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Autore Discussione: CASSAZIONE - speditezza processi  (Letto 52202 volte)
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« Risposta #30 inserito:: Maggio 28, 2012, 20:29:32 »

Luca cosa significa? che da ora le cause avranno un limite di 2 anni?
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luca_1966
Utente non iscritto
« Risposta #31 inserito:: Maggio 28, 2012, 20:35:59 »

A breve termine credo significhi che sarà prassi dell'avvocato impugnare anche la durata del processo ex l. 89/01 contestualmente al ricorso (di 1°, 2° o per cass.). A lungo termine, forse, l'applicazione regolare delle sanzioni potrebbe condurre ad un adeguamento della Giustizia italiana agli standard europei..
Registrato
luca_1966
Utente non iscritto
« Risposta #32 inserito:: Luglio 15, 2012, 23:40:26 »

L'utente By_S@ro ha chiesto lumi circa la lunga attesa cui è costretto prima di poter considerare concluso il proprio contenzioso con Poste.

La discussione originale si trova qui:

http://www.mondoposte.it/smf/index.php?topic=7318.0

L'azienda è ricorsa per cassazione più di 3 anni e mezzo fa (quindi nella seconda metà del 2008), ma della discussione non c'è ancora traccia. L'utente Labicana ha accennato agli artt. 275 e 280 bis del cod. proc. civ. ed alle innovazioni introdotte dalla riforma del processo civile (Capo IV della legge 18/6/2009, n. 69). Risulta che le modifiche previste dall'art. 47, comma 1, della legge 69/2009 - ed in particolare dalle lettere c) [1] ed e), nn. 1) e 2) [2] - abbiano introdotto nell'iter procedurale della Cassazione un controllo preventivo, a cura del relatore, delle cause in attesa di discussione, con deposizione di una relazione da cui possa preventivarsene l'esito (se il ricorso appaia evidentemente ammissibile o meno, accoglibile o rigettabile, ovvero se risulti al relatore manifestamente fondato o manifestamente infondato). È possibile che questa scrupolosa catalogazione riguardi solo i nuovi ricorsi, e cioè quelli successivi alla riforma del 2009. Si spiegherebbe così il perché la causa di By_S@ro, depositata prima del 2009, giaccia ancora nel faldone, mentre quella di altri suoi colleghi è stata decisa dopo meno di 2 anni. Non è nemmeno da escludere che l'esito della causa di By_S@ro sia stato valutato dal relatore come tutt'altro che scontato, e che dunque la causa, descritta nella relazione come complessa, abbia ceduto il passo alle altre. Magari lo scopriremo in un prossimo futuro..

[1]  Legge 69/2009, art. 47, comma 1, lett. c)
http://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:2009-06-18;69~art32

<<c) l'articolo 380-bis è sostituito dal seguente:
"Art. 380-bis. - (Procedimento per la decisione sull'inammissibilità del ricorso e per la decisione in camera di consiglio).
- Il relatore della sezione di cui all'articolo 376, 1° comma, 1° periodo, se appare possibile definire il giudizio ai sensi dell'articolo 375, 1° comma,  numeri  1) e 5), deposita in cancelleria una relazione con la concisa esposizione delle ragioni che possono giustificare la relativa pronuncia. Il presidente fissa con decreto l'adunanza della Corte. Almeno 20 giorni prima della data stabilita per l'adunanza, il decreto e la relazione sono comunicati al pubblico ministero e notificati agli avvocati delle parti, i quali hanno facoltà di presentare, il primo conclusioni  scritte, e i secondi memorie, non oltre 5 giorni prima e di chiedere di essere sentiti, se compaiono. Se il ricorso non è dichiarato inammissibile, il relatore nominato ai sensi dell'articolo 377,  1° comma, ultimo periodo, quando appaiono ricorrere le ipotesi previste dall'articolo 375, 1° comma, numeri  2) e 3), deposita in cancelleria una relazione con la concisa esposizione dei motivi in  base ai quali ritiene che il ricorso possa essere deciso in camera di consiglio e si applica il 2° comma. Se ritiene che non ricorrono le ipotesi previste dall'articolo 375, 1° comma, numeri 2) e 3), la Corte rinvia la causa alla pubblica udienza";>>


[2] Legge 69/2009, art. 47, comma 1, lett. e), nn. 1) e 2)

<<e) all'articolo 375 sono apportate le seguenti modificazioni:
1) al 1° comma, il numero 1) è sostituito dal seguente: "1)  dichiarare l'inammissibilità del ricorso principale e di quello incidentale eventualmente proposto, anche per mancanza dei motivi previsti dall'articolo 360";
2) al 1° comma, il numero 5) è sostituito dal seguente: "5)  accogliere o rigettare il ricorso principale e l'eventuale ricorso incidentale per manifesta fondatezza o infondatezza".>>.

_ _ _ _

Predicare bene e razzolare male?

CORTE DI CASSAZIONE
Sent. n. 8283 del 24/5/2012

<<..Ove ..venga in rilievo un giudizio Pinto svoltosi anche davanti alla Corte di cassazione,

la durata complessiva dei 2 gradi [deve] essere ritenuta ragionevole ove non ecceda la durata dei 2 anni, ritenendosi tale termine pienamente compatibile con le indicazioni desumibili dagli ultimi approdi della giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo e rispondente

sia alla natura meramente sollecitatoria del termine di 4 mesi di cui all’articolo 3, comma 6, della legge 80/2001,


sia della durata ragionevole del giudizio di cassazioneche, anche in un procedimento di equa riparazione, non è suscettibile di compressione oltre il limite più volte ritenuto ragionevole di 1 anno..>>.

(vedi interv. #29 di questa discussione)
« Ultima modifica: Luglio 16, 2012, 00:12:29 da luca_1966 » Registrato
luca_1966
Utente non iscritto
« Risposta #33 inserito:: Luglio 18, 2012, 22:14:48 »

È possibile seguire l'iter giudiziario del proprio fascicolo in rete..

(<<Servizi Online Uffici Giudiziari (Min. d. Giustizia)

Consultazione pubblica dei registri
Per accedere alle informazioni (visualizzate in forma anonima) sullo stato dei procedimenti..
>>)

Diciamo subito che non serve tantissimo, ma se uno volesse ad esempio consultare lo stato del proprio fascicolo, conoscendo il numero di iscrizione del proprio ricorso al ruolo generale, oppure, conoscendo il numero e l'anno di una sentenza, volesse conoscerne l'iter, non la sentenza, per vedere se il giudice che l'ha emessa ha rinviato, quante volte, se ha richiesto testimoni, ecc. ecc., se è stato sostituito, ecc. ecc. da ora può farlo online al seguente link:

http://pst.giustizia.it/PST/it/pst_2_6.wp

il servizio è ancora in fase sperimentale e qualche volta può dare degli errori, ma in linea generale funge.
_ _ _ _

Un po' fuori tema, ma se la superficie calpestabile del "palazzo" di Giustizia di Catania passerà da 3.500 mq a 1.800 mq, sviluppandosi sotto il livello del suolo per un costo dell'affitto più che raddoppiato, si giustificheranno forse eventuali rinvii delle udienze, oltre, in linea di principio, il contributo unificato ora dovuto a livello nazionale per aprire (anche) una causa-lavoro.

IeneSicule, 23/6/2012
http://www.ienesiciliane.it/cronaca/5068-catania-lavoro-una-giustizia-da-sottoscala.html

Catania, lavoro? Giustizia nel sottoscala

<<..mentre quella che doveva diventare la “cittadella della giustizia”, il palazzo ex sede delle poste al viale Africa, marcisce nel degrado, il tribunale sezione lavoro cambia sede: da via Verona a via Guardia della Carvana, passando da uno spazio di 3.600 metri quadrati per 350.000 euro circa all’anno di spesa d’affitto a 1.800 metri quadrati per quasi 800.000 euro all’anno e la necessità di lavori ulteriori di adeguamento. Inoltre, le udienze di primo grado si terranno in un piano seminterrato, a livello della strada e i magistrati per accedere alle loro stanze dovranno utilizzare una scala condominiale..>>.
« Ultima modifica: Luglio 18, 2012, 23:06:49 da luca_1966 » Registrato
luca_1966
Utente non iscritto
« Risposta #34 inserito:: Luglio 27, 2012, 22:43:36 »

È possibile seguire l'iter giudiziario del proprio fascicolo in rete..

http://pst.giustizia.it/PST/it/pst_2_6.wp

(<<Servizi Online Uffici Giudiziari (Min. d. Giustizia)

Consultazione pubblica dei registri
Per accedere alle informazioni (visualizzate in forma anonima) sullo stato dei procedimenti..
>>)

Un utente commenta:

"ho provato, ma a quanto pare è utile solo per prima udienza e appello (oppure io non trovo la voce che riguarda la cassazione)".
« Ultima modifica: Luglio 27, 2012, 22:44:20 da luca_1966 » Registrato
luca_1966
Utente non iscritto
« Risposta #35 inserito:: Agosto 14, 2012, 00:00:44 »

Colpo di Sole 24 Ore, 26/3/2012

RIFORMA LAVORO: COME CAMBIA IL PROCESSO
(di Francesca Barbieri, Andrea Curiat, Valentina Melis)

(...)

EFFETTI DEL COLLEGATO LAVORO

Da Bologna, il presidente della sezione lavoro, Giovanni Benassi, sottolinea che il costante incremento dei contenziosi avviato nel 2010 è dovuto alla «massiccia ondata di ricorsi arrivati per effetto del Collegato lavoro (che ha imposto nuovi termini per l'impugnazione del licenziamento, ndr) e per lo sviluppo del contenzioso sulla stabilizzazione dei precari della scuola». Sempre a Bologna «le sopravvenienze del solo 2011 - continua Benassi - sono state superiori di quasi il 48% rispetto alla media dei procedimenti arrivati nel decennio precedente».

(...)

Il Sole 24 Ore, 23/7/2012

CAUSE DI LAVORO, È INGORGO NEI TRIBUNALI
(di Francesca Barbieri e Valentina Melis)

Un nuovo processo con termini "compressi" per legge che difficilmente potranno essere rispettati nelle aule dei tribunali. Una corsia preferenziale per i licenziamenti che rischia di stoppare tutte le altre cause di lavoro. E soprattutto, la certezza che l'ingorgo nei tribunali - già ingolfati - aumenterà. Da Nord a Sud, i giudici vedono poche luci e tante ombre sul nuovo rito processuale per i licenziamenti ex articolo 18, uno dei tasselli della riforma Fornero in vigore da mercoledì scorso. Una riforma a costo zero, che porta da 3 a 4 le fasi di giudizio, lasciando inalterata la squadra di magistrati in campo: nei tribunali sono 453 (426 giudici e 27 presidenti di sezione) per circa 300mila processi in lista d'attesa in materia di lavoro privato e pubblico impiego. Come dire oltre 600 cause all'anno a testa (si veda anche Il Sole 24 Ore del Lunedì del 26 marzo).

I magistrati sono dunque perplessi per una riforma che chiede l'applicazione della massima velocità per i processi sui licenziamenti, ma non mette a disposizione forze aggiuntive, né come giudici, né come personale amministrativo. Inoltre - fanno notare - è mancata completamente una fase transitoria, che evitasse il debutto delle nuove regole del processo proprio nel bel mezzo dell'estate.

Il presidente della sezione lavoro del tribunale di Bologna, Giovanni Benassi, chiede addirittura la sospensione per decreto legge del nuovo rito speciale, «che può determinare – spiega – danni irreversibili all'amministrazione della giustizia del lavoro nei prossimi anni».

Un altro punto su cui si concentrano le critiche dei giudici - ma anche degli avvocati - è lo sdoppiamento del primo grado: il ricorso sommario e l'opposizione in tribunale, che rischiano di far aumentare carichi di lavoro e costi. Per ogni fase del procedimento, poi, sono stati previsti termini molto stretti, fino al giudizio della Cassazione, che dovrà fissare l'udienza non oltre 6 mesi dal ricorso.
L'accelerazione sulle liti relative ai licenziamenti, inoltre, rischierà di pesare sulle altre cause per mobbing, demansionamento, trasferimenti e così via. «Creando una corsia veloce per alcuni procedimenti, si rallentano tutti gli altri», spiega Marco Buzano, presidente della sezione lavoro del tribunale di Torino. «Per fare un esempio - continua - un lavoratore che rivendica il pagamento di 10mila euro potrà vedersi fissare l'udienza dopo un anno». Dal tribunale di Palermo - dove "pendono" oltre 16mila cause di lavoro, con una durata media di 2-3 anni - il presidente della sezione, Antonio Ardito, sottolinea: «Con l'organico attuale e con le udienze già programmate, sarà possibile prevedere un'ulteriore udienza ad hoc per i licenziamenti, come richiesto dalla legge, solo da ottobre del prossimo anno: nel frattempo i singoli magistrati potranno destinare solo alcune ore a queste cause». Stessa linea a Monza, dove il calendario è fissato fino alla primavera del 2013: la presidente della sezione lavoro, Marisa Nardo, stima un aumento del 30% delle cause per effetto della riforma.

L'ingorgo è destinato a crescere anche perché la nuova fase di urgenza iniziale prevista dalla riforma fa aumentare da 3 a 4 gli step del giudizio. «È molto probabile - evidenzia Enrico Ravera, presidente della sezione lavoro del tribunale di Genova - che alla fase sommaria seguirà quella di opposizione, con un appesantimento dei carichi non solo giudici ma anche del personale di cancelleria».

Critici anche gli avvocati: «La pecca maggiore - rileva Bruno Piacci, coordinatore della commissione lavoro del Consiglio nazionale forense - è l'introduzione di una quarta e inutile fase preliminare. Era sufficiente limitarsi a prevedere una corsia privilegiata per i procedimenti sui licenziamenti ex articolo 18». Parla di una «avventatezza inopinata e non necessaria», sull'introduzione del nuovo rito, Fabio Rusconi, presidente dell'Agi, l'associazione degli avvocati giuslavoristi italiani. «Visto che la reintegrazione del lavoratore è ormai marginale e non c'è più il rischio di gravi danni economici per le parti legati ai tempi lunghi, non si capisce l'urgenza di un rito che accorci ulteriormente i termini di un processo già molto snello e concentrato».

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-07-23/cause-lavoro-ingorgo-tribunali-063740.shtml?uuid=AbJWnECG


Art. 2, comma 1 bis, Dlgs 368/2001 - clausola imperativa di contingentamento

Il presidente della sezione lavoro del Tribunale di Bologna, Giovanni Benassi, avrà il suo bel daffare ad armonizzare le diverse posizioni. Finché l'armonizzazione non calerà da più in alto..
« Ultima modifica: Agosto 14, 2012, 00:04:41 da luca_1966 » Registrato
luca_1966
Utente non iscritto
« Risposta #36 inserito:: Ottobre 06, 2012, 14:47:26 »

NUOVO PROCEDIMENTO EX LEGGE PINTO (DOPO LE MODIFICHE EX D.L. 83/2012)

http://www.lexform.it/aggiornamenti/il-nuovo-procedimento-ex-legge-pinto-dopo-le-modifiche-ex-d-l-832012/

Tra parentesi quadra le [note dell'avv. Mirco Minardi - Ancona], autore dell'articolo.

<<PRESUPPOSTI DEL PROCEDIMENTO

 - Il procedimento presupposto deve essere definito (cioè concluso con provvedimento passato in giudicato) [è questa una delle novità più salienti introdotte dal D.L. 83/2012] da non più di 6 mesi (art. 4).
 - Si considera rispettato il termine ragionevole se il processo non eccede la durata di 3 anni in 1° grado, di 2 anni in 2° grado, di 1 anno nel giudizio di legittimità. Ai fini del computo della durata, il processo si considera iniziato con il deposito del ricorso introduttivo del giudizio ovvero con la notificazione dell’atto di citazione (art. 2, co. 2 bis).
 - Si considera rispettato il termine ragionevole se il procedimento di esecuzione forzata si è concluso in tre anni, e se la procedura concorsuale si è conclusa in sei anni (art. 2, co. 2 bis).
 - Il processo penale si considera iniziato con l’assunzione della qualità di imputato, di parte civile o di responsabile civile, ovvero quando l’indagato ha avuto legale conoscenza della chiusura delle indagini preliminari (art. 2, co. 2 bis).
 - Se nel complesso il procedimento è durato meno di 6 anni non si ha diritto a nessuna equa riparazione (art. 2, co. 2 ter) [La norma, mi pare, deve essere interpretata nel senso che se il procedimento svoltosi con tutti i gradi previsti è durato meno di 6 anni, non si ha diritto all’equa riparazione anche se, ad esempio, il primo grado è durato un anno, mentre il secondo 3 e il giudizio di legittimità 2.  Non credo, infatti, che la norma possa interpretarsi nel senso che se il processo di primo grado è durato sei anni, e le parti non hanno proposto impugnazione, non si ha diritto all’equa riparazione.].

GIUDICE COMPETENTE

La domanda si propone con ricorso al presidente della corte d’appello del distretto in cui ha sede il giudice competente, ai sensi dell’ articolo 11 del codice di procedura penale, a giudicare nei procedimenti riguardanti i magistrati, nel cui distretto è concluso o estinto relativamente ai gradi di merito il procedimento nel cui ambito la violazione si assume verificata (art. 3, co. 1). [Pertanto, se la violazione riguarda il giudizio di cassazione, occorre comunque fare riferimento al luogo in cui si è svolto il giudizio di merito per individuare il giudice competente.]

LEGITTIMAZIONE PASSIVA

Il ricorso è proposto nei confronti del Ministro della giustizia quando si tratta di procedimenti del giudice ordinario, del Ministro della difesa quando si tratta di procedimenti del giudice militare. Negli altri casi è proposto nei confronti del Ministro dell’economia e delle finanze (art. 3, co. 2).

