percentuali delle cause di previdenza e di lavoro in senso stretto. Mentre negli anni precedenti il 60% circa delle cause riguardava la previdenza e l’assistenza e solo il 40% era costituito da controversie relative ai rapporti di lavoro, adesso si è verificata un notevole aumento di queste ultime che costituiscono circa il 75% del totale delle pendenze. Esaminando poi la tipologia delle cause di lavoro, si constata un notevole aumento delle controversie riguardanti contratti di lavoro a tempo determinato che, alla scadenza del termine, non vengono rinnovati, mentre minoritaria è la categoria delle cause che concernono il pubblico impiego. Nel Tribunale di Frosinone le sopravvenienze in materia di lavoro, previdenza e assistenza sono aumentate rispetto al passato, avendo raggiunto il ragguardevole numero di 2.738 procedimenti (contro i 2.639 dell’anno scorso). I tre magistrati addetti al settore hanno definito 3.565 procedimenti con un notevole impegno personale, avendo concluso una media di ben 1.188 procedimenti ciascuno. Nel Tribunale di Latina il numero dei procedimenti iscritti in materia di lavoro e previdenza non è dissimile da quello degli anni precedenti (circa 5.000), mentre l’attività di definizione dei provvedimenti è leggermente inferiore al passato. E’ indubbio poi che la devoluzione al giudice ordinario delle controversie di pubblico impiego abbia finito per appesantire il ruolo del settore, anche perché non funzionano i filtri all’uopo predisposti, essendo rarissime le conciliazioni pregiudiziarie delle controversie presso le apposite sedi. Per le controversie più urgenti le parti preferiscono saltare la preventiva conciliazione obbligatoria, utilizzando i provvedimenti cautelari, che, peraltro, vengono trattati con la massima urgenza, anche se ciò comporta una duplicazione dei giudizi con una fase cautelare e un’altra di merito. Nel Tribunale di Rieti il contenzioso giuslavoristico, cui è addetto un solo magistrato, è concentrato per oltre il 60% sulle materie della previdenza e dell’assistenza, nel cui ambito vengono segnalate numerose cause per danni conseguenti alla prolungata esposizione all’amianto. Per il residuo 40% circa le controversie riguardano rapporti di lavoro, tra i quali sono in costante aumento quelli relativi al pubblico impiego privatizzato, che è un contenzioso prevalentemente seriale, quasi quadruplicato. I reclami sono trattati da un collegio formato da giudici della sezione civile. Elevato è il numero delle cause di lavoro, previdenza e assistenza iscritte nel Tribunale di Tivoli. Alla data del 30 giugno 2011 erano pendenti 6.707 procedimenti, di cui 1.570 in materia di lavoro e il rimanente in materia previdenziale. Si mantiene alto il numero delle controversie di pubblico impiego, che sono salite a 151 (contro le 92 dell’anno scorso), determinando un aumento delle pendenze su questo versante (188 contro 120). Nella sezione lavoro del Tribunale di Velletri si segnala una sopravvenienza complessiva di 4.895 cause (in relazione alle precedenti 4.269), bilanciata da 4.852 procedimenti esauriti (contro i precedenti 5.220). Le pendenze sono sostanzialmente stabili (da 13. 854 a 13.897). Diminuisce, invece, il flusso delle cause di lavoro (comprese quelle in materia di pubblico impiego) nel Tribunale di Viterbo, essendo state iscritte 1.277 cause nuove di lavoro, previdenza e assistenza rispetto alle 1.552 pervenute nel periodo precedente. Alto è stato anche il numero delle cause definite (1.770), tanto che si è sensibilmente ridotto il numero delle pendenze (da 1.696 a 1.273).

Nonostante l’apprezzabile riduzione di circa mille procedimenti (da 34.810 appelli iscritti alla data del 30 giugno 2010 si è scesi a 33.800 alla data del 30 giugno 2011), la pendenza complessiva della Sezione Lavoro e Previdenza della Corte di Appello di Roma resta elevatissima ed è dovuta fondamentalmente all’insufficienza della dotazione organica di magistrati (5 posti di presidente e 29 posti di consigliere). Palese è, quindi, lo squilibrio con la corrispondente sezione lavoro del Tribunale di Roma, che ha un organico di 59 giudici con ruoli individuali molto inferiori a quelli che gravano sui colleghi di secondo grado (che ammontano, in media, a un numero superiore ai 1.000 appelli ciascuno), pur a fronte di carichi di lavoro non dissimili che non consentono il rispetto dei tempi del giusto processo. Si registra, inoltre, una modesta riduzione delle sopravvenienze (11.545 cause iscritte rispetto alle 11.687 dell’anno scorso), che riguarda sia le cause di lavoro (da 5.249 a 5.168) che quelle di previdenza e assistenza (da 6.438 a 6.377). Seguitano, invece, a aumentare di circa il 45% le controversie di pubblico impiego. Sono state definite complessivamente 12.555 cause, di cui 11.643 con sentenza: numero di gran lunga inferiore a quello del periodo precedente (che era stato di 18.915), malgrado la produttività della sezione sia rimasta molto alta, attestandosi su una media pro capite di oltre 300 sentenze all’anno.

Con la presa di possesso del quinto presidente e di quattro nuovi consiglieri si pensava di poter ricoprire i posti di tutti e cinque i collegi in cui si articola la sezione e di poter assicurare un sicuro aumento della produttività con possibilità di pervenire nell’anno 2011 a un incremento del 5% e nel successivo anno 2012 a un incremento del 10%. Così si era espressa la sezione nelle riunioni disposte dalla Presidenza della Corte per la predisposizione della relazione prevista dall’art. 37 del d.l. 6 luglio 2011, n. 98, convertito con modificazioni nella l. 15 luglio 2011, n. 11. Ma la successiva applicazione extradistrettuale di un consigliere e il trasferimento di un altro al Tribunale di Roma inducono a rivedere la situazione, che è mutata rispetto a quella determinatasi prima dell’estate, quando tutti i ruoli risultavano coperti. La situazione, peraltro, è destinata ad aggravarsi per l’imminente trasferimento di altri quattro consiglieri ad altri uffici. Merita di essere segnalato, in ogni caso, che, ai fini della più rapida eliminazione del contenzioso di risalente iscrizione, l’assemblea plenaria dei magistrati della sezione nella seduta del 14 giugno 2011 ha deliberato di costituire un apposito gruppo di studio per predisporre un progetto organico sezionale di smaltimento dell’arretrato.>>.


http://www.giustizia.lazio.it/appello.it/base.php?inf=visualizza.php&Notizia=54

http://www.giustizia.lazio.it/appello.it/news/R.A.G.2012.DOC
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« Risposta #21 inserito:: Marzo 03, 2012, 21:57:55 »

tosclavgiur.it, 25/2/2012

http://www.tosclavgiur.it/

FIRENZE: TRASFERIMENTO SEZIONE LAVORO PRESSO NUOVO TRIBUNALE

Questo è un estratto della comunicazione ufficiale ricevuta dal Presidente della Sezione lavoro del Tribunale in merito al prossimo trasferimento della Sezione lavoro.
 
OGGETTO : Trasloco della Sezione Lavoro del Tribunale di Firenze
 
-  I giorni individuati dalla ditta di traslochi Silva per attuare lo spostamento della Sezione Lavoro sono quelli ricompresi tra il 20 ( martedì) e il 24 marzo ( sabato) 2012.
 
- Per un più agevole trasloco e per minimizzare al massimo il disagio necessariamente connesso ad un evento così eccezionale sono state adottate le seguenti misure:
 
- 1) E’ stato richiesto al Ministro della Giustizia il decreto con cui, ai sensi dell’art. 2 D.Lgs. 9/4/1948, n. 437, vengano accertati l’eccezionalità dell’evento e il periodo di mancato o irregolare funzionamento della Sezione, che è stato da noi individuato dal giorno precedente quello in cui inizieranno le operazioni di trasloco ( e quindi da lunedì 19 marzo, giornata in cui dovranno essere compiute le operazioni preliminari al trasloco) ai cinque giorni lavorativi successivi alle operazioni di trasloco ( e cioè fino a venerdì 30 marzo 2012 compreso).
 
Conseguentemente tutti i termini di decadenza per il compimento di atti presso la sezione lavoro, o a mezzo del personale addetto al predetto ufficio, scadenti durante il periodo 19 marzo-30 marzo 2012, sono prorogati di 15 giorni.
 
- 2) Le udienze già fissate in calendario per tutto il periodo in cui la cancelleria non sarà regolarmente funzionante (e cioè dal 19 marzo al 30 marzo 2012 compreso), saranno rinviate di ufficio ad altra data dai giudici appartenenti alla Sezione e comunicate agli avvocati con modalità telematica: nella predisposizione della tempistica dei rinvii i giudici terranno conto delle eventuali priorità di definizione dei procedimenti di più vecchia iscrizione, od aventi un oggetto che renda opportuna una trattazione accelerata rispetto al resto del contenzioso.
 
