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Autore Discussione: L. 183/2010 Collegato lavoro - DECADENZE IMPUGNAZIONE  (Letto 52289 volte)
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luca_1966
Utente non iscritto
« inserito:: Ottobre 25, 2011, 13:28:14 »

Tribunale di Milano, 4/8/2011

interv. #166
http://www.mondoposte.it/smf/index.php?topic=4471.150

Giudice Giorgio Mariani, Trib. Milano, 29/9/2011

interv. #208
http://www.mondoposte.it/smf/index.php?topic=4471.msg98591#msg98591
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luca_1966
Utente non iscritto
« Risposta #1 inserito:: Aprile 24, 2012, 11:53:57 »

Per dovere di cronaca si segnala che il Giudice autore della sent. Trib. Milano, n. 3914 del 4/8/11 di cui all'inervento precedente aveva già in precedenza deciso nello stesso senso (Trib. Milano, sent. n. 3402 del 4/7/11). Si era trattato delle prime, importanti interpretazioni del Decreto Milleproroghe, che aveva spostato al 31/12/2011 il termine per l'impugnazione dei contratti scaduti prima dell'entrata in vigore del Collegato lavoro (L. 183/2010)..

<<Le sentenze succitate e l’interpetazione più logica della norma in questione (proroga dell’entrata in vigore delle decadenze) evidenziano che la rimessione in termini sarebbe un obiettivo perseguito dal legislatore e, quindi, introdotto dal Decreto Milleproroghe.>>.

<<Lo stesso Tribunale di Ascoli Piceno, Giud. Palestini, sent. n. 365 del 12/4/2012, in merito alla proposta analoga eccezione sollevata dalla convenuta, ha affermato che “Sull’efficacia retroattiva del “milleproroghe” non possono sussistere dubbi: la norma dice espressamente che il differimento di efficacia della modifica dell’art. 6, l. n. 604/66 si produce “in sede di prima applicazione” vincolando così l’interprete a non tener conto di quanto potrebbe essere accaduto dal 23 gennaio scorso fino alla data della sua entrata in vigore. Deve pertanto escludersi che possano essersi verificate decadenze legate alla fase di temporanea efficacia delle modifiche apportate dall’art.  32 l. n. 183/2010 alla disciplina dei licenziamenti, sia che riguardino azioni di nullità del termine sia che concernano altre ipotesi comunque disciplinate per relazionem dalla norma ult. cit.”.

Facendo prevalere la logica interpretazione alla lettera della norma, il risultato è sicuramente più conforme ai principi di ragionevolezza cui dovrebbero corrispondere le nuove norme introdotte con il Collegato Lavoro.

Avv. Daniela Carbone>>.

http://www.laprevidenza.it/news/lavoro/contratti-a-termine-ed-eccezione-di-decadenza/5841

Peraltro non risulta che Poste Italiane abbia mai eccepito la decadenza dei termini, ed anzi, in una nota del bilancio 2010, prende atto del differimento al 31/12/2011.
« Ultima modifica: Aprile 24, 2012, 12:10:25 da luca_1966 » Registrato
luca_1966
Utente non iscritto
« Risposta #2 inserito:: Maggio 03, 2012, 12:43:30 »

Due sentenze "seriali" (settore ristorazione) del Giudice Sergio Cassia del Tribunale di Bergamo. Meriterebbero di essere trascritte non solo per la questione della decadenza del diritto ad impugnare il contratto a termine, ma anche per le considerazioni sul rapporto di somministrazione..

http://www.cgil.bg.it/ufficio_vertenze/sentenze/mcdonald1.PDF
http://www.cgil.bg.it/ufficio_vertenze/sentenze/mcdonald2.PDF
Registrato
luca_1966
Utente non iscritto
« Risposta #3 inserito:: Maggio 04, 2012, 00:24:15 »

Andrà verificato se per "eccezione di prescrizione", di cui alla citata sent. Cass. S.U. n. 10813/11 nel comunicato seguente, si intenda il termine ultimo per l'impugnazione stabilito dall'art. 32, l. 183/2010:

..La sentenza n. 2262/12 del Giudice Chirone del Tribunale di Trani ripropone la stessa conversione del contratto ordinata nella sentenza n. 2296/12 del Giudice Brudaglio.. (...). Il giudice, dopo aver preliminarmente disatteso l’eccezione di difetto di giurisdizione (sent. Cass. SS. UU. n. 16041/10), l’eccezione di incompetenza funzionale del giudice (art. 409 del C. P. C.) e l’eccezione di prescrizione (sent. Cass. SS. UU. n. 10813/11).. (...)..

Ad ogni modo il Giudice La Notte Chirone fa riferimento alla sentenza della Cassazione di seguito trascritta per esteso:

CASSAZIONE CIVILE, Sez. III
Sent. n. 10813 del 17/5/2011

...omissis...

Queste le ragioni.

Prima della sentenza Danske Slagterier la circostanza che la giurisprudenza espressamente ridimensionatrice dell'ambito del principio stabilito dalla sentenza Emmott si fosse formata in riferimento a casi nei quali il soggetto dell'ordinamento interno non aveva esercitato almeno formalmente un'azione risarcitoria (verosimilmente perchè aveva agito prima della Francovich, o perchè la portata di essa non era ancora stata percepita), bensì, o un'azione tendente a rivendicare il riconoscimento dei diritti previsti dalla direttiva o una pretesa alla restituzione di quanto pagato a titolo di imposta o tassa non dovuta secondo la direttiva non adempiuta, poteva effettivamente suggerire (in disparte la valutazione del se le azioni esercitate sul piano dell'ordinamento interno, al di là del petitum, fossero nella sostanza dirette ad ottenere un risarcimento, il che, se poteva apparire eventualmente ipotizzabile nel secondo caso, posto che si trattava di direttive impositive di un divieto di tassazione o di imposta e l'avere pagato una tassa o un'imposta che non si sarebbe dovuto pagare integrava in ultima analisi un danno, lo era forse meno, ma lo era pur sempre anche nel caso dell'azione diretta a postulare il diritto riconosciuto dalla direttiva, posto che tale riconoscimento aveva valore sostanzialmente risarcitorio) il dubbio che un'azione esercitata sul piano del diritto interno con espressa invocazione del risarcimento del danno derivante dall'inadempimento di una direttiva, specie se attributiva di un diritto di contenuto positivo (e non negativo, come nel caso del divieto di tassazione o imposizione), fosse rimasta ancora sotto la copertura integrale del principio della Emmott. O almeno, se non quel dubbio, la mancanza di un'espressa risposta sul punto della Corte di Giustizia.

