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Autore Discussione: CASSAZIONE - speditezza processi  (Letto 52201 volte)
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giudicimpostori
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« Risposta #60 inserito:: Marzo 13, 2014, 22:35:47 »

Rinvio di causa immotivato? Magistrato può lasciarsi spazi per urgenze
Cassazione civile , SS.UU., sentenza 27.01.2014 n° 1516 (Riccardo Bianchini)

http://www.altalex.com/index.php?idnot=66298

Altalex, 6 marzo 2014: In sostanza, ...le Sezioni Unite hanno confermato la decisione della Sezione disciplinare, ribadendo che il magistrato deve essere ritenuto libero di non esaurire completamente la propria disponibilità di tempo, potendo invece esso lasciare spazio per assumere decisioni si cause connotate da requisiti di urgenza: e, così statuendo, ha confermato che anche il rinvio disposto ad udienze lontane alcune anni non costituisce illecito disciplinare qualora la dilazione non appaia palesemente incongrua in relazione ai carichi di lavoro ed alla difficoltà dei processi.
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giudicimpostori
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« Risposta #61 inserito:: Marzo 17, 2014, 13:44:29 »

Tribunale di Taranto - Bilancio sociale 2011

<<...La produttività dell’Ufficio (pag. 65)

Di seguito si riporta un’elaborazione... effettuata sulla base delle statistiche dei procedimenti civili e che mostra una durata media leggermente superiore ai quattro anni...>>.
http://www.tribunale.taranto.it/allegati/Bilancio_sociale3.pdf
_ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _

Antonio Morelli, Presid. Trib. di Taranto (2011): Ricevo “lettere bellissime, calligrafiche di anziane signore che vogliono sapere se avevano ragione riguardo alla divisione di un bene e di essere conscio, nel caso delle invalidità,  che alcuni sono destinati a morire prima che finisca la causa.”.

http://ginosanews.blogspot.it/2011/10/il-giusto-processo-dibattito-laterza.html
_ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _

Se il giudizio supera gli standards stabiliti dalla Corte europea dei Diritti dell’uomo di

3 anni per il 1° grado,
2 anni per il 2° grado e
1 anno per la Cassazione
,

scatta il diritto al risarcimento per equa riparazione a causa della eccessiva durata della controversia. Attenzione la causa a pena di decadenza va esperita entro 6 mesi dal momento in cui la decisione è divenuta definitiva. Entro 30 giorni con decreto motivato la Corte di Appello competente decide - tenuta presente la complessità del caso, l'oggetto del procedimento ed il comportamento delle parti, del giudice - ingiungendo di pagare la somma liquidata a titolo di equa riparazione autorizzando anche la provvisoria esecuzione.

http://www.avvocatideiconsumatori.it/ritardata-giustizia/371-risarciti-gli-utenti-per-cause-con-durata-superiore-ai-6-anni.html

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giudicimpostori
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« Risposta #62 inserito:: Giugno 02, 2014, 21:54:44 »

...cosa posso fare io legalmente per sanare questa profonda ingiustizia? esiste una procedura d'urgenza? esiste una denucia da fare; e se si, a chi? posso mai accettare passivamente questa indegna e incivile ingiustizia? è una vera e propria barbaria, sono passati 7 anni, è pazzesco; cosa devo fare: interessare la Corte di Strasburgo?

Se la Cassazione nel 2014 ha ritienuto plausibile il rinvio, da parte del giudice incaricato, di una causa ad altra data (posteriore anche di alcuni anni) al fine di meglio pianificare cause più urgenti o comunque ugualmente pendenti (vedi intervento precedente),

CASSAZIONE ANNO VII
http://www.mondoposte.it/smf/index.php?topic=10822.0


la CEDU di Strasburgo sosteneva già nel 2001 (ed immagino sostenga ancora) che (il virgolettato riflette un commento dal sito diritto.it) <<il "sovraccarico cronico" dei tribunali italiani non può essere addotto quale giustificazione plausibile dei ritardi, dato che ogni Paese che sottoscriva la Convenzione europea è tenuto a rispettare pienamente i principi in essa contenuti.>>. Due principii contrastanti (mi pare) [1]. Forse ad andare in prescrizione sarà stata l'efficacia della relativa sentenza CEDU.

Circa l'efficacia dell'art. 32 del collegato lavoro... (VEDI ALLA PAGINA CITATA SOPRA)

In tema di irragionevole durata del processo, sempre già nel 2001, la CEDU chiariva che (il virgolettato riflette un commento dal sito diritto.it)