- Nel periodo 19-30 marzo 2012 verranno celebrate solo le udienze relative ai procedimenti cautelari oggettivamente improcrastinabili e incompatibili con il prefissato periodo di sospensione, secondo la valutazione del giudice assegnatario del relativo fascicolo, il quale , nella fissazione dell’udienza di comparizione, dovrà delibare anche questo aspetto.
 
- 3) Per gli atti urgenti per i quali non è utile l’esistenza del decreto previsto dal D.Lgs. 437/48 ( quali ad esempio i ricorsi ex art. 700 c.p.c., e tutti i ricorsi cautelari in genere), sarà istituito un presidio di cancelleria da lunedì 19 marzo a venerdì 23 marzo 2012 nei locali di Piazzetta San Martino presso la postazione DORIO ( piano 2^), il cui mobilio non sarà coinvolto nel trasloco, in quanto rimarrà in sede. Per la giornata di sabato 24 marzo il presidio coinciderà con quello già istituito per la generalità degli atti civili nelle giornate di sabato.  Da lunedì 26 marzo a venerdì 30 marzo 2012 il presidio sarà istituito presso i nuovi locali a Novoli. A tali presidi verrà assegnata una unità di personale, da individuarsi a cura del direttore di cancelleria tra i soggetti già addetti alla ricezione atti.
 
Tutti gli avvocati sono pregati di ritirare entro il 15 marzo 2012 i fascicoli di parte ( e relativi allegati) dei procedimenti definiti, onde ridurre al massimo il materiale da trasportare a Novoli.
 
Certa che l’Avvocatura saprà collaborare con la Sezione Lavoro nel migliore dei modi, evitando inutili accessi alle cancellerie nel periodo 19-30 marzo 2012

La Redazione
« Ultima modifica: Marzo 03, 2012, 22:00:44 da luca_1966 » Registrato
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« Risposta #22 inserito:: Marzo 04, 2012, 14:05:24 »

Nel ricollegarmi a quanto recentemente affermato dall'avv. Angiolini, a proposito del RICORSO D'URGENZA EX ART. 700 C.P.C. NEL CASO DI IMPUGNAZIONE DEL TERMINE DEL CONTRATTO PRESUNTO ILLEGITTIMO..:

Doc. prodotto il 9/2/2012

EFFETTI SELLA SENT. C. COST. n. 303/2011 - STRATEGIE PROCESSUALI

di Vittorio Angiolini (*)

(..)

..In questo caso difatti, come chiarito dalla Corte [Cost., sent. n. 303/2011], l’indennità compresa tra 2,5 e 12 mensilità di retribuzione, come prevista dai comma 5 e 6 dell’art. 32 della l. n. 183 del 2010, riguarda soltanto “il periodo cosiddetto intermedio”, ossia quello “che corre dalla scadenza del termine fino alla sentenza che accerta la nullità di esso e dichiara la conversione del rapporto”. Con la precisazione, anch’essa introdotta dalla Corte costituzionale espressamente, che, quando “il protrarsi del giudizio vada a scapito delle ragioni del lavoratore”, questi potrà attivare i rimedi previsti dall’ordinamento per scongiurare tale ipotesi, anche proponendo un rimedio “cautelare” d’urgenza (art. 700 c.p.c.) per veder STABILITA DAL GIUDICE, IN ATTESA DELLA SENTENZA, LA RIAMMISSIONE DEL LAVORATORE STESSO AL LAVORO nell’ambito del rapporto convertibile a tempo indeterminato (in proposito, la Corte costituzionale mostra di essere consapevole delle difficoltà interposte sin qui dalla giurisprudenza alla praticabilità di un tale rimedio cautelare e, proprio per questo, parla della cautela ex professo).

In tutti questi casi, e cioè quando e a partire dal momento in cui il giudice abbia ordinato la riammissione in servizio del lavoratore con provvedimento cautelare o con sentenza anche passibile di impugnazione, al lavoratore medesimo spetta il risarcimento integrale del danno, ivi comprese ovviamente le retribuzioni anche allorché sia stato impedito dal datore di prestare il lavoro, in aggiunta all’indennità dei comma 5 e 6 dell’art. 32 della l. n. 183 del 2010, la quale è “dovuta sempre e comunque, senza necessità né dell’offerta della prestazione, né di oneri probatori di sorta”. All’indennità dei comma 5 e 6 della l. n. 183 del 2010 la Corte attribuisce, inequivocabilmente, natura “sanzionatoria”.

3. In pratica, ciò può restituire appunto certezza ai lavoratori precari per i giudizi futuri ed in corso di intrapresa, nei quali, agendo tempestivamente e attivando il rimedio cautelare, sarà possibile ottenere, in genere, più adeguata tutela (d’altra parte, non era in discussione, innanzi alla Corte costituzionale, la diversa questione del regime dei termini di decadenza imposti dalla l. n. 183 del 2010 per l’azione giurisdizionale, che potrà essere semmai oggetto di altri futuri giudizi).

(..)

(*) Ricordo che V. Angiolini è uno degli avvocati che, con Vacirca, Carpagnano e De Michele, ha curato la difesa dei due ricorrenti nell'udienza di discussione delle ordinanze della Cassazione e del Trib. di Trani del 4/10/11, poi decisa dalla C. Costituzionale con sent. n. 303 del 9/11/2011.

..segnalo un articolo precedente alla stessa legge 183/2010 (la quale, prevedendo all'art. 32 un'indennità forfetaria al posto del tradizionale risarcimento integrale del danno, rende ancor più doveroso il ricorso d'urgenza ex art. 700 c.p.c., e dovrebbe incontrare una maggiore condiscendenza da parte del giudice):

LAVORO A TERMINE: GENERICITÀ DELLA CLAUSOLA APPOSITIVA DEL TERMINE E CONVERSIONE A TEMPO INDETERMINATO - PROVVEDIMENTO D'URGENZA EX ART: 700 C.P.C. (Avv. Giangolini, 25/4/2010)

<<Con ordinanza del 08/02/2010 il Tribunale di Padova Sez. Lavoro, ha condannato una nota ditta del mercato dei materiali di illuminazione a ripristinare il rapporto di lavoro con un dipendente a suo tempo assunto con un contratto di lavoro subordinato a termine.

Il Tribunale, adìto in via d’urgenza ex Art 700 C.p.c., ha ritenuto fondato il ricorso esperito da un noto Studio Legale romano in difesa del lavoratore, uniformandosi al principio già fatto proprio da Cass. S.U. n. 4588/06 ed osservando che l’indicazione per iscritto, specifica e puntuale, delle ragioni “tecniche, produttive, organizzative o sostitutive” di cui all’Art. 1, comma primo, D.Lgs. n. 368/01 è condizione indispensabile per consentire, nel contratto di lavoro a tempo determinato, il controllo giudiziale sulla legittimità dell’apposizione del termine.

Il Tribunale di Padova, oltre a ritenere senz’altro ammissibile il ricorso al procedimento d’urgenza di cui all’Art. 700 C.p.c. al fine di accertare l’illegittimità dell’apposizione del termine al contratto di lavoro e ad ordinare al datore di lavoro di riammettere in servizio il lavoratore, ha altresì approfondito, con motivazione logica ed incensurabile, i requisiti che deve presentare la clausola di apposizione del termine per essere considerata “specifica” e “puntuale“. In tale contesto è necessario che dalla sola lettura della causale della clausola appositiva del termine “emerga in modo inequivoco l’esigenza oggettiva di temporaneità del rapporto, che - evidentemente - non può ridursi ad una mera scelta di politica aziendale delle assunzioni e, di conseguenza, della gestione dei rapporti di lavoro”.

Riferendosi poi allo specifico caso oggetto di controversia, l’Ecc.mo Giudicante ha definito “di palmare evidenza” la genericità della clausola di apposizione del termine nel caso in cui il datore di lavoro si limiti a richiamare tautologicamente la formula legislativa (i cd. motivi tecnici, produttivi ed organizzativi di cui all’Art. 1 D.Lgs. n. 368/01) quand’anche si aggiunga, quale ragione giustificatrice, una pretesa “intensificazione della produzione”. Non basta, infatti, secondo il Tribunale di Padova, tale indicazione, laddove restino “del tutto oscuri quali siano i fatti che hanno determinato la pretesa intensificazione dell’attività aziendale, in quali termini si sia verificato un aumento della produzione e dove sia ravvisabile la temporaneità che giustifica l’assunzione”.


