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Autore Discussione: DIRIGENTI - DEMANSIONAMENTO - MOBILITÀ ORIZZONTALE  (Letto 15119 volte)
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luca_1966
Utente non iscritto
« inserito:: Maggio 14, 2011, 16:05:04 »

Unificazione delle precedenti categorie IV, V e VI in una sola area operativa - dirigente adibito a mansioni richiedenti diversa capacità professionale - meccanismi di mobilità orizzontale - la discriminante consiste nella previsione, nei CCNL precedenti l'unificazione, di una differenza contributiva tra le mansioni.

Cass. sez. un. 24/02/2009

Fatto
 
Con ricorso del 19 dicembre 1997 al Pretore di Roma, G. A., dipendente dell’Ente Poste Italiane con qualifica di dirigente di esercizio di sesta categoria e con mansioni varie, fra cui recupero crediti e valori illecitamente sottratti, esponeva di essere stato trasferito, dal (OMISSIS), all’aeroporto di (OMISSIS) ed assegnato a mansioni di ripartizione della corrispondenza. Egli sosteneva così di avere ottenuto mansioni inferiori a quelle precedenti in violazione dell’art. 2103 cod. civ., e chiedeva nei confronti della s.p.a. Poste italiane, succedute all’Ente, l’accertamento di invalidità delle clausole del contratto collettivo del 1994, con cui le categorie quarta, quinta sesta erano state unificate nella cosiddetta “area operativa” ed erano state in tal modo equiparate mansioni in precedenza considerate di diverso livello professionale; chiedeva ancora la reintegra nel posto di lavoro ed il risarcimento del danno anche non patrimoniale, derivato dall’assegnazione a mansioni inferiori.

Costituitasi la convenuta, il Pretore accoglieva in parte la domanda con decisione del 15 giugno 1999, confermata con sentenza del 15 ottobre 2004 dal Tribunale, il quale, senza pronunciarsi circa l’unificazione delle diverse categorie in unica area ad opera della contrattazione collettiva e per ragioni di migliore utilizzazione del personale, riteneva tuttavia illecita la concreta assegnazione a mansioni inferiori perché richiedenti un minor livello di conoscenze professionali.

Illegittimo era altresì il trasferimento in quanto fondato su una graduatoria in cui la capacità professionale del lavoratore erta stata considerata pari a zero, senza che fossero indicati i motivi.

Dall’illegittimo trasferimento era derivato un “danno al bagaglio di capacità professionali” che esattamente era stato liquidato dal primo giudice con criteri equitativi.

Contro questa sentenza ricorre per cassazione la s.p.a. Poste italiane mentre il G. resiste con controricorso.

Diritto
 
Col primo motivo la ricorrente lamenta la violazione degli artt. 1362, 1363, 2103 e 2082 cod. civ., i relazione agli artt. 43, 46, 47, 53 c.c.n.l. 26 novembre 1994, nonché vizi di motivazione, per non avere il Tribunale considerato che l’unificazione, in detto contratto, delle precedenti categorie quarta, quinta e sesta in una sola area operativa comportava per la datrice di lavoro il potere di assegnare il lavoratore a mansioni anche richiedenti diversa capacità professionale, secondo discrezionalità.

Il motivo è fondato.

Secondo la sentenza delle Sezioni unite di questa Corte 24 novembre 2006 n. 25033, alla quale ora il collegio si uniforma, in tema di inquadramento dei dipendenti postali la contrattazione collettiva ben può configurare meccanismi di mobilità orizzontale, prevedendo con questa clausola la fungibilità delle mansioni onde sopperire a contingenti esigenze aziendali (come avvenne col c.c.n.l. del 1994) ovvero per consentire la valorizzazione della professionalità potenziale di tutti i lavoratori secondo eventuale rotazione, senza con ciò violare l’art. 2103 cod. civ..

Quanto all’eventualità del passaggio del lavoratore da una ad altra mansione richiedente minori capacità professionali, Cass. 15 marzo 2007 n. 6043 ha precisato che l’art. 2103 cit., può considerarsi violato solo quando nell’interno dell’unica categoria (area) unificante le categorie precedenti il contratto, collettivo o individuale, preveda retribuzioni differenziate tali da configurare nella sostanza distinti profili professionali. Ciò non si è verificato nel caso di specie, in cui il Tribunale ha ravvisato il “demansionamento” ossia la violazione dell’art. 2103 cit., senza uniformarsi ai detti principi di diritto, con la conseguenza che la sentenza impugnata dev’essere cassata.

L’accoglimento del primo motivo di ricorso determina l’assorbimento del secondo, con cui la ricorrente, invocando l’art. 41 Cost., artt. 1362 e 1363 cod. civ., e vizi di motivazione, censura la sentenza impugnata nella parte in cui ha dichiarato illegittimo il trasferimento del lavoratore per difetto di motivazione della valutazione totalmente negativa circa la capacità lavorativa.

Una volta stabilita, con l’accoglimento del primo motivo, la legittimità di assegnazione a diverse mansioni e non contestato dall’interessato il rilievo del Tribunale (pag. 2 della sentenza) circa l’”esubero” del personale nella sede aziendale originaria (ex direzione centrale), il trasferimento discrezionale nell’ufficio di ripartizione della corrispondenza risulta sufficientemente motivato.

Parimenti assorbito è il terzo motivo. Esclusa l’illiceità di comportamento della datrice di lavoro, non residua alcuna questione di danno risarcibile.

La non necessità di ulteriori accertamenti di fatto permette di decidere nel merito col rigetto della domanda.

Le spese dell’intero processo possono essere compensate a causa delle oscillazioni giurisprudenziali che hanno dato luogo alla sopra richiamata sentenza delle Sezioni unite.
 
P.Q.M.
 
La Corte accoglie il primo motivo di ricorso e dichiara assorbiti gli altri due; cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, rigetta la domanda; compensa le spese dell’intero processo.

Così deciso in Roma, il 3 dicembre 2008.

Depositato in Cancelleria il 24 febbraio 2009
Registrato
luca_1966
Utente non iscritto
« Risposta #1 inserito:: Maggio 20, 2011, 21:32:27 »

L'INTERIM non vale ad escludere le MANSIONI SUPERIORI del dipendente

Nota alla Sentenza n. 388/09 del Tribunale Civile della Spezia Giudice Unico del Lavoro

Il ricorrente, dipendente di Poste Italiane S.p.A., lamentava di avere svolto mansioni corrispondenti al superiore inquadramento professionale di quadro Q1 per oltre sei mesi dopo il pensionamento del suo superiore gerarchico. Nel corso di tale periodo egli lo avrebbe di fatto sostituito in tutte le mansioni di questi, compresa la direzione del personale sottordinato e la rappresentanza dell'ufficio verso l'esterno, in particolare nei confronti della locale Procura della Repubblica.

Si costituiva in giudizio la convenuta resistente, chiedendo il rigetto della domanda attorea, in quanto l'incarico già assegnato al quadro andato in quiescenza sarebbe stato formalmente ricoperto ad interim per quel periodo dal quadro Q1 responsabile della macroarea comprendente Piemonte e Liguria. In particolare, essendo pacifico ed incontestato, anzi dimostrato, che il ricorrente aveva di fatto sostituito il responsabile andato in pensione, la difesa di parte convenuta si incentrava sul fatto che la responsabile interinale gestiva l'ufficio via filo e via mail, pur recandosi soltanto episodicamente alla Spezia.

Particolarmente significativa ai fini dell'accoglimento del ricorso è parsa la testimonianza del Sottufficiale di Polizia Postale, il quale ha dichiarato in aula di avere sempre considerato il ricorrente il suo omologo presso Poste Italiane S.p.A. alla Spezia.

Pertanto con il riconoscimento del superiore livello professionale, in accoglimento della domanda giudiziale, il giudice del lavoro ha escluso che la mera assegnazione formale dell'incarico ad altro soggetto munito di interim, ma non fisicamente presente in ufficio, abbia potuto escludere la sussistenza del diritto.

Avv. Gianpaolo Carabelli

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Ultimo aggiornamento mercoledì 06 ottobre 2010
Registrato
luca_1966
Utente non iscritto
« Risposta #2 inserito:: Maggio 29, 2011, 11:15:01 »

Cass., sez. lav., 10 dicembre 2009 n. 25897

 

Riclassificazione contrattuale con fungibilità tra le aree - Non preclude la ricerca dell'equivalenza legale tra le mansioni di fatto disimpegnate in precedenza e successivamente - Prevalenza dell'art. 2103 c.c. sulle pattuizioni contrattuali di fungibilità.

 

L’inderogabilità della disciplina legale si atteggia anche a limite per la contrattazione collettiva, sicché l’eventuale accorpamento, da parte della contrattazione collettiva, in un’unica categoria (qualifica o area) di plurime mansioni, anche di diversa professionalità e livello, rende sì applicabile alle stesse la medesima disciplina collettiva che a tale categoria faccia riferimento, ma non è di ostacolo alla operatività della disciplina legale di carattere inderogabile dell’art. 2103, primo comma c.c., che preclude la previsione di una indiscriminata fungibilità delle mansioni, per il sol fatto di tale accorpamento convenzionale.

Anche tra mansioni appartenenti alla medesima qualifica prevista dalla contrattazione collettiva opera la garanzia dell’art. 2103 c.c. e, pertanto, il lavoratore addetto a determinate mansioni non può essere assegnato a mansioni nuove e diverse che compromettano la professionalità raggiunta, ancorché rientranti nella medesima qualifica contrattuale.