L'esistenza del dubbio o quantomeno della mancanza di un precedente specifico poteva giustificare la prospettazione di una questione di rinvio pregiudiziale alla Corte comunitaria, per ottenere una decisione sull'estensione o meno al caso dell'azione risarcitoria dell'oggettivo ridimensionamento del principio della sentenza Emmott.

Tanto più in considerazione del fatto che esso era stato affermato in riferimento all'invocazione diretta di un diritto basato sulla direttiva ed in un momento nel quale non era stata pronunciata ancora la sentenza sul caso Francovich. p. 4.4. Una volta sopravvenuta la sentenza sul caso Danske Slogterier, il dubbio è, però, venuto meno e, pertanto, sussiste una situazione di un acte claire che esclude la possibilità e, in questa sede di ultima istanza, la necessità di un rinvio pregiudiziale.

Questa Corte è consapevole che, peraltro, un rinvio pregiudiziale risulta effettuato da un giudice di merito italiano (Corte d'Appello di Firenze 18 novembre 2009, C-452-09, in Gazzetta Ufficiale dell'Unione Europea, C 24/32, 30.1,2010), il quale ha posto alla Corte di Giustizia i seguenti quesiti: "se sia compatibile con l'ordinamento comunitario che lo Stato italiano possa legittimamente eccepire la prescrizione quinquennale o decennale ordinaria di un diritto nascente dalla direttiva CE n. 76/1982 per il periodo antecedente la prima legge attuativa italiana, senza con ciò impedire definitivamente l'esercizio del suddetto diritto avente natura retributiva/alimentare, o in subordine l'esercizio di una azione risarcitoria/indennitaria. Se viceversa, sia compatibile con l'ordinamento comunitario che ogni eccezione di prescrizione sia preclusa perchè definitivamente ostativa all'esercizio del suddetto diritto. Oppure se sia compatibile con l'ordinamento comunitario che ogni eccezione di prescrizione sia preclusa fino all'accertamento della violazione comunitaria da parte della CdG (nella specie fino al 1999). Oppure se sia compatibile con l'ordinamento comunitario che ogni eccezione di prescrizione sia comunque preclusa fino alla corretta e compiuta trasposizione della direttiva che ha riconosciuto il diritto, nella legislazione nazionale (nella specie mai intervenuto) come previsto dalla sentenza Emmott".

L'ora citata ordinanza di rinvio pregiudiziale, nel motivare l'elevazione della questione pregiudiziale richiama parte della giurisprudenza della Corte di Giustizia anteriore alla sentenza Danske Slagterier, ma non considera quest'ultima (forse perchè essa, di qualche mese anteriore, era ignota al giudice fiorentino). La motivazione del rinvio, basata sul fatto che non sarebbe chiaro il significato della ratio del ridimensionamento della sentenza Emmott espressa dal concetto di mancanza della privazione totale della possibilità di far valere il diritto basato sulla direttiva comunitaria, che vi sarebbe stata nel caso deciso da quella sentenza, non è condivisibile dopo la sentenza Danske Slagterier.

Infatti, questo concetto, che nelle prime pronunce successive alla Emmott era stato ancorato al fatto che davanti ai giudici nazionali veniva in rilievo non tanto una questione di decadenza o prescrizione dal diritto di far valere l'inadempimento ed ottenere la tutela dell'interesse da esso sacrificato nella sua totalità, bensì relativa alla limitazione del periodo per il quale tale interesse era riconosciuto, trova spiegazione nella sentenza Danske Slagterier, là dove essa, al punto (33), dopo avere ribadito che compete agli ordinamenti interni disciplinare l'azione risarcitoria diretta a far valere l'inadempimento di una direttiva attributiva di un diritto, nel rispetto dei principi di equivalenza (che impone di fissare termini che non siano meno favorevoli di quelli previsti per azioni analoghe) e di effettività (che impone comunque che il termine applicato non sia tale da rendere praticamente impossibile o eccessivamente difficile ottenere il risarcimento), osserva, richiamando la sentenza Marks & Specner sul punto che il termine di prescrizione dev'essere stabilito previamente, per adempiere alla sua funzione di garantire la certezza del diritto, che: "una situazione caratterizzata da un'incertezza normativa significativa può costituire una violazione del principio di effettività, poichè il risarcimento dei danni causati alle persone da violazioni del diritto comunitario imputabili ad un Stato membro potrebbe essere reso eccessivamente gravoso nella pratica, se detti soggetti non potessero determinare il termine di prescrizione applicabile con un ragionevole grado di certezza. (34). Spetta al giudice nazionale, tenuto conto del complesso degli elementi che caratterizzano la situazione di fatto e di diritto all'epoca dei fatti di cui alla causa principale, verificare, alla luce del principio d'effettività, se l'applicazione per analogia ...di un certo termine. Nel caso di specie si trattava del termine ex art. 852, n. 1, del BGB tedesco alle domande di risarcimento dei danni provocati a seguito della violazione del diritto comunitario da parte dello Stato membro interessato fosse sufficientemente prevedibile dai soggetti".