IL LAVORATORE, PERTANTO, VERRÀ IMMEDIATAMENTE RICHIAMATO A SVOLGERE LA PROPRIA ATTIVITÀ LAVORATIVA CON AUTOMATICA CONVERSIONE DEL RAPPORTO DI LAVORO A TERMINE IN RAPPORTO DI LAVORO A TEMPO INDETERMINATO>>.

http://www.affariediritto.it/diritto-lavoro/lavoro-a-termine-genericita-della-clausola-appositiva-del-termine-e-conversione-a-tempo-indeterminato/
_ _ _ _

CODICE DI PROCEDURA CIVILE
(Regio Decreto 16 marzo 1942, n. 262)

<<Art. 700. (Condizioni per la concessione)

Fuori dei casi regolati nelle precedenti sezioni di questo capo, chi ha fondato motivo di temere che durante il tempo occorrente per far valere il suo diritto in via ordinaria, questo sia minacciato da un pregiudizio imminente e irreparabile, può chiedere con ricorso al giudice i provvedimenti d'urgenza, che appaiono, secondo le circostanze, più idonei ad assicurare provvisoriamente gli effetti della decisione sul merito.
>>.

http://www.altalex.com/index.php?idnot=33723
« Ultima modifica: Marzo 04, 2012, 14:22:55 da luca_1966 » Registrato
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« Risposta #23 inserito:: Marzo 04, 2012, 23:31:55 »

Ordine degli Avvocati di Cagliari, 27/02/2012

Abrogazione art. 26 legge 183/2011

L'art. 14 della legge 17.2.2012 n. 10 (pubblicata sula G.U. del 20 febbraio) di conversione del decreto-legge 22.12.2001 n. 212, ha ABROGATO l'art. 26 della legge n. 183/2011. Pertanto, non è più in vigore quella norma assurda che pretendeva, di fronte allo sfascio della giustiza italiana incapace di dare risposte ai cittadini in tempi ragionevoli - con specifico riferimento ai giudizi pendenti in Cassazione ed in appello almeno da tre anni -, la presentazione di apposita istanza di trattazione, per di più sottoscritta personalmente dalla parte, di "persistenza dell'interesse" alla pronuncia, a pena di estinzione del giudizio.
« Ultima modifica: Marzo 04, 2012, 23:33:28 da luca_1966 » Registrato
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« Risposta #24 inserito:: Marzo 06, 2012, 20:16:05 »



telediritto.it, Dario Ferrara, 5/3/2012

PROCESSI-LUMACA: IL TESORO DEVE RISARCIRE ANCHE SE NON HA SOLDI
E SE TARDA CI RIMETTE UN TOT AL MESE

La CEDU impone variazioni di bilancio ad hoc: impossibile non onorare il debito verso il cittadino riconosciuto dal giudice. La "Legge Pinto"? Non conosce crisi: il Tesoro deve pagare l'equa riparazione per le cause-lumaca agli utenti delusi dal servizio giustizia anche se non ha risorse disponibili. La giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo impone di ricorrere a variazioni di bilancio ad hoc: le casse vuote non possono costituire un alibi per evitare di onorare un debito dell'amministrazione riconosciuto dal giudice nei confronti del cittadino. È quanto emerge dalla sentenza 213/12, pubblicata dalla seconda sezione del Tar Lombardia, sede distaccata di Brescia.

TOLLERANZA SEMESTRALE

L'articolo, 3 comma 7, della legge 89/2001, che pone il vincolo delle risorse disponibili, deve essere interpretato in senso restrittivo e in definitiva disapplicato: una volta condannata a pagare l'equa riparazione per il processo dall'irragionevole durata, l'amministrazione deve comunque trovare le risorse necessarie per far fronte agli indennizzi da pagare: il decreto della Corte d'appello, infatti, è comunque un provvedimento decisorio, anche se non ha forma di sentenza: risulta infatti immediatamente esecutivo, impugnabile per Cassazione ed idoneo ad assumere efficacia di giudicato. Tra la data in cui il provvedimento giudiziale diventa esecutivo e quella del pagamento non possono passare più di 6 mesi.

ASTREINTE (*) MENSILE

Accolto, nella specie, il ricorso per l'ottemperanza presentato da un cittadino impegnato in un contenzioso civile per oltre 12 anni: a renderne irragionevole la durata, fra l'altro, è il giudizio di Cassazione, protrattosi per oltre 4 anni. È stato infatti inutile, nell'immediatezza della pronunzia della Corte d'appello di Brescia, presentarsi alla Banca d'Italia per riscuotere l'indennizzo di 3.900 euro stabilito dal decreto. Ora il Tar nomina un commissario ad acta al Tesoro, che dovrà provvedere alla liquidazione. E per ogni mese di ritardo l'amministrazione ci rimetterà 300 euro, mentre per ora paga anche le spese di lite.

http://www.telediritto.it/index.php?option=com_content&view=article&id=4386:processi-lumaca-il-tesoro-deve-risarcire-anche-se-non-ha-soldi-e-se-tarda-ci-rimette-un-tot-al-mese&catid=92:angolo-del-professionista&Itemid=100


(*) ASTREINTES

<<Le astreintes sono modelli giurisprudenziali presenti nell'ordinamento francese di coercizione indiretta al fine di spingere un obbligato inadempiente alla coazione all'adempimento. Consistono in una somma da pagare da parte del debitore inadempiente qualora questo si rifiuti di ottemperare all'ordine del giudice di eseguire la prestazione dovuta..>>.

http://it.wikipedia.org/wiki/Astreintes
_ _ _ _

<<..L’art. 614-bis c.p.c. è stato introdotto, con decorrenza dal 4 luglio 2009, dall’art. 49 della legge_69_2009 e inserisce nella trama codicistica di rito le così dette astreintes.

Con tale termine si suole fare riferimento alle forme di esecuzione indiretta che utilizzano la tecnica delle misure coercitive, ovvero quello specifico ventaglio di strumenti di coartazione della volontà del debitore che si concretano nella minaccia di sanzioni civili o penali, al fine di costringerlo a adempiere i suoi obblighi. La norma tende a realizzare l’effettività del “giusto processo” che tale non sarebbe ove la pronuncia restasse lettera morta, ineseguita. Ebbene, in tal senso le astreintes mirano a garantire l’esecuzione del comando giurisdizionale, sul presupposto, non opinabile, che il processo esecutivo sia parte integrante del “processo”.>>.

di Anna Teresa Paciotti
http://www.studiolegalelaw.net/consulenza-legale/27068
_ _ _ _

non ho proprio voglia di addentrarmi nell'etimologia francese..


« Ultima modifica: Marzo 06, 2012, 20:17:58 da luca_1966 » Registrato
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« Risposta #25 inserito:: Marzo 12, 2012, 00:13:50 »

TRIBUNALE DELLE IMPRESE, CNF: “CONTRARI A UNA GIUSTIZIA DI PRIMA CLASSE CHE PREMIA SOLO LE IMPRESE A DANNO DELLA DOMANDA DI TUTELA DEI DIRITTI DEI CITTADINI COMUNI

Il Consiglio nazionale forense, oggi in seduta amministrativa, ha ribadito la ferma contrarietà alla previsione contenuta nel decreto Cresci-Italia, aggravata dalle bozze di emendamenti governativi circolate in queste ore.

Roma 24/2/2012.

Avvocati contrari al disegno del Governo che mira a creare una giustizia a due velocità a vantaggio delle imprese e in danno della giustizia ordinaria, alla quale sono sottratte risorse umane e finanziarie. Stupisce e preoccupa l’identità di contenuto tra le soluzioni ora prospettate e il dossier di Confindustria n. 11/2011, dal titolo “La giustizia più veloce accelera l’economia” (pagina 87). La ferma critica all’articolo 2 del decreto Cresci-Italia, che istituisce i tribunali delle imprese, è stata ribadito oggi dal plenum del Consiglio nazionale forense, riunito in seduta amministrativa.

Secondo il Cnf, la distrazione di magistrati presso i tribunali delle imprese impoverirà ulteriormente le dotazioni organiche degli uffici giudiziari, dato che il provvedimento non destina risorse aggiuntive. Non si comprende peraltro il consistente aumento del contributo unificato, se non con l’intento non dichiarato, ma perseguito nei fatti, di conseguire l’abbattimento della domanda di giustizia agendo sulla leva economica, con una grave compromissione del diritto di difesa. Quanto al metodo, rileva il Consiglio, non si può modificare le regole della giurisdizione a colpi di decreti legge e senza la consultazione dei soggetti interessati da parte dell’esecutivo.

Grave preoccupazione è stata espressa, a maggior ragione, in relazione alle bozze di emendamento governativo circolate in queste ore, che aggravano le originarie criticità ampliando le materie di competenza dei nuovi organi. Se permane l’inspiegabile inclusione del diritto d’autore, sono state aggiunte fumose e incomprensibili materie quali, a titolo di esempio, “le controversie relative alla violazione della normativa Antitrust dell’Unione europea”. Previsione talmente vaga e ampia da generare certamente difficoltà applicative, visto che i tre quarti della normativa europea presenta profili di rilievo concorrenziale. Non solo. Il riferimento alle “materia connesse” rischia poi di fare esplodere in via di fatto la competenza dei tribunali delle imprese, includendovi un enorme numero di controversie per le quali i cittadini sarebbero costretti a raggiungere le poche sedi giudiziarie indicate dal decreto, in danno del valore della giustizia di prossimità. Il risultato finale di un disegno costruito in questi termini e a costo zero sembra più un'operazione di marketing, destinata a produrre più danni senza peraltro recuperare efficienza e rapidità nelle decisioni giudiziarie.