 

Svolgimento del processo

 

Con sentenza in data 14.4/6.9.2005 la Corte di appello di Bologna, in riforma della sentenza resa dal Tribunale della stessa sede l’1.9.2003, rigettava la domanda proposta da Brigida L., dipendente delle Poste Italiane spa, ai fini dell’assegnazione a mansioni equivalenti a quelle precedentemente svolte, come V livello, nonché al risarcimento del danno sofferto sino all’effettiva reintegrazione nelle mansioni suddette.

Osservava in sintesi la corte territoriale che, nella nuova classificazione del personale introdotta dal CCNL del 26.11.1994, non poteva ritenersi ancora operante la distinzione in categorie prevista dal vecchio ordinamento pubblicistico, né attribuirsi a quest’ultima una perdurante efficacia ai fini dell’individuazione e della graduazione delle varie professionalità nell’ambito delle nuove aree, venendo in rilievo, in particolare, all’interno delle aree di base ed operativa, una piena equivalenza di mansioni. Con la conseguenza che nessuna influenza poteva, fra l’altro, dispiegare la circostanza che la dipendente, che, all’atto dell’assunzione, si era impegnata a svolgere tutte le mansioni comprese nell’area di inquadramento, avesse frequentato un corso di formazione prima dell’adibizione a parte delle stesse, o che la società datrice di lavoro, nel ricollocare i dipendenti addetti a mansioni di terminalisti, avesse fatto riferimento alla categoria (V) cui erano in precedenza inseriti, trattandosi di circostanza posta a salvaguardia delle professionalità già acquisite, ma irrilevante con riferimento alle nuove classificazioni del personale.

Per la cassazione della sentenza propone ricorso Brigida L. con due motivi.

Resistono con controricorso le Poste Italiane spa.

 

Motivi della decisione

 

Con il primo motivo la ricorrente lamenta, ai sensi dell’art. 360 n. 3 cpc in relazione all’art. 2103 cc, che la corte territoriale ha erroneamente ritenuto che la previsione contrattuale di un’unica area (c.d. operativa), nella quale sono confluite le categorie IV, V, e VI, e l’intercambiabilità del personale tra i vari settori operativi, fosse di per sé idonea a garantire l’equivalenza delle mansioni, omettendo di accertare se le nuove mansioni fossero in concreto aderenti alla specifica competenza del dipendente, salvaguardandone il livello professionale acquisito, per come necessario anche in caso di riclassamento del personale, allorché la contrattazione collettiva provveda alla ridefinizione delle categorie e dei profili professionali, accorpando mansioni qualitativamente diverse.

Con il secondo motivo, svolto in relazione agli stessi parametri, ma deducendo anche vizio di motivazione, la ricorrente ribadisce che la corte bolognese ha provveduto a comparare le nuove mansioni con quelle in precedenza svolte solo sotto il profilo dell’inquadramento astratto nel livello di categoria, omettendo alcun concreto accertamento comparativo delle stesse rispetto al livello professionale acquisito nella precedente fase del rapporto.

Il ricorso, i cui motivi ben possono esaminarsi congiuntamente, in quanto connessi, è meritevole di accoglimento.

Deve, al riguardo, preliminarmente rammentarsi come, con riferimento alla compatibilità rispetto al precetto cogente dell’art. 2103 cc della clausola di fungibilità prevista nell’art. 46 del CCNL 26.11.1994 per i dipendenti postali, le Sezioni Unite di questa Corte (SU n. 25033/2006) abbiano convincentemente confermato l’indirizzo che, se ben può la disciplina collettiva prevedere il reinquadramento in una nuova unica qualifica di lavoratori in precedenza inquadrati in qualifiche distinte, con conseguente parificazione del trattamento economico e normativo riferibile alla nuova qualifica, ciò non implica necessariamente che insorga anche un rapporto di equivalenza tra tutte le mansioni rientranti nella qualifica.

L’inderogabilità della disciplina legale si atteggia, infatti, anche a limite per la contrattazione collettiva, sicché l’eventuale accorpamento, da parte della contrattazione collettiva, in un’unica categoria (qualifica o area) di plurime mansioni, anche di diversa professionalità e livello, rende sì applicabile alle stesse la medesima disciplina collettiva che a tale categoria faccia riferimento, ma non è di ostacolo alla operatività della disciplina legale di carattere inderogabile dell’art. 2103, primo comma cc, che preclude la previsione di una indiscriminata fungibilità delle mansioni, per il sol fatto di tale accorpamento convenzionale.

Anche tra mansioni appartenenti alla medesima qualifica prevista dalla contrattazione collettiva opera la garanzia dell’art. 2103 cc e, pertanto, il lavoratore addetto a determinate mansioni non può essere assegnato a mansioni nuove e diverse che compromettano la professionalità raggiunta, ancorché rientranti nella medesima qualifica contrattuale. E ferma restando la possibilità per la contrattazione collettiva di individuare meccanismi convenzionali di mobilità orizzontale, prevedendo, con apposita clausola, la fungibilità funzionale fra le mansioni per sopperire a contingenti esigenze aziendali ovvero per consentire la valorizzazione della professionalità potenziale di tutti i lavoratori inquadrati nella qualifica.

Di tale indirizzo interpretativo la sentenza impugnata non ha fatto corretta applicazione.

Ha ritenuto, infatti, la corte territoriale che il principio di tutela della professionalità acquisita, che, per come si è detto, resta impregiudicato pur in presenza di un accorpamento convenzionale delle mansioni, è utilmente (anche se “problematicamente”) predicabile con riferimento ai lavoratori assunti sotto il vigore del precedente ordinamento professionale (per i quali, con riferimento a specifici percorsi di accrescimento professionale, “può forse sussistere l’esigenza di una loro concreta valutazione ai fini della formulazione del giudizio di equivalenza inerente le varie mansioni comprese nell’area di inquadramento”), ma non anche “per la nuova classificazione del personale” (dal momento che i dipendenti assunti nel vigore della nuova disciplina contrattuale “si sono impegnati a svolgere tutte le mansioni comprese nell’area di inquadramento…”).

Ma, in realtà, il principio dell’equivalenza professionale, in quanto riflesso di valori fondamentali di tutela del lavoro, si impone, per come hanno confermato le SU, anche rispetto alla nuova classificazione del personale, senza che sia possibile distinguere fra vecchi e nuovi assunti, trattandosi di precetto destinato ad operare anche rispetto alla nuova disciplina collettiva e alla regolamentazione del reinquadramento del personale dalla stessa realizzato.

L’erronea prospettiva giuridica adottata dalla corte territoriale ha finito, peraltro, col riverberarsi (per come lamenta la ricorrente) sul piano dell’idoneità della motivazione, in quanto si è, in definitiva, omesso di accertare se, anche con riferimento alla posizione della stessa, sussistessero esigenze di salvaguardia della professionalità acquisita alla luce dei percorsi formativi evidenziati, ed, in particolare, di individuare, alla luce della sua “storia professionale”, quali fossero le mansioni di riferimento per verificare l’osservanza dell’art. 2103 cc, indipendentemente dall’obbligo dalla stessa assunto, al momento dell’avviamento al lavoro, di svolgere tutte le mansioni inerenti alla qualifica di inquadramento.

E tanto più se si considera che la ricorrente aveva evidenziato che, dopo aver inizialmente svolto sia mansioni di recapito, che di sportello, era stata successivamente stabilmente inserita, dopo aver frequentato apposito corso, presso la Postel di Bologna, con compiti di programmatore sui terminali e che, successivamente alla soppressione di tale reparto, tutto il personale era stato convenzionalmente suddiviso in livelli, con riutilizzazione in attività di sportello dei dipendenti già adibiti a mansioni sui terminali, in attività di recapito dei dipendenti già addetti all’apertura e chiusura dei sacchi, fatta eccezione per quelli assunti con contratto di formazione e lavoro, che erano stati utilizzati, nonostante la pregressa adibizione ai terminali, per il recapito.

La sentenza impugnata va, pertanto, cassata e la causa rimessa per nuovo esame ad altro giudice di pari grado, che, provvedendo anche in ordine alle spese, si atterrà al seguente principio di diritto:

Il principio di tutela della professionalità acquisita - che resta impregiudicato pur in presenza di un accorpamento convenzionale delle mansioni, per precludere la disciplina legale di carattere inderogabile dell’art. 2103, primo comma cc la previsione di una indiscriminata fungibilità delle mansioni per il sol fatto di tale convenzionale accorpamento - impone al giudice di merito di accertare, alla stregua di tutte le circostanze ritualmente allegate ed acquisite al processo, le esigenze di salvaguardia della professionalità acquisita prospettate dal lavoratore, sulla base dei percorsi di accrescimento professionale dallo stesso evidenziati, ed, in particolare, di individuare, alla luce della sua “storia professionale”, quali fossero le mansioni di riferimento per verificare l’osservanza dell’art. 2103 cc, indipendentemente dall’obbligo dallo stesso assunto, al momento dell’avviamento al lavoro, di svolgere tutte le mansioni inerenti alla qualifica di inquadramento”.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per la regolamentazione delle spese, alla Corte di appello di Firenze.