PROCEDIMENTO

 - Il ricorso deve indicare l’ufficio giudiziario, le parti, l’oggetto, le ragioni della domanda e le conclusioni, e, tanto l’originale quanto le copie da notificare, debbono essere sottoscritti dalla parte, se essa sta in giudizio personalmente, oppure dal difensore, che indica il proprio codice fiscale. Il difensore deve, altresì, indicare l’indirizzo di posta elettronica certificata comunicato al proprio ordine e il proprio numero di fax (art. 3, co. 1).
 - Unitamente al ricorso occorre produrre copia autentica (e dunque non è più sufficiente la copia semplice) di tutti gli atti, di tutti i verbali, di tutti i provvedimenti interinali e a definizione de procedimento. Se la domanda non è giustificata, il giudice invita la parte a provvedere entro un termine, scaduto il quale la domanda viene rigettata con decreto (art. 3, co. 3).
 - Se accoglie il ricorso, il giudice ingiunge all’amministrazione contro cui è stata proposta la domanda di pagare senza dilazione la somma liquidata a titolo di equa riparazione, autorizzando in mancanza la provvisoria esecuzione (art. 3, co. 5).
 - Nel decreto il giudice liquida le spese del procedimento e ne ingiunge il pagamento (art. 3, co. 5).
 - Se il ricorso è in tutto o in parte respinto la domanda non può essere riproposta, ma la parte può fare opposizione a norma dell’articolo 5 – ter (art. 3, co. 6).
 - Il ricorso e il decreto, a pena di inefficacia [In tal caso il ricorso non può essere ridepositato (art. 5, co. 2).], devono essere notificati al Ministro legittimato entro 30 giorni dal deposito del provvedimento in cancelleria [E non quindi dalla comunicazione, con seri dubbi di costituzionalità.].
 - La notificazione del ricorso e del decreto rende improponibile l’opposizione e comporta acquiescenza al decreto da parte del ricorrente [Pertanto la parte ricorrente insoddisfatta non deve notificare il ricorso, bensì direttamente opporlo.] (art. 5, co. 3).

DELLA EVENTUALE OPPOSIZIONE

 - Contro il decreto che ha deciso sulla domanda di equa riparazione può essere proposta opposizione nel termine perentorio di 30 giorni dalla comunicazione del provvedimento ovvero dalla sua notificazione (5 ter, 1° co.).
 - L’opposizione si propone con ricorso davanti all’ufficio giudiziario al quale appartiene il giudice che ha emesso il decreto (5 ter, 2° co.).
 - La corte d’appello provvede in camera di consiglio ai sensi degli articoli 737 e ss. c.p.c., ma del collegio non può far parte il giudice che ha emanato il provvedimento impugnato (5 ter, 3° co.).
 - L’opposizione non sospende l’esecuzione del provvedimento. Il collegio, tuttavia, quando ricorrono gravi motivi, può, con ordinanza non impugnabile, sospendere l’efficacia esecutiva del decreto opposto (5 ter, 4° co.).
 - La corte pronuncia, entro 4 mesi dal deposito del ricorso, decreto impugnabile per cassazione. Il decreto è immediatamente esecutivo (5 ter, 5° co.).

INDENNIZZO

 - Nell’accertare la violazione il giudice valuta la complessità del caso, l’oggetto del procedimento, il comportamento delle parti e del giudice durante il procedimento, nonché’ quello di ogni altro soggetto chiamato a concorrervi o a contribuire alla sua definizione (art. 2, co. 2). L’indennizzo è fissato tra un minimo ed un massimo (da € 500,00 a € 1500,00 per ciascun anno o frazione di anno superiore a 6 mesi).
 - L’equa riparazione è però esclusa: (a) in favore della parte soccombente condannata per responsabilità aggravata; (b) se la parte ha rifiutato senza giusto motivo la eventuale proposta conciliativa del giudice (ex art. 91, primo comma, secondo periodo, c.p.c.) o del mediatore (art. 13, primo comma, primo periodo, d. lgs. 28/2010) in caso di accoglimento della domanda in misura corrispondente alla proposta; (c) nel caso di estinzione del reato per intervenuta prescrizione connessa a condotte dilatorie della parte; (d) quando l’imputato non ha depositato istanza di accelerazione del processo penale nei trenta giorni successivi al superamento dei termini cui all’articolo 2-bis (3 anni primo grado, 2 il secondo, 1 nel giudizio di legittimità); (e) in ogni altro caso di abuso dei poteri processuali che abbia determinato una ingiustificata dilazione dei tempi del procedimento (art. 2, co. 2-quinquies).
 - Ai fini del computo non si tiene conto del tempo in cui il processo è sospeso e di quello intercorso tra il giorno in cui inizia a decorrere il termine per proporre l’impugnazione e la proposizione della stessa (art. 2, co. 2-quater).
 - L’indennizzo è determinato a norma dell’articolo 2056 del codice civile, tenendo conto: a) dell’esito del processo nel quale si è verificata la violazione di cui al comma 1 dell’articolo 2; b) del comportamento del giudice e delle parti; c) della natura degli interessi coinvolti; d) del valore e della rilevanza della causa, valutati anche in relazione alle condizioni personali della parte (art. 2, co. 2).
 - La misura dell’indennizzo, anche in deroga al comma 1 dell’art. 2-bis, non può in ogni caso essere superiore al valore della causa o, se inferiore, a quello del diritto accertato dal giudice (art. 2, co. 3).

SANZIONE PROCESSUALE

In caso di domanda inammissibile o manifestamente infondata, il giudice [Sia il Presidente o un suo delegato, sia la corte d’appello.] può condannare il ricorrente al pagamento in favore della cassa delle ammende di una somma di denaro non inferiore ad euro 1.000 e non superiore ad euro 10.000 (5 quater).>>.

_ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _

LEGGE 24 marzo 2001, n. 89 (in Gazz. Uff., 3 aprile, n. 78). – Previsione di equa riparazione in caso di violazione del termine ragionevole del processo e modifica dell’articolo 375 del codice di procedura civile. (PINTO)

Art. 1 (omissis)

CAPO II

EQUA RIPARAZIONE

Art. 2 (Diritto all’equa riparazione)

Chi ha subìto un danno patrimoniale o non patrimoniale per effetto di violazione della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, ratificata ai sensi della legge 4 agosto 1955, n. 848, sotto il profilo del mancato rispetto del termine ragionevole di cui all’articolo 6, paragrafo 1, della Convenzione, ha diritto ad una equa riparazione.

Nell’accertare la violazione il giudice valuta la complessità del caso, l’oggetto del procedimento, il comportamento delle parti e del giudice durante il procedimento, nonché’ quello di ogni altro soggetto chiamato a concorrervi o a contribuire alla sua definizione (1).

2-bis. Si considera rispettato il termine ragionevole di cui al comma 1 se il processo non eccede la durata di tre anni in primo grado, di due anni in secondo grado, di un anno nel giudizio di legittimità. Ai fini del computo della durata il processo si considera iniziato con il deposito del ricorso introduttivo del giudizio ovvero con la notificazione dell’atto di citazione. Si considera rispettato il termine ragionevole se il procedimento di esecuzione forzata si è concluso in tre anni, e se la procedura concorsuale si è conclusa in sei anni. Il processo penale si considera iniziato con l’assunzione della qualità di imputato, di parte civile o di responsabile civile, ovvero quando l’indagato ha avuto legale conoscenza della chiusura delle indagini preliminari (2).

2-ter. Si considera comunque rispettato il termine ragionevole se il giudizio viene definito in modo irrevocabile in un tempo non superiore a sei anni (3).

2-quater. Ai fini del computo non si tiene conto del tempo in cui il processo è sospeso e di quello intercorso tra il giorno in cui inizia a decorrere il termine per proporre l’impugnazione e la proposizione della stessa (4).

2-quinquies. Non è riconosciuto alcun indennizzo:

a) in favore della parte soccombente condannata a norma dell’articolo 96 del codice di procedura civile;

b) nel caso di cui all’articolo 91, primo comma, secondo periodo, del codice di procedura civile;

c) nel caso di cui all’articolo 13, primo comma, primo periodo, del decreto legislativo 4 marzo 2010, n. 28;

d) nel caso di estinzione del reato per intervenuta prescrizione connessa a condotte dilatorie della parte;

e) quando l’imputato non ha depositato istanza di accelerazione del processo penale nei trenta giorni successivi al superamento dei termini cui all’articolo 2-bis.

f) in ogni altro caso di abuso dei poteri processuali che abbia determinato una ingiustificata dilazione dei tempi del procedimento (6).

[ 3. Il giudice determina la riparazione a norma dell'articolo 2056 del codice civile, osservando le disposizioni seguenti:

a) rileva solamente il danno riferibile al periodo eccedente il termine ragionevole di cui al comma 1;

b) il danno non patrimoniale è riparato, oltre che con il pagamento di una somma di denaro, anche attraverso adeguate forme di pubblicità della dichiarazione dell'avvenuta violazione. ] (7)

(1) Comma sostituito dall’articolo 55, comma 1, lettera a), numero 1), del D.L. 22 giugno 2012, n. 83.
(2) Comma aggiunto dall’articolo 55, comma 1, lettera a), numero 2), del D.L. 22 giugno 2012, n. 83.
(3) Comma aggiunto dall’articolo 55, comma 1, lettera a), numero 2), del D.L. 22 giugno 2012, n. 83.
(4) Comma aggiunto dall’articolo 55, comma 1, lettera a), numero 2), del D.L. 22 giugno 2012, n. 83.
(5) Comma aggiunto dall’articolo 55, comma 1, lettera a), numero 2), del D.L. 22 giugno 2012, n. 83.
(6) Comma aggiunto dall’articolo 55, comma 1, lettera a), numero 2), del D.L. 22 giugno 2012, n. 83.
(7) Comma abrogato dall’articolo 55, comma 1, lettera a), numero 3), del D.L. 22 giugno 2012, n. 83.

Art. 2 bis (Misura dell’indennizzo) (1).

1. Il giudice liquida a titolo di equa riparazione una somma di denaro, non inferiore a 500 euro e non superiore a 1.500 euro, per ciascun anno, o frazione di anno superiore a sei mesi, che eccede il termine ragionevole di durata del processo.

2. L’indennizzo è determinato a norma dell’articolo 2056 del codice civile, tenendo conto:

a) dell’esito del processo nel quale si è verificata la violazione di cui al comma 1 dell’articolo 2;

b) del comportamento del giudice e delle parti;

c) della natura degli interessi coinvolti;

d) del valore e della rilevanza della causa, valutati anche in relazione alle condizioni personali della parte.

3. La misura dell’indennizzo, anche in deroga al comma 1, non può in ogni caso essere superiore al valore della causa o, se inferiore, a quello del diritto accertato dal giudice.

(1) Articolo aggiunto dall’articolo 55, comma 1, lettera b), del D.L. 22 giugno 2012, n. 83.

Art. 3 (Procedimento) (1)

1. La domanda di equa riparazione si propone con ricorso al presidente della corte d’appello del distretto in cui ha sede il giudice competente ai sensi dell’ articolo 11 del codice di procedura penale a giudicare nei procedimenti riguardanti i magistrati nel cui distretto è concluso o estinto relativamente ai gradi di merito il procedimento nel cui ambito la violazione si assume verificata. Si applica l’ articolo 125 del codice di procedura civile.

2. Il ricorso è proposto nei confronti del Ministro della giustizia quando si tratta di procedimenti del giudice ordinario, del Ministro della difesa quando si tratta di procedimenti del giudice militare. Negli altri casi è proposto nei confronti del Ministro dell’economia e delle finanze.

3. Unitamente al ricorso deve essere depositata copia autentica dei seguenti atti:

a) l’atto di citazione, il ricorso, le comparse e le memorie relativi al procedimento nel cui ambito la violazione si assume verificata;

b) i verbali di causa e i provvedimenti del giudice;

c) il provvedimento che ha definito il giudizio, ove questo si sia concluso con sentenza od ordinanza irrevocabili.

4. Il presidente della corte d’appello, o un magistrato della corte a tal fine designato, provvede sulla domanda di equa riparazione con decreto motivato da emettere entro trenta giorni dal deposito del ricorso. Si applicano i primi due commi dell’ articolo 640 del codice di procedura civile.

5. Se accoglie il ricorso, il giudice ingiunge all’amministrazione contro cui è stata proposta la domanda di pagare senza dilazione la somma liquidata a titolo di equa riparazione, autorizzando in mancanza la provvisoria esecuzione. Nel decreto il giudice liquida le spese del procedimento e ne ingiunge il pagamento.

6. Se il ricorso è in tutto o in parte respinto la domanda non può essere riproposta, ma la parte può fare opposizione a norma dell’articolo 5-ter.

7. L’erogazione degli indennizzi agli aventi diritto avviene nei limiti delle risorse disponibili.

(1) Articolo modificato dall’articolo 1, comma 1224, della legge 27 dicembre 2006, n. 296 e, successivamente, sostituito dall’articolo 55, comma 1, lettera c), del D.L. 22 giugno 2012, n. 83, con la decorrenza di cui al comma 2 del medesimo decreto.

Art. 4 (Termine di proponibilità) (1)

1. La domanda di riparazione può essere proposta, a pena di decadenza, entro sei mesi dal momento in cui la decisione che conclude il procedimento è divenuta definitiva.

(1) Articolo sostituito dall’articolo 55, comma 1, lettera d), del D.L. 22 giugno 2012, n. 83 , con la decorrenza di cui al comma 2 del medesimo decreto.

Art. 5 (Notificazioni e comunicazioni) (1)

1. Il ricorso, unitamente al decreto che accoglie la domanda di equa riparazione, è notificato per copia autentica al soggetto nei cui confronti la domanda è proposta.

2. Il decreto diventa inefficace qualora la notificazione non sia eseguita nel termine di trenta giorni dal deposito in cancelleria del provvedimento e la domanda di equa riparazione non può essere più proposta.

3. La notificazione ai sensi del comma 1 rende improponibile l’opposizione e comporta acquiescenza al decreto da parte del ricorrente.

4. Il decreto che accoglie la domanda è altresì comunicato al procuratore generale della Corte dei conti, ai fini dell’eventuale avvio del procedimento di responsabilità, nonché’ ai titolari dell’azione disciplinare dei dipendenti pubblici comunque interessati dal procedimento.

(1) Articolo sostituito dall’articolo 55, comma 1, lettera e), del D.L. 22 giugno 2012, n. 83, con la decorrenza di cui al comma 2 del medesimo decreto.

Art. 5 bis (Gratuità del procedimento)

 [ 1. Il procedimento di cui all'articolo 3 è esente dal pagamento del contributo unificato di cui all'articolo 9 della legge 23 dicembre 1999, n. 488. Il procedimento iscritto prima del 13 marzo 2002 è esente dall'imposta di bollo, dai diritti di cancelleria e dai diritti di chiamata di causa dell'ufficiale giudiziario.] (1)

(1) Articolo inserito dall’articolo 2 del D.L. 11 marzo 2002, n. 28, e successivamente abrogato dall’articolo 299 del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, a decorrere dal 1° luglio 2002.

Art. 5 ter (Opposizione) (1)

1. Contro il decreto che ha deciso sulla domanda di equa riparazione può essere proposta opposizione nel termine perentorio di trenta giorni dalla comunicazione del provvedimento ovvero dalla sua notificazione.

2. L’opposizione si propone con ricorso davanti all’ufficio giudiziario al quale appartiene il giudice che ha emesso il decreto. Si applica l’ articolo 125 del codice di procedura civile.

3. La corte d’appello provvede ai sensi degli articoli 737 e seguenti del codice di procedura civile. Del collegio non può far parte il giudice che ha emanato il provvedimento impugnato.

4. L’opposizione non sospende l’esecuzione del provvedimento. Il collegio, tuttavia, quando ricorrono gravi motivi, può, con ordinanza non impugnabile, sospendere l’efficacia esecutiva del decreto opposto.

5. La corte pronuncia, entro quattro mesi dal deposito del ricorso, decreto impugnabile per cassazione. Il decreto è immediatamente esecutivo.

(1) Articolo inserito dall’articolo 55, comma 1, lettera f), del D.L. 22 giugno 2012, n. 83, con la decorrenza di cui al comma 2 del medesimo decreto.

Art. 5 quater (Sanzioni processuali) (1)

1. Con il decreto di cui all’ articolo 3, comma 4 , ovvero con il provvedimento che definisce il giudizio di opposizione, il giudice, quando la domanda per equa riparazione è dichiarata inammissibile ovvero manifestamente infondata, può condannare il ricorrente al pagamento in favore della cassa delle ammende di una somma di denaro non inferiore ad euro 1.000 e non superiore ad euro10.000.

(1) Articolo inserito dall’articolo 55, comma 1, lettera f), del D.L. 22 giugno 2012, n. 83, con la decorrenza di cui al comma 2 del medesimo decreto.

Art. 6 (Norma transitoria)

1. Nel termine di sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, coloro i quali abbiano già tempestivamente presentato ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo, sotto il profilo del mancato rispetto del termine ragionevole di cui all’articolo 6, paragrafo 1, della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, ratificata ai sensi della legge 4 agosto 1955, n. 848, possono presentare la domanda di cui all’articolo 3 della presente legge qualora non sia intervenuta una decisione sulla ricevibilità da parte della predetta Corte europea. In tal caso, il ricorso alla corte d’appello deve contenere l’indicazione della data di presentazione del ricorso alla predetta Corte europea (1).

2. La cancelleria del giudice adito informa senza ritardo il Ministero degli affari esteri di tutte le domande presentate ai sensi dell’articolo 3 nel termine di cui al comma 1 del presente articolo.

(1) Il termine di cui al presente comma è prorogato al 18 aprile 2002 dall’articolo 1 del D.L. 12 ottobre 2001, n. 370.

Art. 7 (Disposizioni finanziarie)

1. All’onere derivante dall’attuazione della presente legge, valutato in lire 12.705 milioni a decorrere dall’anno 2002, si provvede mediante corrispondente riduzione delle proiezioni dello stanziamento iscritto, ai fini del bilancio triennale 2001-2003, nell’ambito dell’unità previsionale di base di parte corrente “Fondo speciale” dello stato di previsione del Ministero del tesoro, del bilancio e della programmazione economica per l’anno 2001, allo scopo parzialmente utilizzando l’accantonamento relativo al medesimo Ministero.