(CNF, comunicato 24 febbraio 2012)

http://www.altalex.com/index.php?idnot=17334
« Ultima modifica: Marzo 12, 2012, 00:14:48 da luca_1966 » Registrato
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« Risposta #26 inserito:: Maggio 01, 2012, 01:22:57 »

Colpo di Sole 24 Ore, 26/3/2012

RIFORMA LAVORO: COME CAMBIA IL PROCESSO
(di Francesca Barbieri, Andrea Curiat, Valentina Melis)

Le misure in arrivo devono «rimediare» alla crescita delle liti (+24% in un anno)

LE DUE ITALIE

Milano è la sede più virtuosa: le cause vengono chiuse in 6 mesi e mezzo. A Catania, per contro, giudizio non prima di 4 anni

L'introduzione del rito abbreviato ad hoc per i processi sui licenziamenti potrebbe dare una boccata d'ossigeno ai Tribunali del lavoro, accorciando i tempi per arrivare alla sentenza, che oggi è mediamente, per il solo primo grado, di un anno e mezzo. Anche se sul territorio la situazione è differenziata: si va dal caso "virtuoso" del Tribunale di Milano, che - come sottolinea il presidente della sezione Lavoro Piero Martello - riesce a chiudere le cause in 6 mesi e mezzo, al record negativo di Catania con una durata media del contenzioso di 4 anni. Di sicuro, negli ultimi 2 anni, c'è stato un appesantimento del carico di lavoro dei Tribunali. In base all'elaborazione dei dati della direzione generale di statistica del ministero di Giustizia, i procedimenti pendenti nei tribunali in materia di contenzioso di lavoro privato sono aumentati del 9% tra il 2010 e il 2011, con un aumento dei nuovi fascicoli depositati del 24 per cento. Sul versante del pubblico impiego si sono registrati picchi del 27,5% sulle pendenze e del 62% sui nuovi procedimenti aperti nel corso dell'anno.

CARENZA DI ORGANICO

Anche l'eventuale nuovo rito, però, per quanto semplificato, dovrà affidarsi alle forze - già ridotte - dei giudici del lavoro: nei Tribunali sono 453 (426 giudici e 27 presidenti di sezione) per 284.365 processi pendenti in materia di lavoro privato e pubblico impiego. Vale a dire oltre 600 cause all'anno per magistrato. La musica non cambia nelle Corti d'appello, dove i giudici del lavoro sono 181 (28 presidenti e 153 Consiglieri) per 62.316 processi (lavoro privato e pubblico impiego): in pratica 344 cause a testa.

Da una serie di interviste realizzate dal Sole 24 Ore del Lunedì ai presidenti delle sezioni Lavoro dei principali Tribunali italiani, il problema più grave, oltre ai posti vacanti (che sono 57 in tutta Italia fra Tribunali e Corti d'appello), è la mancanza di turnover, per cui buona parte dei magistrati che lasciano il servizio non vengono sostituiti. Così, nel tribunale di Brescia, i giudici della sezione lavoro sono 4, «con una media per ciascuno - sottolinea il presidente Maria Vittoria Azzollini - di 950 cause pendenti all'anno». A Catania i giudici sono 7 (l'organico ne prevederebbe 10), con un contenzioso pendente di 24.693 cause, che sale a 25.383 con i procedimenti speciali e cautelari. «Negli ultimi due anni - spiega il presidente del Tribunale siciliano Bruno Di Marco - il contenzioso su lavoro, pubblico impiego e previdenza è decisamente aumentato. Ma con l'entrata in vigore delle nuove disposizioni sui licenziamenti - aggiunge - si moltiplicano le fattispecie, e la qualificazione di queste fattispecie è rimessa al giudice. Certamente, dunque, il contenzioso è destinato ad aumentare». Restando in Sicilia, da Palermo si segnala l'incremento boom delle controversie di lavoro: +55,3% nel 2011, con un +20% delle cause sui licenziamenti e il raddoppio di quelle relative al pubblico impiego. «Un aumento dei fascicoli - osserva Antonio Valerio Ardito, presidente della sezione lavoro - contemporaneo con l'indebolimento della nostra squadra, che ha perso 2 persone trasferite ad altra sede e che ora conta 7 magistrati». In sofferenza anche il Tribunale di Bari, da cui si segnala «una carenza di organico che determina un clima giornaliero di emergenza».

EFFETTI DEL COLLEGATO LAVORO

Da Bologna, il presidente della sezione lavoro, Giovanni Benassi, sottolinea che il costante incremento dei contenziosi avviato nel 2010 è dovuto alla «massiccia ondata di ricorsi arrivati per effetto del Collegato lavoro (che ha imposto nuovi termini per l'impugnazione del licenziamento, ndr) e per lo sviluppo del contenzioso sulla stabilizzazione dei precari della scuola». Sempre a Bologna «le sopravvenienze del solo 2011 - continua Benassi - sono state superiori di quasi il 48% rispetto alla media dei procedimenti arrivati nel decennio precedente». Infine, anche da Genova il presidente Enrico Ravera segnala che «il trend degli ultimi anni ha registrato un'impennata delle nuove iscrizioni in seguito alle novità introdotte dal Collegato lavoro: con un organico di 8 giudici riusciamo a mantenere la durata dei procedimenti al di sotto del limite dei 3 anni».

RITO DEL LAVORO

Il processo del lavoro in Italia segue un rito speciale, che si differenzia da quello ordinario per una maggiore rapidità, per i più ampi poteri istruttori riconosciuti al giudice del lavoro, e perchè più orientato alla conciliazione. La riforma del lavoro approvata dal Governo Monti prevede l'introduzione di un rito speciale ad hoc, dedicato alle controversie sui licenziamenti. In questo rito «una volta dettati i termini della fase introduttiva», sarà «rimessa al giudice la scansione dei tempi del procedimento».

MOLE DEI PROCESSI E DURATA MEDIA A LIVELLO NAZIONALE

Gli ultimi dati disponibili sul contenzioso in materia di lavoro privato e pubblico impiego, sintetizzati a lato, rivelano che le cause sono decisamente aumentate dal 2010 in poi. I tempi di definizione delle liti superano già in primo grado i 2 anni

DURATA DEI PROCEDIMENTI

1 anno e 6 mesi) Lavoro privato

È la durata media per arrivare al giudizio di primo grado. Le cause d'appello durano 2 anni e 6 mesi

1 anno e 5 mesi) Pubblico impiego

È la durata media delle cause in primo grado, mentre la sentenza di appello arriva dopo 2 anni e 8 mesi

CONTENZIOSO NELLE PRINCIPALI CITTÀ

Procedimenti in attesa e organici delle sezioni lavoro dei Tribunali

LA SITUAZIONE - CAUSE PENDENTI

ANCONA 1.372

Le cause di lavoro pendenti - esclusi i procedimenti speciali, come decreti ingiuntivi, cautelari e così via - sono 1.372. I giudici del lavoro in organico sono 3. I processi "sopravvenienti" (cioè nuovi) sono aumentati del 18,3% nel 2011 rispetto al 2010. La durata dei procedimenti ordinari varia da qualche mese a 2 anni

BARI 23.286

Le controversie di lavoro pendenti al 31 dicembre 2011 sono 23.286, mentre quelle di previdenza sono 43.024 per un totale di 66.310 procedure. I giudici della sezione lavoro sono 14

BOLOGNA 3.594

Le cause pendenti in materia di lavoro e previdenza sono 3.594 al 31 gennaio 2012. Nel 2011 sono arrivati il 22% di processi in più rispetto al 2010. I giudici della sezione lavoro sono 6. La durata media dei procedimenti è di circa 2 anni

BRESCIA 3.245

Le cause pendenti sono 3.245. A giugno 2011 erano 2.714 (di cui: 1.975 di lavoro, 608 di previdenza e 131 di pubblico impiego). Le sopravvenienze sono cresciute del 22,8% dal 2010 al 2011. I giudizi della sezione lavoro sono 4. La durata media dei procedimenti è di 1 anno

CAGLIARI 4.785

Le controversie di lavoro attualmente pendenti e fissate in udienza, esclusi i procedimenti speciali, cautelari e in materia previdenziale, sono a oggi 4.785. Risultano pendenti e fissate in udienza 358 controversie con impugnazione di licenziamento

CATANIA 24.693

Le cause pendenti sono 24.693 (di cui: 7.362 di lavoro, 3.077 di pubblico impiego e 14.254 di previdenza). I giudici della sezione sono 7. La durata media dei procedimenti è di 2 anni e mezzo per la previdenza e 4 anni per il lavoro

GENOVA 2.755

Attualmente sono pendenti 2.755 cause di lavoro, di cui 507 licenziamenti e 482 impugnative di contratti a termine. Tempi di smaltimento sono inferiori ai 3 anni. Nell'ultimo anno le nuove cause depositate sono aumentate del 39%. I giudici sono 8

MILANO 7.063

Le cause di lavoro pendenti a giugno 2011 erano 7.063. Nel 2011 sono stati depositati 18.631 ricorsi, con un incremento del 39% rispetto all'anno prima. Le cause di lavoro sono cresciute del 25% in 3 anni. I giudici sono 22. La durata media del procedimento ha raggiunto i 6 mesi e mezzo