<<L'art. 35 della Convenzione stabilisce che il ricorso alla Corte europea dei Diritti dell'Uomo di Strasburgo può essere presentato da una persona fisica o giuridica che sia stata parte in una controversia davanti ai giudici nazionali e solo dopo che siano stati esauriti tutti i possibili rimedi giurisdizionali davanti agli stessi giudici nazionali (vale a dire fino alla sentenza definitiva in Cassazione) e non oltre il termine perentorio di sei mesi, a decorrere dalla data di pubblicazione di tale sentenza. Mentre un tempo la disposizione relativa al termine di sei mesi, veniva interpretata in maniera restrittiva, OGGI SI RITIENE CHE SIA POSSIBILE PRESENTARE UN RICORSO ALLA CORTE DI STRASBURGO ANCHE SE NON È STATA PRONUNCIATA LA DECISIONE DEFINITIVA DA PARTE DELLO STATO PER I CASI IN CUI SI DENUNCI L' ECCESSIVA DURATA DEI PROCEDIMENTI DAVANTI ALLE AUTORITÀ NAZIONALI (frequentemente ciò accade proprio con riferimento ai ricorsi presentati da cittadini italiani). Il termine di sei mesi decorre dal giorno successivo alla data della pronuncia in pubblico della decisione definitiva o, in assenza di pronuncia, dal giorno successivo alla notifica della copia della sentenza al ricorrente o al suo rappresentante. Lo "schema - tipo" di un ricorso (che può essere redatto anche senza l'assistenza di un avvocato) prevede: 1) il nome, la data di nascita, la nazionalità, la professione e l'indirizzo del ricorrente; 2) il nome, la professione e l'indirizzo dell'eventuale rappresentante; 3) l'indicazione della parte o delle parti contro le quali è presentato il ricorso; 4) l'esposizione sintetica dei fatti; 5) una sintetica esposizione della violazione (o delle violazioni) lamentata delle Convenzione, accompagnata dalle relative argomentazioni; 6) l'indicazione del rispetto da parte del ricorrente delle condizioni di ricevibilità ai sensi dell'art. 35 della Convenzione; 7) l'oggetto del ricorso e l'indicazione generale delle domande di equa soddisfazione; 8 ) le copie di tutti i documenti pertinenti. Inoltre, il ricorrente deve chiarire se ha sottoposto le sue doglianze anche ad un altro organismo internazionale, in virtù dell'antico principio -proprio del diritto internazionale- electa una via non datur recursus ad alteram. Se il ricorrente non vuole che sia rivelata la sua identità, deve precisarlo, fornendo un'esposizione delle ragioni che giustifichino la deroga. Al ricorso si devono allegare le copie di tutti i documenti processuali (ma non sono necessarie le copie originali). Nel caso in cui il ricorso sia presentato da un'organizzazione non governativa o da un gruppo di privati, l'istanza va firmata dalle persone che ne hanno la rappresentanza. Il nuovo regolamento della Corte, infatti, all'art. 45 stabilisce che la Camera o il comitato interessati decidono solo se il ricorso viene firmato da chi ne aveva competenza. Il ricorso viene notificato allo Stato italiano direttamente dalla cancelleria della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo. Tutti i rapporti con la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo avvengono in via epistolare e la procedura è totalmente gratuita, anche in caso di rigetto dell'istanza. In una prima fase, la Corte di Strasburgo si pronuncia sulla ricevibilità del ricorso; successivamente si svolge l'udienza di audizione delle parti (facoltativa) e vengono raccolti gli elementi di prova. L'eventuale sentenza di condanna prevede che lo Stato resosi "colpevole" delle violazioni dei principi fondamentali debba risarcire il danno subito dal ricorrente, a condizione che venga dimostrato (in virtù dell'antico principio iuxta alligata et probata).  Infatti, la Corte, in assenza di specifiche richieste da parte dell'istante non è tenuta a liquidare alcunchè, dato che non ha l'obbligo di verificare e quantificare il danno d' ufficio. In ogni caso, una volta formulata la richiesta, la Corte si vede garantita un'ampia forma di discrezionalità nella quantificazione dell'equa soddisfazione alla parte lesa, così come previsto dall'art. 41 della Convenzione.

Andrea Sirotti Gaudenzi avvocato
>>.

http://www.diritto.it/articoli/europa/sirotti8.html


[1] La sanzione non può avere il valore di un dazio, ovvero non può assumere mero significato di costo di una procedura (il rinvio), ma deve integrare, invece, l'effetto dissuasivo per cui è prevista. Se il giudice italiano, per la Cassazione, non può essere fatto oggetto di procedimenti disciplinari in relazione al rinvio di certe cause da lui operato per la cogenza di altre, ciò significa che la pratica (del rinvio) è sistematicamente acquisita, salvo il costo della relativa tenue sanzione a carico dello Stato (scaturente dall'eventuale ricorso ex Legge Pinto per l'irragionevole durata del processo - credo circa 700€ per ogni anno di ritardo).
« Ultima modifica: Giugno 02, 2014, 22:24:55 da giudicimpostori » Registrato
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« Risposta #63 inserito:: Agosto 11, 2014, 22:53:42 »

UN COLPO ALLA CERCHIA (di quei siti specializzati che vendono "interpretazioni autentiche" a pagamento) ED UNO ALLA BOTTE (sempre loro)

È probabilmente a Santacroce che deve essere riconosciuto il merito di una storica innovazione in merito alla consultabilità delle sentenze della Cassazione.

(....vedi alla pagina citata....)

CONSULTAZIONE SENTENZE CASSAZIONE

motore di ricerca


http://www.italgiure.giustizia.it/sncass/
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« Risposta #64 inserito:: Agosto 13, 2014, 13:15:06 »

QUANDO LA CASSAZIONE PUO' EVITARE IL RINVIO ALL'APPELLO

...In questo caso, invece, la Cassazione si riconosce una nuova attribuzione, ciè quella di entrare nel merito, qualora non vi siano elementi nuovi da acquisire in fase istruttoria. Questo per velocizzare l'iter giudiziario... Invece, con il rinvio all'Appello, passeranno mesi...

La Cassazione (n. 13810/2014) modifica la decisione dell'appello, che aveva ritenuto illegittimo il primo contratto a termine e legittimo il secondo, ritenendo legittimo il primo ed illegittimo il secondo. Anziché rinviare all'appello (per la formalizzazione della riforma), decide nel merito che <<il rapporto di lavoro a tempo indeterminato decorre dal 15 febbraio 1999 con condanna di Poste Italiane s.p.a. al pagamento delle retribuzioni maturate a decorrere dal 9 aprile 2003>> (risultando nel caso di specie inapplicabile l'art. 32, l. 183/10).

http://www.italgiure.giustizia.it/xway/application/nif/clean/hc.dll?verbo=attach&db=snciv&id=./20130603/snciv@sL0@a2013@n13810@tS.clean.pdf
« Ultima modifica: Agosto 13, 2014, 13:16:36 da primo secondo » Registrato
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« Risposta #65 inserito:: Agosto 16, 2014, 17:43:00 »

LEGGE PINTO: NIENTE SCONTI AL MINISTERO. L'INTERESSE DEL RICORRENTE AL RISARCIMENTO NON CESSA ALLA DATA DI DEPOSITO DELLA RELATIVA ISTANZA, MA ALLA DATA DELLA DECISIONE, ANCHE SE QUESTA, INFINE, DICHIARA ESTINTO PER DISINTERESSE IL RICORSO (PERENZIONE). RISARCIMENTO ANCHE PER IL PERIODO TRA L'ISTANZA E LA DECISIONE (STANDARD EUROPEO: 500 EURO/ANNO DI RITARDO) .

CASSAZIONE Civile Sent. Sez. 6 Num. 10698 Anno 2014 Presidente: PETITTI STEFANO Relatore: PETITTI STEFANO Data pubblicazione 15/05/2014

<<...LA FORESTA Giovanni... contro MINISTERO DELL'ECONOMIA... avverso il decreto della Corte d'appello di Messina depositato in data 4 ottobre 2012...

...con ricorso depositato in data 4 luglio 2011 presso la Corte d'appello di Messina, La Foresta Giovanni chiedeva la condanna del Ministero dell'economia... al pagamento dei danni non patrimoniali derivanti dalla irragionevole durata del processo amministrativo per il riconoscimento dell'indennità di fine servizio per il periodo prestato in posizione di "fuori ruolo" presso il Comune di Messina, iniziato nel 2000 e dichiarato perento nel 2011...

...l'adita Corte d'appello rilevava che il giudizio presupposto non presentava particolari profili di complessità, sicché lo stesso avrebbe dovuto essere definito in un triennio...