2. Il Ministro del tesoro, del bilancio e della programmazione economica è autorizzato ad apportare, con propri decreti, le occorrenti variazioni di bilancio.

La presente legge, munita del sigillo dello Stato, sarà inserita nella Raccolta ufficiale degli atti normativi della Repubblica italiana. É fatto obbligo a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato.
« Ultima modifica: Ottobre 06, 2012, 14:53:11 da luca_1966 » Registrato
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« Risposta #37 inserito:: Ottobre 14, 2012, 19:25:39 »

A proposito di lungaggini nello svolgimento del processo, si è posta spesso l'attenzione alla decisione, da parte della Corte di Cassazione, di cassare la sentenza sottoposta al giudizio di legittimità e rinviarla all'appello, affinché questo collegio, in diversa composizione, riveda la decisione nel merito <<alla luce dei principi indicati>> dalla S.C. I tempi per una sentenza "definitivamente definitiva", di conseguenza, si allungano. Talvolta, però, la S.C. può decidere direttamente anche nel merito, come nel caso (quasi scontato) di conferma del dispositivo della sentenza impugnata:

Cassazione, sent. n. 11659 del 11/7/2012.

<<..Secondo l'insegnamento di questa Corte (cfr., in particolare, Cass. 1 febbraio 2010 n. 2313), alla luce dei principi di economia processuale e della ragionevole durata del processo come costituzionalizzato nell'art. 111 Cost., comma 2, nonchè di una lettura costituzionalmente orientata dell'attuale art. 384 cod. proc. civ. ispirata a tali principi, una volta verificata l'omessa pronuncia su un motivo di appello, la Corte di cassazione può omettere la cassazione con rinvio della sentenza impugnata e decidere la causa nel merito allorquando la questione di diritto posta con il suddetto motivo risulti infondata, di modo che la pronuncia da rendere viene a confermare il dispositivo della sentenza di appello (determinando l'inutilità di un ritorno della causa in fase di merito), sempre che si tratti di questione che non richiede ulteriori accertamenti di fatto.>>

http://www.altalex.com/index.php?idnot=59145

già pubblicata nel forum
http://www.mondoposte.it/smf/index.php?topic=7349.msg122342#msg122342
« Ultima modifica: Ottobre 14, 2012, 19:28:50 da luca_1966 » Registrato
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« Risposta #38 inserito:: Ottobre 24, 2012, 22:50:36 »

<<La giustizia italiana va semplificata anche attraverso una revisione del sistema delle impugnazioni, che attualmente <<è difficilmente compatibile con il precetto costituzionale della ragionevole durata del processo e rappresenta un'anomalia tutta italiana nel panorama europeo>>. ..<<Non possiamo più permetterci 3 gradi di giudizio per ogni controversia, indipendentemente dalla sua natura>>.

Sito DagoSpia
http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/no-tav-tra-gli-indagati-anche-ex-brigatisti-bersani-non-crede-alle-trame-del-34810.htm

A dirlo sarebbe stato tempo fa Michele Vietti, vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura. L'organigramma parte così:

<<PRESIDENTE CSM: GIORGIO NAPOLITANO Presidente della Repubblica

VICE PRESIDENTE CSM: MICHELE VIETTI Componente eletto dal Parlamento..>>.


Composizione CSM 2010-2014 - sito ufficiale
http://astra.csm.it/dynamic/pages/ComposizioneConsiglio.php

<<...Michele Vietti, che aderisce dal 2007 all'UDC, ..ha ricoperto incarichi governativi come sottosegretario al Ministero della Giustizia (2° Governo Berlusconi) e sottosegretario al Ministero dell'Economia e delle Finanze (3° Governo Berlusconi)...>>.

http://it.wikipedia.org/wiki/Michele_Vietti
_ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _

UDC.. Grin


<<Un fotogramma non recentissimo, scatto di Umberto Pizzi, contenuto nel libro
Cafonal.. Nulla di male, è noto che Michele Vietti è tutt’altro che insensibile al fasci-
no femminile e, come il suo leader, talmente impegnato a sostenere la famiglia, da
averne create almeno un paio..>>.

http://www.lospiffero.com/cantina/in-rete-il-bunga-bunga-di-vietti-5626.html

« Ultima modifica: Ottobre 24, 2012, 22:51:58 da luca_1966 » Registrato
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« Risposta #39 inserito:: Novembre 11, 2012, 01:19:25 »



DIALOGO (DI FANTASIA) TRA DUE GIUDICI.

 - Come fai a decidere quasi 50 cause-licenziamento in un mese?
 - Semplice, rinvio (senza leggerle) quelle relative al precariato, ai contratti a termine.

 - ...con il Collegato lavoro, il risarcimento non può superare le 12 mensilità. Passato un anno, puoi rinviare ad oltranza.
 - ...le conseguenze cadono su quei poveretti dei ricorsisti.. Ma il Tribunale di Napoli ...ha sollevato questione di legittimità presso la Corte di Giustizia Europea.. Non è che poi tutti questi rinvii ...debbano essere monetizzati?
 - ...ben prima che la CGUE si esprima ...sull'art. 32 della legge 183/2010, Poste Italiane SpA avrà proposto ...un accordo conciliativo ai suoi ricorrenti.
 - Si, ma tu credi che tutti firmino?
 - Ma il presidente di sezione non vi ha detto come stanno le cose? ...le cause contro Poste sono disincentivate... Anche a noi conviene rigettare ...1 ricorso e rinviarne altri 9. Quando verrà il tempo, di 9 ricorsi, 8 si risolveranno in poche righe: "..nelle more è cessato l'interesse ad agire..., per la sottoscrizione dell'accordo conciliativo..". Vuoi mettere il tempo risparmiato?...

Ecco un estratto della "Riforma Fornero" da cui si comprende che alla risoluzione delle cause-lavoro incentrate sui licenziamenti (commi da 47 a 64) è per legge riservata, nei tribunali, una corsia preferenziale (commi 65 e segg.), a detrimento, è da immaginare, di tutte le altre cause-lavoro. Credo che i rinvii delle cause riguardanti i contratti a termine siano destinati a cronicizzarsi. A proposito della <<introduzione di uno speciale rito di urgenza fino alla cassazione>>, il giuslavorista E. Ghera si chiede se <<non bastava l’attuale rito sommario?>>, ed osserva che <<allo scopo di rendere obbligatoria la corsia preferenziale che di fatto molti tribunali riservano alle cause di licenziamento, sarebbe stato sufficiente prevedere, in una disposizione di attuazione del codice di rito, l’obbligo di priorità della trattazione (si veda del resto il co. 65 del d. d. l. [vedi oltre]). Per il resto non c’è che da confidare nel rispetto dei termini, ovviamente ordinatori, imposti al giudice e alle parti.>>.

http://www.pietroichino.it/?p=22113
_ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _

LEGGE 28 giugno 2012 , n. 92 (Disposizioni in materia di riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita).
http://www.lavoro.gov.it/NR/rdonlyres/3027E62A-93CD-444B-B678-C64BB5049733/0/20120628_L_92.pdf

ART. 1 (Disposizioni generali, tipologie contrattuali e disciplina in tema di flessibilità in uscita e tutele del lavoratore)

1. 1. La presente legge dispone misure e interventi intesi a realizzare un mercato del lavoro inclusivo e dinamico, in grado di contribuire alla creazione di occupazione, in quantità e qualità, alla crescita sociale ed economica e alla riduzione permanente del tasso di disoccupazione...

(........)

47. Le disposizioni dei commi da 48 a 68 si applicano alle controversie aventi ad oggetto l'impugnativa dei licenziamenti nelle ipotesi regolate dall'articolo 18 della legge 20 maggio 1970, n. 300, e successive modificazioni, anche quando devono essere risolte questioni relative alla qualificazione del rapporto di lavoro.

48. La domanda avente ad oggetto l'impugnativa del licenziamento di cui al comma 47 si propone con ricorso al tribunale in funzione di giudice del lavoro. Il ricorso deve avere i requisiti di cui all'articolo 125 del codice di procedura civile. Con il ricorso non possono essere proposte domande diverse da quelle di cui al comma 47 del presente articolo, salvo che siano fondate sugli identici fatti costitutivi. A seguito della presentazione del ricorso il giudice fissa con decreto l'udienza di comparizione delle parti. L'udienza deve essere fissata non oltre 40 giorni dal deposito del ricorso. Il giudice assegna un termine per la notifica del ricorso e del decreto non inferiore a 25 giorni prima dell'udienza, nonché un termine, non inferiore a 5 giorni prima della stessa udienza, per la costituzione del resistente. La notificazione è a cura del ricorrente, anche a mezzo di posta elettronica certificata. Qualora dalle parti siano prodotti documenti, essi devono essere depositati presso la cancelleria in duplice copia.

49. Il giudice, sentite le parti e omessa ogni formalità non essenziale al contraddittorio, procede nel modo che ritiene più opportuno agli atti di istruzione indispensabili richiesti dalle parti o disposti d'ufficio, ai sensi dell'articolo 421 del codice di procedura civile, e provvede, con ordinanza immediatamente esecutiva, all'accoglimento o al rigetto della domanda.

50. L'efficacia esecutiva del provvedimento di cui al comma 49 non può essere sospesa o revocata fino alla pronuncia della sentenza con cui il giudice definisce il giudizio instaurato ai sensi dei commi da 51 a 57.

51. Contro l'ordinanza di accoglimento o di rigetto di cui al comma 49 può essere proposta opposizione con ricorso contenente i requisiti di cui all'articolo 414 del codice di procedura civile, da depositare innanzi al tribunale che ha emesso il provvedimento opposto, a pena di decadenza, entro trenta giorni dalla notificazione dello stesso, o dalla comunicazione se anteriore. Con il ricorso non possono essere proposte domande diverse da quelle di cui al comma 47 del presente articolo, salvo che siano fondate sugli identici fatti costitutivi o siano svolte nei confronti di soggetti rispetto ai quali la causa è comune o dai quali si intende essere garantiti. Il giudice fissa con decreto l'udienza di discussione non oltre i successivi 60 giorni, assegnando all'opposto termine per costituirsi fino a 10 giorni prima dell'udienza.

52. Il ricorso, unitamente al decreto di fissazione dell'udienza, deve essere notificato, anche a mezzo di posta elettronica certificata, dall'opponente all'opposto almeno 30 giorni prima della data fissata per la sua costituzione.

53. L'opposto deve costituirsi mediante deposito in cancelleria di memoria difensiva a norma e con le decadenze di cui all'articolo 416 del codice di procedura civile. Se l'opposto intende chiamare un terzo in causa deve, a pena di decadenza, farne dichiarazione nella memoria difensiva.

54. Nel caso di chiamata in causa a norma degli articoli 102, 2° comma, 106 e 107 del codice di procedura civile, il giudice fissa una nuova udienza entro i successivi 60 giorni, e dispone che siano notificati al terzo, ad opera delle parti, il provvedimento nonché il ricorso introduttivo e l'atto di costituzione dell'opposto, osservati i termini di cui al comma 52.

55. Il terzo chiamato deve costituirsi non meno di 10 giorni prima dell'udienza fissata, depositando la propria memoria a norma del comma 53.

56. Quando la causa relativa alla domanda riconvenzionale non è fondata su fatti costitutivi identici a quelli posti a base della domanda principale il giudice ne dispone la separazione.

57. All'udienza, il giudice, sentite le parti, omessa ogni formalità non essenziale al contraddittorio, procede nel modo che ritiene più opportuno agli atti di istruzione ammissibili e rilevanti richiesti dalle parti nonché disposti d'ufficio, ai sensi dall'articolo 421 del codice di procedura civile, e provvede con sentenza all'accoglimento o al rigetto della domanda, dando, ove opportuno, termine alle parti per il deposito di note difensive fino a 10 giorni prima dell'udienza di discussione. La sentenza, completa di motivazione, deve essere depositata in cancelleria entro 10 giorni dall'udienza di discussione. La sentenza è provvisoriamente esecutiva e costituisce titolo per l'iscrizione di ipoteca giudiziale.

58. Contro la sentenza che decide sul ricorso è ammesso reclamo davanti alla corte d'appello. Il reclamo si propone con ricorso da depositare, a pena di decadenza, entro 30 giorni dalla comunicazione, o dalla notificazione se anteriore.

59. Non sono ammessi nuovi mezzi di prova o documenti, salvo che il collegio, anche d'ufficio, li ritenga indispensabili ai fini della decisione ovvero la parte dimostri di non aver potuto proporli in 1° grado per causa ad essa non imputabile.

60. La corte d'appello fissa con decreto l'udienza di discussione nei successivi 60 giorni e si applicano i termini previsti dai commi 51, 52 e 53. Alla prima udienza, la corte può sospendere l'efficacia della sentenza reclamata se ricorrono gravi motivi. La corte d'appello, sentite le parti, omessa ogni formalità non essenziale al contraddittorio, procede nel modo che ritiene più opportuno agli atti di istruzione ammessi e provvede con sentenza all'accoglimento o al rigetto della domanda, dando, ove opportuno, termine alle parti per il deposito di note difensive fino a 10 giorni prima dell'udienza di discussione. La sentenza, completa di motivazione, deve essere depositata in cancelleria entro 10 giorni dall'udienza di discussione.

61. In mancanza di comunicazione o notificazione della sentenza si applica l'articolo 327 del codice di procedura civile.

62. Il ricorso per cassazione contro la sentenza deve essere proposto, a pena di decadenza, entro 60 giorni dalla comunicazione della stessa, o dalla notificazione se anteriore. La sospensione dell'efficacia della sentenza deve essere chiesta alla corte d'appello, che provvede a norma del comma 60.

63. La Corte fissa l'udienza di discussione non oltre 6 mesi dalla proposizione del ricorso.

64. In mancanza di comunicazione o notificazione della sentenza si applica l'articolo 327 del codice di procedura civile.


65. Alla trattazione delle controversie regolate dai commi da 47 a 64 devono essere riservati particolari giorni nel calendario delle udienze.

66. I capi degli uffici giudiziari vigilano sull'osservanza della disposizione di cui al comma 65.

67. I commi da 47 a 66 si applicano alle controversie instaurate successivamente alla data di entrata in vigore della presente legge.

68. I capi degli uffici giudiziari vigilano sull'osservanza della disposizione di cui al comma 67.


69. Dall'attuazione delle disposizioni di cui ai commi da 47 a 68 non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica, ovvero minori entrate.

ART. 2 (Ammortizzatori sociali)

(...)>>.
« Ultima modifica: Novembre 11, 2012, 01:23:31 da luca_1966 » Registrato
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« Risposta #40 inserito:: Novembre 12, 2012, 20:22:54 »

Il numero 2 del CSM invita a cena 4 avvenenti ragazze dell'ufficio legale di Poste Italiane, e noi speriamo di vincere il ricorso.
_ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _

Inchiesta P4 (20/6/2011):

VECCHIE (2009) INTERCETTAZIONI DI DIALOGHI TRA LUIGI BISIGNANI, ALFONSO PAPA ED ALTRI.
_ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _

TRA LUIGI BISIGNANI E STEFANIA PRESTIGIACOMO
http://www.blogtaormina.it/2011/06/20/se-escono-le-intercettazioni-sono-rovinata/50118

L. Bisignani: «Dobbiamo stare attenti ai telefoni.. dicono che Woodcock ci sta controllando i telefoni»
S. Prestigiacomo: «e quindi? e perchè Woodcock a te ti controlla?»
L. Bisignani: «non saprei»
S. Prestigiacomo: «mamma mia! ma come si può vivere così? ..se escono le intercettazioni con me mi rovini!»
L. Bisignani: «io cerco di stare sempre attentissimo al telefono».

(...)
_ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _

TRA LUIGI BISIGNANI E ALFONSO PAPA
http://www.liberoquotidiano.it/news/766211/Papa_a_Bisignani___Vietti_a_cena_con_quattro_amiche__ha_promesso_cose_.html

L'intercettazione è dell'11 settembre del 2009. «Giova evidenziare» - scrivono i pm - «come il Bisignani, non parlamentare, in qualche modo coordini le attività del parlamentare Papa, segnalandogli anche le priorità da seguire». Circostanza questa che «può trovare spiegazione solo all’interno di un diverso sistema» e cioè «un’associazione a delinquere mantenuta in vita allo scopo di commettere un numero indeterminato di reati contro la pubblica amministrazione e contro l’amministrazione della giustizia».

Ecco il testo della telefonata:

A. Papa: «Martedì sera sarò pronto ho fatto tutto e tutto a posto ci avevo un pettegolezzo su Vietti enorme».
L. Bisignani: «Ah».
A. Papa: «Ti ho mandato pure il messaggio per Dagospia»
L. Bisignani: «E non l’ho visto…quando me lo hai mandato?»
A. Papa: «Ieri…ieri mattina…tanto, tanto ti frego perché, nonostante le tue tecniche, sappi che quando lo accendi il telefono io lo so in tempo reale»
L. Bisignani: «Bravo».
A. Papa: «Quindi ti becco».
L. Bisignani: «Bravo».
A. Papa: «Praticamente vuoi sentire…»
L. Bisignani: «Sì, certo»
A. Papa: «allora praticamente giovedì sera…al ristorante ‘i Pazzi’. ..Michele Vietti…ha offerto una serata a 4 avvenenti ragazze…che risultano lavorare all’ufficio legale delle Poste italiane ..la serata è stata organizzata dal suo segretario Enrico Caratozzolo…e hanno organizzato per settimana prossima una festa privata in casa Vietti dove ogni ragazza dovrà cucinare una pietanza».
L. Bisignani: «fantastico»
A. Papa: «hai capito?»
L. Bisignani: «ufficio legale eh?»
A. Papa: «di Poste Italiane»
L. Bisignani: «ah…va bene»
A. Papa: «va bene, però...va bene, però non scopriamo poi troppo la fonte, se no»
L. Bisignani: «no no»
A. Papa: «eh eh, hai capito, dobbiamo...dobbiamo fare, hai capito...ristorante I Pazzi a Trastevere...va bene, i dettagli della serata possono essere pure quelli interessanti?...che cosa si sono detti però, ah no».
L. Bisignani: «con la scollacciata insomma»
A. Papa: «si si...scollacciata con avance...promesse»
L. Bisignani: «fantastico»
A. Papa: «promesse di interessamento e per qualcuna ci uscirà pure una promessa di inserimento nel suo staff al CSM».