MONZA 2.768

Le cause pendenti al 1° gennaio 2012 presso la sezione lavoro sono 2.768 (lavoro, previdenza, pubblico impiego), in aumento del 30% rispetto a inizio 2011. Le cause durano in media 1 anno e mezzo. Almeno il 50% delle cause di lavoro viene conciliata. I giudici sono 5

NAPOLI 19.655

I procedimenti di lavoro (privato e pubblico impiego) pendenti al 31 dicembre 2011 sono 19.665, quelli nuovi 14.176. Le cause su licenziamenti collettivi al 22 marzo 2012 sono 12; 202 su quelli individuali. I processi sui licenziamenti durano 18-20 mesi. I giudici sono 51

PALERMO 6.907

Nel 2011 le controversie di lavoro sono aumentate del 55,3% (licenziamenti, +20,3%). I procedimenti pendenti in materia di lavoro sono 6.907, con 356 su licenziamenti pendenti. Le controversie di lavoro concluse con accoglimento totale sono state 403. I giudici sono 8

ROMA 50.950

I procedimenti iscritti nel 2011 - tra cui ingiunzioni e procedimenti cautelari - erano 50.950, rispetto a 43.638 del 2010 (+ 17%). Le nuove cause sono passate da 17.278 a 20.370. Le cause per licenziamenti sono 2.756. La durata media dei processi arriva a 1 anno e mezzo. I giudici sono 63

TORINO 5.799

Sono 5.779 i procedimenti pendenti sul lavoro (inclusi risarcimenti da infortuni e richieste di pensioni) al 29 febbraio 2012. La durata media dei procedimenti è di 1 anno e mezzo. Il Tribunale stima che circa il 70% delle cause si conclude a favore dei lavoratori.


http://www.swas.polito.it/services/Rassegna_Stampa/dett.asp?id=4028-152485784

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-03-26/spazio-rito-breve-tagliare-063838.shtml?uuid=Abzsz8DF
« Ultima modifica: Maggio 01, 2012, 01:23:42 da luca_1966 » Registrato
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« Risposta #27 inserito:: Maggio 10, 2012, 23:03:09 »

600 GIORNI DI RITARDO PER DEPOSITARE UNA SENTENZA: LA CASSAZIONE VUOLE VEDERCI CHIARO

<< Con la sentenza n. 528/2012 i giudici della Corte di Cassazione vanno contro il CSM..

La Corte di Cassazione (Sez. Unite, 17/01/2012, n. 528) ha recentemente ritenuto responsabile, sotto il profilo disciplinare, un magistrato che aveva accumulato molteplici ritardi, eccedenti il triplo del termine di legge, nel deposito di sentenze ed ordinanze.

Sebbene, ad un primo esame, tali ritardi potessero sembrare giustificati, poiché, nell’arco temporale esaminato, il magistrato era stato assegnato contemporaneamente a plurime funzioni, il cui espletamento aveva richiesto un impegno quasi quotidiano nell’attività di preparazione ed espletamento delle udienze, la Suprema Corte ha stabilito che: “Il ritardo grave e/o reiterato nel deposito dei provvedimenti da parte del magistrato integra ex se la fattispecie incriminatrice di cui all’art. 2 del D.Lgs. n. 109 del 2006, attesa l’innegabile tipizzazione dei comportamenti illeciti operata dalla citata norma. Ne consegue che il predetto addebito postula, per la sterilizzazione della sua antigiuridicità, non già la prova, da parte dell’accusa, della violazione dell’obbligo di diligenza, bensì la speculare allegazione, da parte dell’incolpato, di circostanze oggettivamente idonee a dimostrare la specifica giustificabilità dell’altrettanto specifico ritardo che, ove caratterizzato dal superamento di ogni limite di ragionevolezza, si sostanzia in una vera e propria ipotesi di denegata giustizia. La condotta del magistrato, pertanto, integra gli estremi dell’illecito contestato, ledendo il diritto delle parti, o quanto meno di una di esse, alla durata ragionevole del processo”.

http://www.avvocatocioffi.it/2012/05/02/ritardo-della-giustizia-magistrato-responsabile/
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« Risposta #28 inserito:: Maggio 26, 2012, 13:14:54 »

Con riferimento alle decisioni in tema di equa riparazione da prendere a cura dei giudici amministrativi (es. T.A.R.), che per il rimettente non sarebbero competenti sul punto (essendolo, invece, quelli ordinari), la Consulta esclude questa prospettazione, evocando principi affermati anche con propria sent. n. 303/2011 (relativa alla legittimità costituzionale dell'art. 32, legge 183/2010), secondo i quali gli <<asseriti (ed eventuali) inconvenienti di mero fatto, ..non rilevano ai fini del controllo di costituzionalità>> <<alla luce sia della non irragionevolezza delle motivazioni costituenti la ratio della regola divenuta diritto vivente>> - con riferimento, qui, all'art. 3, c. 5, legge n. 89/2001, c.d. "legge Pinto" - <<e delle esigenze che essa mira a garantire, ..sia dei caratteri di semplicità e rapidità che improntano il giudizio di equa riparazione (tenuto conto, altresì, delle agevolazioni previste per il ricorrente in ordine all’acquisizione degli atti del processo presupposto, art. 3, c. 5, della legge n. 89 del 2001)>>.

SENTENZA N. 117 - ANNO 2012

LA CORTE COSTITUZIONALE

composta dai signori: Presidente: Alfonso QUARANTA; Giudici : Franco GALLO, Luigi MAZZELLA, Gaetano SILVESTRI, Sabino CASSESE, Giuseppe TESAURO, Paolo Maria NAPOLITANO, Giuseppe FRIGO, Alessandro CRISCUOLO, Paolo GROSSI, Giorgio LATTANZI, Aldo CAROSI, Marta CARTABIA, Sergio MATTARELLA, Mario Rosario MORELLI,

ha pronunciato la seguente SENTENZA

nel giudizio di legittimità costituzionale dell’articolo 3, comma 1, della legge 24 marzo 2001, n. 89 (Previsione di equa riparazione in caso di violazione del termine ragionevole del processo e modifica dell’articolo 375 del codice di procedura civile), promosso dalla Corte di appello di Caltanissetta, nel procedimento vertente tra Morreale Stefania ed altri e il Ministero dell’economia e delle finanze, con ordinanza del 20 aprile 2011, iscritta al n. 191 del registro ordinanze 2011 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 41, prima serie speciale, dell’anno 2011.

 - Visto l’atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri;
 - udito nella camera di consiglio del 25 gennaio 2012 il Giudice relatore Giuseppe Tesauro.

RITENUTO IN FATTO

1. La Corte di appello di Caltanissetta, con ordinanza del 20 aprile 2011, ha sollevato, in riferimento agli articoli 3, 1° comma, 24, 25, 1° comma, e 111, 2° comma, della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell’articolo 3, comma 1, della legge 24 marzo 2001, n. 89 (Previsione di equa riparazione in caso di violazione del termine ragionevole del processo e modifica dell’articolo 375 del codice di procedura civile), nella parte in cui, secondo l’interpretazione assunta come diritto vivente, «dispone che la competenza territoriale funzionale della Corte di appello determinata ai sensi dell’art. 11 c.p.p. si estende anche ai procedimenti iniziati avanti alla Corte dei conti ed alle altre giurisdizioni di cui all’art. 103 Cost.».

2. L’ordinanza di rimessione premette che il processo principale ha ad oggetto una domanda diretta ad ottenere l’equa riparazione per l’irragionevole durata di un processo in corso davanti al Tribunale amministrativo regionale per la Sicilia, proposta inizialmente davanti alla Corte di appello di Palermo; i ricorrenti, avendo quest’ultima dichiarato la propria incompetenza per territorio, hanno riassunto il giudizio davanti alla Corte rimettente.

Secondo il giudice a quo, la giurisprudenza prevalente, di legittimità e di merito, aveva ritenuto che la regola dettata dal citato art. 3, comma 1, concernesse esclusivamente le domande di equa riparazione relative ai processi celebrati davanti alla magistratura ordinaria; per le domande aventi ad oggetto l’irragionevole ritardo dei giudizi amministrativi e contabili la competenza per territorio doveva, invece, essere stabilita ai sensi dell’art. 25 del codice di procedura civile. Siffatto orientamento è stato rimeditato dalle sezioni unite civili della Corte di cassazione che, con ordinanza del 16 marzo 2010, n. 6306, hanno ritenuto riferibile detta disposizione anche ai giudizi di equa riparazione concernenti l’irragionevole ritardo dei processi amministrativi e contabili, enunciando un principio divenuto diritto vivente.