 

*********.°.*********

Nota dell'Avv. Daniele Iarussi a Cassazione 10 dicembre 2009, n. 25897

Sulla non coincidenza concettuale tra l’equivalenza di mansioni e la medesima qualifica contrattuale ai fini del demansionamento dei lavoratori

In tema di demansionamento professionale, ed in particolare sulla non coincidenza tra il concetto di “equivalenza di mansioni” e “medesima qualifica contrattuale”, 25897.09 rammenta come, con riferimento alla compatibilità rispetto al precetto cogente dell'art. 2103 c.c. della clausola di fungibilità prevista nell'art. 46 del CCNL 26.11.1994 per i dipendenti postali, le Sezioni Unite della Suprema Corte (SU n. 25033/2006) abbiano convincentemente confermato l'indirizzo che, se ben può la disciplina collettiva prevedere il reinquadramento in una nuova unica qualifica di lavoratori in precedenza inquadrati in qualifiche distinte, con conseguente parificazione del trattamento economico e normativo riferibile alla nuova qualifica, ciò non implica necessariamente che insorga anche un rapporto di equivalenza tra tutte le mansioni rientranti nella qualifica. L'inderogabilità della disciplina legale si atteggia, infatti, anche a limite per la contrattazione collettiva, sicché l'eventuale accorpamento, da parte della contrattazione collettiva, in un'unica categoria (qualifica o area) di plurime mansioni, anche di diversa professionalità e livello, rende sì applicabile alle stesse la medesima disciplina collettiva che a tale categoria faccia riferimento, ma non è di ostacolo alla operatività della disciplina legale di carattere inderogabile dell'art. 2103, primo comma c.c., che preclude la previsione di una indiscriminata fungibilità delle mansioni per il sol fatto di tale accorpamento convenzionale. Anche tra mansioni appartenenti alla medesima qualifica prevista dalla contrattazione collettiva opera la garanzia dell'art. 2103 c.c. e, pertanto, il lavoratore addetto a determinate mansioni non può essere assegnato a mansioni nuove e diverse che compromettano la professionalità raggiunta, ancorché rientranti nella medesima qualifica contrattuale. E ferma restando la possibilità per la contrattazione collettiva di individuare meccanismi convenzionali di mobilità orizzontale, prevedendo, con apposita clausola, la fungibilità funzionale fra le mansioni per sopperire a contingenti esigenze aziendali ovvero per consentire la valorizzazione della professionalità potenziale di tutti i lavoratori inquadrati nella qualifica.

Daniele Iarussi

(fonte:LaPrevidenza.it, 08/02/2010)

http://digilander.libero.it/dirittodellavoro/cass_25897_09_reinquadramento_contrattuale_art.2103.htm
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luca_1966
Utente non iscritto
« Risposta #3 inserito:: Giugno 10, 2011, 09:44:54 »

Progressione verticale - Selezione - Motivazione

Pubblicata il 29 marzo 2010

Svolgimento del processo

Con ricorso al Pretore, giudice del lavoro, di Parma, depositato in data 12.2,1999, M.M., dipendente dell'ex amministrazione P.T., già inquadrato nella 8^ qualifica funzionale della ex carriera direttiva, premesso di essere stato escluso illegittimamente dalla selezione per le promozioni nella qualifica dirigenziale, effettuata dall'Ente Poste Italiane nel periodo dal novembre 1997 al febbraio 1998, chiedeva la condanna della società Poste Italiane s.p.a. al risarcimento del danno, per perdita di chances, nella misura di L. 1.041.192.297. Deduceva al riguardo che l'Ente Poste, avendo la necessità di ricoprire diversi ruoli dirigenziali, dopo aver incaricato una agenzia esterna di effettuare la selezione del personale, aveva immotivatamente disatteso le indicazioni della predetta società operando la selezione del personale da inviare ad un "corso di preparazione alla dirigenza" presso l'Università "Bocconi" di Milano, senza l'osservanza di alcun criterio oggettivo, ma semplicemente per segnalazione da parte degli organi dell'ente ovvero di organizzazioni politiche o sindacali. Di conseguenza esso ricorrente era stato escluso dalla partecipazione al detto corso, pur avendo diritto a prendervi parte in forza, tra l'altro, della seconda disposizione transitoria del contratto collettivo nazionale dei dirigenti, che prevedeva l'obbligo dell'Ente di avvalersi "in via prioritaria delle risorse interne appartenenti alla ex carriera direttiva", delle quali avrebbe dovuto favorire la crescita professionale.

Con sentenza in data 15.10.2002 il Tribunale di Parma accoglieva la domanda dichiarando la illegittimità della esclusione del ricorrente dalla selezione e condannando la società resistente al risarcimento del danno nella misura di Euro 20.853,00.

Avverso tale sentenza proponeva appello la società Poste Italiane s.p.a. lamentandone la erroneità sotto diversi profili e chiedendo il rigetto delle domande proposte da controparte con il ricorso introduttivo.

La Corte di Appello di Bologna, con sentenza in data 21.1.2005, accoglieva il gravame rigettando le domande proposte dal ricorrente con l'atto introduttivo del giudizio.

Avverso questa sentenza propone ricorso per Cassazione M. M. con due motivi di impugnazione.

Resiste con controricorso la società intimata.
Entrambe le parti hanno depositato memoria ex art. 378 c.p.c..
 
Motivi della decisione

Col primo motivo di gravame il ricorrente lamenta "violazione di legge - artt. 1362 e segg. c.c. - insufficiente motivazione circa un punto decisivo della controversia".

Rileva in particolare che la seconda norma transitoria del CCNL Dirigenti dell'Ente Poste dell'11 agosto 1994 (la quale prevedeva che "per le future necessità di personale dirigente l'Ente limiterà il ricorso a nuove assunzioni e si avvarrà in via prioritaria delle risorse interne appartenenti all'ex carriera direttiva delle quali favorirà la crescita professionale") non poneva alcun limite temporale in ordine alla sua operatività, ragione per cui doveva trovare applicazione per tutto il periodo di vigenza del primo contratto collettivo del rapporto privatizzato. Se, infatti, le parti contrattuali avessero inteso attribuire alla norma una più ridotta efficacia temporale rispetto all'intero contratto ne avrebbero espressamente indicato il termine di efficacia.

Aveva, pertanto, errato il giudice d'appello il quale - nel ritenere che detta norma avesse una portata limitata rispetto a quella del contratto collettivo e che pertanto avesse esaurito la sua efficacia a seguito di una prima selezione (alla quale il ricorrente era stato ammesso e scrutinato senza però risultare vincitore) - si era basato solo sul senso letterale delle parole della clausola in esame (autoqualificatasi "transitoria"), senza però approfondirne il senso stesso e procedendo ad una valutazione "atomistica" delle singole espressioni usate, omettendo in tal modo una globale lettura delle diverse frasi e parole adoperate dalle parti contrattuali.

Il motivo non è fondato.

Questa Corte ha più volte ribadito il principio secondo cui l'interpretazione del contratto collettivo di diritto comune, concretizzandosi nell'accertamento della volontà dei contraenti ed in una indagine di fatto, quindi riservata al giudice di merito, può essere censurata in sede di legittimità solo per inadeguatezza della motivazione o per violazione delle regole ermeneutiche, con la conseguenza che deve essere ritenuta inammissibile ogni critica della volontà negoziale operata dal giudice di merito che si traduca solo nella prospettazione di una diversa valutazione degli stessi elementi di fatto vagliati dal giudice di merito o di una diversa interpretazione delle disposizioni pattizie (cfr. tra le tante da ultimo: Cass. sez. lav., 8.6.2009 n. 13181; Cass. sez. lav., 12.3.2009 n. 6010; Cass. sez. lav., 23.1.2009 n. 1717; Cass. sez. lav., 4.7.2008 n. 18499).

Questa Corte ha anche statuito più volte che, nell'interpretazione del contratto collettivo di diritto comune, il criterio logico - sistematico di cui all'art. 1363 c.c., assume un particolare rilievo (ben più accentuato di quanto accade per i restanti contratti di diritto comune) in ragione delle particolari caratteristiche connotanti la contrattazione collettiva anche se il criterio letterale di cui all'art. 1362 c.c. costituisce sempre il punto di partenza per una corretta interpretazione di ogni clausola pattizia (cfr. ex plurimis: Cass. sez. lav., 28.11.2008 n. 28460; Cass. sez. lav., 11.3.2008 n. 6429; Cass. sez. lav., 21.3.2006 n. 6264; Cass. sez. lav., 29.7.2005 n. 15969; Cass. sez. lav., 9.3.2005 n. 5140).

Orbene, la Corte d'appello di Bologna, con l'affermare che la seconda disposizione transitoria del contratto collettivo nazionale dei dirigenti aveva una portata temporale più limitata di quella del contratto collettivo cui afferiva, ha dato della disposizione in esame una lettura sorretta da validi motivi e rispettosa, oltre che del canone ermeneutico letterale, anche di quello logico - sistematico, evidenziando tra l'altro, a conferma della soluzione accolta, come tale disposizione andasse coordinata con il nuovo CCNL per il personale dell'Ente poste che, riordinando e riqualificando l'intero personale in categorie o aree, aveva eliminato ogni distinzione relativa al personale già appartenente all'ex carriera direttiva, confluito nell'area quadri di primo livello.

D'altronde, la invocata seconda disposizione del contratto collettivo nazionale di lavoro dirigenti assegna alla "transitorietà" la funzione di individuazione del momento di applicabilità di una precedenza dei dipendenti, già appartenenti alla dirigenza, nella valutazione per la scelta della nuova classe chiamata a gestire, in una nuova organizzazione, compiti di particolare rilevanza. Ciò giustifica il motivo per cui la suddetta clausola era destinata a vedere esaurita la sua iniziale operatività, limitata alla prima applicazione del contratto, essendo irrazionale che la società dovesse mantenere nelle procedure successive - quelle nelle quali il ricorrente ravvisa profili di illegittimità - gli stessi criteri selettivi che, in buona sostanza, fissavano solo un temporaneo privilegio per una categoria di dipendenti già selezionati prevedendo l'assunzione in via prioritaria del predetto personale ex direttivo.