Al termine della telefonata i pm annotano che «due circostanze rendono ancor più grave tale vicenda: la prima è quella che la notizia in esame, obiettivamente compromettente e nella migliore delle ipotesi destabilizzante per la vita privata di Vietti (e dunque in astratto idonea ad essere utilizzata come strumento di condizionamento) viene proposta e presentata al Bisignani per Dagospia, e ciò a conferma della cogestione occulta da parte del Bisignani medesimo del noto sito scandalistico».

_ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _

I protagonisti di questi squarci di intercettazione:

Stefania Prestigiacomo - Ministro nei governi Berlusconi III e IV
http://it.wikipedia.org/wiki/Stefania_Prestigiacomo

Alfonso Papa - deputato PDL
http://it.wikipedia.org/wiki/Alfonso_Papa

Luigi Bisignani (dal profilo Wikipedia): <<..faccendiere italiano ..giovanissimo inizia a lavorare come capo dell'ufficio stampa del ministro del Tesoro ..nei governi Giulio Andreotti tra il '76 e il '79 ..Ex compagno di Daniela Santanchè, mantiene stretti rapporti ..con Gianni Letta. ..Nel 1981 il suo nome compare negli elenchi della loggia massonica P2. ..Nel 1992 Bisignani entra nel gruppo Ferruzzi. ..Nel 1993 la Procura di Milano chiede il suo arresto.. nell'ambito dell'inchiesta Enimont. Nel '94 Bisignani viene arrestato. Nel '98 la Corte di Cassazione conferma la sua condanna.. Nel 2002 viene radiato dall'Ordine dei giornalisti.

Nel 2011 è sottoposto a detenzione domiciliare per l'ipotesi di reato di favoreggiamento e rivelazione di segreto d'ufficio, nell'ambito dell'inchiesta sulla cosiddetta associazione P4, condotta dai pubblici ministeri della Procura di Napoli Francesco Curcio e Henry John Woodcock; analogamente.. ad Alfonso Papa (accusato di concussione). Le indagini ..sono definite «di ampio respiro» dalla Procura di Napoli, secondo cui esse «riguardano l'illecita acquisizione ..informazioni, anche coperte da segreto, alcune delle quali inerenti a procedimenti penali in corso nonché di altri dati sensibili o personali al fine di consentire a soggetti inquisiti di eludere le indagini giudiziarie ovvero per ottenere favori o altre utilità». In altri termini, le indagini giudiziarie avrebbero ad oggetto la gestione di notizie riservate, appalti, nomine e finanziamenti da parte di un sistema informativo parallelo, segreto e deviato, volto alla commissione di «un numero indeterminato di reati contro la pubblica amministrazione e contro l'amministrazione della giustizia», in un misto di dossier e ricatti, anche attraverso interferenze su organi costituzionali.>>.

http://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_Bisignani

Il Fatto Quotidiano a proposito di Luigi Bisignani
http://www.ilfattoquotidiano.it/tag/luigi-bisignani/
« Ultima modifica: Novembre 12, 2012, 20:51:40 da luca_1966 » Registrato
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« Risposta #41 inserito:: Novembre 12, 2012, 23:27:55 »

www.laleggepertutti.it/15678_come-f...ltro-in-appello

<<È tempo di spending review anche per la giustizia e per le aule dei tribunali, spesso impegnate in contenziosi pretestuosi e dilatori. Tuttavia, dell’abuso di un diritto operato da parte di pochi ne fanno sempre le spese gli altri consociati. E così, anche il principio cardine del nostro processo, quello del doppio grado di giudizio, sembra ormai compromesso.

Gli avvocati non amano le riforme, questo si sa, specie quelle che riducono il loro lavoro. Tuttavia, la novella rischia di creare un gap all’interno del nostro sistema costituzionale. È davvero giusto comprimere il diritto costituzionale alla difesa per guadagnare un punto percentuale di Pil?

Nato con l’intento di disincentivare l’indiscriminato utilizzo dell’appello - che inutilmente era stato riformato nel 1990 (con L. 353/90), rendendosi provvisoriamente esecutiva la sentenza di prime cure - e per decongestionare le aule giudiziarie, il nuovo strumento è stato criticato anche per l’eccessiva discrezionalità assegnata alle Corti di Appello.

In verità, gli appelli con esito fruttuoso sono, nel nostro Paese, un numero relativamente risicato: solo il 32%, secondo le stime offerte da Italia Oggi. Il residuo 68% - costruzioni di carte e apparati burocratici - viene pagato dai cittadini italiani, peraltro non solo in termini economici, ma anche in termini di ritardi sui tempi di emanazione delle altre sentenze.>>.
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Altalex, 11 settembre 2012

FILTRO IN APPELLO: OPERATIVE LE NUOVE NORME PROCESSUALI
http://www.altalex.com/index.php?idnot=58787


Con l’introduzione del filtro in appello, cambia  di nuovo la procedura civile:  l’appello che non ha una ragionevole probabilità di essere accolto, sarà dichiarato inammissibile con ordinanza non reclamabile. A partire dall'11 settembre 2012, infatti, trovano applicazione le nuove disposizioni processuali in materia di appello di cui all'art. 54 del Decreto Sviluppo (D.L. 38/2012 conv. con L. 134/2012).

Nel nuovo appello sarà necessario indicare una motivazione in luogo del  pregresso riferimento all’esposizione sommaria dei fatti ed ai motivi specifici: occorrerà evidenziare non più solo quello che non è legittimo, ma come dovrebbe essere innovato per mezzo di un’indicazione puntuale delle parti del provvedimento.>>.


(................) 
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luca_1966
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« Risposta #42 inserito:: Novembre 18, 2012, 21:23:17 »

Secondo me Vietti dice cazzate. Invece, Anna Canepa, della Direzione Nazionale Antimafia, ha recentemente dichiarato che il sistema della Giustizia può funzionare come una qualunque attività economica. Io ritengo che la ricerca di percorsi alternativi a quelli giudiziari sia una forzatura, come lo è la soluzione di filtrare i ricorsi d'appello. Il CSM pensi piuttosto a garantire l'indipendenza dei giudici, presupposto di giustizia, soprattutto quando parte in causa sono ad esempio le Poste, o direttamente lo Stato.
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Ivrea, 12/11/12
http://lasentinella.gelocal.it/cronaca/2012/11/12/news/vietti-bisogna-ridurre-la-quantita-dei-contenziosi-1.6017623

<<Vietti: «Bisogna ridurre la quantità dei contenziosi»
 
IVREA. Il convegno organizzato venerdì al Giacosa, dall’Ordine degli avvocati per presentare il libro “La fatica dei giusti”, di Michele Vietti, vicepresidente del Consiglio superiore della...

IVREA. Il convegno organizzato venerdì al Giacosa, dall’Ordine degli avvocati per presentare il libro “La fatica dei giusti”, di Michele Vietti, vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, è stata l’occasione per ringraziare l’ex parlamentare piemontese, impegnatosi nei mesi scorsi per scongiurare la chiusura del tribunale di Ivrea. «Sono felice di essere qui oggi – ha esordito Vietti - non tanto per festeggiare la vittoria di un campanile ma perché una volta tanto, in questo strano paese, è prevalsa una soluzione di buon senso e di razionalità per il nostro sistema giudiziario». Il vicepresidente del Csm ha poi risposto alle domande poste dal direttore della Sentinella, Pierangela Fiorani, e dal rettore dell’Università degli Studi del Piemonte Orientale, Cesare Emanuel, sottolineando come la giustizia per essere veramente tale debba garantire ai cittadini risposte rapide e prevedibili. «Dobbiamo inoltre deflazionare il sistema giudiziario – ha aggiunto Vietti - che è intasato a causa di un’anomalia tutta italiana, ovvero l’elevata litigiosità. Occorre ridurre la quantità dei contenziosi, introducendo soluzioni alternative al processo e ricorrendo a figure di sostegno per cercare di azzerare l’arretrato». A fare gli onori di casa, il presidente dell’Ordine degli avvocati di Ivrea, Mario Benni, che ha sottolineato come Vietti, da sempre figura di riferimento del Canavese, «abbia contribuito concretamente a salvare la nostra comunità da una condizione di declino irreversibile».

Il tribunale di Ivrea non solo resta operativo ma si proietta in una nuova ed ampliata dimensione territoriale, che vedrà l’espansione della sua sfera di competenze su di un’area molto vasta. Una sfida impegnativa non priva di ostacoli. Ruggero Mauro Crupi, rappresentante dell’Associazione nazionale magistrati, si è fatto portavoce dei timori che gli stessi magistrati e addetti ai lavori hanno espresso a Vietti nel corso della visita in tribunale. «Per gestire in modo efficiente un territorio così vasto – ha evidenziato Crupi - è necessario che istituzioni competenti ci forniscano l’organico e le strutture per permetterci di lavorare al meglio».

In platea, accanto alle autorità civili e militari anche il vescovo Edoardo Cerrato, e Lucia Mongiano, preside del liceo classico Botta, con gli studenti dell’ultimo anno.

Paola Principe>>.



"ti dico che aveva due poppe così.."
« Ultima modifica: Novembre 18, 2012, 21:31:06 da luca_1966 » Registrato
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« Risposta #43 inserito:: Novembre 28, 2012, 22:10:14 »







I ricorsi sono il pane della giustizia.





« Ultima modifica: Novembre 28, 2012, 22:10:33 da luca_1966 » Registrato
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« Risposta #44 inserito:: Gennaio 22, 2013, 00:39:46 »

Peccato non si veda più la foto cui era riferita la frase sopra. Nemmeno la ricordo..
_ _ _ _

<<SI ALL'EQUA RIPARAZIONE ANCHE PER IL RITARDO NEL GIUDIZIO SULLA DURATA RAGIONEVOLE DEL PROCESSO

La VI Sezione della Corte di Cassazione, con  sentenza 2 gennaio 2013 n. 1 n. 1 del 2013:

- afferma  che il giudizio di equa riparazione deve essere considerato come  "un ordinario processo di cognizione, soggetto, in quanto tale, alla esigenza di una definizione in tempi ragionevoli, esigenza questa tanto più pressante per tale tipologia di giudizi in quanto finalizzati proprio all’accertamento della violazione di un diritto fondamentale nel giudizio presupposto, la cui lesione genera di per sé una condizione di sofferenza e un patema d’animo che sarebbe eccentrico non riconoscere anche per i procedimenti ex lege n. 89 del 2001”.

- riconosce, quindi, al ricorrente la somma di € 1.187,50 oltre interessi a titolo di risarcimento per il "ritardo del sistema Giustizia", in quanto 4 anni e 6 mesi, sono troppi anche per un giudizio sull’equa riparazione.
>>.

CORTE DI CASSAZIONE
Sent. n. 1 del 2/1/2013

<< (...)

Svolgimento del processo

Con ricorso depositato il 26 ottobre 2010 presso la Corte d'appello di Perugia, …… hanno proposto, ai sensi della L. n. 89 del 2001, domanda di equa riparazione del danno non patrimoniale sofferto a causa della non ragionevole durata del giudizio di equa riparazione introdotto dinnanzi alla Corte d'appello di Roma con ricorso depositato nel mese di settembre 2005, concluso con decreto di parziale accoglimento depositato nel mese di febbraio 2007 e definito, a seguito di ricorso per cassazione notificato nel mese di marzo 2008, con sentenza depositata nel mese di marzo 2010.

L'adita Corte d'appello ha dichiarato la domanda inammissibile ritenendo non esperibile il rimedio di cui alla L. n. 89 del 2001, in relazione a procedimenti relativi alla denunciata violazione della durata ragionevole di giudizi presupposti, non discendendo tale proponibilità dalla Convenzione Europea dei diritti dell'uomo ed essendo l'eventuale ritardo nella definizione dei procedimenti ex L. n. 89 del 2001, compensabile dal giudice del procedimento. Per la cassazione di questo decreto …. hanno proposto ricorso sulla base di un unico motivo, l'intimata Amministrazione ha depositato memoria ai fini della partecipazione alla discussione.

Motivi della decisione

Il collegio ha deliberato l'adozione della motivazione semplificata nella redazione della sentenza. Con l'unico motivo del ricorso le ricorrenti denunciano violazione e falsa applicazione della L. n. 89 del 2001, art. 2, e degli artt. 6, 13 e 41 della CEDU, nonchè dell'art. 111 Cost., richiamando numerosi decreti emessi dalla stessa Corte d'appello di Perugia, con i quali l'eccezione di inammissibilità del rimedio ex L. n. 89 del 2011, in relazione a procedimenti introdotti ai sensi di tale legge, è stata rigettata, rilevandosi che la citata legge non consente in alcun modo di distinguere i procedimenti di equa riparazione da quelli ai quali la medesima legge si applica e di sottrarli quindi al regime di ragionevole durata, che discende direttamente dalla Convenzione Europea e dalla Costituzione italiana.

Il ricorso è fondato.

Successivamente al deposito del ricorso introduttivo del presente giudizio, questa Corte ha avuto modo di pronunciarsi più volte in ordine alla applicabilità del procedimento disciplinato dalla L. n. 89 del 2001, ai procedimenti introdotti sulla base della legge stessa, per i quali deve ritenersi predicabile l'operatività del termine ragionevole di durata e del conseguente regime indennitario in caso di sua violazione. Come affermato di recente (Cass. n. 17686 del 2012; Cass. n. 5924 del 2012 e altre conformi), il giudizio di equa riparazione, che si svolge presso le Corti d'appello ed eventualmente, in sede di impugnazione, dinnanzi a questa Corte, è un ordinario processo di cognizione, soggetto, in quanto tale, alla esigenza di una definizione in tempi ragionevoli, esigenza, questa, tanto più pressante per tale tipologia di giudizi, in quanto finalizzati proprio all'accertamento della violazione di un diritto fondamentale nel giudizio presupposto, la cui lesione genera di per sè una condizione di sofferenza e un patema d'animo che sarebbe eccentrico non riconoscere anche per i procedimenti ex L. n. 89 del 2001. Nè appare condivisibile l'assunto che il giudizio dinnanzi alla Corte d'appello e l'eventuale giudizio di impugnazione costituiscano una fase necessaria di un unico procedimento destinato a concludersi dinanzi alla Corte Europea, nel caso in cui nell'ordinamento interno la parte interessata non ottenga una efficace tutela all'indicato diritto fondamentale, atteso che il procedimento interno rappresenta una forma di tutela adeguata ed efficace, sempre che, ovviamente, si svolga esso stesso nell'ambito di una ragionevole durata.

Quanto alla determinazione della ragionevole durata di un procedimento di equa riparazione, questa Corte ha ritenuto che ove, come nel caso di specie, venga in rilievo un giudizio "Pinto" svoltosi anche dinnanzi alla Corte di cassazione, la durata complessiva dei due gradi debba essere ritenuta ragionevole ove non ecceda il termine di due anni. Il ricorso deve quindi essere accolto, essendo erronea la decisione della Corte territoriale che ha ritenuto inammissibile la domanda di equa riparazione per la irragionevole durata di un procedimento di equa riparazione relativamente a giudizio presupposto di altra natura.

Non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, la causa può essere decisa nel merito. Nel caso di specie, infatti, il ricorso è stato depositato presso la Corte d'appello di Roma nel mese di settembre 2005; l'unico grado di giudizio di merito si è concluso con decreto depositato nel mese di febbraio 2007; il giudizio di cassazione è stato introdotto con ricorso notificato nel mese di marzo 2008 ed è terminato con sentenza depositata nel mese di marzo 2010. La durata complessiva del procedimento di equa riparazione è stata dunque di circa quattro anni e sei mesi. Detratto il termine ragionevole, stimato in due anni, nonchè il termine di undici mesi intercorso tra il deposito del decreto e la proposizione della impugnazione, ulteriore rispetto al termine breve legislativamente previsto per il ricorso per cassazione, la durata non ragionevole risulta essere stata di circa un anno e sette mesi.

Alla luce dell'accertata irragionevole durata del giudizio, a ciascuna delle ricorrenti spetta un indennizzo che va liquidato sulla base di Euro 750,00 per anno, e quindi in complessivi Euro 1.187,50, oltre interessi legali dalla data della domanda al saldo. Alle ricorrenti compete altresì il rimborso delle spese dell'intero giudizio, liquidate nella misura indicata in dispositivo. Le spese del giudizio di merito devono essere distratte in favore dei difensori delle ricorrenti, …., dichiaratisi antistatari, e quelle del giudizio di legittimità in favore del solo Avvocato ….

P.Q.M.

la Corte accoglie il ricorso, cassa il decreto impugnato e, decidendo nel merito, condanna il Ministero della Giustizia al pagamento, in favore di ciascuna delle ricorrenti, della somma di Euro 1.187,50 oltre interessi legali dalla data della domanda al saldo; condanna il Ministero alla rifusione delle spese dell'intero giudizio che liquida, per il giudizio di merito, in Euro 806,00, di cui Euro 50,00 per esborsi, 311,00 per diritti e 445,00 per onorari, oltre al 12,50% sugli importi dovuti a titolo di diritti e onorari, nonchè CPA e IVA, e, per il giudizio di legittimità, in Euro 506,25 per compensi, oltre a Euro 100,00 per esborsi e agli accessori di legge. Dispone la distrazione delle spese del giudizio di merito in favore dei difensori delle ricorrenti, Avvocati …., dichiaratisi antistatari, e quelle del giudizio di legittimità in favore del solo Avvocato …., dichiaratosi antistatario.>>.

http://www.studiolegalemartignetti.it/public/pages/view_articolo/cass_2_gennaio_2013_n_1_si_all_equa_riparazione_anche_per_il_ritardo_nel_giudizio_sulla_durata_ragio
« Ultima modifica: Gennaio 22, 2013, 00:41:49 da luca_1966 » Registrato
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« Risposta #45 inserito:: Gennaio 26, 2013, 13:12:08 »

La Suprema Corte di Cassazione, che tratta indirettamente di speditezza dei processi con riferimento all'iter dei tre gradi di giudizio, potrebbe, in proprio, procedere con maggiore linearità e speditezza all'esame delle cause su di sè pendenti; in particolare di quelle "postali" incentrate sull'art. 2 comma 1 bis del Dlgs 368/2001. Infatti, dopo una striminzita produzione di metà 2012, con cui ha inteso confermare la legittimità della norma da un punto di vista teorico, la S.C. ha interrotto l'esame degli aspetti notoriamente più controversi, quelli, cioè, dell'applicazione in concreto della norma fattane dall'unica, monopolistica usufruttuaria: Poste Italiane SpA.