...la Corte d'appello riteneva... che la durata da prendere in considerazione ai fini dell'indennizzo dovesse arrestarsi al momento del deposito della istanza di fissazione..., ultimo atto dal quale poteva desumersi la permanenza dell'interesse della parte alla decisione della causa, definita in seguito con pronuncia di perenzione...

...accertata una irragionevole durata del giudizio presupposto di 7 anni e 6 mesi, la Corte territoriale liquidava un indennizzo di euro 3.750,00, adottando il criterio di 500,00 euro per anno di ritardo, tenuto conto della non particolare rilevanza della posta in gioco e del modesto interesse manifestato dal ricorrente alla definizione della causa, desunto dalla ritardata presentazione dell'istanza di prelievo e dalla successiva perenzione del processo...
_ _ _ _

...il primo motivo di ricorso ...denuncia violazione dell'art. 2, della legge n. 89 del 2001, dell'art. 6, paragrafo 1, della CEDU, nonché motivazione omessa o "apparente" nell'individuazione del lasso temporale di irragionevole durata del processo presupposto, in difformità dagli orientamenti giurisprudenziali di legittimità, dolendosi del fatto che la Corte d'appello abbia considerato come dies ad quem della durata del giudizio presupposto indennizzabile la data di deposito della istanza di fissazione..., anziché considerare tutta la durata del medesimo giudizio, conclusosi con decreto di perenzione...

...con il secondo motivo ...[si] lamenta violazione e falsa applicazione dell'art. 92 cod. proc. civ., e vizio di motivazione quanto alla parziale compensazione tra le parti delle spese processuali del giudizio, ad onta della totale soccombenza del Ministero...

_ _ _ _

il primo motivo di ricorso è fondato... la Corte d'appello [che] ha ritenuto rilevante, ai fini della determinazione della durata complessiva del giudizio presupposto, la durata dello stesso sino alla data di deposito della istanza di fissazione, è incorsa nella denunciata violazione di legge...

...questa Corte ha avuto modo di affermare il principio, che il Collegio condivide, per cui «la dichiarazione di perenzione del giudizio da parte del giudice amministrativo non consente di ritenere insussistente il danno per disinteresse della parte a coltivare il processo, in quanto in tal modo verrebbe a darsi rilievo ad una circostanza sopravvenuta - la dichiarazione di estinzione del giudizio - successiva rispetto al superamento del limite di durata ragionevole del processo. Ne consegue che va riconosciuto il diritto all'equa riparazione con riferimento al superamento del termine di durata decorso il primo triennio, potendosi limitare l'ammontare annuo dell'indennizzo solo in considerazione dell'esiguità della causa dichiarata perenta» (Cass. n. 15 del 2014)

...risulta dunque erronea la decisione impugnata nella parte in cui ha sterilizzato il periodo successivo al deposito della istanza..., atteso che con la stessa la parte ha manifestato il proprio interesse alla definizione del giudizio, mentre il fatto che con il decreto... [successivo] sia stata dichiarata la perenzione del giudizio non vale ad escludere il lasso di tempo intercorso tra la presentazione della istanza e il decreto dal computo della durata complessiva del giudizio al quale si riferisce la domanda di equa riparazione...

...la causa può essere decisa nel merito ai sensi dell'art. 384 cod. proc. civ., procedendosi ad integrare la liquidazione dell'indennizzo - effettuata dalla Corte d'appello sulla base del ...criterio ... condiviso dal Collegio, di euro 500,00 per ciascuno degli anni di irragionevole durata - dell'importo corrispondente agli ulteriori 9 mesi decorsi dalla data della istanza a quella della definizione del giudizio presupposto, e quindi per complessivi euro 4.125,00...

...il Ministero dell'economia e delle finanze va pertanto condannato al pagamento della detta somma, oltre agli interessi dalla domanda al soddisfo...

...il Ministero deve essere altresì condannato alla rifusione delle spese dell'intero giudizio, liquidate, quanto al giudizio di merito, in euro 873,00, di cui euro 50,00 per esborsi, euro 445,00 per onorari ed euro 378,00 per diritti, oltre alle spese generali e agli accessori di legge, e, quanto al giudizio di legittimità, in euro 506,25, oltre agli accessori di legge e ad euro 100,00 per esborsi...

...consiglio della Sesta Sezione Civile - 2 della Corte suprema di cassazione, il 18 marzo 2014...
>>.

http://www.italgiure.giustizia.it/xway/application/nif/clean/hc.dll?verbo=attach&db=snciv&id=./20140516/snciv@s62@a2014@n10698@tS.clean.pdf

http://www.italgiure.giustizia.it/xway/application/nif/clean/hc.dll?verbo=attach&db=snciv&id=./20140527/snciv@s62@a2014@n11622@tS.clean.pdf

________________________________________________________________________







Causa civile - irragionevole durata del processo - valgono, fino a prova (motivazione) contraria, gli standard CEDU. Se la causa dura 4 anni e mezzo e la CEDU pone il limite a 3, il giudice di merito non può spostare tale limite a 4 anni e mezzo senza i motivati presupposti. Da quest'errore discende l'ingiustizia ulteriore, concretatasi nell'accollo al ricorrente delle spese di lite.

CASSAZIONE Civile Sent. Sez. 6 Num. 3317 Anno 2014 Presidente: GOLDONI UMBERTO Relatore: CARRATO ALDO Data pubblicazione 13/02/2014

<<...DE PAOLIS GIUSEPPINA ...contro MINISTERO DELLA GIUSTIZIA...

...La sig.ra De Paolis... chiedeva alla Corte d'appello di Roma, con ricorso ritualmente e tempestivamente depositato, il riconoscimento dell'equa riparazione, ai sensi della legge 24 marzo 2001, n. 89, per la irragionevole durata di un giudizio civile iniziato dinanzi al Tribunale di Napoli il 30 giugno 2003 e definito in primo grado con sentenza depositata il 12 ottobre 2007, invocando, la condanna del Ministero della Giustizia al risarcimento dei danni non patrimoniali subiti per la irragionevole durata del predetto giudizio.

...l'adita Corte di appello, con decreto depositato il 6 gennaio 2011, rigettava il ricorso e condannava la ricorrente alla rifusione delle spese giudiziali, rilevando che, nella fattispecie, la durata complessiva del giudizio (avente ad oggetto l'impugnativa di delibera di assemblea condominiale) protrattasi, con riferimento al primo grado, per 4 anni e mezzo, fosse ragionevole.