A fronte di tali conclusioni, fondate su argomentazioni adeguatamente motivate e corrette sul piano logico - giuridico, e pertanto non suscettibili di essere censurate in questa sede di legittimità, il ricorrente patrocina in questa sede una interpretazione delle norme contrattuali che, pure sostenibile sul piano logico, non può però inficiare la diversa opzione ermeneutica seguita dal giudice d'appello.

Col secondo motivo di gravame lamenta "violazione art. 1362 cod. civ. e artt. 1175 e 1375 cod. civ. - Contraddittorietà di motivazione. Difetto di motivazione circa un punto decisivo della controversia - Violazione art. 1362 e segg. c.c.".

Osserva in particolare il ricorrente che la società datoriale non aveva adottato procedure trasparenti di selezione, non rispettando la normativa pattizia, ed in tal modo violando anche il disposto dell'art. 26 del contratto collettivo dei dirigenti che, per tutto quanto non diversamente previsto dal contratto stesso, disponeva che - seppure in termini di compatibilità con la figura del dirigente - dovessero trovare applicazione le norme contrattuali e legislative dettate per gli impiegati di massima categoria dipendenti dalla Poste Italiane s.p.a..

Rileva ancora che la società non aveva osservato criteri oggettivi nè aveva agito in buona fede perchè esso ricorrente, pur ritenuto idoneo alla preselezione, era poi stato ingiustamente escluso dalla selezione nel mentre erano state avviate alla stessa ben novantadue dipendenti in precedenza ritenuti inidonei. Lamenta altresì l'arbitrarietà delle scelte effettuate dai direttori di sede nell'individuare il personale da avviare alla selezione, prive di alcuna motivazione, e perciò operate in violazione dei criteri di correttezza e di buona fede.

Il motivo è fondato.

Emerge invero dagli atti di causa (v. il contenuto del ricorso per Cassazione laddove riporta in parte il contenuto della memoria di costituzione della società Poste italiane nel giudizio di primo grado) che la società datoriale, nel dare mandato alla agenzia esterna Hay Management per la "definizione di un sistema di accesso alla dirigenza", aveva previsto dei precisi requisiti predeterminati ai quali la suddetta agenzia si era attenuta nella formulazione del programma per l'accesso alla dirigenza.

Orbene, una volta accertato (trattandosi di circostanza non controversa tra le parti) che tra i dipendenti avviati al corso della Bocconi figuravano anche dipendenti esclusi dall'elenco formato dalla Hay Management secondo i criteri predeterminati, deve ritenersi che tali dipendenti non rispondessero ai criteri suddetti (ai quali invece deve ritenersi rispondesse il M., essendo stato ritenuto idoneo alla preselezione operata dalla agenzia predetta).

Nè la società datoriale ha fornito alcuna motivazione in ordine a tale inclusione. E pertanto il percorso motivazionale seguito sul punto dalla Corte territoriale si appalesa non corretto laddove ha ritenuto non provata la violazione di alcuna norma comportamentale da parte della società datoriale.

Deve ritenersi pertanto che la stessa non si è attenuta a quei principi generali di correttezza e buona fede (artt. 1175 e 1375 c.c.) ai quali ciascun contraente deve uniformarsi nell'esecuzione dell'obbligazione.

Ha invero osservato questa Corte che "una procedura che privilegi l'obiettività e la trasparenza esige che siano manifestate all'esterno le motivazioni che sorreggono la scelta di un candidato piuttosto che un altro e che sia formata una graduatoria dei candidati, anche senza la necessità della redazione di verbali delle operazioni di selezione.

A nulla rileva che le norme contrattuali non prevedessero espressamente un obbligo di motivazione e la formazione di graduatorie, poichè siffatti adempimenti sono implicitamente connessi con l'obbligo di osservare criteri di obiettività e trasparenza e con l'obbligo di osservare i principi di correttezza e buona fede nell'adempimento delle obbligazioni" (Cass. sez. lav., 22.1.2009 n. 1631; in senso conforme, Cass. sez. lav., 2.2.2009 n. 2581).

Si impone pertanto, in accoglimento del suddetto motivo di gravame, la cassazione dell'impugnata sentenza con rinvio della causa, anche per le spese del giudizio di legittimità, alla Corte di Appello di Firenze, la quale dovrà altresì esaminare le eventuali ulteriori domande ed eccezioni dedotte dalla società in sede di appello e che la Corte territoriale possa non avere esaminato per averle ritenute implicitamente assorbite (v. in proposito la sentenza della Corte d'appello laddove rileva che l'accoglimento dell'appello principale rende assorbiti ... gli altri motivi subordinati"): ciò in base al principio secondo cui l'accoglimento del ricorso comporta pur sempre la possibilità di esaminare nel giudizio di rinvio le domande ed eccezioni non esaminate o ritenute assorbite dai giudici di merito (Cass. sez. 3^, 26.1.2006 n. 1691; Cass. sez. 1^, 28.8.2004 n. 17201).
 
P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso; cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese, alla Corte di Appello di Firenze.

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« Risposta #4 inserito:: Agosto 27, 2011, 18:35:15 »

CASSAZIONE CIV., SEZ. UN.
Sent. 24/11/2006, n. 25033.

(È legittima la clausola del contratto collettivo che introduca meccanismi convenzionali di mobilità orizzontale prevedendo la fungibilità di mansioni che esprimano in concreto diverse professionalità al fine di sopperire a contingenti esigenze aziendali ovvero per consentire la valorizzazione della professionalità potenziale dei lavoratori ai quali la qualifica si riferisce).

Pres. Carbone
Est. Amoroso
P. M. Iannelli (conf.)

<<SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. Con ricorso ex art. 414 c.p.c. O.R. conveniva in giudizio innanzi al Tribunale di Brescia, quale giudice del lavoro, la società Poste Italiane S.p.A., sua datrice di lavoro, esponendo: a) di essere stata assunta dapprima con contratto di formazione e lavoro, in data 12 aprile 1996, e successivamente con contratto a TI in data 10 ottobre 1997, con inquadramento nell'Area operativa; b) di aver svolto con continuità mansioni di addetta allo sportello; c) di essere stata assegnata a decorrere dal dicembre del 1998 a mansioni di recapito; d) che tale assegnazione costituiva un demansionamento rispetto alle mansioni in precedenza svolte, come tale vietato dall'art. 2103 c.c.

Chiedeva pertanto che, accertata l'illegittimità dell'assegnazione alle mansioni di recapito, la società Poste Italiane fosse condannata alla reintegra nelle mansioni precedentemente svolte nonché al risarcimento del danno da dequalificazione, da liquidarsi in via equitativa.
...>>

http://w3.uniroma1.it/masterlavoro/master_2011_file/sentenza%20amoroso.pdf

[In realtà non sussiste demansionamento. Le OOSS hanno equiparato per certi versi le diverse mansioni. A patto che non vi sia riduzione della paga, l'azienda può usufruire della professionalità (potenziale) del dipendente nei diversi settori. Se in questo caso l'attinenza tra le due figure professionali consiste (forse) nel luogo di svolgimento, che è lo stesso ufficio postale, nel successivo (vedi sentenza sotto), le specializzazioni offerte dal dipendente per sopperire ad esigenze aziendali sono del tutto diverse tra loro. Ma il "demansionamento", o la diversa destinazione del dipendente ad opera di Poste, riferendosi ad una dismissione di attività (manutenzione elettromeccanica) interna all'azienda stessa, costituisce una (provvidenziale) opportunità di lavoro alternativa al legittimo licenziamento. Le attività di manutenzione interna, infatti, passarono dalla gestione diretta all'affidamento ad azienda esterna a seguito di una insindacabile scelta organizzativa].

CASSAZIONE CIV.
Sent. 05/04/2007, n. 8596.

(La disposizione dell’art. 2103 c.c. sulla regolamentazione delle mansioni del lavoratore e sul divieto del declassamento di dette mansioni va interpretata - stante le statuizioni di cui alla sentenza delle Sezioni Unite n. 25033 del 2006 [di cui sopra], ed in coerenza con la ratio sottesa ai numerosi interventi in materia del legislatore - alla stregua della regola del bilanciamento del diritto del datore di lavoro a perseguire un’organizzazione aziendale produttiva ed efficiente e quello del lavoratore al mantenimento del posto, con la conseguenza che nei casi di sopravvenute e legittime scelte imprenditoriali, comportanti l’esternalizzazione dei servizi o la loro riduzione a seguito di processi di riconversione o ristrutturazione aziendali, l’adibizione del lavoratore a mansioni diverse, ed anche inferiori, a quelle precedentemente svolte, restando immutato il livello retributivo, non si pone in contrasto con il dettato codicistico, se essa rappresenti l’unica alternativa praticabile in luogo del licenziamento per giustificato motivo oggettivo (principio affermato in fattispecie concernente dipendente postale).