In sostanza, il mandato al giudice nazionale di accertare se l'applicazione di un certo temine di prescrizione sia compatibile con il principio di effettività, valutato anche con il filtro della prevedibilità da parte dei soggetti, risulta idoneo a spiegare il senso di quel concetto.

Deve, poi, rilevarsi che il terzo quesito prospettato dalla Corte fiorentina ha trovato già una definitiva riposta negativa proprio nella stessa sentenza Danske Slagterier, che ha espressamente affermato che non si può subordinare il risarcimento del danno al presupposto di una previa constatazione, da parte della Corte di Giustizia, di un inadempimento del diritto comunitario imputabile allo Stato (punto (38), dove si richiama l'affermazione già fatta dalla già citata sentenza Brasserie du pecheur e Factortame e da quella 8 ottobre 1996, cause riunite C-178/94, C-179/94 e da C-188/94 a C-190/94, Dillenkqfer).

4.5. Questa Corte, dunque, sulla base delle complessive considerazioni svolte (che si è ritenuto di articolare diffusamente quanto all'esame della giurisprudenza comunitaria proprio per escludere che vi sia situazione di obbligo di rinvio) e di quanto appena evidenziato reputa che non ricorra una situazione di incertezza sull'interpretazione del diritto comunitario, tale da imporre un rinvio pregiudiziale, perchè la giurisprudenza della Corte di Giustizia, in tema di azione risarcitoria di diritto interno, da inadempimento di direttiva sufficientemente specifica nell'attribuire ai singoli diritti, ma non self-executing, evidenzia conclusioni certe nel senso:

a) la regolamentazione delle modalità, anche quoad termini di decadenza o prescrizione, dell'azione risarcitoria da inadempimento di direttiva attributiva di diritti ai singoli compete agli ordinamenti interni;

b) in mancanza di apposita disciplina da parte degli Stati membri, che dev'essere ispirata ai principi di equivalenza ed effettività, il giudice nazionale può ricercare analogicamente la regolamentazione detrazione, ivi compresi eventuali termini di decadenza o prescrizione, in discipline di azioni già regolate dall'ordinamento, purchè esse rispettino i principi suddetti e, particolarmente, non rendano impossibile o eccessivamente gravosa l'azione;

c) l'applicazione di un termine di prescrizione che così ne risulti, cioè che derivi dal riferimento che il giudice nazionale fa ad una disciplina interna regolamentante altra azione, è possibile comunque solo se essa può considerarsi sufficientemente prevedibile da parte dei soggetti interessati, dovendo, dunque, il giudice nazionale procedere necessariamente a tale apprezzamento;

d) l'eventuale termine di prescrizione può decorrere anche prima della corretta trasposizione della direttiva nell'ordinamento nazionale, se il danno, anche solo in parte (è questo il significato del riferimento ai "primi effetti lesivi" contenuto nella sentenza nella sentenza Danske Slagterier) per questo soggetto si è verificato anteriormente. p. 5. Questi principi debbono ora essere applicati all'interno del nostro ordinamento nazionale con riguardo alla vicenda di cui è causa. p. 5.1. Deve subito rilevarsi che essi legittimano pienamente l'operazione di qualificazione dell'azione di risarcimento fatta dalle Sezioni Unite con la sentenza n. 9147 del 2009, posto che la Corte di Giustizia demanda all'ordinamento interno e, quindi, al legislatore nazionale di disciplinare detta azione e, subordinatamente, in caso di omessa legislazione, al giudice nazionale, di individuarla analogicamente. Le Sezioni Unite, sull'implicita contemplazione che l'ordinamento italiano prevede che obbligazioni possano sorgere genericamente da fatti idonei a produrle in conformità all'ordinamento giuridico, hanno considerato la giurisprudenza comunitaria come fatto idoneo a costituire tale fonte.

L'applicazione del termine di prescrizione decennale, della quale sopra si è data giustificazione, ove sia apprezzata sotto il profilo della prevedibilità da parte dei soggetti interessati, appare prevedibile, tenuto conto che il termine di prescrizione decennale (di cui all'art. 2946 c.c.) è quello generale e certamente più favorevole rispetto ai termini speciali, più brevi. Risponde, quindi, al principio comunitario di effettività.

Sarebbe, d'altro canto, consentito dall'ordinamento comunitario che tale termine decorresse prima della corretta trasposizione nell'ordinamento interno delle note direttive, qualora un danno anche solo iniziale si fosse verificato prima di tale trasposizione.

Occorre valutare se - in assenza di una specifica regolamentazione dell'azione risarcitoria da parte dello Stato Italiano in relazione al caso di specie - i principi generali propri dell'ordinamento italiano in tema di prescrizione consentano questo effetto, oppure non lo consentano, oppure lo consentano a partire da un certo momento. p. 5.2. Il dato di partenza al riguardo è che la corretta trasposizione di quelle direttive, cioè la loro integrale applicazione, non si è mai verificata nell'ordinamento italiano.

Essa, com'è noto, doveva avvenire entro il 31 dicembre 1982 (art. 16 della direttiva 82/76/CEE).

Lo Stato Italiano non rispettò tale termine, tanto che venne dichiarato inadempiente dalla Corte di Giustizia con sentenza del 7 luglio 1987, C-49-86.

La situazione di inadempienza verificatasi al 31 dicembre 1982 non fece cessare l'obbligo comunitario dello Stato Italiano di adempiere comunque le direttive sia pure in ritardo. Tale obbligo avrebbe potuto essere adempiuto integralmente soltanto se lo Stato Italiano, nell'introdurre una disciplina attuativa della direttiva e conforme ad essa, avesse disposto non solo per l'avvenire, cioè in relazione alle situazioni dei singoli riconducibili ad essa dopo la sua entrata in vigore, ma anche prevedendo la retroattività di detta disciplina.