Ad avviso del rimettente, siffatta norma violerebbe anzitutto l’art. 25, primo comma, Cost. La disciplina della competenza per territorio, secondo la giurisprudenza di questa Corte, attiene, infatti, alla nozione di giudice naturale precostituito per legge (sentenza n. 41 del 2006) e le disposizioni che introducono eccezioni alle regole generali di tale criterio di competenza dovrebbero essere ragionevoli, soprattutto qualora rendano più gravoso l’esercizio dell’azione. Il principio di precostituzione del giudice esige, poi, che l’organo giudicante non sia istituito sulla base di criteri fissati in vista di singole controversie e «la nozione di giudice naturale non si cristallizza soltanto nella determinazione di una competenza generale, ma si forma anche a seguito di tutte le disposizioni di legge che possano derogare a tale competenza in base a criteri che ragionevolmente valutino i disparati interessi coinvolti nel processo» (sentenza n. 452 del 1997).

La norma censurata violerebbe il suindicato parametro costituzionale, in quanto prevede anche per i giudizi ex lege n. 89 del 2001 concernenti i processi amministrativi e contabili una deroga della generale disciplina della competenza per territorio che sarebbe priva di ragionevole giustificazione, non apparendo tale al giudice a quo «la ricostruzione teorica ontologicamente unitaria della competenza operata dalle sezioni unite».

Siffatta deroga non sarebbe, infatti, giustificata dall’esigenza di garantire «l’imparzialità e terzietà del giudice», poiché, in relazione a detti giudizi, non può «verificarsi alcuna interferenza tra giudici ordinari e le altre giurisdizioni» e l’art. 11 del codice di procedura penale riguarda «solo i magistrati operanti nell’ambito della giurisdizione ordinaria» (Cass., sez. un. penali, del 15 dicembre 2004, depositata il 13 gennaio 2005, n. 292). Inoltre, questa Corte, con la sentenza n. 287 del 2007, avrebbe fatto proprio l’orientamento contrario all’applicabilità dell’art. 11 c.p.p. ai giudizi di equa riparazione concernenti processi non celebrati davanti ai giudici ordinari. Ad avviso del giudice a quo, detta sentenza avrebbe negato l’ammissibilità dell’estensione dell’art. 11 c.p.p. ed escluso che essa sia costituzionalmente obbligata; comunque, avrebbe affermato che detta disposizione non può comportare «una deroga generalizzata a plurime specifiche regole di competenza, ciascuna adeguata a garantire il pieno esercizio del diritto delle parti di agire e di difendersi in un singolo tipo di controversia». Peraltro, la precedente esegesi del citato art. 3, comma 1, sarebbe stata giustificata dalla considerazione che «il pericolo per l’imparzialità del giudice é talmente ipotetico che è giustificato rimetterne comunque la valutazione alla discrezionalità del legislatore».

L’esigenza di evitare che i giudici ordinari chiamati a decidere le domande di equa riparazione siano prossimi a quelli speciali che hanno definito i processi presupposti neppure sarebbe, poi, garantita dalla norma censurata. L’organizzazione territoriale degli uffici dei giudici non ordinari comporta, infatti, che - come accade, ad esempio, nella Regione siciliana - la sezione regionale della Corte dei conti «copre territorialmente tutti i distretti di Corte di appello ordinari, qualunque Corte d’appello decida sul ritardo»; quindi, i giudici che fanno parte di quest’ultima, «in ipotesi di apertura di procedimenti di responsabilità, saranno soggetti al giudice contabile», con la conseguenza che «nessuno spostamento di competenza, entro il territorio regionale, evita astrattamente l’interferenza stessa», ma incrementa la durata del giudizio. Quest’ultimo risultato si verificherebbe nel caso in esame, poiché la deroga della competenza per territorio della Corte di appello di Palermo in favore della Corte di appello di Caltanissetta comporterebbe, in primo luogo, che la facoltà delle parti di chiedere l’acquisizione degli atti del giudizio presupposto cagionerebbe un ritardo nello svolgimento di tale adempimento, a causa della distanza geografica tra dette sedi giudiziarie; in secondo luogo, determinerebbe la concentrazione dei giudizi di equa riparazione «presso una piccola Corte di appello come quella di Caltanissetta», dato che la gran parte dei giudizi presupposti sono celebrati davanti ad uffici giudiziari (amministrativi e contabili) ubicati nel distretto della Corte di appello di Palermo. L’interpretazione divenuta regola di diritto vivente provocherebbe, quindi, una «disfunzione dello stesso giudizio che deve riparare all’irragionevole durata del processo presupposto», in violazione sia dei principi di ragionevolezza e di ragionevole durata del processo, sia dell’art. 3, comma 6, della legge n. 89 del 2001, poiché l’elevato numero dei giudizi di equa riparazione non permetterebbe alla Corte rimettente di definirli entro il termine stabilito da quest’ultima disposizione.

Ad avviso del giudice a quo, la norma in esame neppure «favorirebbe l’intera diffusione del contenzioso presso tutte le Corti d’appello, alleggerendo il distretto di Roma ove si trovano gli organi di vertice». La circostanza che il TAR per la Sicilia «ha giurisdizione per l’intero territorio Regionale» comporta, infatti, la concentrazione di tutte le domande di equa riparazione concernenti processi celebrati da tale ufficio giudiziario davanti alla Corte d’appello di Caltanissetta. Inoltre, detta interpretazione neanche garantirebbe una riduzione del carico di lavoro della Corte di appello di Roma, in riferimento ai giudizi per i quali «un segmento del ritardo sia relativo al giudizio di cassazione» ed a quello definito dagli altri organi giurisdizionali di vertice.

2.1. La norma censurata violerebbe anche l’art. 3, 1° comma, Cost., poiché la deroga della competenza per territorio stabilita dall’art. 11 c.p.p. non è applicabile neppure ai processi penali concernenti i magistrati amministrativi e contabili e neanche sono stabilite eccezioni alle ordinarie regole di competenza concernenti i giudizi civili dei quali questi siano parte, sicché non sarebbe ragionevole la previsione di una deroga per il solo giudizio di equa riparazione.

Inoltre, essa recherebbe vulnus all’art. 111, 2° comma, Cost. ed al principio di ragionevole durata del processo, dato che la Corte rimettente non sarebbe in condizione di decidere le domande di equa riparazione entro il termine stabilito dall’art. 3, comma 6, della legge n. 89 del 2001 e ciò rischierebbe di dare vita ad un ulteriore contenzioso, influendo negativamente l’elevato numero di detti processi sulla ragionevole durata di tutti gli altri giudizi attribuiti alla medesima.

La norma censurata violerebbe, poi, l’art. 24 Cost., poiché la pregressa esegesi del citato art. 3, comma 1, non ledeva il principio di imparzialità e terzietà del giudice, garantito dall’«appartenenza dei giudici controllori e controllati ad ordini giurisdizionali diversi» (sentenza n. 287 del 2007) e dagli istituti dell’astensione e della ricusazione. Inoltre, essa determinerebbe «uno sbilanciamento, non necessario, in favore dell’interesse garantito dall’art. 108, comma secondo, Cost.» ed una «non giustificata compressione del diritto di difesa sancito dall’art. 24 Cost.», dato che, nei giudizi ex lege n. 89 del 2001, la parte attrice sarebbe costretta ad adire la Corte di appello geograficamente più distante, individuata ai sensi dell’art. 11 c.p.p.

La questione, conclude il rimettente, sarebbe, infine, rilevante, poiché il suo eventuale accoglimento comporterebbe l’incompetenza per territorio della Corte di appello di Caltanissetta a decidere la domanda proposta nel giudizio principale.

3. Nel giudizio davanti a questa Corte è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata manifestamente infondata.

La norma censurata non violerebbe, infatti, l’art. 25, 1° comma, Cost., poiché la scelta con essa realizzata sarebbe ragionevole, tenuto conto delle argomentazioni svolte dalle sezioni unite civili della Corte di cassazione nell’ordinanza n. 6306 del 2010, in larga misura riprodotte nell’atto di intervento. La considerazione unitaria del giudizio presupposto sotto il profilo della competenza garantirebbe, inoltre, un’uniforme applicazione del citato art. 3, comma 1, a tutti i giudizi di equa riparazione e l’esigenza di un giudice terzo ed imparziale. L’interpretazione in esame non sarebbe, inoltre, irragionevole e non si porrebbe in contrasto con l’art. 3 Cost. anche perché le situazioni poste a confronto dal rimettente non sarebbero omologhe.

L’art. 111, 2° comma, Cost. non sarebbe leso, in quanto tale parametro «concepisce un giusto processo come canone “oggettivo”», in virtù del quale ciò che è «imprescindibile è la possibilità di esercizio della giurisdizione a tutela di situazioni meritevoli, ma non l’imposizione di un modello unico e valido in assoluto». La garanzia di imparzialità del giudice, tutelata dalla disciplina della competenza per territorio stabilita dalla norma censurata, sarebbe rispettosa di detto canone e favorirebbe la diffusione del contenzioso, evitandone la concentrazione presso la Corte di appello di Roma ed assicurando in tal modo la durata ragionevole dei giudizi.