<<Con ricorso depositato in data 2 dicembre 1999 avanti al giudice del lavoro del Tribunale di Verona, N. M. lamentava che illegittimamente la s.p.a. Poste Italiane lo avesse tolto dal servizio tecnico di manutenzione apparecchiature, al quale era da tempo addetto, ed assegnato a servizi di sportelleria, con conseguente dequalificazione, e chiedeva quindi di essere riassegnato alle mansioni precedentemente svolte (od altre equivalenti,in caso di soppressione, però sempre di natura tecnica), oltre il risarcimento del danno.

Dopo la costituzione del contraddittorio e l'espletamento della prova per testi, il giudice respingeva il ricorso.

A seguito di gravame del N., la Corte d'appello di Venezia, con sentenza del 21 gennaio 2003, rigettava l'appello e compensava le spese.>>.

http://w3.uniroma1.it/masterlavoro/master_2011_file/sentenza%20amoroso.pdf
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« Risposta #5 inserito:: Settembre 07, 2011, 22:26:40 »

RISOLUZIONE DEL RAPPORTO DI LAVORO PER SOPRAGGIUNTA INIDONEITÀ FISICA

(di Anna Teresa Paciotti)

5 settembre 2011

http://www.studiolegalelaw.net/consulenza-legale/32296

Provvedimento illegittimo senza la previa assegnazione di un termine per le osservazioni.

Assunto in prova da Poste Italiane, in qualità di portalettere, è vittima di un infortunio in itinere con postumi invalidanti del 40%. L’Amministrazione, prima comunica al dipendente la possibilità di essere inquadrato, a domanda, in una qualifica della categoria inferiore a quella d’appartenenza e il lavoratore presenta domanda di essere retrocesso nella III^ categoria, con la qualifica di usciere capo, poi, all’improvviso, l’Amministrazione cambia idea e comunica al lavoratore la risoluzione del rapporto di lavoro. Con l’aria che tira, forse ciò diventerà possibile, ma all’epoca dei fatti non era previsto il licenziamento; infatti, il Tar della Puglia, in accoglimento del ricorso promosso dal lavoratore, ha rilevato che l’inidoneità fisica sopravvenuta durante il periodo di prova non può essere ragione di risoluzione di un rapporto di impiego, essendo tale periodo funzionale al solo riscontro delle capacità professionali e dei requisiti morali del dipendente, e durante tale periodo, alla valutazione della inidoneità fisica si deve provvedere con un formale procedimento, volto al mutamento delle mansioni o del servizio.

L’Amministrazione non si è arresa e ha promosso appello al Consiglio di Stato. Con la Sentenza n. 4988/2011, il Consiglio ha rigettato l’appello. Al solito, l’Amministrazione rivendica ampia discrezionalità di cui la stessa gode nella valutazione dell’idoneità del dipendente, non dovendo motivare esplicitamente il provvedimento di risoluzione per esito negativo della prova a fronte della sopravvenuta permanente inidoneità fisica attestante la non attitudine del dipendente allo svolgimento delle mansioni. Il Consiglio ribadisce che il periodo di prova è preordinato alla verifica specifica di diligenza, professionalità e attitudine a svolgere i compiti della qualifica di nomina, ma non anche l’idoneità fisica. Pertanto, se nel periodo di prova, fermi i profili di laboriosità, cultura e professionalità, emerge la sopravvenuta inidoneità allo svolgimento delle mansioni per le quali il dipendente è stato assunto, la risoluzione non può che avvenire con l’osservanza delle disposizioni dettate in via generale, le quali prevedono garanzie procedimentali e la previa verifica della possibilità di utilizzazione in altre mansioni della medesima categoria, ovvero in mansioni della categoria immediatamente inferiore. All’eventuale dispensa dell’impiegato dal servizio si giunge previa assegnazione di un termine per osservazioni, potendo l’interessato chiedere di essere sentito personalmente e, nel caso di dispensa per motivi di salute, che alla visita medica collegiale il lavoratore ha diritto di farsi assistere da un medico di fiducia. Nel caso di specie non risulta che alcuna di queste garanzie procedimentali sia stata osservata e si è pervenuti alla risoluzione del rapporto per l’espressa e unica ragione della sopravvenuta inidoneità fisica durante il periodo di prova, senza alcuna previa informazione all’interessato, con conseguente impossibilità da parte sua di presentare osservazioni.

Anna Teresa Paciotti
_ _ _ _

CONSIGLIO DI STATO
Sentenza n. 4988/2011
del 05/09/2011

sul ricorso ..del 2006, proposto da Poste Italiane s.p.a., ..contro S. C. D., per la riforma della

sentenza del T.A.R. PUGLIA - SEZIONE STACCATA DI LECCE.., ..concernente

RISOLUZIONE RAPPORTO DI IMPIEGO PER SOPRAVVENUTA PERMANENTE INIDONEITÀ FISICA

FATTO

1. Il signor C. D. S., assunto in servizio (in prova) dall’Amministrazione Autonoma delle Poste e delle Telecomunicazioni in data 16 dicembre 1986, ed assegnato alla Direzione Provinciale P.T. di Lecce, con la qualifica di operatore di esercizio (IV^ categoria, portalettere), a causa di un infortunio in itinere rimaneva assente dal servizio dal 21 gennaio 1987 al 18 ottobre 1987, venendogli quindi comunicato, il 18 novembre 1987, l’esito dell’accertamento sanitario compiuto dall’I.N.A.I.L., ossia la guarigione con postumi invalidanti del 40%. Sottoposto il 30 novembre 1987 ad accertamenti sanitari dal Collegio Medico della U.S.L. LE/2, su richiesta dell’Amministrazione, era giudicato permanentemente inidoneo alle mansioni della categoria rivestita (IV^) ed idoneo a quelle dei profili professionali della categoria immediatamente inferiore, venendogli quindi comunicate, con nota del dirigente competente del 14 gennaio 1988 (prot. n° 1/POL/43662) la collocazione d’ufficio in aspettativa per motivi di salute, ai sensi dell’art. 68 del d.P.R. 10 gennaio 1957, n. 3, e la possibilità di essere inquadrato (a domanda) in una qualifica della categoria inferiore a quella d’appartenenza; il 16 gennaio 1988, il sign. S. presentava domanda di essere retrocesso nella III^ categoria, con la qualifica di usciere capo.

2. L’Amministrazione, con nota del 6 agosto 1988 (prot. n. 1/POL/32473) comunicava al S.che, con d.m. prot. n° ULA/1309/A/1988/519 del 18 luglio 1988, era stata disposta nei suoi confronti la risoluzione del rapporto di impiego “a seguito della sopravvenuta inidoneità fisica alle mansioni del proprio profilo professionale durante il periodo di prova”. Il. S., allegando la conseguita completa guarigione e riabilitazione funzionale, presentava alla Direzione Centrale PP.TT. (in data 23 agosto 1988) un’istanza di riassunzione in servizio, ai sensi dell’art. 132 del d.P.R n. 3 del 1957. L’Amministrazione, con nota prot. n° 1/POL/35494 del 9 settembre 1988, comunicava all’interessato il rigetto della richiesta di riassunzione, motivato con l’applicabilità del citato art. 132 del d.P.R. n. 3 del 1957 “soltanto nei riguardi del personale cessato dal servizio per dimissioni, per collocamento a riposo o per decadenza dall’impiego nei casi previsti dall’art. 127 del sopracitato D.P.R.”.

3. Il S., con il ricorso n. 2134 del 1988 proposto al Tribunale amministrativo regionale per la Puglia, sezione di Lecce, e con motivi aggiunti, ha chiesto l’annullamento: del d.m. prot. n° ULA/1309/A/1988/519 del 18 luglio 1988, con cui è stata disposta la risoluzione del suo rapporto di impiego; di ogni altro atto comunque connesso, presupposto e consequenziale e, in particolare (ove occorra) della nota prot. n° 1/POL/32473, nonché (in subordine) del provvedimento prot. n° 1/POL/35494, con cui è stata rigettata l’istanza di riassunzione in servizio.

4. Il Tribunale amministrativo, con la sentenza n. 4852 del 2005, ha accolto il ricorso e, per l’effetto, ha annullato i provvedimenti impugnati; ha compensato tra le parti le spese del giudizio.

5. Con l’appello in epigrafe è chiesto l’annullamento della sentenza di primo grado.

6. All’udienza del 19 luglio 2011 la causa è stata trattenuta per la decisione.

DIRITTO

1. Nella sentenza di primo grado si afferma:

- l’inidoneità fisica sopravvenuta durante il periodo di prova non può essere ragione di risoluzione di un rapporto di impiego, essendo tale periodo funzionale al solo riscontro delle capacità professionali e dei requisiti morali del dipendente; durante tale periodo, perciò, alla valutazione della inidoneità fisica si deve provvedere con un formale procedimento, volto al mutamento delle mansioni o del servizio, che, nella specie, non risulta attivato, non essendo stata proposta formalmente la dispensa e assegnato al ricorrente un termine per osservazioni, né comunicato che la visita medica richiesta dall’Amministrazione era volta al fine specifico della dispensa;

- sono fondati i motivi di ricorso recanti violazione dell’art. 19, comma 2, l. 22 dicembre 1981, n. 797 (relativa a disposizioni sulla “organizzazione e l’ordinamento del personale dell’Amministrazione delle poste e delle telecomunicazioni e dell’Azienda di Stato per i servizi telefonici”) ed eccesso di potere per illogicità manifesta, contraddittorietà e carenza di motivazione, considerato che il provvedimento del 18 luglio 1988, di risoluzione del rapporto di impiego per sopravvenuta inidoneità fisica al servizio, non espone alcuna motivazione rispetto alla precedente comunicazione fatta dall’Amministrazione all’interessato della possibilità di richiedere l’inquadramento nella categoria inferiore ed alla conseguente richiesta in tal senso del ricorrente.