Per un adempimento pieno sarebbe occorso che lo Stato Italiano avesse dettato disposizioni intese ad attribuire i diritti previsti dalle direttive a coloro che, se le direttive fossero state adempiute entro il 31 dicembre 1982, si sarebbero trovati nelle condizioni per poterli acquisire e, quindi, ai medici specializzandi che avevano seguito i corsi di specializzazione a partire dal 1 gennaio 1983 e lo avevano fatto con modalità conformi a quanto prevedevano le direttive.

La previsione da parte della giurisprudenza comunitaria, a partire dalla sentenza Francovich, che l'inadempimento di una direttiva attributiva di diritti ai singoli, ma non self-executing, dia luogo ad un obbligo risarcitorio, infatti, non toglie allo Stato membro la possibilità di adempiere tardivamente la direttiva provvedendo cioè non solo per il futuro, ma anche riguardo alle situazioni dei singoli successive alla scadenza del termine, sì da soddisfarle. Sicchè l'obbligo risarcitorio, dal punto di vista dello Stato membro si pone sostanzialmente come alternativo e ciò non solo sul piano dell'ordinamento comunitario, ma anche sul piano dell'ordinamento interno, fermo restando che la pretesa azionabile dal singolo in questo ambito è solo quella risarcitoria.

Il che, naturalmente, lo si osserva in generale, non significa che, in presenza di una situazione in cui sussista un dubbio sul se la direttiva sia stata recepita completamente, sia preclusa al giudice nazionale la possibilità di valutare, svolgendo la normale attività esegetica, se, in ragione del vincolo di conformazione dell'ordinamento interno a quello comunitario (ed anzi della necessità sul piano costituzionale - ai sensi dell'art. 117 Cost., comma 1 - che la stessa attività esegetica si svolga tendenzialmente nel senso di dare espansione alle norme interne in modo che quel vincolo risulti rispettato e sia assicurato l'integrale recepimento), sia possibile estendere l'ambito della legge nazionale ai diritti o ai soggetti riguardo ai quali sussista il dubbio ch'essa li abbia considerati.

Per altro verso e ritornando alla vicenda di cui si discorre, conforme alla sentenza Francovich, l'inadempimento determinò una situazione per cui de die in die, a favore di ogni soggetto che, nel caso di adempimento della direttiva al 31 dicembre 1982, si fosse venuto a trovare successivamente nella condizione di fatto per vedersi attribuire un diritto previsto dalla direttiva, nasceva l'obbligo dello Stato di risarcimento del danno a cagione della sua inadempienza.

Lo Stato Italiano, dunque, dopo il 31 dicembre 1982 si venne a trovare nella duplice condizione di obbligato sul piano comunitario ad un adempimento tardivo delle direttive e, mano a mano che per i medici maturavano le condizioni che in presenza di un'attuazione delle direttive avrebbero dato luogo a loro favore ai diritti previsti dalla direttiva e segnatamente quello all'adeguata remunerazione e quello a vedersi riconoscere l'idoneità del titolo di specializzazione negli altri paesi comunitari, di obbligato - in conseguenza al risarcimento dei danni verso tali soggetti per la mancata consecuzione da parte loro di tali benefici. Tale obbligo, peraltro, sarebbe potuto venir meno se lo Stato avesse adempiuto le direttiva con la previsione degli effetti retroattivi idonei ad attribuire a detti soggetti quei benefici, nonchè a coprire eventuali danni da ritardo. In tal caso, infatti, la fonte dell'obbligo risarcitorio, cioè il comportamento di inadempienza delle direttive, sarebbe venuta meno. Peraltro, se l'adempimento tardivo non avesse coperto i danni da ritardo o avesse coperto i danni solo in parte, l'obbligo risarcitorio si sarebbe astrattamente concentrato solo sul residuo. In disparte, però, ogni valutazione sul se l'ordinamento comunitario e, quindi, di riflesso quello costituzionale, in virtù del vincolo di conformazione, possano tollerare una sorta di risarcimento tardivo solo parziale (come quello che si è avuto per certi soggetti ai sensi della L. n. 370 del 1999, art. 11): questione questa che non è da discutere in questa sede.

5.3. E' da rilevare che la situazione di obbligo dello Stato Italiano di adempiere le direttive dopo la scadenza del termine del 31 dicembre 1982 perdurò a livello dell'ordinamento comunitario e, quindi, di riflesso con riguardo all'ordinamento interno fino al 20 ottobre 2007.

Queste le ragioni.

Le direttive 75/362/CEE e 75/363/CEE, nonchè quella 82/76/CEE che le modificò vennero abrogate dall'art. 44 della direttiva del Consiglio 5 aprile 1993, n. 93/16/CEE, la quale, però, oltre a confermare la loro disciplina (per come risultante dalla direttiva di modifica) a regime per i medici specializzandi a tempo pieno e parziale (all. 1, artt. 1 e 2, in relazione agli artt. 24 e 25), stabilì nello stesso art. 44 che, nonostante l'abrogazione, restassero "salvi gli obblighi degli Stati membri relativi ai termini per il recepimento", come da indicazione nell'allegato 3, parte B, nella quale, in riferimento alla direttiva 82/6/CE trovasi richiamato il termine del 31 dicembre 1982. Questa previsione comportava che gli Stati totalmente o parzialmente inadempienti alle direttive de quibus e, quindi, lo Stato Italiano, dovessero comunque considerarsi obbligati a livello comunitario all'adempimento tardivo.