In un'epoca di contrazione storica del lavoro e di deformazione dei diritti ad esso connessi, la Suprema Corte è chiamata ad indicare con urgenza il senso da dare al testo di cui all'art. 2, comma 1 bis. Mentre la giurisprudenza di merito e la parte datoriale fanno a gara a chi le spara più grosse, la Corte di Cassazione, VOLENDO, potrebbe porvi rimedio con un unico simbolico pronunciamento.
« Ultima modifica: Gennaio 26, 2013, 13:18:07 da luca_1966 » Registrato
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« Risposta #46 inserito:: Gennaio 26, 2013, 20:28:00 »

VOLENDO, potrebbe porvi rimedio con un unico simbolico pronunciamento.

Me lo auguro...!!
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luca_1966
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« Risposta #47 inserito:: Gennaio 26, 2013, 21:16:13 »

Sarebbe il minimo. In realtà il setaccio della Cassazione, a maglie strette o larghe, dovrà svolgere il suo compito, prima o poi. In modo onorevole, c'è da augurarsi.
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« Risposta #48 inserito:: Marzo 02, 2013, 22:09:54 »

Questo è un appello ai grillini e/o ai renzini e/o alla neonata Agenzia digitale diretta dal Ragosa. Sia Grillo, che Renzi, che Ragosa dovrebbero essere sensibili alle materie riguardanti la rete e la diffusione dei dati. Il Mov. 5 Stelle ne ha fatto il proprio veicolo di propaganda ed aggregazione. Il Comune di Firenze risulta essere tra i più puntuali nel pubblicare dati e delibere. L'agenzia digitale nazionale sembra preposta ad agevolare questi processi. Il mio appello fa eco ad auspici formulati in dottrina ed in particolare dal Garante della Privacy (Boll. n. 122 del 2/12/2010), il quale afferma che <<La diffusione dei provvedimenti giurisdizionali costituisce fonte preziosa per lo studio e l'accrescimento della cultura giuridica e strumento indispensabile di controllo da parte dei cittadini dell'esercizio del potere giurisdizionale. ..Il Codice favorisce la più ampia diffusione delle sentenze e degli altri provvedimenti dell'Autorità giudiziaria per i quali sia stato assolto, mediante il deposito nella cancellerie e nelle segreterie giudiziarie, l'onere della pubblicazione..>>.

vedi note in grassetto al 1° intervento
http://www.mondoposte.it/smf/index.php?topic=5049.0


Non si capisce come sia possibile che a fronte di una scandalosa vaghezza del dettato normativo (in materia civile ed in particolare in tema di diritto del lavoro), sia concesso alla giurisprudenza di assumere i più svariati provvedimenti, a suon di sentenze tra loro scandalosamente dissonanti, mentre sia impedito al cittadino di leggere il maggior numero possibile di decisioni, sì da poter svolgere nel suo piccolo l'opera tanto decantata di nomofiliachia, di cui con un filo di vanità pare farsi esclusiva titolare la Suprema Corte.

Il fatto stesso di rendere palese a tutti le statuizioni della giurisprudenza di merito in capo al singolo rappresenterebbe uno stimolo indefettibile, per i magistrati, ad operare nel segno della giustizia (!), motivando adeguatamente eventuali scostamenti da essa operati in ossequio a considerazioni di natura estranea al puro diritto (come quelle di carattere meramente economico, tanto pressanti nelle odierne contingenze). Non è possibile che della vasta mole di produzione giurisprudenziale (digitale prima ancora che cartacea) emessa dai fori nazionali resti a disposizione del cittadino (che volesse esercitare il sopra delineato diritto di <<controllo ..dell'esercizio del potere giurisdizionale>>) solo quella parte residuale che gli operatori dell'indotto intendano diffondere (spesso a pagamento). Tutto ciò non è corretto ed è anzi contrario al concetto di trasparenza. Le sentenze sono parte integrante della legge, espressione della sua interpretazione fornita da personale specializzato, ed in quanto tali è doveroso renderne possibile la sistematica consultazione.
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« Risposta #49 inserito:: Marzo 05, 2013, 22:22:41 »

Legge 89/2001 "Pinto" nel processo amministrativo..

Senza istanza di prelievo nessuna equa riparazione per irragionevole durata di un processo amministrativo (Autore: Casesa Antonino)

Rif. Cass. sez. VI civ., sent. n. 3740 del 15/2/2013


<<Con riferimento alle istanze di equa riparazione ai sensi della legge n. 89 del 2001 (c.d. legge Pinto) per processi amministrativi pendenti alla data del 16 settembre 2010, il nuovo testo dell’art. 54, comma 2, del decreto legge n. 112 del 2008, come modificato dall’art. 3, comma 23, dell’allegato 4 al decreto legislativo 2 luglio 2010, n. 104, condiziona la proponibilità della domanda di indennizzo, anche per il periodo anteriore, alla presentazione, nell’ambito del giudizio presupposto, dell’istanza di prelievo.
 
Pertanto, per effetto del nuovo testo dell’art. 54, comma 2, del decreto legge n. 112 del 2008, conseguente alle modifiche apportate dal decreto legislativo recante l’approvazione del codice del processo amministrativo ( il quale prevede ormai che “La domanda di equa riparazione non è proponibile se nel giudizio dinanzi al giudice amministrativo in cui si assume essersi verificata la violazione di cui all’art. 2, comma 1, della legge 24 marzo 2001, n. 89, non è stata presentata l’istanza di prelievo di cui all’art. 81, comma 2, del codice del processo amministrativo, né con riguardo al periodo anteriore alla sua presentazione”), per i processi pendenti, alla data di entrata in vigore del c.p.a. ( 16 settembre 2010), davanti al giudice amministrativo, in cui si assume essersi verificata la violazione del diritto alla ragionevole durata, la domanda di equa riparazione, ai sensi della legge n. 89 del 2001, non è proponibile se, nel giudizio presupposto, non sia stata presentata l’istanza di prelievo, senza che sia possibile operare una distinzione tra porzioni di durata dell’unico processo amministrativo in ragione del momento di entrata in vigore del testo originario del citato art. 54 o delle sue modifiche.
 
In applicazione del principio nella specie è stato cassato un decreto della Corte d’appello di Genova che, in accoglimento della domanda di equa riparazione, ai sensi della legge 24 marzo 2001, n. 89, aveva condannato il ministero dell’economia e delle finanze al pagamento, in favore degli istanti, della somma di euro 6.500 ciascuno, a titolo di danno non patrimoniale, in ragione della irragionevole durata di un processo amministrativo dinanzi al TAR della Toscana, avente ad oggetto l’impugnazione di una ordinanza sindacale di demolizione di opere abusive, protrattosi per oltre 13 anni ( dal luglio 1998 al 17 novembre 2011), data di deposito del decreto di perenzione per la mancata presentazione di una nuova istanza di fissazione dell’udienza.
 
La Corte territoriale aveva ritenuto che la mancata presentazione dell’istanza di prelievo nel giudizio presupposto non comporta l’esclusione del diritto all’indennizzo, ma solo un suo ridimensionamento, e , su questa base, aveva dimidiato l’entità dell’indennizzo rispetto a quello che sarebbe riconosciuto in via ordinaria
 
Per effetto della sentenza della Cassazione in rassegna, invece, nulla è dovuto per un processo durato oltre 13 anni.
 
Nel testo della sentenza in rassegna si ammette che in passato la Cassazione aveva ritenuto che al mancata presentazione dell’istanza di prelievo – la quale ha da tempo assunto la funzione di segnalare al giudice il permanente interesse della parte alla definizione del giudizio, sovente venuto meno per circostanze sopravvenute alla sia instaurazione ( quali atti di autotutela o sanatoria) o per l’acquiescenza al provvedimento di concessione o di diniego della richiesta tutela cautelare – rende improponibile la domanda di equa riparazione nella parte concernente la durata del giudizio presupposto successiva alla data ( del 25 giugno 2008) di entrata in vigore dell’art. 54 del decreto legge n. 112 del 2008, il quale ha configurato la suddetta istanza di prelievo come “ presupposto processuale” della domanda di equa riparazione ( sez. VI-1, 13 aprile 2012, n. 5914; Sez. VI-1, 24 maggio 2012, n. 8266).
 
Ma aggiunge subito, a scanso di equivoci, che il richiamato principio riguarda l’interpretazione del testo originario dell’art. 54, comma 2, del decreto legge n. 112 del 2008, convertito, con modificazioni, dalla legge di conversione n. 133 del 2008 ( applicabile, ratione temporis, nei giudizi che hanno dato luogo alle citate pronunce di questa Corte), avente il seguente tenore: “La domanda di equa riparazione non è proponibile se nel giudizio dinanzi al giudice amministrativo in cui si assume essersi verificata la violazione di cui all’art. 2, comma 1, della legge 24 marzo 2001, n. 89, non è stata presentata un’istanza ai sensi dell’ art. 51, secondo comma, del regio decreto 27 agosto 1907, n. 642.
 
Tuttavia, purtroppo per gli interessati, successivamente (con un codicillo introdotto da c.p.a.), il quadro normativo di riferimento è mutato…>>.

http://dirittodifamiglia.diritto.it/docs/34720-senza-istanza-di-prelievo-nessuna-equa-riparazione-per-irragionevole-durata-di-un-processo-amministrativo
« Ultima modifica: Marzo 05, 2013, 22:25:29 da luca_1966 » Registrato
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« Risposta #50 inserito:: Marzo 27, 2013, 03:14:58 »

L'auspicio (risalente al dicembre 2011) da parte di un Collegio d'appello (affinché la Suprema Corte di Cassazione assolva al più presto alla sua esclusiva funzione esegetica) val più che il nostro del marzo 2013.

E perciò ribadisco qui la speranza espressa a chiare lettere dal Giudice della Corte d'appello di Trento (a proposito della successione dei contratti a termine ex art. 2 comma 1 bis, ma lo stesso dicasi per i presupposti di legittimità dello stesso singolo contratto).

ART. 2 CO. 1 BIS, DLGS N. 368/2001:

Dica finalmente la Corte se Poste Italiane SpA ne abbia abusato in misura più che doppia, oppure se ne abbia abusato moderatamente e per poco tempo, o se ancora ne abbia fatto un uso confacente, oltre che alla legge, al buon gusto. Dica se siamo giocatori d'azzardo noi o mestieranti navigati i "responsabili del personale". Attendiamo con curiosità il responso della Suprema Corte.




CORTE D'APPELLO DI TRENTO, Sez. Lav.
Sent. n. 113 del 15/12/2011


<<L’appellante ha ..riproposto la questione del contrasto fra l’art. 2 [comma 1-bis] del d.lgs. 368/2001 ..e la disciplina europea... Le argomentazioni di diritto ..sono in realtà le medesime già avanzate in 1° grado..

[Sennonché, di nuovo v'è] ..il richiamo ..all’intervento legislativo (..legge ..247/2007) in virtù del quale è stato introdotto, ai fini della legittimità dei contratti a termine successivi, il limite temporale massimo di 36 mesi (violato il quale, opera ..la conversione a tempo indeterminato);

ha osservato ..la difesa del
[ricorrente], che all’epoca della stipula dei contratti ..tale salvaguardia non era prevista.., [e che] per ..[tale] omissione le assunzioni via via effettuate sarebbero da ritenere in contrasto con la Direttiva comunitaria.

..È facile obiettare che la censura appare infondata nel merito, se sol si consideri che in concreto il ricorrente è stato assunto con 4 contratti a termine per un periodo complessivo ben inferiore all’anno, sicché appare evidente la contraddizione della doglianza, fondata sulla mancata previsione di un limite temporale che, se fosse stato all’epoca in vigore così come oggi avviene, non avrebbe per definizione comportato la illegittimità dei contratti “de quibus”.


Ma, a prescindere da tale annaspante motivo di doglianza, giova riepilogare comunque i termini della questione, anche alla luce di un innegabile contrasto nella giurisprudenza di merito CHE MERITEREBBE DI ESSERE RISOLTO AL PIÙ PRESTO DALLA SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE...

Trento15/12/2011

Il Presidente estensore Dott. Fabio Maione
>>.

interv. #46
http://www.mondoposte.it/smf/index.php?topic=5910.30
« Ultima modifica: Marzo 27, 2013, 04:00:15 da luca_1966 » Registrato
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« Risposta #51 inserito:: Aprile 01, 2013, 07:49:23 »

DUE ANNI PER IL DOPPIO GRADO DELLA "CAUSA PINTO"

Ammissibile la domanda di equa riparazione del danno non patrimoniale sofferto a causa della non ragionevole durata del giudizio di equa riparazione.

La Corte di Cassazione, con la prima sentenza del 2013 ha così precisato che il giudizio di equa riparazione, che si svolge presso le Corti d'appello ed eventualmente, in sede di impugnazione, dinnanzi a questa Corte, è un ordinario processo di cognizione, soggetto, in quanto tale, alla esigenza di una definizione in tempi ragionevoli. Tale esigenza, risulta ancor più rilevante per tale tipologia di giudizi, finalizzati proprio all'accertamento della violazione di un diritto fondamentale nel giudizio presupposto, la cui lesione genera di per sè una condizione di sofferenza e un patema d'animo che sarebbe eccentrico non riconoscere anche per i procedimenti ex L. n. 89 del 2001. Nel caso di specie la Corte ha accolto il ricorso presentato da alcune parti per aver aspettato troppo sulla richiesta di equa riparazione, domandata a causa di una causa civile troppo lunga. La Corte d'Appello aveva ritenuto infondata la domanda sostenendo che la Carta europea dei diritti dell'uomo non prevede un ristoro anche in caso di un contenzioso sulla legge Pinto durato troppo a lungo. In riforma della pronuncia adottata dai giudici di merito la Corte ha così precisato che ove, come nel caso di specie, venga in rilievo un giudizio "Pinto" svoltosi anche dinnanzi alla Corte di cassazione, la durata complessiva dei due gradi debba essere ritenuta ragionevole ove non ecceda il termine di due anni. Ove detto termine non venga rispettato lo Stato sarà costretto a risarcire il cittadino per l'irragionevole durata della causa instaurata sull'equa riparazione.
_ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _

CASSAZIONE, Sez. VI civ. - Sottosez. 2
Sent. n. 1 del 2/1/2013

[R.G. 9653/12 - Ud. 6/11/12 - dep. 2/1/13]

<<composta da..
Umberto Goldoni Pres.;
Lina Matera Cons.;
Stefano Petitti Cons. rel.;
Mario Bertuzzi;
Alberto Giusti;

ha pronunciato la seguente SENTENZA sul ricorso proposto da:

D.S.R., P.T., D.C.M.,; RICORRENTI contro

MINISTERO DELLA GIUSTIZIA; RESISTENTE

avverso il decreto della Corte d'appello di Perugia n. 1051 del 2011, depositato in data 19 dicembre 2011;

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso depositato il 26 ottobre 2010 presso la Corte d'appello di Perugia, D.S.R., P.T. e D.C. M. hanno proposto, ai sensi della L. n. 89 del 2001, domanda di equa riparazione del danno non patrimoniale sofferto a causa della non ragionevole durata del giudizio di equa riparazione introdotto dinnanzi alla Corte d'appello di Roma con ricorso depositato nel mese di settembre 2005, concluso con decreto di parziale accoglimento depositato nel mese di febbraio 2007 e definito, a seguito di ricorso per cassazione notificato nel mese di marzo 2008, con sentenza depositata nel mese di marzo 2010.

L'adita Corte d'appello ha dichiarato la domanda inammissibile ritenendo non esperibile il rimedio di cui alla L. n. 89 del 2001, in relazione a procedimenti relativi alla denunciata violazione della durata ragionevole di giudizi presupposti, non discendendo tale proponibilità dalla Convenzione Europea dei diritti dell'uomo ed essendo l'eventuale ritardo nella definizione dei procedimenti ex L. n. 89 del 2001, compensabile dal giudice del procedimento.

Per la cassazione di questo decreto D.S.R., P. T. e D.C.M. hanno proposto ricorso sulla base di un unico motivo, l'intimata Amministrazione ha depositato memoria ai fini della partecipazione alla discussione.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Il collegio ha deliberato l'adozione della motivazione semplificata nella redazione della sentenza.

Con l'UNICO motivo del ricorso le ricorrenti denunciano violazione e falsa applicazione della L. n. 89 del 2001, art. 2, e degli artt. 6, 13 e 41 della CEDU, nonchè dell'art. 111 Cost., richiamando numerosi decreti emessi dalla stessa Corte d'appello di Perugia, con i quali l'eccezione di inammissibilità del rimedio ex L. n. 89 del 2011, in relazione a procedimenti introdotti ai sensi di tale legge, è stata rigettata, rilevandosi che la citata legge non consente in alcun modo di distinguere i procedimenti di equa riparazione da quelli ai quali la medesima legge si applica e di sottrarli quindi al regime di ragionevole durata, che discende direttamente dalla Convenzione Europea e dalla Costituzione italiana.

Il ricorso è fondato.

Successivamente al deposito del ricorso introduttivo del presente giudizio, questa Corte ha avuto modo di pronunciarsi più volte in ordine alla applicabilità del procedimento disciplinato dalla L. n. 89 del 2001, ai procedimenti introdotti sulla base della legge stessa, per i quali deve ritenersi predicabile l'operatività del termine ragionevole di durata e del conseguente regime indennitario in caso di sua violazione.