2. Nell’appello la sentenza è censurata, poiché:

-durante il periodo di prova l’Amministrazione gode di ampia discrezionalità nella valutazione dell’idoneità del dipendente, non dovendo perciò motivare esplicitamente il provvedimento di risoluzione per esito negativo della prova a fronte della sopravvenuta permanente inidoneità fisica attestante la non attitudine del dipendente allo svolgimento delle mansioni;

-valgono poi soltanto per il personale in stabile rapporto di impiego l’art. 19 della legge n. 797 del 1981, per il quale è possibile che il personale divenuto inabile al servizio nella qualifica di appartenenza sia trasferito in qualifica inferiore, e gli articoli 129 e 10 del d. P.R. n. 3 del 1957, che disciplinano l’istituto della dispensa dal servizio;

-non potevano, inoltre, essere soddisfatte le richieste del ricorrente, di essere inquadrato nella III Categoria con la qualifica di “Usciere Capo”, non sussistendo posizioni di tale qualifica, né inferiori, negli uffici locali per l’inquadramento in esse del personale appartenente al ruolo ULA (uffici locali e Agenzie), ovvero di essere riassunto in servizio con la precedente qualifica, ai sensi dell’art. 132 del d.P.R. n. 3 del 1957, che non prevede l’ipotesi della riassunzione di un dipendente cessato dal servizio per inabilità fisica accertata nel periodo di prova.

3. Le censure così riassunte sono infondate.

Questo Consiglio di Stato ha chiarito, con valutazioni da cui non vi è motivo di discostarsi, che il periodo di prova è preordinato alla verifica specifica di diligenza, professionalità ed attitudine a svolgere i compiti della qualifica di nomina, ma non anche l’idoneità fisica: così depongono l’art.2 DPR_3_1957 (che pone l’idoneità fisica tra i requisiti per l’accesso all’impiego - da verificarsi sia con riguardo al momento di scadenza del termine per la presentazione della domanda di ammissione, come si deduce dall’ultimo comma, sia con riguardo al momento della immissione in servizio, come si deduce dal secondo comma -) e l’art.14 DPR_686_1957, che, nel disciplinare il contenuto della relazione dei preposti ai servizi in cui il dipendente ha servito nel periodo di prova (che è l’elemento di riferimento per il giudizio sul suo superamento), lo circoscrive al comportamento, all’attitudine e al grado di operosità e di cultura dimostrati, senza far cenno ai profili di idoneità fisica. Perciò se nel periodo di prova, fermi i profili di laboriosità, cultura e professionalità, emerge la sopravvenuta inidoneità allo svolgimento delle mansioni per le quali il dipendente è stato assunto, la risoluzione non può che avvenire con l’osservanza delle disposizioni dettate in via generale, le quali prevedono certe garanzie procedimentali (art.130 d.P.R. n. 34 del 1957 e la previa verifica della possibilità di utilizzazione in altre mansioni della medesima categoria, ovvero in mansioni della categoria immediatamente inferiore (artt. 129 e 71 d.P.R. n. 3 del 1957 e art 19 l. 22 dicembre 1981, n.797) (Cons. Stato, VI, 11 ottobre 2000, n. 5411).

In questo quadro le norme di cui agli artt. 129 e 130 d.P.R. n. 3 del 1957, qui da applicare ratione temporis, dispongono che all’eventuale dispensa dell’impiegato dal servizio si giunge previa assegnazione di un termine per osservazioni, potendo l’interessato chiedere di essere sentito personalmente e, nel caso di dispensa per motivi di salute, che alla visita medica collegiale egli ha diritto di farsi assistere da un medico di fiducia.

Nel caso in esame non risulta che alcuna di queste garanzie procedimentali sia stata osservata e si è pervenuti alla risoluzione del rapporto per l’espressa ed unica ragione della sopravvenuta inidoneità fisica durante il periodo di prova (a seguito di incidente riconosciuto come infortunio in itinere nella relazione ispettiva del 28 luglio 1987), senza alcuna previa informazione all’interessato, con conseguente impossibilità da parte sua di presentare osservazioni; e ciò, inoltre, dopo il decorso di un brevissimo tempo dalla comunicazione con cui l’Amministrazione gli aveva formalmente assicurato la possibilità di inquadramento a domanda in altra qualifica, inducendogli un fondato affidamento, poi disatteso senza specifica motivazione.

Si deve condividere perciò, con efficacia assorbente, il giudizio reso in prime cure sull’illegittimità del procedimento amministrativo, per mancata osservanza della garanzie procedimentali di legge, con eccesso di potere per illogicità, contraddittorietà e carenza di motivazione.

4. Per quanto considerato l’appello è infondato e deve essere perciò respinto.

Sussistono motivi per la compensazione tra le parti delle spese del presente grado del giudizio.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Sesta) respinge l’appello in epigrafe, n. 1105 del 2006.

Spese del grado compensate.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

DEPOSITATA IN SEGRETERIA

Il 05/09/2011

http://www.studiolegalelaw.net/consulenza-legale/32271
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« Risposta #6 inserito:: Settembre 17, 2011, 22:34:41 »

Rapporto a TI; cambio gestione; fallimento; mobilità; accordi sindacali per la reimmissione in organico presso l'azienda rilevataria; riassunzione, ma a TD, e con diversa mansione.. Il ricorrente chiede un colloquio, senza esito; esasperato, minaccia di interrompere l'erogazione dell'energia elettrica dello stabilimento; ottiene il colloquio, ma senza soddisfazione; rinnova la minaccia: licenziato.
_ _ _ _  

Lavoro subordinato – LicenziamentoGiusta causa – Esame degli addebiti – Necessità della valutazione dei fattori che hanno contribuito a formare l'elemento psicologico della condotta del lavoratore – Rilevanza del comportamento del datore di lavoro. [accordi sindacali di riferimento per le assunzioni dalla mobilità nel cambio di gestione].

(Vito Carella, Il Merito, 13/9/2011 - Lex24)

CORTE DI APPELLO DI POTENZA, Sezione Lavoro
Sent. n. 545 del 30/9/2010

Giudice relatore: Caterina Marotta

Per stabilire l'esistenza della giusta causa di licenziamento occorre considerare lo specifico comportamento tenuto dal dipendente, non solo nel suo contenuto obiettivo, ma anche nella sua portata soggettiva, specie con riferimento all'intensità dell'elemento psicologico.

Ciò al fine di accertare se la sanzione risulti proporzionata ai fatti contestati e la condotta idonea a ledere in modo grave, così da farla venir meno, la fiducia che il datore di lavoro ripone nel proprio dipendente. In tale valutazione occorre guardare alla posizione e al comportamento di entrambe le parti del rapporto di lavoro, dando rilievo anche agli atteggiamenti del datore che possono aver inciso sulla condotta del dipendente.

Rilevanza del comportamento del datore ..nella verifica in concreto della lesione del vincolo fiduciario

L'inadempimento del dipendente giustifica il licenziamento solo se è idoneo a ledere in modo grave il vincolo fiduciario. La presenza di questa lesione va desunta non in astratto, bensì in concreto, guardando anche allo specifico comportamento del datore di lavoro, che non può qualificare come grave una condotta reiterata, qualora - pur potendo - non abbia adottato misure utili a evitarne la ripetizione.

IL FATTO

Un operaio, assunto presso un'azienda del settore alimentare e successivamente licenziato, si era rivolto al Tribunale di Melfi per chiedere che fossero dichiarate la nullità del termine apposto al contratto, con conseguente conversione del rapporto di lavoro a TD in rapporto di lavoro a TI, la nullità del licenziamento e il diritto a essere reintegrato nel posto di lavoro, con condanna della società datrice al pagamento della retribuzione dovuta e al risarcimento dei danni.

In proposito, aveva osservato:

 - di aver lavorato per diversi anni per una società, svolgendo ininterrottamente le mansioni di elettricista [a TI];
 - che, a seguito di difficoltà aziendali, era stato collocato in mobilità;
 - che, dopo il fallimento della società datrice di lavoro, era stato assunto con contratto a TD da altra società;
 - che gli era stato imposto il cambio delle mansioni, con assegnazione al lavaggio di bottiglie e al reparto etichettatura;
 - di aver cercato, senza esito, un dialogo con il datore di lavoro;
 - che, esasperato dall'indifferenza di quest'ultimo, era entrato in una cabina elettrica dell'azienda e aveva minacciato di interrompere l'erogazione dell'energia, per ottenere un colloquio;
 - di aver ottenuto tale colloquio, conclusosi - tuttavia - negativamente;
 - di essere, allora, nuovamente entrato nella cabina dell'Enel allo scopo di rivendicare il proprio diritto a svolgere le mansioni di elettricista;
 - che ciò aveva determinato il suo licenziamento.

Espletata l'istruttoria, il Tribunale aveva escluso che il lavoratore fosse stato assunto per svolgere le mansioni rivendicate e, dunque, che fosse stato operato ai suoi danni un demansionamento; aveva, pertanto, ritenuto che il comportamento tenuto per protestare contro i vertici della società non potesse ritenersi giustificato e, sottolineatane la gravità, aveva reputato sussistente una giusta causa di licenziamento.

Avverso tale sentenza il lavoratore aveva depositato gravame.