La più recente direttiva 2005/36/CE a sua volta, oltre a dettare negli artt. 25-26 una nuova disciplina dei medici specializzati, nell'art. 62 ha previsto, però, l'abrogazione a partire dal 20 ottobre 2007 (cioè dalla data della sua entrata in vigore) della direttiva 93/16/CEE. Ne consegue che, per effetto dell'abrogazione anche dell'art. 44 sopra citato, a quella data è cessato l'obbligo dello Stato Italiano di adempiere, sia pure tardivamente, le direttive 75/362/CEE, 75/363/CEE e 82/76/CEE e ciò anche per gli effetti della sentenza che ne aveva accertato l'inadempimento.

Peraltro, non essendo immaginabile che l'ultima direttiva abbia inteso sacrificare i diritti risarcitoti dei singoli ove già insorti e ancora esistenti, non è possibile ritenere che l'abrogazione li abbia fatto venire meno. Al riguardo, sarebbe stata necessaria una previsione espressa in tal senso oppure la previsione della sua retroattività, cioè della sua estensione ai diritti risarcitori già sorti. Ciò che è venuto meno, dunque, è solo l'obbligo comunitario dello Stato membro e, quindi, di quello Italiano, di adempiere la direttiva. p. 6. Ciò premesso, si può passare ad esaminare la questione che a questo punto diventa decisiva ai fini dello scrutinio di entrambi i motivi, cioè quella della decorrenza del termine di prescrizione dell'azione risarcitoria sorta a carico dei soggetti che, a far tempo dal 31 dicembre 1982 si sono venuti a trovare nelle condizioni che, in presenza di un tempestivo adempimento a quella data delle dette direttive (e, per quello che qui interessa, della direttiva 82/76/CEE là dove si riferiva ai medici specializzandi che avessero frequentato corsi di specializzazione in condizioni ragguagliabili a quelle del c.d. tempo pieno). p. 6.1. E' da rilevare che questa questione non risulta pregiudicata da Cass. sez. un. n. 9147 del 2009, perchè essa - come emerge dal punto 4.10. della sua motivazione - dopo aver fatto un generico riferimento al "momento in cui il pregiudizio si è verificato", come momento in cui la pretesa risarcitoria è "insorta", non si è preoccupata in alcun modo di definire tale momento, perchè non era investita della questione e, con riferimento al caso di specie, ha rilevato che la prescrizione decennale non era decorsa, espressamente avvertendo che la sentenza di merito aveva affermato che la prescrizione decorreva dal conseguimento dell'attestato di specializzazione e che tale affermazione non aveva formato oggetto di impugnazione: le Sezioni Unite, dunque, si sono trovate a dover applicare il termine di prescrizione decennale in una situazione di esistenza di un giudicato interno sul dies a quo della sua decorrenza.

Nemmeno Cass. sez. un. n. 4547 del 2010 ha avuto modo di occuparsi del problema del dies a quo, perchè - come emerge dal secondo motivo - la sentenza di merito impugnata aveva ritenuto applicabile la prescrizione decennale facendola decorrere dall'entrata in vigore del D.Lgs. n. 257 del 1991 e l'impugnazione postulava solo l'applicabilità della prescrizione quinquennale di cui all'art. 2948 c.c., n. 4, sicchè le Sezioni Unite si sono limitate a ribadire l'applicabilità della prescrizione decennale riecheggiando la sentenza n. 9147 del 2009.

Dopo Cass. sez. un. n. 9147 del 2009 due decisioni di sezioni semplici si sono, invece, occupate del problema del dies a quo. Ma solo una lo ha fatto sulla base della qualificazione dell'azione risarcitoria nei termini indicati dalle Sezioni Unite.

Si tratta di Cass. n. 5842 del 2010 che - di fronte ad una censura mossa alla sentenza di merito sul punto in cui aveva identificato l'inizio della decorrenza della prescrizione nella data di entrata in vigore del D.Lgs. n. 257 del 1991, di attuazione della direttiva comunitaria n. 82/76, censura prospettata dai ricorrenti sotto il profilo che la direttiva non era stata ancora attuata, l'ha espressamente ritenuta assorbita per effetto della cassazione della sentenza in punto di natura dell'azione indennitaria esperibile (che era stata qualificata alla stregua dell'art. 2043 dal giudice di merito e la decisione ha qualificato, invece, secondo l'insegnamento delle Sezioni Unite), ma ha anche osservato che "la data di attuazione della direttiva comunitaria nell'ordinamento interno è irrilevante, giacchè il fondamento della risarcibilità del danno postula solo che quest'ultimo si sia verificato dopo la scadenza del termine ultimo prescritto dalla norma comunitaria per il recepimento della direttiva nell'ordinamento interno; data che era, per le direttive nn. 362 e 362/195 del Consiglio il 20 dicembre 1976, e per la direttiva 82/76/CEE il 31 dicembre 1982, secondo quanto ribadito nell'allegato 3, parte B, della direttiva 5 aprile 1993 n. 93/16/CEE. Nella concreta fattispecie di causa, il danno di cui si discute, maturato con il conseguimento di un diploma di specializzazione non conforme alle prescrizioni comunitarie, era posteriore a quelle date, sicchè è con esclusivo riferimento alla data del danno che deve essere riconsiderata la questione del dies a quo di decorrenza della prescrizione".

In tal modo, si è identificato il dies a quo nella data del conseguimento del diploma di specializzazione successivamente alle date di entrata in vigore delle direttive (in realtà il riferimento avrebbe dovuto farsi solo alla data del 31 dicembre 1982, posto che l'art. 16 della direttiva 82/76 fissò a quella data il termine per l'adempimento delle previsioni da essa introdotte che modificarono o sostituirono alcune delle altre due direttive).

L'altra decisione che si è occupata della questione è Cass. n. 12814 del 2009, che, però, ignora la qualificazione dell'azione fatta dalle Sezioni Unite e, pur ammettendo (senza, però, alcuna rassegna della giurisprudenza della corte di Giustizia) che il principio della sentenza Emmott sarebbe rimasto vigente, nell'applicare la prescrizione quinquennale all'azione qualificata come da illecito extracontrattuale, fa decorrere il termine di prescrizione, in asserita applicazione di quel principio, dall'entrata in vigore del citato D.Lgs., che considera espressamente, in modo assertorio e senza alcuna dimostrazione, come attuativo dell'esatta trasposizione del diritto comunitario.