Come affermato di recente (Cass. n. 17686 del 2012; Cass. n. 5924 del 2012 e altre conformi), il giudizio di equa riparazione, che si svolge presso le Corti d'appello ed eventualmente, in sede di impugnazione, dinnanzi a questa Corte, è un ordinario processo di cognizione, soggetto, in quanto tale, alla esigenza di una definizione in tempi ragionevoli, esigenza, questa, tanto più pressante per tale tipologia di giudizi, in quanto finalizzati proprio all'accertamento della violazione di un diritto fondamentale nel giudizio presupposto, la cui lesione genera di per sè una condizione di sofferenza e un patema d'animo che sarebbe eccentrico non riconoscere anche per i procedimenti ex L. n. 89 del 2001.

Nè appare condivisibile l'assunto che il giudizio dinnanzi alla Corte d'appello e l'eventuale giudizio di impugnazione costituiscano una fase necessaria di un unico procedimento destinato a concludersi dinanzi alla Corte Europea, nel caso in cui nell'ordinamento interno la parte interessata non ottenga una efficace tutela all'indicato diritto fondamentale, atteso che il procedimento interno rappresenta una forma di tutela adeguata ed efficace, sempre che, ovviamente, si svolga esso stesso nell'ambito di una ragionevole durata.

Quanto alla determinazione della ragionevole durata di un procedimento di equa riparazione, questa Corte ha ritenuto che ove, come nel caso di specie, venga in rilievo un giudizio "Pinto" svoltosi anche dinnanzi alla Corte di cassazione, la durata complessiva dei due gradi debba essere ritenuta ragionevole ove non ecceda il termine di due anni.

Il ricorso deve quindi essere accolto, essendo erronea la decisione della Corte territoriale che ha ritenuto inammissibile la domanda di equa riparazione per la irragionevole durata di un procedimento di equa riparazione relativamente a giudizio presupposto di altra natura.

Non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, la causa può essere decisa nel merito.

Nel caso di specie, infatti, il ricorso è stato depositato presso la Corte d'appello di Roma nel mese di settembre 2005; l'unico grado di giudizio di merito si è concluso con decreto depositato nel mese di febbraio 2007; il giudizio di cassazione è stato introdotto con ricorso notificato nel mese di marzo 2008 ed è terminato con sentenza depositata nel mese di marzo 2010. La durata complessiva del procedimento di equa riparazione è stata dunque di circa quattro anni e sei mesi.

Detratto il termine ragionevole, stimato in due anni, nonchè il termine di undici mesi intercorso tra il deposito del decreto e la proposizione della impugnazione, ulteriore rispetto al termine breve legislativamente previsto per il ricorso per cassazione, la durata non ragionevole risulta essere stata di circa un anno e sette mesi.

Alla luce dell'accertata irragionevole durata del giudizio, a ciascuna delle ricorrenti spetta un indennizzo che va liquidato sulla base di Euro 750,00 per anno, e quindi in complessivi Euro 1.187,50, oltre interessi legali dalla data della domanda al saldo.

Alle ricorrenti compete altresì il rimborso delle spese dell'intero giudizio, liquidate nella misura indicata in dispositivo.

Le spese del giudizio di merito devono essere distratte in favore dei difensori delle ricorrenti, Avvocati G. F. e F.E. A., dichiaratisi antistatari, e quelle del giudizio di legittimità in favore del solo Avvocato A..

PQM

La Corte accoglie il ricorso, cassa il decreto impugnato e, decidendo nel merito, condanna il Ministero della Giustizia al pagamento, in favore di ciascuna delle ricorrenti, della somma di Euro 1.187,50 oltre interessi legali dalla data della domanda al saldo; condanna il Ministero alla rifusione delle spese dell'intero giudizio che liquida, per il giudizio di merito, in Euro 806,00, di cui Euro 50,00 per esborsi, 311,00 per diritti e 445,00 per onorari, oltre al 12,50% sugli importi dovuti a titolo di diritti e onorari, nonchè CPA e IVA, e, per il giudizio di legittimità, in Euro 506,25 per compensi, oltre a Euro 100,00 per esborsi e agli accessori di legge. Dispone la distrazione delle spese del giudizio di merito in favore dei difensori delle ricorrenti, Avvocati G. F. e E.F. A., dichiaratisi antistatari, e quelle del giudizio di legittimità in favore del solo Avvocato A., dichiaratosi antistatario.>>.

articolo
http://www.expartecreditoris.it/provvedimento.php?id=638&catid=9

Cass. Sez. VI civ. n. 1 del 2/1/13
http://avvrenatodisa.files.wordpress.com/2013/01/corte-di-cassazione-sezione-vi-sentenza-2-gennaio-2013-n-1.pdf
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luca_1966
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« Risposta #52 inserito:: Aprile 09, 2013, 11:35:38 »

Niente compensazione delle spese del giudizio sull'equa riparazione se il Ministero ha sforato i parametri sulla durata sanciti dalla Corte di Strasburgo. Il Dicastero si accolla l'intero debito anche in caso di mancata impugnazione e di atteggiamento collaborativo in giudizio

(di DEBORA ALBERICI)

(Cassazione Civile, sent. ..dell'8 aprile 2013)
http://www.cassazione.net/niente-compensazione-delle-spese-del-giudizio-sull-equa-riparazione-se-il-ministero-ha-sforato-i-parametri-sulla-durata-sanciti-dalla-corte-di-strasburgo-p10533.html

La persona che ha subìto un danno patrimoniale o non patrimoniale a causa dell’eccessiva durata di un processo può chiedere una «equa riparazione» allo Stato in base alla legge 24 marzo 2001, n. 89, che porta il nome di “Pinto” dal senatore che a sua tempo la propose e riprende il principio affermato dall’art. 6, paragrafo 1 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali ratificata dall’Italia con la legge 848/55. La domanda può essere proposta in pendenza del procedimento oppure, a pena di decadenza, entro sei mesi dal momento in cui diventa definitiva la decisione che conclude la causa. È ritenuta «irragionevole» la durata superiore ai 3 anni per il 1° grado, ai 2 per l’Appello, a 1 per la Cassazione. Il risarcimento liquidato è in media pari a mille euro per ogni anno di ritardo nella definizione della causa rispetto agli standard individuati dalla Corte europea dei diritti dell’uomo.
« Ultima modifica: Aprile 09, 2013, 11:36:43 da luca_1966 » Registrato
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« Risposta #53 inserito:: Aprile 10, 2013, 22:59:39 »

Il giudice sportivo è chiamato a scegliere tra rendere giustizia o smacchiare palloni. Il legislatore a rimettere la palla al centro.

CONTENZIOSO: SPORT NAZIONALE.

Infortunii premeditati del sistema giustizia all'italiana



« Ultima modifica: Aprile 10, 2013, 23:24:16 da luca_1966 » Registrato
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« Risposta #54 inserito:: Aprile 22, 2013, 21:18:46 »



La nuova legge Pinto alla Corte costituzionale
Pubblicato il 16 aprile 2013 da Redazione   

Doppio rinvio alla Consulta per la nuova legge Pinto. Le Corti d’appello di Bari e di Reggio Calabria hanno infatti sollevato, con due ordinanze, dubbi di legittimità costituzionale su due novità introdotte dal decreto sviluppo (83/2012) nella legge 89/2001, che riconosce un indennizzo ai cittadini coinvolti in processi troppo lunghi.

Leggi l’articolo su Il Sole 24 ore
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« Risposta #55 inserito:: Aprile 27, 2013, 21:40:12 »

Non sono diverso da lucall79, che si è recentemente ritirato dal forum

http://www.mondoposte.it/smf/index.php?topic=79.0
http://www.mondoposte.it/smf/index.php?topic=8551.msg137894#msg137894

Auguro a tutti il pieno successo, nella consapevolezza che si tratta di una passeggiata sulla merda. Si tratta solo di mettere il piede ove la consistenza è migliore (dipende anche dai tempi di essiccazione). L'esito favorevole di un ricorso non è altro che il meritato epilogo di una camminata, magari con le ciaspole, su un letamaio. Il sistema. Nell'antichità (ed ancor oggi, credo, in certe zone depresse del globo), le persone utilizzavano lo sterco come combustibile (per riscaldarsi) e come materia prima per l'edilizia. Naturalmente se avrò qualcosa da dire mi iscriverò nuovamente. Per il resto leggerò passivamente.
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« Risposta #56 inserito:: Dicembre 16, 2013, 20:55:12 »

Poste Italiane SpA protetta dai giudici

Art. 2 comma 1 bis, Dlgs 368/2001. Dica finalmente la Corte se Poste Italiane SpA ne abbia abusato in misura più che doppia oppure se ne abbia abusato moderatamente e per poco tempo o se ancora ne abbia fatto un uso confacente oltre che alla legge al buon gusto. Dica se non era già sul contratto - ai sensi dell'art. 1 del medesimo decreto ed al connesso onere di specificazione - che dovevano comparire i dati idonei a verificare da subito la clausola di contingentamento. Dica se siamo noi giocatori d'azzardo o se non siano mestieranti navigati e coperti da indulgenza ordinaria e/o preventiva i "responsabili del personale" dell'azienda di famiglia. E se proprio sostenga pure che avremmo dovuto allegare in giudizio il numero dei contrattisti a termine e non solo chiederne la verifica, oppure che avremmo dovuto fare specifico riferimento al singolo contratto e non al dato complessivo degli assunti nell'anno solare o, ancora, che gli addetti agli sportelli finanziari Bancoposta possono essere tranquillamente assimilati al personale addetto al recapito per il sol fatto che occasionalmente - tra una pensione ed un libretto di risparmio, un buono fruttifero postale ed una polizza assicurativa, un estratto conto ed una carta Postepay, un carnet assegni e una carta acquisti, tra bollette e bollettini, libri e gratta e vinci - essi maneggiano una raccomandata inesitata. Attendiamo con curiosità il responso della Suprema Corte, perché di fronte ad un fenomeno sociale come quello dei ricorsisti contro la SpA Poste Italiane c'è bisogno di una risposta celere, sia essa benevola o tendenziosa. La Corte è capace dell'una e dell'altra, mentre il silenzio corrisponde agli interessi di una sola parte. E comunque censeo Carthaginem esse delendam o privatizzata.

<<CORTE D'APPELLO DI TRENTO, Sez. Lav.
Sent. n. 113 del 15/12/2011


<<...L’appellante ha ..riproposto la questione del...l’art. 2 del d.lgs. 368/2001 ..Le argomentazioni ..sono in realtà le medesime già avanzate in 1° grado...

...giova riepilogare ..i termini della questione, anche alla luce di un innegabile contrasto nella giurisprudenza di merito che meriterebbe di essere risolto al più presto dalla suprema Corte di Cassazione...


Trento lì 15/12/2011

Il Presidente estensore Dott. Fabio Maione.>>.

interv. #50
http://www.mondoposte.it/smf/index.php?topic=4691.msg139769#msg139769

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« Risposta #57 inserito:: Dicembre 21, 2013, 02:21:59 »

NON POSSO IN QUESTA SEZIONE FARE RIFERIMENTO AL MIO NIKNAME, MA È UN FATTO, CHE DI FRONTE AD UN FENOMENO SOCIALE COME I RICORSI CONTRO LE POSTE, LA CASSAZIONE AVREBBE L'OBBLIGO DI ESPRIMERSI, IN UN MODO O NELL'ALTRO. SONO ANNI CHE NON LO FA, RELATIVAMENTE AI PUNTI CONTROVERSI BEN NOTI A QUESTO FORUM (CLAUSOLA DI CONTINGENTAMENTO E SUCCESSIONE EX ART. 2). PUNTI, CHE SONO CONTROVERSI SOLO PER LA INDEGNA VOLONTÀ DEL CIRCUITO GIURISPRUDENZIALE. NON È QUESTA LA SEDE PER DELINEARE I CONFINI DI QUESTO CIRCUITO. IN ALTRE OCCASIONI LA S.C. HA BRUCIATO I TEMPI. RICORDO QUANDO LA CORTE D'APPELLO DI ROMA, RELATORE CANNELLA, SI ESPRESSE IN MODO DIFFORME DAL DETTATO COSTITUZIONALE (COSÌ INTENDO ARDITAMENTE DEFINIRE CIASCUN ESITO DELLE QUESTIONI RIMESSE ALL'OMONIMA CORTE) A PROPOSITO DELL'ART. 32 LEGGE 183 2010, NEL SENSO CHE L'INDENNITÀ ONNICOMPRENSIVA AVREBBE DOVUTO COPRIRE UN LASSO DI TEMPO LIMITATO, ANZICHÉ, COME VOLUTO DALLA CONSULTA, DALL'IMPUGNAZIONE FINO ALLA SENTENZA. IL GIUDICE DI LEGITTIMITÀ HA EMESSO TEMPESTIVA SENTENZA DI OPPOSTO AVVISO, BEN POTENDO DISPORRE IN SOFFITTA DI IDONEO RICORSO VERTENTE SUL PUNTO. LO STESSO DICASI PER CIÒ CHE RIGUARDA L'ARTICOLO 2, COMMA 1 BIS, DLGS 368/2001, (DOPO CHE ESSO ERA STATO AMICHEVOLMENTE VIDIMATO DALLA CORTE DI GIUSTIZIA). LA S.C. HA RIBADITO, IN VESTE NOMOFILATTICA INTERNA, QUANTO GIÀ AMPIAMENTE ASSIMILATO DALLA GIURISPRUDENZA DI MERITO. PER FARLO, HA DISSEPPELLITO 2 RICORSI EX ART. 2 PENDENTI IN MAGAZZINO, DI QUELLI, NATURALMENTE, INEFFICACI SULLE QUESTIONI INCERTE. IN QUANTO A GIACENZE, I RICORSI EX ART. 2 LANGUONO NEI RISPETTIVI FALDONI IN ATTESA CHE LA GIURISPRUDENZA DI MERITO ABBIA COMPLETATO L'OPERA DI APPIANAMENTO DEL CAPITOLO CONTENZIOSO POSTALE. TUTTO CIÒ È DISDICEVOLE.
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« Risposta #58 inserito:: Febbraio 04, 2014, 14:08:49 »

Il silenzio della Cassazione sull'art. 2 comma 1 bis (salvo la rachitica ratificazione dell'acausalità postale di cui alle due sentenze di inizio 2012 [1]) vanifica qualsivoglia interpretazione dell'art. 32 del Collegato lavoro (indennità omnicomprensiva), compresa la sua pressoché integrale espunzione dall'ordinamento (in riferimento anche alla decadenza introdotta per impugnazione del contratto e per il deposito del ricorso). Il silenzio dei sommi esegeti potrebbe essere collegato all'ordinanza relativa ai rapporti acausali nel settore marittimo [2], nel senso che una risposta della CGUE intesa a confermare anche in quel settore (nella specie lo svolgimento di servizi di piccolo cabotaggio tra Scilla e Cariddi) la prevalenza della presunzione di una reale e ben documentata ragione per l'assunzione, potrebbe portare la Cassazione a rivedere la propria debole posizione riguardo anche l'acausalità postale. Ma lo stesso silenzio, ad un osservatore italiano, meglio si sposerebbe con l'esigenza concreta di portare il contenzioso postale ad autonoma estinzione, a cura della giurisprudenza di merito, la quale, per l'occasione, pare proprio aver sollevato i supremi interpreti dall'impaccio di un tale infame lavoro.

[1]
http://www.studiogalleano.it/Art_2_C1Bis_Cass_e_trib_SI.htm

[2]
http://www.studiogalleano.it/lav_Nautico.htm


Fontana di Anfitrite - Allegoria del Silenzio (Lainate, Villa Litta)

http://www.treccani.it/enciclopedia/donato-carabelli/
« Ultima modifica: Febbraio 04, 2014, 14:12:34 da giudicimpostori » Registrato
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« Risposta #59 inserito:: Marzo 05, 2014, 01:41:12 »

Il Consiglio di Stato dubita della costituzionalità della legge n.89 "Pinto" laddove pare subordinare il dovere, da parte dello Stato, di risarcire la parte danneggiata dalla durata del processo all'effettiva disponibilità di liquidità. Nei gradi precedenti del presente giudizio il giudice amministrativo aveva statuito il pagamento di circa € 100 per ogni mese successivo al 6° (margine di tolleranza) senza che l'amministrazione statale avesse saldato l'importo fissato a titolo di risarcimento del danno per l'eccessiva durata del processo. Nell'ordinanza c'è una lunga riflessione circa la non diretta precettività dell'art. 6 CEDU, concordemente con quanto affermato varie volte dalla Corte Costituzionale. Nondimeno, ciò sembra particolarmente vero solo nel caso in cui si discuta se disapplicare una norma dell'ordinamento interno non espressione diretta del diritto comunitario, mentre quando la norma contestata ne è diretta trasposizione, la situazione sarebbe diversa. Ma un'altra questione è sottesa all'ordinanza. Il rango costituzionale del principio della c.d. spending review. In sostanza, con la modifica dell'art. 81 Cost., l'Italia ha posto la parità di bilancio finanziario accanto agli altri valori costituzionalmente protetti. È su questo piano che la partita CEDU vs Spending review è stata rimessa alla Corte Costituzionale. Se gli accantonamenti previsti a suo tempo per le spese di giudizio non dovessero bastare, tale ragione potrebbe resistere all'oste rappresentata dalle sentenze di Strasburgo.

CONSIGLIO DI STATO (Sez. IV)
in sede giurisdizionale
 
<<ORDINANZA [n. 754/2014 (9/1-17/2)]

(........)

12. ........La Sezione si è ...riservata di provvedere con separata ordinanza sull’ulteriore mezzo di gravame, in relazione al quale ritiene di dover sollevare questione di legittimità costituzionale ai sensi dell’art. 23 della legge 11 marzo 1953, nr. 87.
 
13. Per una migliore comprensione delle ragioni che inducono a tale risoluzione, giova riassumere i termini essenziali delle controversie che qui occupano.