Avverso il suddetto decreto... ha proposto ricorso per cassazione la De Paolis ...con atto notificato il 16 gennaio 2013...
_ _ _ _

2...rileva il collegio che, con il primo motivo dedotto, la ricorrente ha denunciato la violazione e falsa applicazione dell'art. 2 della legge n. 89 del 2001, sulla base della considerazione della ritenuta erroneità - con il decreto impugnato - del computo della durata ragionevole del giudizio presupposto che non presentava alcuna complessità specifica, non essendo stati esperiti mezzi di prova costituendi, con la conseguenza che, nel caso di specie, per la definizione ordinaria dello stesso giudizio non avrebbe potuto essere superato il limite standard di 3 anni.
3. - Con il secondo motivo la ricorrente ha prospettato il vizio di carente e contraddittoria motivazione..., non avendo la Corte territoriale specificato per quali ragioni era stata ritenuta legittima e congrua l'eccedenza di circa 15 mesi della durata del giudizio presupposto rispetto agli standard indicati dalla C.E.D.U. .
4. - Con il terzo motivo la ricorrente ha inteso far valere l'illegittimità e l'ingiustizia della condanna alle spese di lite, dovendo, di contro, la domanda essere accolta, con l'accollo dei conseguente onere delle spese processuali in danno della resistente Amministrazione.
_ _ _ _

5. - I primi due motivi... strettamente connessi ...sotto il profilo della violazione di legge e del vizio motivazionale - sono fondati...

La Corte di appello di Roma ha apoditticamente ritenuto che la durata di 4 anni e mezzo (per il solo svolgimento del primo grado) del giudizio presupposto (avente ad oggetto la mera impugnativa di una delibera assembleare condominiale) fosse da ritenersi ragionevole, in tal senso pervenendo al rigetto della domanda di equo indennizzo, così discostandosi dai parametri di riferimento della giurisprudenza della C.E.D.U. e di quella di questa Corte che individuano in 3 anni il termine di durata ragionevole del primo grado di un ordinario giudizio civile.

Ragionando in tal senso, quindi, la Corte territoriale non si è conformata all'orientamento costante di questa Corte (cfr., ad es., Cass. n. 23047 del 2009), secondo cui, in tema di equa riparazione ai sensi della legge 24 marzo 2001, n. 89, ai fini della determinazione del termine di ragionevole durata del processo, alle cause civili ordinarie (non caratterizzate da particolare complessità, come quella del caso di specie, alla stregua dell'evidenziato oggetto che l'aveva connotata) si applicano gli "standard" comuni fissati dalla Corte EDU (con conseguente legittimità della valutazione di tale durata in 3 anni per il primo grado di giudizio, come confermato anche dal nuovo comma 2 bis dell'art. 2 della legge n. 89 del 2001, come introdotto dall'art. 55, comma 1, del d.l. n. 83 del 2012, conv., con modif., nella legge n. 134 del 2012).

Del resto, se è vero che, in materia di equa riparazione ai sensi dell'art. 2 della legge 24 marzo 2001, n. 89, la determinazione della durata ragionevole del giudizio presupposto, onde verificare la sussistenza della violazione del diritto azionato, costituisce oggetto di una valutazione che il giudice di merito deve compiere caso per caso, tenendo presenti gli elementi indicati dalla norma richiamata, anche alla luce dei criteri applicati dalla Corte europea e da questa Corte di legittimità, è altrettanto vero che da tali parametri è consentito discostarsi, purché in misura ragionevole e dando conto delle ragioni che lo giustifichino (onere al quale la Corte territoriale non ha adeguatamente assolto nella fattispecie, non valorizzando, peraltro, che trattavasi di una causa di ordinario impegno, nella quale, oltretutto, non erano stati esperiti mezzi istruttori e non risultavano intervenuti dei differimenti imputabili alle parti private, non potendosi ritenere legittimo il superamento del limite temporale triennale per la sola presenza di una pluralità di parti, elemento, peraltro, da considerarsi connaturale al tipo di controversia in questione, involgendo una collettività condominiale).

Pertanto, va ritenuta la sussistenza delle violazioni dedotte con le due censure, poiché la Corte territoriale, sul presupposto della quantificazione in anni 3 della durata irragionevole (in primo grado) del giudizio civile presupposto (alla stregua dei parametri "standard" ordinari individuati dalla giurisprudenza della C.E.D.U. e di questa Corte), avrebbe dovuto valutare nel residuo periodo di anni 1 e mesi 6 la protrazione irragionevole del predetto giudizio, così giungendo a liquidare, in favore della De Paolis, il corrispondente indennizzo (applicando i parametri individuati dalla predetta giurisprudenza). Al riguardo è pacifico (v. Cass. n. 8471 del 2012 e, già prima, Cass. n. 21840 del 2009) che, in tema di equa riparazione per violazione del diritto alla ragionevole durata del processo, i criteri di liquidazione applicati dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo non possono essere ignorati dal giudice nazionale, il quale può tuttavia apportare le deroghe giustificate dalle circostanze concrete della singola vicenda, purché motivate e non irragionevoli.

Pertanto, la quantificazione del danno non patrimoniale deve essere, di regola, non inferiore a euro 750,00 per ogni anno di ritardo, in relazione ai primi 3 anni eccedenti la durata ragionevole, e non inferiore a euro 1.000,00 per quelli successivi, in quanto l'irragionevole durata eccedente tale periodo comporta un evidente aggravamento del danno.

Pertanto, nella fattispecie, la Corte capitolina avrebbe dovuto liquidare in favore della ricorrente, a titolo di equa riparazione, l'importo di euro 1.125,00 (euro 750,00 per un anno + euro 375,00 per i residui sei mesi), oltre interessi legali dalla domanda al soddisfo.

6. In conseguenza della predetta statuizione concernente le prime due doglianze, deriva, sul piano logico-giuridico, anche l'accoglimento della terza censura poiché il giudice del merito, in applicazione del principio della soccombenza in dipendenza della fondatezza della domanda proposta dalla ricorrente, avrebbe dovuto accollare al Ministero resistente le spese giudiziali.
_ _ _ _

...previa cassazione del decreto impugnato e non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto (ai sensi dell'art. 384, comma 2, c.p.c.), [può] provvedersi a decidere direttamente la causa nel merito in questa sede, con la conseguente condanna del Ministero della Giustizia al pagamento, a titolo di indennizzo per la causale dedotta in giudizio, della somma di euro 1.125,00, oltre agli interessi legali dalla domanda al saldo.

...consegue, altresì, la condanna dello stesso soccombente Ministero al pagamento delle spese dell'intero giudizio in favore della ricorrente...