Considerazione che il Collegio ritiene assolutamente non condivisibile, giusta i rilievi in precedenza svolti.

P. 6.2. Ritiene necessario il Collegio, a questo punto, di dover prendere posizione sulla tesi di Cass. n. 5842 del 2010.

P. 6.2.1. Essa non può essere condivisa, in primo luogo perchè non considera la particolare struttura dell'obbligo risarcitorio nascente a carico dello Stato per l'inadempimento di una direttiva che se attuata avrebbe comportato l'attribuzione di un diritto.

Questo obbligo si riferisce al danno che è originato alla situazione di inadempimento della direttiva.

Si tratta, tuttavia, di un obbligo i cui fatti costitutivi non si evidenziano necessariamente immediatamente per il fatto che si è verificata una situazione di inadempimento della direttiva, cioè per il fatto che lo Stato nazionale doveva adeguarsi alla direttiva entro una certa data e non lo ha fatto.

Può accadere, infatti, che immediatamente dopo tale scadenza si verifichi una situazione fattuale in presenza della quale un soggetto di un ordinamento interno, se lo Stato nazionale avesse adempiuto la direttiva, avrebbe acquisito il diritto previsto dalla direttiva (o come acquisizione di una situazione avente come contenuto una pretesa a conseguire un vantaggio o come pretesa a non sopportare uno svantaggio in presenza di certe condotte), ma può anche accadere che detta situazione fattuale si verifichi soltanto ben dopo la scadenza del termine di adempimento.

Può accadere, dunque, che, verificatasi l'inadempienza alla direttiva sorga subito dopo l'obbligo risarcitorio dello Stato nazionale, perchè la situazione fattuale de qua verso uno o più soggetti si verifica immediatamente, ma può benissimo accadere che, invece, dopo l'inadempienza quella situazione fattuale si verifichi solo a distanza di tempo (perdurando, naturalmente, l'inadempimento).

Questa considerazione evidenzia che fra la verificazione dell'inadempimento dello Stato all'obbligo comunitario di adempiere una direttiva sufficientemente specifica nel riconoscere diritti ai singoli e l'insorgenza dell'obbligo dello Stato membro di risarcire il danno derivante dalla situazione di inadempienza non v'è affatto necessaria coincidenza, ma anzi di norma una discrasia.

Nel caso degli specializzandi, poichè le situazioni fattuali che, in presenza di adempimento delle note direttive avrebbero potuto far loro acquisire il diritto all'adeguata remunerazione ed alla idoneità del loro diploma (secondo che si trattasse di situazioni equivalenti al tempo pieno o al tempo parziale: le considerazioni che si vengono svolgendo valgono anche per questa situazione) si possono essere verificate solo successivamente al conseguimento del diploma, purchè a seguito di uno svolgimento sostanzialmente conforme a quanto previsto dalla direttive, è palese che l'operare del comportamento di inadempienza dello Stato italiano alle direttive e segnatamente l'aver lasciato decorrere la scadenza del 31 dicembre 1982 ha potuto assumere rilevanza quale fatto costitutivo in astratto dell'obbligo risarcitorio solo quando ciascuno dei soggetti interessati ha conseguito il diploma dopo quella data. p. 6.2.2. Si è detto in astratto, perchè in concreto l'obbligo risarcitorio de quo ha potuto nascere, in realtà, come situazione giuridica soggettiva sul piano dell'ordinamento italiano soltanto quando il comportamento di inadempienza dello Stato Italiano, quale comportamento di inadempienza ad una direttiva, ha potuto svolgere il carattere di fatto normativo, cioè di fonte di produzione in detto ordinamento dell'obbligo risarcitorio verso i singoli.

Tale carattere non si può dire sussistente fin dal 1 gennaio 1983.

Esso si è evidenziato, in effetti, solo a seguito della già citata sentenza della Corte di Giustizia sul c.d. caso Francovich, la quale per la prima volta, ebbe a configurare l'inadempimento dello Stato membro ad una direttiva sufficientemente specifica nel riconoscere ai singoli un diritto, sia pure per il tramite dell'attività di adeguamento dello Stato membro, sostanzialmente operando come fonte di produzione nell'ordinamento interno dell'obbligo risarcitorio, quale situazione sorgente dall'inadempimento della direttiva attributiva di diritti, ma non self-executing, in presenza di situazioni concrete dei singoli che avrebbero loro consentito di acquisire i diritti nascenti dalla direttiva.

S'è già detto che il dictum della sentenza (poi ribadito qualche anno dopo dalla sentenza Brasserie du Pecheur), attesa l'efficacia vincolante nell'ordinamento interno della decisioni della Corte di Giustizia in guisa sostanziale di una vera e propria fonte del diritto oggettivo, ha avuto l'efficacia di introdurre nell'ordinamento italiano (come in buona sostanza hanno affermato le Sezioni Unite) una particolare fonte di obbligazioni risarcitorie, il cui fatto costitutivo è l'inadempienza ad una direttiva di quel contenuto.

Ne deriva che solo dalla pubblicazione della sentenza Francovich le situazioni fattuali degli specializzandi che avevano conseguito il diploma dopo il 31 dicembre 1982 a seguito di un corso che, in base alle note direttive avrebbe giustificato l'attribuzione dei diritti da esse previste, sono state giuridificate nel nostro ordinamento come idonee a giustificare l'obbligo risarcitorio.

L'assunto, naturalmente, vale per qualsiasi ipotesi di inadempienza a direttive di contenuto sufficientemente specifico nell'attribuzione di diritti da giustificare l'obbligo risarcitorio, verificatasi anteriormente alla sentenza Francovich.