Sono appellate, invero, undici sentenze emesse in altrettanti giudizi di ottemperanza relativi a sentenze della Corte di Cassazione ovvero a decreti della Corte di Appello di Roma, con i quali il Ministero della Giustizia è stato condannato al pagamento di somme di varia entità a titolo di equo indennizzo per eccessiva durata del processo ai sensi della nr. 89 del 2001.
 
13.1. Il Ministero della Giustizia ha appellato le suddette sentenze limitatamente alla parte in cui il primo giudice, oltre a ordinare l’esecuzione della sentenza ottemperanda e a nominare un Commissario ad acta per l’eventuale adempimento in sostituzione dell’Amministrazione, ha condannato quest’ultima anche al pagamento di ulteriori somme a titolo di penalità di mora (c.d. astreinte), ai sensi dell’art. 114, comma 4, lettera e), cod. proc. amm. in ragione dell’ingiustificato ritardo nell’esecuzione rispetto al momento in cui sulle sentenze o sui decreti di condanna all’equo indennizzo si era formato il giudicato.
 
Questo, in estrema sintesi, il percorso argomentativo del giudice di prime cure:
 
- la legge nr. 89 del 2001 (c.d. legge Pinto) è stata adottata dallo Stato italiano al dichiarato scopo di predisporre un rimedio per la violazione del diritto alla ragionevole durata del processo, sancito dall’art. 6, par. 1, della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU), per la cui violazione l’Italia risultava aver subito molteplici condanne dalla Corte europea dei diritti dell’uomo;
 
- la Corte, pur riconoscendo l’adeguatezza del rimedio indennitario, si è posta il problema della reazione da prevedere per l’ipotesi in cui le Autorità nazionali omettano di ottemperare ai provvedimenti giudiziari che riconoscono l’equo indennizzo;
 
- per questo, la giurisprudenza CEDU ha precisato che l’esecuzione della condanna de qua deve considerarsi parte integrante del termine complessivo del processo, e pertanto rileva ai fini del rispetto del citato art. 1, par. 6, della Convenzione (al riguardo, sono state citate le sentenze della Grande Camera, 29 marzo 2006, Cocchiarella c. Italia, e della Sez. II, 21 dicembre 2010, Gaglione c. Italia);
 
- negli arresti testé richiamati, la Corte ha ritenuto ragionevole ammettere un termine di “tolleranza” per l’esecuzione delle sentenze in subiecta materia, termine che è stato equitativamente fissato in 6 mesi, decorsi i quali il ritardo non è più giustificabile;
 
- inoltre, la Corte ha precisato che la mancanza di risorse finanziarie non può costituire idonea giustificazione all’inadempimento degli obblighi indennitari discendenti da condanne giurisdizionali per violazione della ragionevole durata del processo;
 
- tale quadro normativo e giurisprudenziale impone, secondo il primo giudice, “un’interpretazione restrittiva (sostanzialmente, la disapplicazione)” dell’art. 3, comma 7, della precitata legge nr. 89 del 2001, secondo cui, in caso di condanna all’equo indennizzo: “...L’erogazione degli indennizzi agli aventi diritto avviene nei limiti delle risorse disponibili”;
 
- ciò premesso, decidendo sulla domanda delle parti ricorrenti di condanna dell’Amministrazione al risarcimento del danno da ritardo mediante applicazione della penalità di cui all’art. 114, comma 4, lettera e), cod. proc. amm., il T.A.R. ha ritenuto di aderire all’orientamento secondo cui tale istituto, a differenza di quello similare disciplinato nel processo civile dall’art. 614-bis cod. proc. amm., è applicabile anche alle ipotesi in cui gli obblighi incombenti alla p.a. in esecuzione del giudicato abbiano carattere pecuniario;
 
- conseguentemente il primo giudice ha ritenuto, da un lato, di non ritenere giustificabile - in applicazione della richiamata giurisprudenza EDU - il perdurante ritardo nell’erogazione delle somme liquidate a titolo di equo indennizzo sulla base dell’affermata carenza di risorse finanziarie, e, pertanto, di dover condannare il Ministero della Giustizia al pagamento di somme ex art. 114, comma 4, lettera e), cod. proc. amm. con decorrenza dallo scadere dell’anzi detto termine semestrale dalla data in cui ciascuna sentenza o decreto da ottemperare erano passati in giudicato (tanto, sempre in ossequio alla giurisprudenza europea innanzi richiamata);
 
- con riguardo alla quantificazione dell’astreinte, il T.A.R. ha infine ritenuto di aderire all’indirizzo per cui questa va equitativamente commisurata in € 100,00 per ogni mese di ritardo (cfr. sent. Cocchiarella, cit.).
 
13.2. A fronte delle statuizioni così riassunte, l’Amministrazione ha affidato i propri appelli a due motivi fondamentali:
 
a) da un lato, contestando l’applicabilità dell’istituto introdotto nel processo amministrativo dall’art. 114, comma 4, lettera e), cod. proc. amm. anche all’esecuzione di condanne al pagamento di somme di denaro;
 
b) dall’altro, tacciando di erroneità la disapplicazione dell’art. 3, comma 7, della legge nr. 89 del 2001, per ritenuto contrasto con l’art. 6, par. 1, come interpretato dalla Corte, non essendo tale operazione consentita al giudice a cagione della non diretta applicabilità delle norme CEDU nell’ordinamento italiano.
 
13.3. La prima delle anzi dette doglianze, come già accennato, è stata respinta da questa Sezione con la ricordata sentenza parziale nr. 462 del 2014.
 
14. Per quanto concerne la seconda censura, si ritiene di dover condividere le argomentazioni della difesa erariale in ordine all’impossibilità, in caso di ravvisato contrasto fra una norma della CEDU e una norma interna, di una diretta disapplicazione di quest’ultima da parte del giudice (cfr. sul punto Cons. Stato, sez. IV, 13 giugno 2013, nr. 3293, laddove in tal senso ci si è pronunciati, ad altro riguardo, proprio a proposito del rapporto tra la CEDU e la legge nr. 89 del 2001).
 
14.1. Quanto sopra discende dalla considerazione della giurisprudenza in materia della Corte costituzionale, la quale è già da tempo costante nel ritenere che le norme della CEDU - nel significato loro attribuito dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, specificamente istituita per dare a esse interpretazione e applicazione (art. 32, par. 1, della Convenzione) - integrino, quali “norme interposte”, il parametro costituzionale espresso dall’art. 117, comma 1, Cost., nella parte in cui stabilisce l’obbligo per la legislazione interna di rispettare i vincoli derivanti dagli “obblighi internazionali” (cfr. sentt. 4 dicembre 2009, nr. 317; id., 26 novembre 2009, nr. 311; id., 27 febbraio 2008, nr. 39; id., 24 ottobre 2007, nn. 348 e 349).
 
Pertanto, in caso di ipotizzato contrasto fra una norma interna e una norma della CEDU, il giudice comune deve verificare anzitutto la praticabilità di una interpretazione della prima in senso conforme alla Convenzione, avvalendosi di ogni strumento ermeneutico a sua disposizione; e, ove tale verifica dia esito negativo - non potendo a ciò rimediare tramite la semplice non applicazione della norma interna contrastante - egli deve denunciare la rilevata incompatibilità, proponendo questione di legittimità costituzionale in riferimento al suindicato parametro; si è aggiunto, poi, che la Corte costituzionale, investita dello scrutinio, pur non potendo sindacare l’interpretazione della CEDU data dalla Corte europea, resta legittimata a verificare se, così interpretata, la norma della Convenzione - la quale si colloca pur sempre a un livello sub-costituzionale - si ponga eventualmente in conflitto con altre norme della Costituzione: ipotesi eccezionale nella quale dovrà essere esclusa la idoneità della norma convenzionale a integrare il parametro considerato.
 
14.2. In un più recente arresto (sent. 11 marzo 2011, nr. 80) la Corte ha altresì affrontato il problema della perdurante validità di tali conclusioni dopo l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona del 13 dicembre 2007, ratificato e reso esecutivo in Italia con legge 2 agosto 2008, nr. 130, che ha modificato il Trattato sull’Unione europea e il Trattato che istituisce la Comunità europea.
 
In particolare, si era sostenuto che le innovazioni recate da detto Trattato (entrato in vigore il 1 dicembre 2009) avessero comportato un mutamento della collocazione delle disposizioni della CEDU nel sistema delle fonti, tale da rendere ormai inattuale la ricordata concezione delle “norme interposte”: alla luce del nuovo testo dell’art. 6 del Trattato sull’Unione europea, dette disposizioni sarebbero divenute parte integrante del diritto dell’Unione, con la conseguente facoltà per i giudici comuni di non applicare le norme interne ritenute incompatibili con le norme della CEDU, senza dover attivare il sindacato di costituzionalità.
 
In altri termini, anche per la CEDU sarebbe stata valida la ricostruzione dei rapporti tra diritto comunitario e diritto interno, quali sistemi distinti e autonomi, operata dalla consolidata giurisprudenza della Corte costituzionale sulla base del disposto dell'art. 11 Cost. (secondo cui l’Italia “consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni”), alla stregua della quale le norme derivanti da fonte comunitaria dovrebbero ricevere diretta applicazione nell’ordinamento italiano pur restando estranee al sistema delle fonti interne, con la conseguenza che, se munite di effetto diretto, esse precludono al giudice nazionale di applicare la normativa interna con esse reputata incompatibile.
 
La Corte ha respinto tale impostazione sulla base di una puntuale ricostruzione dei rapporti tra CEDU, diritto europeo e diritto interno nella loro recente evoluzione: “...A tale proposito, occorre quindi ricordare come l’art. 6 del Trattato sull’Unione europea, nel testo in vigore sino al 30 novembre 2009, stabilisse, al paragrafo 2, che l’«Unione rispetta i diritti fondamentali quali sono garantiti dalla Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali [...] e quali risultano dalle tradizioni costituzionali comuni degli Stati membri, in quanto principi del diritto comunitario».
 
In base a tale disposizione - che recepiva un indirizzo adottato dalla Corte di giustizia fin dagli anni settanta dello scorso secolo - tanto la CEDU quanto le «tradizioni costituzionali comuni» degli Stati membri (fonti esterne all’ordinamento dell’Unione) non assumevano rilievo come tali, ma in quanto da esse si traevano «i principi generali del diritto comunitario» che l’Unione era tenuta a rispettare. Sicché, almeno dal punto di vista formale, la fonte della tutela dei diritti fondamentali nell’ambito dell’Unione europea era unica, risiedendo, per l’appunto, nei «principi generali del diritto comunitario», mentre la CEDU e le «tradizioni costituzionali comuni» svolgevano solo un ruolo ‘strumentale’ all'individuazione di quei principi.
 
Coerentemente questa Corte ha in modo specifico escluso che dalla «qualificazione [...] dei diritti fondamentali oggetto di disposizioni della CEDU come principi generali del diritto comunitario» - operata dapprima dalla Corte di giustizia, indi anche dall’art. 6 del Trattato - potesse farsi discendere la riferibilità alla CEDU del parametro di cui all’art. 11 Cost. e, con essa, la spettanza al giudice comune del potere-dovere di non applicare le norme interne contrastanti con la Convenzione (sentenza n. 349 del 2007). L’affermazione per cui l’art. 11 Cost. non può venire in considerazione rispetto alla CEDU, «non essendo individuabile, con riferimento alle specifiche norme convenzionali in esame, alcuna limitazione della sovranità nazionale» (sentenza n. 188 del 1980, già richiamata dalla sentenza n. 349 del 2007 succitata), non poteva ritenersi, infatti, messa in discussione da detta qualificazione per un triplice ordine di ragioni.
 
In primo luogo, perché «il Consiglio d’Europa, cui afferiscono il sistema di tutela dei diritti dell’uomo disciplinato dalla CEDU e l’attività interpretativa di quest’ultima da parte della Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo, è una realtà giuridica, funzionale e istituzionale, distinta dalla Comunità europea creata con i Trattati di Roma del 1957 e dall’Unione europea oggetto del Trattato di Maastricht del 1992» (sentenza n. 349 del 2007).
 
In secondo luogo, perché, i «princìpi generali del diritto comunitario di cui il giudice comunitario assicura il rispetto», ispirandosi alle tradizioni costituzionali comuni degli Stati membri e alla CEDU, «rilevano esclusivamente rispetto a fattispecie alle quali tale diritto sia applicabile: in primis gli atti comunitari, poi gli atti nazionali di attuazione di normative comunitarie, infine le deroghe nazionali a norme comunitarie asseritamente giustificate dal rispetto dei diritti fondamentali (sentenza 18 giugno 1991, C-260/89, ERT)»; avendo «la Corte di giustizia [...] precisato che non ha tale competenza nei confronti di normative che non entrano nel campo di applicazione del diritto comunitario (sentenza 4 ottobre 1991, C-159/09, Society for the Protection of Unborn Children Ireland; sentenza 29 maggio 1998, C-299/05, Kremzow)».
 
In terzo luogo e da ultimo, perché «il rapporto tra la CEDU e gli ordinamenti giuridici degli Stati membri, non essendovi in questa materia una competenza comune attribuita alle (né esercitata dalle) istituzioni comunitarie, è un rapporto variamente ma saldamente disciplinato da ciascun ordinamento nazionale» (sentenza n. 349 del 2007).
 
(...) L’art. 6 del Trattato sull’Unione europea è stato, peraltro, incisivamente modificato dal Trattato di Lisbona, in una inequivoca prospettiva di rafforzamento dei meccanismi di protezione dei diritti fondamentali.
 
Il nuovo art. 6 esordisce, infatti, al paragrafo 1, stabilendo che l’«Unione riconosce i diritti, le libertà e i principi sanciti nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea del 7 dicembre 2000, adattata il 12 dicembre 2007 a Strasburgo, che ha lo stesso valore giuridico dei trattati». La norma prosegue - per quanto ora interessa - prevedendo, al paragrafo 2, che «l’Unione aderisce alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali»; per chiudersi, al paragrafo 3, con la statuizione in forza della quale «i diritti fondamentali, garantiti dalla Convenzione [...] e risultanti dalle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri, fanno parte del diritto dell’Unione in quanto principi generali».
 
Alla luce della nuova norma, dunque, la tutela dei diritti fondamentali nell’ambito dell’Unione europea deriva (o deriverà) da tre fonti distinte: in primo luogo, dalla Carta dei diritti fondamentali (cosiddetta Carta di Nizza), che l’Unione «riconosce» e che «ha lo stesso valore giuridico dei trattati»; in secondo luogo, dalla CEDU, come conseguenza dell’adesione ad essa dell’Unione; infine, dai «principi generali», che - secondo lo schema del previgente art. 6, paragrafo 2, del Trattato - comprendono i diritti sanciti dalla stessa CEDU e quelli risultanti dalle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri.
 
Si tratta, dunque, di un sistema di protezione assai più complesso e articolato del precedente, nel quale ciascuna delle componenti è chiamata ad assolvere a una propria funzione. Il riconoscimento alla Carta di Nizza di un valore giuridico uguale a quello dei Trattati mira, in specie, a migliorare la tutela dei diritti fondamentali nell’ambito del sistema dell’Unione, ancorandola a un testo scritto, preciso e articolato.
 
Sebbene la Carta «riafferm», come si legge nel quinto punto del relativo preambolo, i diritti derivanti (anche e proprio) dalle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri e dalla CEDU, il mantenimento di un autonomo richiamo ai «principi generali» e, indirettamente, a dette tradizioni costituzionali comuni e alla CEDU, si giustifica - oltre che a fronte dell’incompleta accettazione della Carta da parte di alcuni degli Stati membri (...)- anche al fine di garantire un certo grado di elasticità al sistema. Si tratta, cioè, di evitare che la Carta ‘cristallizzi’ i diritti fondamentali, impedendo alla Corte di giustizia di individuarne di nuovi, in rapporto all’evoluzione delle fonti indirettamente richiamate.
 
A sua volta, la prevista adesione dell’Unione europea alla CEDU rafforza la protezione dei diritti umani, autorizzando l’Unione, in quanto tale, a sottoporsi a un sistema internazionale di controllo in ordine al rispetto di tali diritti”.
 
Tutto ciò premesso, la Corte ha però escluso di poter accedere alla tesi di un’immediata e diretta “prevalenza” (nel senso sopra precisato) delle norme della CEDU sulle norme interne: “...Nessun argomento in tale direzione può essere tratto, anzitutto, dalla prevista adesione dell’Unione europea alla CEDU, per l’assorbente ragione che l’adesione non è ancora avvenuta.
 
A prescindere da ogni altro possibile rilievo, la statuizione del paragrafo 2 del nuovo art. 6 del Trattato resta, dunque, allo stato, ancora improduttiva di effetti. La puntuale identificazione di essi dipenderà ovviamente dalle specifiche modalità con cui l’adesione stessa verrà realizzata.
 
(...)Quanto, poi, al richiamo alla CEDU contenuto nel paragrafo 3 del medesimo art. 6 - secondo cui i diritti fondamentali garantiti dalla Convenzione «e risultanti dalle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri fanno parte del diritto dell’Unione in quanto principi generali» - si tratta di una disposizione che riprende, come già accennato, lo schema del previgente paragrafo 2 dell’art. 6 del Trattato sull’Unione europea: evocando, con ciò, una forma di protezione preesistente al Trattato di Lisbona.
 
Restano, quindi, tuttora valide le considerazioni svolte da questa Corte in rapporto alla disciplina anteriore, riguardo all’impossibilità, nelle materie cui non sia applicabile il diritto dell’Unione (...), di far derivare la riferibilità alla CEDU dell’art. 11 Cost. dalla qualificazione dei diritti fondamentali in essa riconosciuti come «principi generali» del diritto comunitario (oggi, del diritto dell’Unione). Le variazioni apportate al dettato normativo - e, in particolare, la sostituzione della locuzione «rispetta» (presente nel vecchio testo dell’art. 6 del Trattato) con l’espressione «fanno parte» - non sono, in effetti, tali da intaccare la validità di tale conclusione. Come sottolineato nella citata sentenza n. 349 del 2007, difatti, già la precedente giurisprudenza della Corte di giustizia - che la statuizione in esame è volta a recepire - era costante nel ritenere che i diritti fondamentali, enucleabili dalla CEDU e dalle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri, facessero «parte integrante» dei principi generali del diritto comunitario di cui il giudice comunitario era chiamato a garantire il rispetto (ex plurimis, sentenza 26 giugno 2007, C-305/05, Ordini avvocati contro Consiglio, punto 29).
 