Secondo l’Avvocatura generale, sarebbe, infine, infondata la censura riferita all’art. 24 Cost., poiché è «irrazionale ritenere che la violazione del diritto di difesa sussista o meno a seconda che il giudizio presupposto sia [celebrato] dinanzi al giudice ordinario oppure dinanzi a quello amministrativo». L’applicazione di uno stesso criterio di competenza a tutti i giudizi di equa riparazione permetterebbe, invece, «di razionalizzare ed uniformare il riparto, senza in alcun modo comprimere la tutela giurisdizionale del cittadino».

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. La Corte di appello di Caltanissetta dubita, in riferimento agli articoli 3, 1° comma, 24, 25, 1° comma, e 111, 2° comma, della Costituzione, della legittimità costituzionale dell’articolo 3, comma 1, della legge 24 marzo 2001, n. 89 (Previsione di equa riparazione in caso di violazione del termine ragionevole del processo e modifica dell’articolo 375 del codice di procedura civile), nella parte in cui, secondo l’interpretazione assunta come diritto vivente, «dispone che la competenza territoriale funzionale della Corte di appello determinata ai sensi dell’art. 11 c.p.p. si estende anche ai procedimenti iniziati avanti alla Corte dei conti ed alle altre giurisdizioni di cui all’art. 103 Cost.».

2. Ad avviso del rimettente, detta norma violerebbe l’art. 25, 1° comma, Cost., in quanto la disciplina della competenza per territorio sarebbe preordinata a garantire il principio del giudice naturale precostituito per legge, il quale esige che l’organo giudicante non sia istituito sulla base di criteri fissati in vista di singole controversie. Siffatto parametro costituzionale sarebbe leso, poiché la norma censurata, per i giudizi di equa riparazione concernenti l’irragionevole ritardo dei processi amministrativi e contabili, prevede una deroga dell’ordinaria disciplina della competenza per territorio non sorretta da una ragionevole giustificazione, dato che per essi l’esigenza di garantire «l’imparzialità e terzietà del giudice» non renderebbe necessaria l’applicabilità della regola stabilita dal citato art. 3, comma 1, come, peraltro, sarebbe stato affermato da questa Corte con la sentenza n. 287 del 2007. Inoltre, essa provocherebbe un incremento della durata di detti giudizi, in contrasto con la finalità degli stessi, sia a causa della maggiore difficoltà di acquisire gli atti del processo presupposto, sia perché determinerebbe la concentrazione di un elevato numero di processi presso una Corte di appello di ridotte dimensioni qual è quella di Caltanissetta.

La norma in esame recherebbe vulnus anche all’art. 3, 1° comma, Cost., poiché la deroga della competenza per territorio stabilita dall’art. 11 c.p.p. non è applicabile neppure ai processi penali che concernono i magistrati amministrativi e contabili e neanche sono previste eccezioni all’ordinaria disciplina di tale criterio di competenza per i processi civili dei quali questi sono parte e, quindi, non sarebbe ragionevole la previsione di una deroga per il giudizio di equa riparazione.

Inoltre, essa si porrebbe in contrasto con l’art. 111, 2° comma, Cost. e con il principio di ragionevole durata del processo, dato che determinerebbe l’impossibilità per la Corte rimettente di decidere le domande di equa riparazione entro il termine stabilito dall’art. 3, comma 6, della legge n. 89 del 2001, e ciò rischierebbe di dare luogo ad un ulteriore contenzioso, mentre l’elevato numero di tali processi influirebbe negativamente anche sulla ragionevole durata di tutti gli altri giudizi ad essa attribuiti.

La norma censurata violerebbe, infine, l’art. 24 Cost., in quanto il principio di imparzialità e terzietà del giudice sarebbe garantito dall’«appartenenza dei giudici controllori e controllati ad ordini giurisdizionali diversi» e dagli istituti dell’astensione e della ricusazione. Inoltre, essa determinerebbe «uno sbilanciamento, non necessario, in favore dell’interesse garantito dall’art. 108 comma secondo, Cost.» ed una «non giustificata compressione del diritto di difesa sancito dall’art. 24 Cost.», dato che, nei giudizi in esame, la parte attrice sarebbe costretta ad adire la Corte di appello geograficamente più distante, individuata ai sensi dell’art. 11 c.p.p.

3. In linea preliminare, va precisato che il giudizio principale ha ad oggetto una domanda diretta ad ottenere l’equa riparazione per l’irragionevole durata di un processo in corso davanti al TAR per la Sicilia; la questione di legittimità costituzionale è, dunque, rilevante esclusivamente nella parte concernente l’applicabilità della norma censurata ai giudizi ex lege n. 89 del 2001 relativi a processi celebrati davanti al giudice amministrativo.

Inoltre, occorre osservare che le sezioni unite civili della Corte di cassazione, investite della questione dell’interpretazione del citato art. 3, comma 1, hanno ritenuto che il criterio di collegamento stabilito da questa disposizione concerne anche detti giudizi (ordinanza 16 marzo 2010, n. 6307; le ordinanze n. 6306 - richiamata dal giudice a quo - e n. 6308, rese nella stessa data, hanno, invece, deciso la questione della riferibilità di detto criterio alle domande relative all’irragionevole ritardo dei giudizi ordinari definiti in sede di legittimità, benché abbiano anche confermato il principio enunciato dalla prima ordinanza). Siffatta interpretazione costituisce regola di diritto vivente, in quanto enunciata dalle sezioni unite nell’esercizio della propria funzione nomofilattica (sentenza n. 338 del 2011) e, in seguito, costantemente ribadita dalla stessa Corte (ex plurimis, ordinanze 30 dicembre 2011, n. 30111; 31 agosto 2011, n. 17908; 29 novembre 2010, n. 24171). La premessa interpretativa dalla quale muove il rimettente è, dunque, corretta e, costituendo la valutazione se uniformarsi o meno a tale orientamento una facoltà del medesimo (sentenza n. 91 del 2004), la questione di legittimità costituzionale è ammissibile. Essa non mira, infatti, ad ottenere un avallo dell’interpretazione ritenuta preferibile dal giudice a quo, ma consiste nella denuncia del contrasto della stessa con i parametri costituzionali sopra richiamati (tra le più recenti, sentenze n. 293, n. 236 e n. 3 del 2010).

4. Nel merito, la questione non è fondata.

4.1. In relazione alle censure riferite all’art. 25, 1° comma, Cost., occorre premettere che il principio del giudice naturale deve ritenersi osservato quando «l’organo giudicante sia stato istituito dalla legge sulla base di criteri generali fissati in anticipo e non in vista di singole controversie» (da ultimo, sentenza n. 30 del 2011) e la competenza venga determinata attraverso atti di soggetti ai quali sia attribuito il relativo potere, nel rispetto della riserva di legge esistente in tale materia (ordinanze n. 417 e n. 112 del 2002), come accade nella specie. La regola di determinazione della competenza per territorio relativa ai giudizi in esame è, infatti, stabilita in via generale e preventiva dall’art. 3, comma 1, della legge n. 89 del 2001, disposizione questa che, evidentemente, può e deve costituire oggetto di interpretazione da parte dei giudici; l’eventuale sussistenza di un contrasto in ordine al significato da attribuire alla medesima non può, per ciò solo, farla ritenere lesiva del suindicato principio, come, invece, adombra il rimettente.

Secondo la costante giurisprudenza costituzionale, il legislatore dispone, inoltre, di ampia discrezionalità nella conformazione degli istituti processuali (tra le più recenti, sentenza n. 304 del 2011) e, quindi, anche nella fissazione dei criteri attributivi della competenza, con il solo limite della manifesta irragionevolezza delle scelte compiute (ex plurimis, sentenze n. 52 del 2010; n. 237 del 2007; n. 341 del 2006), che non è violato dalla norma censurata.

La tesi contraria è stata argomentata dal rimettente essenzialmente richiamando la sentenza di questa Corte n. 287 del 2007, della quale ha, tuttavia, offerto una lettura non corretta. Questa pronuncia ha, infatti, deciso la questione di legittimità costituzionale del citato art. 3, comma 1, proposta in riferimento agli artt. 97, primo comma, e 108, 1° e 2° comma, Cost., nella parte in cui, secondo l’interpretazione sostenuta dal precedente (allora prevalente) orientamento della giurisprudenza, il criterio di determinazione della competenza per territorio dallo stesso stabilito non era applicabile ai giudizi di equa riparazione concernenti i processi celebrati davanti ai giudici non ordinari. La sentenza, nel dichiarare infondata la questione, ha escluso che detta esegesi recasse vulnus alla «garanzia della terzietà e imparzialità del giudice», ma non ha affatto affermato che essa fosse la sola compatibile con le norme della Costituzione (tanto meno con quelle richiamate dal giudice a quo).