La Corte di Appello di Potenza, all'esito del giudizio:

 - ha dichiarato la nullità della clausola appositiva del termine al contratto di lavoro subordinato stipulato tra le parti e, per l'effetto, ha qualificato il rapporto di lavoro come a TI;
 - ha dichiarato l'illegittimità del licenziamento, ordinando alla società resistente di reintegrare il ricorrente nel posto di lavoro;
 - ha condannato la società datrice a corrispondere al lavoratore il risarcimento del danno.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Nella decisione sulla vicenda sottopostale, la Corte preliminarmente esamina il contratto di lavoro a TD stipulato dal ricorrente, per verificarne la legittimità e, dunque, qualificare la natura del rapporto.

Il punto d'avvio di quest'analisi é rinvenuto negli accordi (intercorsi tra la società resistente, la Regione Basilicata, e le organizzazioni sindacali), con i quali si era stabilito come intervenire sul bacino dei lavoratori collocati in mobilità a seguito del fallimento della ditta cui era subentrata la società evocata in giudizio dal ricorrente.

La Corte, in particolare, si sofferma sul contenuto di un accordo sindacale con il quale la [società] resistente - cui il Ministero delle Politiche Agricole aveva assegnato, in concessione trentennale, lo stabilimento di trasformazione ortofrutticola - si era impegnata ad assumere a TI, attingendo alle liste di mobilità aperte dal fallimento della società che l'aveva preceduta, gli operai che avevano lavorato alle dipendenze della fallita.

In quest'accordo si era precisato che, nelle more del completamento del piano delle assunzioni a TI, la società avrebbe potuto procedere ad assunzioni a TDin relazione alle effettive esigenze produttive aziendali”. Per la Corte, questa riserva non permette di affermare la sussistenza, a carico della resistente, dell'obbligo di assumere il ricorrente stipulando un contratto di lavoro a TI, attribuendogli la stessa qualifica professionale rivestita precedentemente e le stesse mansioni prima svolte.

Tale conclusione consente di sgomberare il campo dal tentativo della difesa del lavoratore di inquadrare il comportamento di quest'ultimo nell'alveo dell'art. 1460 cc., proprio per l'assenza di un inadempimento del datore di lavoro.

Ciò posto, tuttavia, l'esame della condotta del lavoratore, sia sotto il profilo oggettivo, sia sotto quello soggettivo, conduce i Giudici a ritenere la sanzione irrogata non proporzionata ai fatti contestati.


Sotto il profilo oggettivo, infatti, la Corte rileva:

- che il ricorrente si era chiuso per due volte all'interno della cabina elettrica minacciando di togliere la tensione, ma non vi aveva dato concreta attuazione;
- che i due episodi avevano trovato soluzione in brevissimo tempo;
- che la pregressa attività di elettricista svolta dal lavoratore era elemento per ritenere che egli avesse una concreta capacità di dominio della situazione, con conseguente riduzione del rischio per l'incolumità generale.

Con riguardo al profilo soggettivo della condotta, la Corte valuta insussistenti le presunte espressioni minacciose, che, secondo l'addebito, il lavoratore avrebbe pronunciato in azienda a seguito dell'assegnazione delle mansioni di carrellista.

L'eventualità che il ricorrente “stendesse” con il carrello la prima persona incontrata in fabbrica, ovvero, che, mandato ad altra linea di produzione, “facesse saltare” l'impianto, é letta dai Giudici come una preoccupazione ricollegata allo svolgimento di un'attività nella quale il lavoratore non aveva alcuna esperienza, piuttosto che come un tentativo intimidatorio volto a ottenere quanto rivendicato.

Ciò in considerazione delle risultanze istruttorie; riferendosi al ricorrente, infatti, uno dei testi escussi aveva dichiarato: “... quel tipo di lavoro lo spaventava e diceva in proposito: ho paura di mettere sotto qualcuno ...”; altro teste aveva aggiunto: “ ... ricordo che l'AM rispose che non poteva fare il carrellista perché non sapeva farlo e rischiava di far male a qualcuno, o di arrecare danni alla fabbrica ...”.

Sempre con riguardo al profilo soggettivo, la Corte dà rilievo ai fattori che hanno contribuito a formare la volontà che ha sorretto la condotta del lavoratore.

I Giudici partono dalla considerazione di un dato significativo: il ricorrente aveva svolto la propria attività lavorativa ultratrentennale di elettricista sempre presso il medesimo stabilimento, con un rapporto di lavoro subordinato a TI iniziato nel 1978, proseguito poi - ancora come rapporto a TI - con una nuova società e, a seguito della cessazione dell'attività di quest'ultima, con ripetuti contratti a TD con le diverse società che avevano rilevato la gestione del complesso industriale.

Ciò ha - per la Corte - generato nel ricorrente l'aspettativa di svolgere, all'interno di quello stesso stabilimento in cui aveva operato per tanti anni, le medesime mansioni, nelle quali aveva maturato la propria esperienza professionale: aspettativa andata delusa per ragioni che, pur giuridicamente fondate, ben potevano sfuggire alla comprensione di un operaio di modeste condizioni economiche e culturali, improvvisamente privo di un'acquisita tranquillità del posto di lavoro ...

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« Risposta #7 inserito:: Ottobre 27, 2011, 00:00:42 »

studiolegalelaw, 7/10/2011

Nuovo incarico conferito a una dipendente della Regione: consiste nel non fare nulla..

La Corte di Appello di Torino conferma la sentenza del Tribunale di Aosta che ha condannato la Regione Autonoma Valle d’Aosta al pagamento in favore di una dipendente di una indennità a titolo di risarcimento del danno da demansionamento. Il giudice di appello ritiene fondata la pretesa risarcitoria fondata sulla lesione del diritto all’espletamento dell’incarico attribuito. Infatti, alla dipendente era stata attribuita la qualifica di addetta al servizio controllo di gestione, ma a tale Ufficio non erano stati assegnati né personale né risorse finanziarie. Inattività totale.
_ _ _ _

CORTE DI CASSAZIONE
Sent. n. 20663 del 07/10/2011

..Con sentenza del 24 novembre 2005 la Corte d’Appello di Torino ha confermato la sentenza del Tribunale di Aosta del 4 ottobre 2004 che ha condannato la Regione Autonoma Valle d’Aosta al pagamento in favore di M.L. di un’indennità pari al 50% della retribuzione globale di fatto percepita nel periodo 16 agosto 2001 - 10 agosto 2003 a titolo di risarcimento del danno da demansionamento.

La Corte territoriale ha rigettato l’appello della Regione Autonoma Valle d’Aosta disattendendo l’eccezione di inammissibilità della domanda della lavoratrice affermando che questa non ha contestato che l’incarico di Capo Servizio Controllo di Gestione attribuitole dalla Giunta con la delibera del 6 agosto 2001 comportasse lo svolgimento di funzioni dirigenziali, e non ha quindi chiesto la valutazione nel merito dell’attività discrezionale della Pubblica Amministrazione, ma ha proposto una pretesa risarcitoria fondata sulla lesione del diritto all’espletamento dell’incarico attribuito; lesione concretizzatasi nella sostanziale inattività a cui la lavoratrice sarebbe stata costretta dal comportamento datoriale. Nel merito la stessa Corte d’Appello ha considerato che la pretesa risarcitoria trova il suo fondamento nell’art. 49 della legge regionale 45 del 1995 che attribuisce ad ogni dipendente il diritto ad essere adibito alle mansioni proprie della qualifica. La corte territoriale ha pure considerato che, all’esito delle espletate prove testimoniali, è emerso che la M. non è stata posta in grado di svolgere le funzioni attribuitele in quanto non erano stati assegnati al servizio controllo di gestione a lei affidato né personale né risorse finanziarie, ed ha concluso affermando che l’attribuzione di un incarico dal punto di vista formale dirigenziale ma nella realtà privo di contenuto professionale lede il diritto del dirigente a vedersi conferire un incarico di funzione dirigenziale. Quanto alle conseguenze economiche, la Corte d’Appello ha aderito all’orientamento della Corte di Cassazione che riconosce la sussistenza di un danno da demansionamento anche in mancanza della prova di uno specifico pregiudizio di natura patrimoniale.

(..)

Avverso tale sentenza ricorre per cassazione la Regione Autonoma Valle d’Aosta con due motivi chiedendo l’annullamento della sentenza della Corte d’Appello di Torino..

MOTIVI

Con il primo motivo la ricorrente lamenta l’inammissibilità del ricorso per difetto di giurisdizione ai sensi dell’art. 360, n. 1 cod. proc. civ. con riferimento all’art. 37 dello stesso codice, agli artt. 111 e 113 Cost., agli artt. 4 e 5 legge 20 marzo 1865 n. 2248 allegato E), ed all’art. 63 d.lgs. 30 marzo 2001 n. 165, sostenendo che quanto lamentato dalla M. atterrebbe all’organizzazione amministrativa rispetto alla quale non vi sarebbe possibilità di controllo in sede giurisdizionale ordinaria.

Con il secondo motivo si lamenta violazione o falsa applicazione di norme di diritto, con riferimento all’art. 360, n. 3 cod. proc. civ., all’art. 429 dello stesso codice, ed agli artt. 1218, 1223 e 2967 cod. civ. In particolare la ricorrente lamenta la violazione della più recente giurisprudenza della Corte di Cassazione secondo cui dalla lesione della professionalità non consegue automaticamente un danno, incombendo comunque al lavoratore l’onere della prova del danno subito in base alla regola generale di cui all’art. 2697 cod. civ..