...camera di consiglio della Sesta Sezione Civile della Corte suprema di Cassazione, in data 9 gennaio 2014....
>>.

http://www.italgiure.giustizia.it/xway/application/nif/clean/hc.dll?verbo=attach&db=snciv&id=./20140214/snciv@s62@a2014@n03317@tS.clean.pdf








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http://pst.giustizia.it/PST/it/pst_2_6_2.wp
« Ultima modifica: Agosto 16, 2014, 17:54:58 da primo secondo » Registrato
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« Risposta #66 inserito:: Agosto 24, 2014, 11:05:18 »

RITARDI <<ULTRANNUALI>> NEL DEPOSITO DEI PROVVEDIMENTI - CAUSE CIVILI.

Ricorre per cassazione il giudice ritardatario F.A.M. del Tribunale di Prato (area civile), contro il Ministero della Giustizia, avverso la sentenza n. 98/2013 del Consiglio Superiore della Magistratura (Sez. Disciplinare), che aveva irrogato la <<sanzione della censura alla Dott.sa F.A.M., ...responsabile "dell'illecito disciplinare di cui agli artt... Dlgs 109/2006, per avere, mancando ai doveri di diligenza, laboriosità ed operosità gravanti sui magistrati, ritardato in modo reiterato, grave e ingiustificato il compimento di atti relativi all'esercizio delle proprie funzioni di giudice del Tribunale di Prato, addetto al servizio civile. In particolare, nel periodo gennaio 2010 - dicembre 2012 ha depositato con ritardi superiori al triplo del termine concesso al giudice per la redazione della minuta, le motivazioni di 92 sentenze civili di cui all'elenco allegato. I ritardi in 19 casi sono stati superiori all'anno, con una punta massima di 647 giorni».



CASSAZIONE, Civile Sent. Sez. U Num. 7307 Anno 2014 Presidente: ROVELLI LUIGI ANTONIO Relatore: BUCCIANTE ETTORE Data pubblicazione 28/03/2014

<<...Con il primo motivo di ricorso la dott. F.A.M. deduce che la Sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura, con la sentenza impugnata, ha erroneamente ritenuto che il carattere ingiustificato dei ritardi costituisca un elemento di illiceità speciale interno alla violazione disciplinare prevista dall'art. 2 lett. q) del decreto legislativo 23
febbraio 2006, n. 109, mentre in realtà si tratta di un dato la cui assenza opera dall'esterno della fattispecie, come esimente. Ne è conseguita, secondo la ricorrente, l'omessa considerazione, da parte del giudice a quo, delle ragioni che
ella aveva addotto a propria discolpa.

La censura va disattesa. In effetti la giurisprudenza di legittimità è univocamente orientata nel senso propugnato dalla ricorrente: v., da ultimo, Cass. 25 gennaio 2013 n. 1768, con cui si è ribadito «con specifico riferimento al tema della ingiustificabilità del ritardo, come la stessa non costituisca un ulteriore elemento della fattispecie, ma ne rappresenti un elemento esterno che gravita nell'area delle situazioni riconducibili alle condizioni di inesigibilità». Da ciò però discende che l'onere di allegazione e dimostrazione di tale causa di esclusione dell'antigiuridicità del fatto grava sull'incolpato, competendo al titolare dell'azione disciplinare soltanto la prova degli elementi costitutivi dell'illecito. L'assunto della ricorrente pertanto non le giova, sicché la doglianza di cui si tratta risulta priva dell'indispensabile requisito dell'interesse. Non è peraltro esatto che la Sezione disciplinare abbia mancato di valutare le circostanze fatte valere dall'incolpata, a giustificazione dei ritardi a lei addebitati.

Appunto a tale valutazione, in effetti, si riferiscono il terzo e il quinto motivo di ricorso, con i quali si sostiene che erano stati prospettati elementi oggettivi di carattere eccezionale, dei quali è stata disconosciuta la rilevanza con una motivazione soltanto di stile, con un rinvio generico a clausole elastiche.

Neppure questa censura può essere accolta. Nella sentenza impugnata le varie difese che la dott. F.A.M. aveva accampato sono state menzionate, prese in considerazione e vagliate, per concludere infine che esse «non consentono di ritenere giustificati ritardi così gravi e reiterati». Si è dunque sinteticamente ma esaurientemente dato conto delle ragioni della decisione, desunte da apprezzamenti coerenti con i principi costantemente enunciati in materia da questa Corte (v., tra le altre, Cass. s.u. 5 aprile 2013 n. 8630): i ritardi ultrannuali, come quelli in cui è ripetutamente incorsa la dott. F.A.M., di regola non possono essere considerati giustificabili, salvo che risultino dovuti a impedimenti oggettivi di carattere eccezionale e straordinario assolutamente insuperabili, tanto da dare luogo a una situazione di vera e propria inesigibilità. Plausibilmente non sono state ritenute tali le circostanze allegate dall'incolpata, che consistono in un carico di lavoro non maggiore, come si desume anche dai dati numerici riportati nel ricorso, di quello medio da cui sono onerati in genere i magistrati; né la partecipazione come componente supplente alla commissione per l'esame di avvocato, con l'impegno di 15 pomeriggi nel 2012, rappresenta un'evenienza che abbia potuto impedire il deposito nei termini di 91 provvedimenti, nell'arco di 2 anni e mezzo.

Con il secondo motivo di ricorso la dott. lamenta che la Sezione disciplinare non ha distinto tra i ritardi infra e ultrannualì, né verificato se potessero, gli uni e gli altri, essere reputati non gravi o comunque giustificati.

Anche questa censura è infondata. Nella sentenza impugnata la complessiva condotta dell'incolpata è stata oggetto di considerazione, sotto i profili sia della ingiustificabílità sia della gravità, la prima desunta, come si è detto, dall'assenza di valide scusanti, la seconda dall'entità del tempo impiegato per il deposito di numerosi provvedimenti, superiore alla misura del triplo dei termini stabiliti dalla legge, che comunque deve essere rispettata affinché il ritardo, a norma del citato art. 2 lett. q) d. lgs. 109/2006, possa presumersi «non grave, salvo che non sia diversamente dimostrato».

Con il quarto motivo di ricorso viene denunciata l'omissione di pronuncia, da parte della Sezione disciplinare, sulla richiesta di applicazione dell'art. 3-bis d. lgs. 109/2006, che esclude la configurabilità dell'illecito disciplinare «quando il fatto è di scarsa rilevanza».