Da tanto discende che, se l'obbligo risarcitorio verso gli specializzandi è sorto solo dopo la sentenza Francovich e, quindi, non era configurabile nell'ambito dell'ordinamento italiano anteriormente, la prescrizione del relativo diritto non può in alcun modo essere decorsa prima di quella sentenza, dato che non può iniziare il corso di una prescrizione di un diritto non ancora venuto ad esistenza (può notarsi che non a caso, prima della Francovich gli adempimenti inesatti di direttive venivano censurati dai singoli postulandosi, come sè veduto esaminando la giurisprudenza successiva al caso Emmott, postulandosi l'applicazione delle direttive).

Conseguentemente, l'ipotesi che il corso della prescrizione del diritto risarcitorio di cui è processo sia iniziata dalla data, anteriore alla citata sentenza, in cui i singoli perfezionandi avevano conseguito il diploma non è in alcun modo sostenibile. E per tale assorbente ragione (in disparte quanto si dirà di seguito) si dissente da Cass. n. 5842 del 2010.

Potrebbe addirittura sostenersi che, essendosi la giurisprudenza comunitaria definitivamente assestata, dopo l'irruzione della sentenza Francovich nei suoi esatti termini soltanto con la sentenza Brasserie du Pecheur, come non manca di rilevare la dottrina quando deve individuare i caratteri dell'obbligo risarcitorio, addirittura solo dalla data di quella sentenza l'obbligo sia insorto nell'ordinamento italiano, con la conseguenza che a maggior ragione l'opinione da cui si dissente appare non condivisibile. Il diritto degli specializzandi, infatti, si potrebbe dire sorto addirittura soltanto dall'ottobre del 1996.

Non è, del resto, del tutto infondato, ma è prospettiva che non è necessario approfondire in questa sede, dati i successivi svolgimento di questa motivazione, che il riferimento alla sentenza Brasserie du Pecheur potrebbe addirittura essere necessitato sul piano comunitario, giusta il rilievo sopra riportato, svolto nel punto (33) dalla sentenza sul caso Danske Slagterier, posto che la situazione di incertezza cui essa allude sul piano dell'ordinamento interno non può che essere riferita anche al grado di incertezza dei caratteri e delle regole poste dalla stessa giurisprudenza comunitaria, fino alla sua sistemazione precisa, sul piano dell'ordinamento interno, alla stregua del principio di effettività. p. 6.3. Nessun rilievo, per le stesse ragioni, può essere riconosciuto all'entrata in vigore del D.Lgs. n. 257 del 1991 (pubblicato nella G.U. del 16 agosto 1991, n. 191 e soggetto alla normale vacatio), che, com'è noto, pur dichiarando nella sua intestazione, di attuare la direttiva n. 82/76/CEE in concreto la attuò soltanto a decorrere dall'anno accademico 1991-1992 (art. 8 del D.Lgs.) e, quindi, de futuro, lasciando intatta la situazione di inadempienza dal 1 gennaio 1983 alla fine dell'anno accademico 1990- 1991: poichè la sentenza Francovich è successiva all'entrata in vigore del D.Lgs. citato (31 agosto 1997, dato l'operare della normale vacatio dalla pubblicazione sulla G.U., avvenuta il 16 agosto precedente), quest'ultima non può avere fatto sorgere, quale atto evidenziatore di un soltanto parziale adempimento della direttiva, un diritto al risarcimento per l'inadempimento residuo.

6.4. Altra questione che a questo punto dev'essere esaminata è se una simile idoneità la vigenza del D.Lgs., possa averla acquisita a partire dal momento in cui sopravvenne la sentenza Francovich (o, secondo l'altra prospettiva adombrata dalla sentenza Brasserie du Pecheur).

Ritiene il Collegio che la situazione determinatasi all'atto di tale sopravvenienza in ragione della vigenza del D.Lgs. n. 257, pur essendo di insorgenza del diritto al risarcimento del danno a favore dei medici specializzati che avevano conseguito il diploma di specializzazione fra il 1 gennaio 1982 e la chiusura dell'anno accademico 1990-1991, cioè in pratica di quelli non considerati dal D.Lgs., non si possa in alcun modo considerare idonea ad aver provocato a loro carico, a partire dalla pubblicazione della sentenza Francovich (o dalla Brasserie du Pecheur), il decorso della prescrizione decennale.

In particolare, il diritto al risarcimento sorse dopo la sentenza Francovich (ma analogo ragionamento varrebbe se si facesse riferimento alla Brasserie du Pecheur), ma il suo termine di prescrizione non iniziò il suo decorso. E questa costituisce comunque ulteriore ragione di dissenso dalla filosofia esegetica seguita da Cass. n. 5842 del 2010.

Queste le ragioni. p. 6.4.1. Deve certamente ritenersi che, una volta sopravvenuta quella sentenza (o nell'altra prospettiva la Brasserie du Pecheur. ma, ripetesi, non rileva che si accolga l'una o l'altra), con i suoi effetti nell'ordinamento italiano nel senso precisato, tutte le situazioni fattuali relative ai medici specializzati comprese nell'indicato periodo, divennero giuridicamente qualificabili come individuatrici dell'obbligo di risarcimento danni alla stregua della sentenza stessa, per il fatto che esse, pur dovendo, secondo le note direttive, dare luogo ai diritti da esse riconosciute, non risultavano dall'ordinamento italiano così regolate per non essersi verificata l'attuazione delle direttive con riferimento ad esse. Si evidenziava, infatti, per i medici de quibus un danno rappresentato dalla perdita del beneficio che dal riconoscimento del diritto di cui alle direttive sarebbe stato conseguito e ciò sia per la mancata consecuzione dell'adeguata remunerazione prevista a favore dello specializzando, sia per la mancata attribuzione (ricorrendone le condizioni) di idoneità del diploma di specializzazione sul piano comunitario.