L’interpretazione ora divenuta regola di diritto vivente - censurata dalla Corte di appello di Caltanissetta - è stata, quindi, motivata, sottolineando, tra l’altro, che essa non è impedita, «sul piano lessicale», dall’utilizzo nel citato art. 3, comma 1, «di un termine (distretto) che è proprio della distribuzione sul territorio delle corti di appello», non dei giudici amministrativi. Detto termine può, infatti, «funzionare in modo identico» in relazione a questi ultimi, venendo «in rilievo la sede e non l’ambito territoriale di competenza». Il legislatore ha, quindi, inteso «regolare gli effetti del fenomeno della durata non ragionevole del processo, quale che sia il giudice davanti al quale si svolge», esprimendo la volontà di stabilire una specifica disciplina della competenza per territorio, mediante l’impiego della parola «distretto». La ratio della norma censurata è stata, conseguentemente, identificata in quella di stabilire un’unica regola di disciplina della competenza per territorio, valida in relazione a tutti i processi dei quali si denuncia l’irragionevole durata e, a questo scopo, è stato recepito il criterio di collegamento stabilito dall’art. 11 c.p.p. È stata in tal modo realizzata la concentrazione davanti ad uno stesso giudice dei giudizi ex lege n. 89 del 2001 concernenti tutti i processi celebrati in una stessa sede, favorendo una tendenziale omogeneità di valutazioni in ordine alle ragioni del ritardo ed alla liquidazione dei danni (specie, tra l’altro, nel caso di giudizi seriali, ovvero con pluralità di parti, non infrequenti in materia amministrativa), al fine di soddisfare un’esigenza non garantita dalla pregressa esegesi, divenuta particolarmente pressante anche a causa dell’elevato numero dei giudizi di equa riparazione, «che fa ricadere sul bilancio dello Stato un onere sempre più gravoso».

A conforto della regola di diritto vivente in esame sono stati, quindi, addotti argomenti ulteriori rispetto a quello di garantire l’imparzialità e la terzietà del giudice dell’equa riparazione, idonei a fare escludere la manifesta irragionevolezza della scelta con essa realizzata, anche perché la fissazione di una determinata regola di competenza territoriale bene può essere giustificata dall’esigenza di assicurare l’uniformità della giurisprudenza in relazione a determinate controversie (sentenza n. 189 del 1992).

Le deduzioni del rimettente, secondo le quali la norma provocherebbe «un abnorme allungamento dei tempi di definizione del processo», sia in quanto renderebbe meno agevole l’acquisizione degli atti del processo presupposto da parte di un ufficio giudiziario ubicato in una località diversa da quella dell’ufficio davanti al quale esso è stato celebrato, sia perché determinerebbe un aumento del numero di affari giudiziari attribuiti ad «una piccola Corte di appello come quella di Caltanissetta», sono manifestamente incongrue ed inconferenti rispetto alla censura diretta a denunciare la violazione dell’art. 25, 1° comma, Cost. In ogni caso, si risolvono nella denuncia di asseriti (ed eventuali) inconvenienti di mero fatto, che, secondo la consolidata giurisprudenza di questa Corte, non rilevano ai fini del controllo di costituzionalità (per tutte, sentenze n. 303 del 2011 e n. 230 del 2010; ordinanze n. 290 e n. 102 del 2011).

4.2. Quest’ultima considerazione conduce a ritenere non fondata anche la questione proposta in relazione all’art. 111, 2° comma, Cost., sostenendo che la norma in esame porrebbe la Corte rimettente nell’impossibilità di definire i giudizi di equa riparazione entro il termine fissato dall’art. 3, comma 6, della legge n. 89 del 2001, con il rischio di alimentare un ulteriore contenzioso e di incidere sulla durata degli ulteriori affari alla stessa assegnati.

Siffatta argomentazione consiste, infatti, nella prospettazione di asserite difficoltà che non discendono in via diretta ed immediata dalla norma in esame, ma deriverebbero da una situazione e da inconvenienti di fatto, irrilevanti in quanto tali ai fini del giudizio di legittimità costituzionale, ai quali va eventualmente posto rimedio (qualora effettivamente sussistano), approntando le idonee ed opportune misure organizzative.

4.3. Le censure riferite all’art. 3 Cost. non sono fondate, anzitutto perché le considerazioni dianzi svolte hanno permesso di negare la manifesta irragionevolezza della scelta realizzata dalla norma. Inoltre, il giudice che ha celebrato il processo presupposto non è parte del giudizio (civile) di equa riparazione e, quindi, è chiara la diversità (e non comparabilità) di detta situazione con quella costituita sia dal giudizio penale, sia dal giudizio civile avente diverso oggetto, del quale sia, invece, parte il giudice amministrativo. La disciplina dell’art. 11 c.p.p. è, poi, richiamata dalla norma in esame per stabilire una regola di individuazione della competenza per territorio unica per tutti i giudizi ex lege n. 89 del 2001, valida indipendentemente dalla giurisdizione davanti alla quale è stato celebrato il processo presupposto, allo scopo di assicurare, all’esito di un non irragionevole bilanciamento degli interessi in gioco, il soddisfacimento anche delle rilevanti esigenze sopra richiamate, ulteriori rispetto a quella di garantire l’imparzialità e la terzietà del giudice.

4.4. Infine, anche la censura proposta in relazione all’art. 24 Cost. non è fondata.

Secondo la costante giurisprudenza di questa Corte, siffatto parametro costituzionale è vulnerato quando le norme processuali pongano «condizioni “di sostanziale impedimento all’esercizio del diritto di azione”» (tra le più recenti, sentenza n. 30 del 2011), ovvero prevedano deroghe non ragionevoli della regolamentazione della competenza per territorio (sentenza n. 231 del 1994). Nella specie, la disciplina in esame, all’evidenza, non integra un impedimento di tale natura, e ciò anche alla luce sia della non irragionevolezza delle motivazioni costituenti la ratio della regola divenuta diritto vivente e delle esigenze che essa mira a garantire, dianzi esaminate, sia dei caratteri di semplicità e rapidità che improntano il giudizio di equa riparazione (tenuto conto, altresì, delle agevolazioni previste per il ricorrente in ordine all’acquisizione degli atti del processo presupposto, art. 3, comma 5, della legge n. 89 del 2001).

PER QUESTI MOTIVI

LA CORTE COSTITUZIONALE

dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’articolo 3, comma 1, della legge 24 marzo 2001, n. 89 (Previsione di equa riparazione in caso di violazione del termine ragionevole del processo e modifica dell’articolo 375 del codice di procedura civile), sollevata, in riferimento agli articoli 3, 1° comma, 24, 25, 1° comma, e 111, 2° comma, della Costituzione, dalla Corte di appello di Caltanissetta, con l’ordinanza indicata in epigrafe.

Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 7 maggio 2012.

F.to:

Alfonso QUARANTA, Presidente
Giuseppe TESAURO, Redattore
Gabriella MELATTI, Cancelliere

Depositata in Cancelleria il 10 maggio 2012.
« Ultima modifica: Maggio 26, 2012, 13:19:17 da luca_1966 » Registrato
luca_1966
Utente non iscritto
« Risposta #29 inserito:: Maggio 28, 2012, 20:26:17 »

Diritto.it, 28/5/2012
http://www.diritto.it/docs/5088493-ragionevole-durata-del-processo-un-giudizio-pinto-svoltosi-in-due-gradi-di-giudizio-non-deve-superare-la-durata-di-2-anni?source=1&tipo=news#

RAGIONEVOLE DURATA DEL PROCESSO: UN GIUDIZIO IN 2 GRADI NON DEVE SUPERARE I 2 ANNI

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione che, con sentenza n. 8283 del 24/5/2012, ha accolto il ricorso di un cittadino contro il Ministero della Giustizia.

Nella fattispecie, il cittadino ricorrente aveva avanzato domanda di equa riparazione del danno patrimoniale e non patrimoniale sofferto a causa della non ragionevole durata del giudizio di equa riparazione per violazione del termine ragionevole ex lege n. 89 del 2001 [LEGGE "PINTO"], introdotto dinanzi alla Corte di appello di Roma con ricorso depositato il 1° aprile 1995, concluso con decreto depositato il 2 febbraio 2006 e definito, a seguito di ricorso per cassazione notificato il 16 marzo 2007, con sentenza depositata il 22 novembre 2009.

La Corte di Appello di Roma aveva, però, rigettato la domanda, rilevando che il giudizio di equa riparazione aveva avuto una durata complessiva di 3 anni e 8 mesi; dunque, data la complessità del giudizio aveva escluso la violazione del termine di ragionevole durata.

Secondo gli ermellini, invece, (Cass., sent. n. 8283 del 24/5/2012) “ove, come nel caso di specie, venga in rilievo un giudizio Pinto svoltosi anche davanti alla Corte di cassazione, la durata complessiva dei 2 gradi debba essere ritenuta ragionevole ove non ecceda la durata dei 2 anni, ritenendosi tale termine pienamente compatibile con le indicazioni desumibili dagli ultimi approdi della giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo e rispondente sia alla natura meramente sollecitatoria del termine di 4 mesi di cui all’articolo 3, comma 6, della legge 80/2001, sia della durata ragionevole del giudizio di cassazione che, anche in un procedimento di equa riparazione, non è suscettibile di compressione oltre il limite più volte ritenuto ragionevole di 1 anno”.
« Ultima modifica: Maggio 28, 2012, 20:29:51 da luca_1966 » Registrato
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