La doglianza va accolta.
Il giudice disciplinare deve dare esplicita risposta alla richiesta, che gli sia stata rivolta dal magistrato incolpato, di applicazione dell'esimente di cui si tratta (Cass. s.u. 6 settembre 2013 n. 20570), la quale può operare con riferimento a ogni violazione deontologica, anche quando la gravità del comportamento è elemento costitutivo del fatto tipico, come nel caso del ritardo nel compimento degli atti relativi all'esercizio delle funzioni (Cass. 23 aprile 2012 n. 6327). Risulta dagli atti del giudizio a quo - che questa Corte può direttamente prendere in esame, stante il carattere di error in procedendo del vizio denunciato - che in effetti la dott. F.A.M. con una sua memoria difensiva depositata il 26 giugno 2013, aveva espressamente chiesto, in via subordinata rispetto alla dichiarazione di insussistenza del fatto, la sua qualificazione come di scarsa rilevanza, sulla base di specifiche deduzioni. La Sezione disciplinare avrebbe quindi dovuto provvedere su tale richiesta, che invece è stata del tutto ignorata.

Rigettati pertanto il primo, secondo, terzo e quinto motivo di ricorso, accolto il quarto, la sentenza impugnata va cassata in relazione al motivo accolto, con rinvio alla Sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura in diversa composizione.

Non sussistono i presupposti per provvedere in ordine alle spese di giudizio, stante la qualità di parte pubblica del Procuratore generale presso questa Corte e l'assenza di iniziative del Ministro della giustizia in tutto il corso del procedimento disciplinare...

...Roma, 11 febbraio 2014...
>>.

http://www.italgiure.giustizia.it/xway/application/nif/clean/hc.dll?verbo=attach&db=snciv&id=./Oscurate20140509/snciv@sU0@a2014@n07307@tS@oY.clean.pdf
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« Risposta #67 inserito:: Settembre 25, 2014, 20:06:44 »

Nel dicembre 2011 la Corte d'appello di Trento chiedeva alla Cassazione di esprimersi sugli effetti della legge 247/2007 (tetto di 36 mesi) sulla "successione" di contratti ex art. 2 comma 1 bis.

La risposta è arrivata 3 anni dopo:



DOMANDA

L'auspicio (risalente al dicembre 2011) da parte di un Collegio d'appello (affinché la Suprema Corte di Cassazione assolva al più presto alla sua esclusiva funzione esegetica) val più che il nostro del marzo 2013.

E perciò ribadisco qui la speranza espressa a chiare lettere dal Giudice della Corte d'appello di Trento (a proposito della successione dei contratti a termine ex art. 2 comma 1 bis, ma lo stesso dicasi per i presupposti di legittimità dello stesso singolo contratto).

ART. 2 CO. 1 BIS, DLGS N. 368/2001:

Dica finalmente la Corte se Poste Italiane SpA ne abbia abusato in misura più che doppia, oppure se ne abbia abusato moderatamente e per poco tempo, o se ancora ne abbia fatto un uso confacente, oltre che alla legge, al buon gusto. Dica se siamo giocatori d'azzardo noi o mestieranti navigati i "responsabili del personale". Attendiamo con curiosità il responso della Suprema Corte.


CORTE D'APPELLO DI TRENTO, Sez. Lav.
Sent. n. 113 del 15/12/2011


<<L’appellante ha ..riproposto la questione del contrasto fra l’art. 2 [comma 1-bis] del d.lgs. 368/2001 ..e la disciplina europea... Le argomentazioni di diritto ..sono in realtà le medesime già avanzate in 1° grado..

[Sennonché, di nuovo v'è] ..il richiamo ..all’intervento legislativo (..legge ..247/2007) in virtù del quale è stato introdotto, ai fini della legittimità dei contratti a termine successivi, il limite temporale massimo di 36 mesi (violato il quale, opera ..la conversione a tempo indeterminato);

ha osservato ..la difesa del
[ricorrente], che all’epoca della stipula dei contratti ..tale salvaguardia non era prevista.., [e che] per ..[tale] omissione le assunzioni via via effettuate sarebbero da ritenere in contrasto con la Direttiva comunitaria.

..È facile obiettare che la censura appare infondata nel merito, se sol si consideri che in concreto il ricorrente è stato assunto con 4 contratti a termine per un periodo complessivo ben inferiore all’anno, sicché appare evidente la contraddizione della doglianza, fondata sulla mancata previsione di un limite temporale che, se fosse stato all’epoca in vigore così come oggi avviene, non avrebbe per definizione comportato la illegittimità dei contratti “de quibus”.


Ma, a prescindere da tale annaspante motivo di doglianza, giova riepilogare comunque i termini della questione, anche alla luce di un innegabile contrasto nella giurisprudenza di merito CHE MERITEREBBE DI ESSERE RISOLTO AL PIÙ PRESTO DALLA SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE...

Trento15/12/2011

Il Presidente estensore Dott. Fabio Maione
>>.

interv. #46
http://www.mondoposte.it/smf/index.php?topic=5910.30





RISPOSTA

Cassazione, sent. n. 19998 del 23/9/2014

<<...si tratta di accertare se la norma di cui all’art2, 1 bis, citato sia anche compatibile con riferimento alla clausola 5 dell’accordo quadro alla direttiva CE sul lavoro a tempo determinato in relazione alla possibile reiterazione dei contratti ai sensi della nonna citata e dunque senza la necessità di indicare alcuna specifica causale.

La clausola citata dell’accordo quadro stabilisce l’obbligo degli stati membri di adottare misure idonee ad evitare abusi derivanti dall'utilizzo di una successione di contratti o rapporti di lavoro a tempo determinato. Secondo la Corte bresciana l’art. 2 , comma 1 bis, non contiene misure idonee ad evitare tali possibili abusi considerato, inoltre, che l’art. 1 comma 40 della L. n 247 del 2007 - in base al quale era stabilita una durata massima complessiva di 36 mesi anche in caso di successioni di contratti - non era applicabile all’epoca della stipula dei contratti a termine di cui è causa...

Le conclusioni della Corte bresciana non sono condivisibili.

...L’art 1, comma 40 della L n 247/2007 ha ...introdotto limiti temporali legati alla reiterazione dei contratti a termine prevedendo una durata massima totale dei contratti o rapporti di lavoro a tempo determinato che non possono superare il periodo complessivo di 36 mesi comprensivo di proroghe e rinnovi indipendentemente dai periodi di interruzione che intercorrono tra un contratto e l’altro. Il successivo comma 43 dell'articolo citato contiene una disposizione da valere in via transitoria per una graduale introduzione della norma di cui al precedente comma 40 .