Rimane, perciò, tuttora valida la considerazione per cui i principi in questione rilevano unicamente in rapporto alle fattispecie cui il diritto comunitario (oggi, il diritto dell’Unione) è applicabile, e non anche alle fattispecie regolate dalla sola normativa nazionale.
 
(...)Quest’ultimo rilievo è riferibile, peraltro, anche alla restante fonte di tutela: vale a dire la Carta dei diritti fondamentali, la cui equiparazione ai Trattati avrebbe determinato, secondo la parte privata, una «trattatizzazione» indiretta della CEDU, alla luce della ‘clausola di equivalenza’ che figura nell’art. 52, paragrafo 3, della Carta. In base a tale disposizione (compresa nel titolo VII, cui l’art. 6, paragrafo 1, del Trattato fa espresso rinvio ai fini dell’interpretazione dei diritti, delle libertà e dei principi stabiliti dalla Carta), ove quest’ultima «contenga diritti corrispondenti a quelli garantiti dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, il significato e la portata degli stessi sono uguali a quelli conferiti dalla suddetta Convenzione» (ferma restando la possibilità «che il diritto dell’Unione conceda una protezione più estesa»). Di conseguenza - sempre secondo la parte privata - i diritti previsti dalla CEDU che trovino un ‘corrispondente’ all’interno della Carta di Nizza (...)dovrebbero ritenersi ormai tutelati anche a livello di diritto dell’Unione europea.
 
A prescindere da ogni ulteriore considerazione, occorre peraltro osservare come - analogamente a quanto è avvenuto in rapporto alla prefigurata adesione dell’Unione alla CEDU (art. 6, paragrafo 2, secondo periodo, del Trattato sull’Unione europea; art. 2 del Protocollo al Trattato di Lisbona relativo a detta adesione) - in sede di modifica del Trattato si sia inteso evitare nel modo più netto che l’attribuzione alla Carta di Nizza dello «stesso valore giuridico dei trattati» abbia effetti sul riparto delle competenze fra Stati membri e istituzioni dell’Unione.
 
L’art. 6, paragrafo 1, primo alinea, del Trattato stabilisce, infatti, che «le disposizioni della Carta non estendono in alcun modo le competenze dell’Unione definite nei trattati». A tale previsione fa eco la Dichiarazione n. 1 allegata al Trattato di Lisbona, ove si ribadisce che «la Carta non estende l’ambito di applicazione del diritto dell’Unione al di là delle competenze dell’Unione, né introduce competenze nuove o compiti nuovi dell’Unione, né modifica le competenze e i compiti definiti dai trattati».
 
I medesimi principi risultano, peraltro, già espressamente accolti dalla stessa Carta dei diritti, la quale, all’art. 51 (anch’esso compreso nel richiamato titolo VII), stabilisce, al paragrafo 1, che «le disposizioni della presente Carta si applicano alle istituzioni, organi e organismi dell’Unione nel rispetto del principio di sussidiarietà, come pure agli Stati membri esclusivamente nell’attuazione del diritto dell’Unione»; recando, altresì, al paragrafo 2, una statuizione identica a quella della ricordata Dichiarazione n. 1.
 
Ciò esclude, con ogni evidenza, che la Carta costituisca uno strumento di tutela dei diritti fondamentali oltre le competenze dell’Unione europea, come, del resto, ha reiteratamente affermato la Corte di giustizia, sia prima (tra le più recenti, ordinanza 17 marzo 2009, C-217/08, Mariano) che dopo l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona (sentenza 5 ottobre 2010, C-400/10 PPU, McB; ordinanza 12 novembre 2010, C-399/10, Krasimir e altri).
 
Presupposto di applicabilità della Carta di Nizza è, dunque, che la fattispecie sottoposta all’esame del giudice sia disciplinata dal diritto europeo - in quanto inerente ad atti dell’Unione, ad atti e comportamenti nazionali che danno attuazione al diritto dell’Unione, ovvero alle giustificazioni addotte da uno Stato membro per una misura nazionale altrimenti incompatibile con il diritto dell’Unione - e non già da sole norme nazionali prive di ogni legame con tale diritto.
 
Nel caso di specie (...)detto presupposto difetta: la stessa parte privata, del resto, non ha prospettato alcun tipo di collegamento tra il thema decidendum del giudizio principale e il diritto dell’Unione europea.
 
(...)Alla luce delle considerazioni che precedono, si deve, dunque, conclusivamente escludere che, in una fattispecie quale quella oggetto del giudizio principale, il giudice possa ritenersi abilitato a non applicare, omisso medio, le norme interne ritenute incompatibili con l’art. 6, paragrafo 1, della CEDU, secondo quanto ipotizzato dalla parte privata.

 
Restano, per converso, pienamente attuali i principi al riguardo affermati da questa Corte a partire dalle sentenze n. 348 e 349 del 2007: principi, del resto, reiteratamente ribaditi dalla Corte stessa anche dopo l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona (sentenze n. 1 del 2011; n. 196, n. 187 e n. 138 del 2010) (...)”.
 
14.3. Questi principi sono stati, ancora in tempi molti recenti, ribaditi dalla Corte costituzionale in successiva pronuncia (sent. 18 luglio 2013, nr. 210).
 
15. Orbene, con riguardo alla fattispecie che qui occupa questa Sezione, alla luce dell’evidenziata impossibilità di procedere a diretta disapplicazione della norma nazionale (non essendo stato evidenziato, da nessuna delle parti dei giudizi, alcun legame tra la vicenda relativa all’indennizzo da eccessiva durata del processo e il diritto dell’Unione europea),

REPUTA RILEVANTE E NON MANIFESTAMENTE INFONDATA LA QUESTIONE DI LEGITTIMITÀ COSTITUZIONALE DELL’ART. 3, COMMA 7, DELLA LEGGE 24 MARZO 2001, NR. 89 (IL QUALE, COME DETTO, RECITA: “...l’EROGAZIONE DEGLI INDENNIZZI AGLI AVENTI DIRITTO AVVIENE NEI LIMITI DELLE RISORSE DISPONIBILI”), PER CONTRASTO CON L’ART. 117, COMMA 1, cOST. PER TRAMITE DELLA NORMA INTERPOSTA COSTITUITA DALL’ART. 6, PAR. 1, DELLA cedu, COME INTERPRETATO DALL’ORMAI COSTANTE GIURISPRUDENZA DELLA cORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELL’UOMO.
 
15.1. Quanto al primo profilo, è evidente che la possibilità (o meno) di considerare la mancanza di risorse disponibili in bilancio quale legittimo impedimento all’immediata corresponsione dell’indennizzo da eccessiva durata del processo incide sul giudizio da dare, ai fini dell’applicazione della penalità di mora di cui all’art. 114, comma 4, lettera e), cod. proc. amm., in ordine al carattere giustificato o meno del ritardo dell’Amministrazione nel dare esecuzione al giudicato che si sia formato sulla condanna al pagamento del predetto indennizzo: infatti, la norma processuale testé citata stabilisce espressamente che l’astreinte può essere applicata “salvo che ciò sia manifestamente iniquo, e se non sussistono altre ragioni ostative”.
 
In altri termini, ove mai si ritenesse legittima e tuttora applicabile la disposizione ex art. 3, comma 7, della legge nr. 89 del 2001 ciò escluderebbe, con ogni probabilità, la stessa possibilità di applicare la penalità di mora de qua all’Amministrazione la quale, condannata al pagamento di un indennizzo da eccessiva durata del processo, alleghi e comprovi che il ritardo nell’ottemperare al decisum giurisdizionale è ascrivibile alla indisponibilità in bilancio di risorse, essendo difficile negare che tale circostanza integri valida “ragione ostativa” all’immediata esecuzione.
 
15.2. Sul versante del merito, è conclamato il contrasto fra la disposizione interna e l’ormai consolidata interpretazione dell’art. 6, par. 1, della CEDU fatta propria dalla Corte di Strasburgo, la quale per quanto qui interessa si concreta in due principi specifici:
 
a) il tempo occorrente per conseguire l’esecuzione di una decisione di condanna al pagamento di un indennizzo da eccessiva durata del processo, specie se costringe l’interessato a proporre un’azione esecutiva, fa parte a tutti gli effetti del processo stesso, e quindi va computato ai fini del rispetto da parte dello Stato del diritto fondamentale alla durata ragionevole dell’iter processuale;
 
b) la carenza di risorse disponibili, più o meno temporanea che sia, non costituisce ex se idoneo fattore giustificativo del ritardo dello Stato nel dare esecuzione alle decisioni di condanna qui in discorso.
 
Al contrario, la disposizione di cui al comma 7 dell’art. 3 della legge nr. 89 del 2001, laddove impone l’obbligo di corresponsione dell’indennizzo “nei limiti delle risorse disponibili”, si pone certamente in traiettoria divergente rispetto ai principi appena richiamati: infatti, anche a non volerne sposare una lettura “radicale” secondo cui l’indisponibilità di risorse esonererebbe addirittura in toto l’Amministrazione degli obblighi rivenienti dal giudicato di condanna, tale circostanza quanto meno precluderebbe di qualificare in termini di inadempimento - e, quindi, di condotta a qualsiasi titolo sanzionabile - il ritardo più o meno lungo nell’ottemperare che sia dovuto, per l’appunto, a siffatta indisponibilità.
 
15.3. Né è possibile comporre il contrasto testé evidenziato, come vorrebbero le parti appellate nei presenti giudizi, attraverso un’interpretazione “adeguatrice” della norma interna tale da renderla compatibile con i principi discendenti dalla CEDU.
 
In particolare, gli odierni appellati assumono che sulla scorta della già richiamata giurisprudenza della Corte di Strasburgo, nella parte in cui ha equitativamente fissato in 6 mesi il termine oltre il quale il ritardo nella corresponsione dell’indennizzo può qualificarsi non più giustificato, sarebbe predicabile una lettura dell’art. 3, comma 7, della legge nr. 89 del 2001 nel senso che le risorse necessarie per l’erogazione dell’indennizzo debbono essere reperite e rese disponibili dall’Amministrazione entro 6 mesi dal passaggio in giudicato della decisione di condanna.
 
Tuttavia, la Sezione ritiene che una tale operazione di “ortopedia” della previsione normativa vada ben oltre i limiti della normale attività ermeneutica, finendo non già per ricavare un significato fra i tanti astrattamente possibili del precetto, ma per costruire una vera e propria nuova disposizione, sostituendo quella che è una mera indicazione di possibili condizioni ostative all’immediata corresponsione dell’indennizzo con la previsione di un onere di reperimento dei fondi a carico dell’Amministrazione (oltre tutto, con fissazione di un termine perentorio).
 
Quanto sopra appare confermato dalla circostanza che mai la giurisprudenza che si è occupata del problema, ivi comprese le sentenze oggetto degli appelli qui all’esame, ha ipotizzato una siffatta esegesi della norma interna, ragionando invece sempre in termini di irriducibile contrasto fra essa e i principi della CEDU, nonché – se del caso e, come si è visto, in maniera non condivisibile – di “disapplicazione” della prima.
 
15.4. Ai rilievi fin qui svolti può aggiungersi, richiamando la giurisprudenza costituzionale cui si è sopra fatto riferimento, che nel caso di specie, oltre al conflitto tra fonte interna e CEDU nel senso appena precisato, ricorre anche l’ulteriore presupposto dell’esistenza di un diverso parametro costituzionale sul quale sarebbe astrattamente possibile fondare la legittimità della norma interna; in altri termini, potrebbe ricorrere proprio una di quelle situazioni “eccezionali”, che soltanto la Corte costituzionale è abilitata a individuare, in cui l’esistenza di un principio fondamentale del diritto interno, di rango costituzionale, è suscettibile di escludere l’idoneità della previsione della CEDU a fungere da “norma interposta” del parametro ex art. 117, comma 1, Cost.
 
È noto, infatti, che con la legge costituzionale 20 aprile 2012, nr. 1, l’art. 81 della Costituzione è stato modificato, introducendovi la regola dell’equilibrio di bilancio (comma 1), prevedendo il ricorso all’indebitamento solo in circostanze eccezionali e in presenza di un iter rafforzato (comma 2) e introducendo una fonte normativa del pari “rinforzata” per la definizione delle regole e dei criteri generali della legislazione sul bilancio pubblico (comma 6).
 
Come noto, e come è dato evincere dalla lettura dei lavori parlamentari a monte della riforma costituzionale, quest’ultima è stata resa necessaria dalla necessità di assicurare il rispetto dei vincoli derivanti dall’appartenenza dell’Italia all’Unione europea, al fine di garantire il mantenimento negli Stati membri di livelli di disavanzo e debito predefiniti a livello europeo; tali obiettivi si è ritenuto di perseguire, oltre che con l’introduzione di più incisivi controlli a livello dell’Unione europea già nella fase di formazione del bilancio annuale, prevedendo un complesso di regole e meccanismi atti ad assicurare il monitoraggio costante del bilancio nella sue varie articolazioni (anche in relazione ai diversi settori dell’amministrazione pubblica), la verifica preventiva e la valutazione di ciascun impegno di spesa in relazione alla necessità di mantenere l’equilibrio tra poste attive e passive, e in definitiva il tendenziale perseguimento di tale equilibrio in via ordinaria e costante, salvo per ipotesi eccezionali e temporalmente delimitate.
 
ESISTE DUNQUE UN COMPLESSO DI PRINCIPI, DI RANGO COSTITUZIONALE E COMUNITARIO, IN VIRTÙ DEI QUALI BEN POTREBBE ASTRATTAMENTE PREDICARSI L’ILLEGITTIMITÀ DI UNA REGOLA DI VALORE SUB-COSTITUZIONALE – QUALE È, SECONDO IL COSTANTE ORIENTAMENTO DELLA CORTE COSTITUZIONALE, IL VALORE DELLE NORME DELLA CEDU – ALLA STREGUA DELLA QUALE AFFERMARE L’OBBLIGO DELL’AMMINISTRAZIONE DI REPERIRE SEMPRE E IN QUALSIASI MOMENTO, SE NECESSARIO ANCHE ATTRAVERSO VARIAZIONI DI BILANCIO, LE RISORSE FINANZIARIE NECESSARIE AD ASSOLVERE AGLI OBBLIGHI INDENNITARI DERIVANTI DALLE DECISIONI DI CONDANNA PER ECCESSIVA DURATA DEL PROCESSO AI SENSI DELLA LEGGE NR. 89 DEL 2001.
 
Al contrario, è noto che per l’assolvimento dei detti obblighi è stabilita in bilancio un’apposita voce basata, come per tutte le altre voci di spesa, su una previsione approssimativa dell’ammontare complessivo delle somme che lo Stato sarà chiamato a erogare a seguito delle condanne subite nel periodo finanziario di riferimento (stima la quale verosimilmente si fonda sul valore medio delle condanne riportate negli analoghi periodi immediatamente precedenti e su altri elementi presuntivi); ma il problema nasce nell’ipotesi, tutt’altro che infrequente nella pratica, in cui le somme stanziate in bilancio si rivelino insufficienti a coprire il debito complessivo riveniente dalle condanne de quibus.
 
RISULTA DEL TUTTO EVIDENTE, PERTANTO, COME DEBBA ESSERE RIMESSA ESCLUSIVAMENTE ALLA CORTE COSTITUZIONALE LA VALUTAZIONE IN ORDINE NON SOLO ALLA COMPATIBILITÀ FRA L’ART. 3, COMMA 7, DELLA LEGGE NR. 89 DEL 2001 E L’ART. 6, PAR. 1, DELLA CEDU (NEL SENSO PIÙ VOLTE PRECISATO), MA ANCHE - UNA VOLTA VERIFICATO IL CONFLITTO TRA LE DUE FONTI - A QUALE DELLE DUE DEBBA EFFETTIVAMENTE PREVALERE, STANTE IL DESCRITTO QUADRO NORMATIVO DI RIFERIMENTO COSTITUZIONALE E COMUNITARIO.
 
16. Per le ragioni dianzi esposte, questa Sezione solleva la questione di legittimità costituzionale dell’art. 3, comma 7, della legge 24 marzo 2001, nr. 89, in relazione all’art. 117, comma 1, della Costituzione, per tramite della norma interposta costituita dall’art. 6, comma 1, della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.
 
17. Il presente giudizio va quindi sospeso in attesa della decisione della Corte costituzionale; ogni ulteriore statuizione in rito, nel merito e in ordine alle spese del giudizio viene riservata alla decisione definitiva.
 
P.Q.M.
 
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quarta), riuniti gli appelli in epigrafe, letti gli artt. 134 Cost. e 23 della legge 11 marzo 1953, nr. 87, dichiara rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale, in relazione all’art. 117 Cost., dell’art. 3, comma 7, della legge 24 marzo 2001, nr. 89.
 
Dispone l’immediata trasmissione degli atti alla Corte costituzionale e sospende il giudizio.
 
Dispone altresì che la presente ordinanza sia notificata, a cura della Segreteria, al Presidente del Consiglio dei Ministri ed alle parti del giudizio, ed inoltre comunicata al Presidente della Camera dei Deputati, nonché al Presidente del Senato della Repubblica.
 
Riserva al definitivo ogni statuizione in rito, nel merito e sulle spese.
 
Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 9 gennaio 2014 con l’intervento dei magistrati:
 
Marzio Branca, Presidente FF
 
Raffaele Greco, Consigliere, Estensore
 
Fabio Taormina, Consigliere
 
Andrea Migliozzi, Consigliere
 
Umberto Realfonzo, Consigliere
 
L'ESTENSORE
 
IL PRESIDENTE

 DEPOSITATA IN SEGRETERIA
 
Il 17/02/2014>>.
« Ultima modifica: Marzo 05, 2014, 01:49:25 da giudicimpostori » Registrato
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