Il primo motivo è infondato e va conseguentemente rigettato. Va infatti considerato che, a fronte dell’accoglimento della domanda della M. da parte del primo giudice, la Regione Valle d’Aosta, in base al principio dell’autosufficienza del ricorso per cassazione, avrebbe dovuto specificare in maniera precisa e puntuale il contenuto dell’atto di appello, allegandolo al ricorso per cassazione, al fine di provare che la questione di giurisdizione era stata fatto oggetto di specifico motivo di gravame soprattutto in considerazione del fatto che il giudice d’appello ha affermato nella sua decisione che la stessa M. non aveva mai contestato i poteri di macrorganizzazione della P.A., ma si era doluta unicamente del mancato rispetto del contratto di lavoro perché, una volta nominata dirigente di un rilevante servizio, le era stata impedito di esercitare le relative mansioni, ma anzi era stata demansionata con un lavoro per lei mortificante.

Il secondo motivo è invece fondato. Secondo la giurisprudenza di questa Corte (Sez. Un. 24 marzo 2006 n. 6572) in tema di demansionamento e di dequalificazione, il riconoscimento del diritto del lavoratore al risarcimento del danno professionale, biologico o esistenziale, che asseritamente ne deriva - non ricorrendo automaticamente in tutti i casi di inadempimento datoriale - non può prescindere da una specifica allegazione, nel ricorso introduttivo del giudizio, sulla natura e sulle caratteristiche del pregiudizio medesimo; mentre il risarcimento del danno biologico è subordinato all’esistenza di una lesione dell’integrità psico-fisica medicalmente accertabile, il danno esistenziale - da intendere come ogni pregiudizio (di natura non meramente emotiva ed interiore, ma oggettivamente accertabile) provocato sul fare areddittuale del soggetto, che alteri le sue abitudini e gli assetti relazionali propri, inducendolo a scelte di vita diverse quanto all’espressione e realizzazione della sua personalità nel mondo esterno - va dimostrato in giudizio con tutti i mezzi consentiti dall’ordinamento, assumendo peraltro precipuo rilievo la prova per presunzioni, per cui dalla complessiva valutazione di precisi elementi dedotti (caratteristiche, durata, gravità, conoscibilità all’interno ed all’esterno del luogo di lavoro dell’operata dequalificazione, frustrazione di precisate e ragionevoli aspettative di progressione professionale, eventuali reazioni poste in essere nei confronti del datore comprovanti l’avvenuta lesione dell’interesse relazionale, effetti negativi dispiegati nelle abitudini di vita del soggetto) - il cui artificioso isolamento si risolverebbe in una lacuna del procedimento logico - si possa, attraverso un prudente apprezzamento, coerentemente risalire al fatto ignoto, ossia all’esistenza del danno, facendo ricorso, ai sensi dell’art. 115 cod. proc. civ., a quelle nozioni generali derivanti dall’esperienza, delle quali ci si serve nel ragionamento presuntivo e nella valutazione delle prove. Nel caso in esame difetta la allegazione in quanto, come prova del danno, si indicano la perdita di chance e danni in carriera senza indicare quali sono le chanche perdute e i possibili danni alla carriera che poteva subire la M. considerata la sua attività prima di bibliotecaria e poi di dirigente di un servizio finanziario. Le considerazioni sinora svolte, con riferimento alla necessità della prova del verificarsi dei danni denunziati e della loro dipendenza causale della condotta datoriale, trovano conforto anche nella successiva giurisprudenza di questa Corte (Sez. Un. 11 novembre 2008 n. 26972).

Per concludere, dunque, il primo motivo del ricorso principale va rigettato mentre va accolto il secondo sicché la impugnata sentenza va cassata in relazione a quest’ultimo motivo.

Alla stregua del disposto dell’art. 384, comma 2, cod. proc. civ. essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, deve disporsi il rinvio, anche per le spese del presente giudizio di legittimità, alla Corte d’appello di Torino, in diversa composizione, che dovrà fare applicazione dei principi in precedenza enunciati.

P.Q.M.

La Corte rigetta il primo motivo, accoglie il secondo motivo di ricorso, cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia anche per le spese alla Corte d’appello di Torino in diversa composizione.

depositata in Cancelleria il 07/10/2011

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« Ultima modifica: Ottobre 27, 2011, 00:02:54 da luca_1966 » Registrato
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« Risposta #8 inserito:: Maggio 08, 2012, 22:20:05 »

CASSAZIONE Sez. Lavoro
Sent. n. 4709 del 23/3/2012

<<(...) ..In tema di trasferimento, comportante un radicale mutamento della posizione lavorativa del dipendente, questa Corte ha invece più volte affermato che il trasferimento non adeguatamente giustificato a norma dell’art. 2103 cod. civ., determina la nullità dello stesso ed integra un inadempimento parziale del contratto di lavoro, con la conseguenza che la mancata ottemperanza da parte del lavoratore trova giustificazione sia quale attuazione di un’eccezione di inadempimento (art. 1460 cod. civ.), sia sulla base del rilievo che gli atti nulli non producono effetti, non potendosi ritenere che sussista una presunzione di legittimità dei provvedimenti aziendali che imponga l’ottemperanza agli stessi fino ad un contrario accertamento in giudizio (Cass. 29 luglio 2011 n. 16780; Cass. 30 dicembre 2009 n. 27844; Cass. 10 novembre 2008 n. 26920; Cass. 9 marzo 2004 n. 4771).

2. Con il secondo motivo la ricorrente denuncia la violazione del secondo comma dell’art. 1460 c.c., per non avere la corte di merito considerato che il rifiuto del lavoratore di recarsi nella nuova sede assegnatagli era contrario alla buona fede, di cui alla norma citala, posto che il trasferimento non comportava alcun sacrificio per il dipendente, essendo la sua residenza egualmente distante rispetto alla sede di origine e quella di destinazione, ed essendo le mansioni quivi chiamato a svolgere non palesemente inferiori a quelle svolte in precedenza (pag. 23 ricorso).

Il motivo risulta in parte inammissibile e per il resto infondato.

E’ infatti consolidato principio di legittimità (cfr., ex plurimis, Cass. 26 luglio 2002 n.11118) quello secondo cui la valutazione della gravità dell’inadempimento contrattuale è rimessa all’esame del giudice di merito ed è incensurabile in cassazione se la relativa motivazione risulti immune da vizi logici e giuridici..
(...)
>>.

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« Risposta #9 inserito:: Agosto 04, 2012, 02:15:31 »

Se l’Azienda non provvede ad avviare le procedure per la designazione di un nuovo direttore, il medico che sostituisce (per 3 anni) il primario in pensione ha diritto allo stesso stipendio. Condannata l'Azienda San Camillo Forlanini al pagamento delle somme dovute..
http://www.quotidianosanita.it/regioni-e-asl/articolo.php?articolo_id=10017

Corte d'Appello di Roma, sent. n. 4082 dell'8/5/2012 (dep. 18/5), Pres. A. Torrice, Rel. A.M. Luna
http://www.quotidianosanita.it/allegati/allegato1516223.pdf

La Corte d’Appello ha ritenuto che nel caso specifico non si è in presenza di un’ipotesi di sostituzione di altro dirigente assente o impedito, giacché il precedente direttore della UOC era andato in pensione e l’Azienda avrebbe dovuto avviare le procedure per la designazione di un nuovo dirigente.
http://www.dirittosanitario.net/giurisdirdett.php?giudirid=2633&areaid=1

La sentenza ha ribaltato il precedente (marzo-maggio 2009) pronunciamento del Tribunale civile di Roma che aveva respinto la richiesta del medico riconoscendo solo l’indennità di sostituzione stabilita dal CCNL. Alla base della motivazione, la circostanza che il medico “al di fuori di ogni ipotesi contrattuale ha svolto per ordine del suo superiore le funzioni proprie di capo di struttura complessa, senza che il direttore generale, pur formalmente reso edotto di tale incarico (…) avesse rilevato alcunché di anomalo, né avesse avviato la procedura di nomina del nuovo responsabile, né avesse fatto cessare l’incarico di supplenza”.
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« Risposta #10 inserito:: Ottobre 14, 2013, 13:03:28 »

CASSAZIONE - Sez. Lav.
Sent. n. 22965 del 5/6-9/10/2013
Pres. Stile, Rel. Blasutto

<<........nel rapporto di lavoro dirigenziale il contratto a termine non è una deroga al principio del carattere ordinario del contratto a tempo indeterminato e non opera la prescrizione contenuta nell'art. 2 della legge n. 230 del 1962, secondo cui, quando si tratti di assunzioni successive a termine intese ad eludere le disposizioni della legge citata, si verifica la conversione ex tunc dei rapporti a termine in un unico rapporto a tempo indeterminato.........>>.

http://www.nemesis-group.org/news-dettaglio.aspx?type=news&id=440
« Ultima modifica: Ottobre 14, 2013, 13:05:01 da giudicimpostori » Registrato
primo secondo
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« Risposta #11 inserito:: Settembre 17, 2014, 20:08:36 »

A parte il caso dei dirigenti, in generale:

<<Lavoro, Jobs act chiede demansionamento via emendamento governo

Il testo normalizza il contratto a tutele crescenti per i neo assunti e l'estensione del salario minimo ai co.co.co. Resta il nodo articolo 18>> (Il Fatto Q. di oggi)

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/09/17/lavoro-nel-jobs-act-spunta-il-demansionamento-via-emendamento-governativo/1123458/
« Ultima modifica: Settembre 17, 2014, 20:08:54 da primo secondo » Registrato
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