La Corte bresciana sul presupposto che la norma transitoria ha previsto l’operatività della conversione del rapporto a termine in quello a tempo indeterminato in caso di violazione del periodo complessivo di 36 mesi solo a decorrere dal 31/3/2009 , cioè decorsi 15 mesi dall’entrata in vigore della norma, ha escluso che sussistessero limiti ai possibili abusi al ricorso al contratto a tempo indeterminato all’epoca della stipula del secondo contratto intercorso tra le parti con la citata motivazione.

La lettura dell’art 43 citato svolta dalla Corte d'appello trascura alcun elementi della norma che complessivamente considerati, unitamente ai limiti già previsti dall’art 2 , 1 bis, citato, consentono di pervenire ad una conclusione diversa.

In particolare la norma citata, pur prevedendo che i contratti a termine stipulati prima dell’entrata in vigore della legge n. 247/2007 ed in corso al 1.1.08 proseguono fino a naturale scadenza anche oltre i 36 mesi senza che operi la conversione del rapporto di lavoro a tempo e che detta conversione in contratto a tempo indeterminato  diventa operativa solo a decorrere dal 31/3/2009 (cioè decorsi 15 mesi dall’entrata in vigore della legge in data 1/1/08), tuttavia sancisce anche che alla data del 31/3/09, ai fini del computo dei 36 mesi, si terrà conto di tutti i periodi pregressi lavorati con il medesimo datore di lavoro.

Dunque è ben vero che la conversione opererà solo decorsi 15 mesi dall’entrata in vigore della legge, ma la norma impone che a tale data siano considerati tutti i precedenti contratti intercorsi tra le parti: l’effetto della conversione del rapporto di lavoro a tempo indeterminato, opererà se la somma dei periodi di lavoro effettuati ed ancora da effettuare oltre il 1° aprile 2009 superi il limite dei 36 mesi.

Il meccanismo di cui alla disciplina transitoria introduce una forma di tutela dei lavoratori con contratti a termine in corso alla data dell’entrata in vigore della legge in ordine ai quali non solo saranno conteggiati i contratti a termine precedenti ,ma il periodo oltre il quale si determina la conversione è ridotto al 31/3/09 e, dunque senza necessità di attendere i 36 mesi a decorrere dall’entrata in vigore della legge (1/1/08).

Nella fattispecie in esame, inoltre, deve essere valutato, altresì, che l’A. ha concluso contratti a termine con la citata formula dell’art 2, comma 1 bis, a decorrere dal 6/4/2006 per terminare con l’ultimo contratto al 31/3/08 e cioè in un periodo complessivo di poco meno di 24 mesi (meno 6 giorni) ben inferiore al limite di 36 mesi introdotto dalla legge n 247/2009 e, dunque, anche sotto tale profilo, la tesi della Corte territoriale secondo cui la legittimità della norma e la sua compatibilità con la clausola 5 dell’allegato alla direttiva sussisterebbe solo con la previsione dell’immediata applicazione del termine di 36 mesi non gioverebbe al ricorrente che non ha mai raggiunto il termine introdotto dalla legge n 247/2007.

Si consideri, ancora, che l’art. 2, comma I bis, è stato introdotto dalla legge n 266 del 23/12/2005 ed il limite di 36 mesi è stato sancito dalla legge n 247 del 24/12/2007 e , dunque, a tale ultima data neppure erano decorsi i 36 mesi dall’introduzione della nuova fattispecie di apposizione del termine.

Per le considerazioni che precedono è censurabile la decisione della Corte territoriale con la quale ha affermato la nullità dei contratti intercorsi tra le parti...

Stante la particolarità e novità della questione trattata sussistono giusti motivi per compensare le spese di causa...>>.

http://webcache.googleusercontent.com/search?q=cache:bdviVMvfq-IJ:www.teleconsul.it/leggiArticolo.aspx%3Fid%3D297127%26tip%3Dul+&cd=1&hl=it&ct=clnk&gl=it
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« Risposta #68 inserito:: Settembre 27, 2014, 00:32:09 »

PRIMOSECONDO - puio ritenermi ignorante o altro , ma  con tutte queste sentenze postate! non si riesce a capire veramente come stanno le cose veramente. Ma non è più semplice dire le cose alla nostra maniera' sono convinto che si capirebbero molto meglio , di tutti questi papiri che vengono trasmessi. Ma diciamocelo in maniera elementare. COME PER DIRE 4+4 FANNO OTTO!  E 5+5 FANNO 10.

Semplificare e meglio di tante scritte, che a dire la mia: in queste sentenze , siamo frastornati e  non si riesce  a recepire il significato!   troppe ripetizioni, diverse leggi nei contenuti che non danno una reale informazione.

 Ti chiederei di tradurle ai fini  di ottenere un peculiare significato. Come per dire questa sentenza recita questo; però la cosa tradotta a modo  mio  il risultato e questo.  Normalizzare  il più possibile . Ciao scusa  ma sarebbe più comodo per tutti, cogliere rapidamente il significato.
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« Risposta #69 inserito:: Settembre 27, 2014, 17:24:31 »

PRIMOSECONDO - puio ritenermi ignorante o altro , ma  con tutte queste sentenze postate! non si riesce a capire veramente come stanno le cose veramente. Ma non è più semplice dire le cose alla nostra maniera' sono convinto che si capirebbero molto meglio , di tutti questi papiri che vengono trasmessi. Ma diciamocelo in maniera elementare. COME PER DIRE 4+4 FANNO OTTO!  E 5+5 FANNO 10.

Semplificare e meglio di tante scritte, che a dire la mia: in queste sentenze , siamo frastornati e  non si riesce  a recepire il significato!   troppe ripetizioni, diverse leggi nei contenuti che non danno una reale informazione.

 Ti chiederei di tradurle ai fini  di ottenere un peculiare significato. Come per dire questa sentenza recita questo; però la cosa tradotta a modo  mio  il risultato e questo.  Normalizzare  il più possibile . Ciao scusa  ma sarebbe più comodo per tutti, cogliere rapidamente il significato.

PURE!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
« Ultima modifica: Settembre 27, 2014, 17:27:39 da labicana » Registrato
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« Risposta #70 inserito:: Settembre 27, 2014, 20:00:18 »

Grazie Labicana.

Birba: quando hai fatto ricorso ti sei accartocciato da solo nei papiri e nessuno, qui nel forum, si chiama Champollion. Per uscirne ci sono gli avvocati. Personalmente, quando ho aperto il mio contenzioso nel 2011, ero già certo di avere ragione. I dubbi hanno sempre e solo riguardato i margini di devianza (altri direbbe di arbitrio) di cui dispongono i giudici per falsare il naturale decorso della giustizia. Dunque io non ho dubbi a proposito della clausola di contingentamento, mentre lo stesso non posso dire della successione di contratti, tantomeno di quelli acausali. Sul punto, la "trasmissione di papiri" nel forum è propedeutica ad una più sollecita loro interpretazione da parte dei singoli lettori, mentre non si può chiedere ad un tombarolo di essere anche archeologo o addirittura egittologo...


Un mito, ma delle Poste francesi...
« Ultima modifica: Settembre 27, 2014, 20:20:29 da primo secondo » Registrato
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« Risposta #71 inserito:: Settembre 28, 2014, 11:55:55 »

PRIMOSECONDO:Per uscirne ci sono gli avvocati. Personalmente, quando ho aperto il mio contenzioso nel 2011, ero già certo di avere ragione.

Te lo auguro di cuore che tu abbia ragione!    Ma non si può leggere in alcune nelle sentenze, che la CC. ha citato che i periodi temporale dei tre mesi sono stati rsipettati da poste , quindi rigetto. In altre (visto in molte sentenze) che poste non ha rispettato i fatidici tre mesi nei contratti e il risultato e sempre lo stesso - rigetto. Ma qui noi siamo tutti dei pappagoni, perche i giudici possono falsare anc he le sentenze che noi ci crediamo!  tu forse sei un animale diverso da noi ... e ti daranno ragione?
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« Risposta #72 inserito:: Settembre 28, 2014, 12:41:11 »

Io ho solo detto che ho ragione, non che me la daranno.
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« Risposta #73 inserito:: Settembre 28, 2014, 12:48:42 »

No Comment.
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« Risposta #74 inserito:: Settembre 28, 2014, 13:41:49 »

Io ho solo detto che ho ragione, non che me la daranno.

E anche se te la daranno sarai tra i primi a sperimentare l'eliminazione dell'art.18.



p.s. questo vale anche per me in caso di vittoria.
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« Risposta #75 inserito:: Settembre 28, 2014, 15:03:21 »

PURE!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! BEH! NON CAPISCO COSA C'E' DI STRANO VERAMENTE.

ma io dico quel che penso!   per definire una cosa non ci vule certo un libro! già rompono i giudici con 20/ 30 pagine per dire infine con due parole, quello che hanno in testa loro! E allora !

 siete tutti professori; un po inutili.
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« Risposta #76 inserito:: Settembre 28, 2014, 17:59:55 »

Non tutti qui dentro hanno voglia o capacita' di leggere e capire testi scritti in "giuridico". Quindi che significato ha postare testi che seppur giusti " forumisticamente parlando", non vengono valorizzati per quello che realmente dicono ?
Se si vuol rispettare la forma si postano cosi' come sono, poi pero' si traduce per chi non capisce o non ha voglia di capire..
Non credo che darne una versione personale,  possa 'diminuire' colui che lo fa' . Anzi, se la sua idea e' di aiutare il prossimo, ne ricevera' maggior "gloria" ! 
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« Risposta #77 inserito:: Settembre 28, 2014, 19:46:44 »

SE7EN-  Intanto Noi non stiamo qui, perchè dobbiamo farci una cultura  di sentenze!  che  non sai mai, quando hai ragione e quando hai torto! in mezzo a una jungla  di leggi e leggine fatte di trappole continue; cosa ci vuoi fare?

 Ma qui non è un divertimento, non stiamo giocando a video games, (che ci si diverte) qui si gioca con il fuoco! si spendono soldi,si aspettano anni, siamo logorati da tutto per sperare in qualcosa!  tu mi presenti una enciclopedia, che faccio leggo tutta l'enciclopedia per che cosa?  si parla di consigli, di spiragli, sapere  se ne veniamo fuori da questi apparati indegni e incivili, perchè questo si meritano! giocano sulla nostra  pelle  come tamburi, vi  mettete anche voi a  creare  maggiori  difficoltà. Prendiamo legnate da tutte le parti, e anche da voi; che dovreste dare collaborazioni migliori a ragazzi distrutti da questi sistemi cosidette"macchine infernali di distruzione".

 Voi lavorate in poste, non ve ne accorgete con chi avete a che fare!!  siete tutti iscritti ai sindacati per avere  protezione e agevolazioni.

Del prossimo a voi non ve ne importa nulla!  siete solo qui sul forum a masturbarvi e a inveire contro di noi.

Ma vuoi ancora discutere, sapendo che le sentenze vengono cambiate come il gioco delle tre carte!  ma a questi sindacalisti delle poste li avete mai guardati veramente in faccia ! lascio a te l'ardua sentenza!.
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« Risposta #78 inserito:: Settembre 28, 2014, 22:42:49 »

Mi sembra che ti sto dando ragione, anche se sono nei sindacati.
Ma non tutti i sindacalisti sono uguali, ed io sono un mosca bianca,  tra loro.
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« Risposta #79 inserito:: Ottobre 28, 2014, 20:18:26 »

sindacati e sindacalisti sono  la peggior delle specie  che la classe sociale poteva partorire!

 migliaia e migliaia di voi  del sindacato  ne fate una ebbrezza  di favori a voi stessi, predicando di fare del benne collettivo!


 siete uno sbaglio della vita.
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« Risposta #80 inserito:: Ottobre 31, 2014, 21:20:22 »

Non ho mai letto e visto (sui forum postali) anche giornali quotidiani e perchè no!   Che qualche sindacato abbia denunciato o si sia opposto a tutto quello  che avviene  sulla pelle  dei  reintegrati ed ex ctd. Lo sanno perfettamente che la giurisprudenza emette sentenze  o  giudizi  sulle cause in corso dei ricorsisti, da far rabbrividire la pelle!   cose che possono succedere solo nei paesi sottosviluppati o nei paesi dove vige ancora la dittattura!

 Il problema grave di questa falsa  o perversa democrazia! che la giustizia   sanno in partenza  chi riamettere o chi  rigettare anche se hai la massima  certezza della ragione, loro te la ignorano;viceversa  con chi  ha decisamente torto nel senso che non ci sono le condizioni per riametterlo, automaticamente il ricorso viene accolto :< giustizia ad orologeria>.

Questa nazione ha toccato i bassifondi del mondo. I giornalisti sono una manica di delinquenti associati alla politica, per avere il loro tornaconto. In Colombia  la giustizia la fanno funzionare meglio della nostra, pur sapendo che e un paese  DECISAMENTE CORROTTO!
 
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