Tale situazione di danno, tuttavia, in tanto si configurava, in quanto perdurava il comportamento omissivo del legislatore interno di inattuazione delle direttive.

Il danno in questione, peraltro, non poteva dirsi prodotto dall'esistenza di tale comportamento in via definitiva, cioè una volta per tutte, sì che potesse considerarsi quale effetto ormai prodotto e ristorabile solo attraverso un'attività diversa dalla tenuta del comportamento, cioè dall'adempimento tardivo (e satisfattivo) della direttiva. Si trattava, invece, di un danno che, correlandosi ad un comportamento omissivo del legislatore italiano avrebbe potuto essere eliminato attraverso la spontanea tenuta da parte dello Stato del comportamento omesso, cioè l'emanazione di una normativa interna che attribuisse il diritto riconosciuto dalla direttiva. Emanazione cui del resto il legislatore italiano continuava ad essere tenuto.

E' vero che l'intervento legislativo si sarebbe potuto estrinsecare rimuovendo soltanto la situazione dannosa quanto al riconoscimento del diritto, cioè nella specie attribuendo una remunerazione e l'idoneità al diploma, e non anche con il riconoscimento dell'eventuale risarcimento del danno da ritardo nella consecuzione del diritto (ad esempio, a parte gli interessi e l'eventuale maggior danno sulla remunerazione, la perdita di occasioni di lavoro per la inidoneità del diploma). Nulla esclude, però, che l'intervento legislativo si sarebbe potuto estrinsecare in modo tale da prevedere anche l'eventuale ristoro del danno da ritardo. La possibilità di un intervento non satisfattivo del danno da ritardo, proprio perchè solo potenziale lasciava intatta la struttura della fattispecie nel senso che il danno nella sua interezza continuasse ad essere prodotto de die in die dalla permanenza dell'inadempimento.

Poichè la posizione dei soggetti interessati, era, dunque, tale che non poteva trovare soddisfazione soltanto attraverso la pretesa risarcitoria, ma poteva essere soddisfatta attraverso il comportamento unilaterale dello Stato Italiano di adempimento satisfattivo della direttiva, comportamento che, del resto, lo Stato Italiano continuava a dover tenere secondo l'ordinamento comunitario, la situazione di danno si presentava non come effetto ormai determinato, ma come effetto determinato de die in die.

Il primo modo di soddisfazione, d'altro canto, era nell'esclusiva disponibilità dello Stato Italiano, trattandosi di attività legislativa ed i soggetti interessati non avevano alcun potere di provocarlo. Tale non era - in disparte proprio il carattere di denuncia e non di modo per ottenere tutela diretta - l'eventuale denuncia dell'inadempimento delle direttive (o meglio la persistenza dell'inadempimento) alla Corte di Giustizia, posto che quella Corte l'aveva già dichiarata fin dal 1987.

La Corte di Giustizia, del resto, sulla vicenda è intervenuta con le sentenze 25 febbraio 1999, Carbonari, C-I 31-97 (per gli specializzandi a tempo pieno) e 3 ottobre 2000, Gozza, C- 371-97 (per gli specializzandi a tempo parziale), ma per dichiarare che le note direttive riconoscevano in modo sufficientemente specifico diritti agli specializzandi a tempo pieno ed a tempo parziale e, quindi, per chiarire che la vicenda ricadeva sotto la giurisprudenza inaugurata dalla sentenza Francovich.

La permanenza della condotta dello Stato italiano di omissione dell'adempimento delle direttive era tale, in sostanza, da determinare continuativamente la permanenza dell'obbligo risarcitorio e, quindi, in definitiva del danno. L'obbligo risarcitorio e, quindi, il danno vedevano continuamente rinnovata la loro fonte de die in die da tale permanenza. La situazione di danno non era qualificabile come un effetto ormai prodotto, ma come un effetto continuativamente determinato dalla condotta statuale.

In definitiva, il danno sorto a far tempo dalla sentenza Francovich ed il relativo diritto risarcitorio sono configurabili come determinati dalla permanenza della condotta di inadempimento del diritto comunitario in non diversa guisa da come lo è, per semplificare, il danno da persistenza di una situazione dannosa relativa ad un immobile di proprietà di alcuno, la quale cagioni danno alla proprietà di altri: in questo caso il danno da permanenza di quella situazione sulla proprietà altrui da luogo (oltre che al diritto al risarcimento dei danni verificatisi sulla propria proprietà) al diritto all'eliminazione della situazione dannosa esistente sulla proprietà altrui e ciò come diritto ad una prestazione specifica, cioè all'attività necessaria per rimuovere la situazione dannosa originante il danno. Si tratta di un diritto risarcitorio in forma specifica che, in quanto la situazione dannosa permane per effetto della condotta lesiva dell'altro proprietario (che non procede all'eliminazione della situazione dannosa), non vede correre il corso della prescrizione fintanto che detta condotta permanga, giacchè il diritto si ricollega de die in die a tale permanente condotta (si veda, per riferimento, Cass. n. 5831 del 2007).

Poichè, di fronte all'inadempimento della direttiva da parte dello Stato ed alla permanenza della condotta di inadempimento, il diritto all'eliminazione della situazione dannosa dal punto di vista del singolo è soltanto quello al risarcimento del danno per equivalente originato dalla situazione di inadempienza e non quello all'adempimento specifico della direttiva (che, comunque, continua, a connotare la situazione statuale come di obbligo), in questo caso il diritto al risarcimento del danno per equivalente si ricollega de die in die alla permanenza della condotta di inadempimento. I soggetti interessati legittimamente si trovano in una situazione di attesa e conservano il loro diritto risarcitorio. p. 6.4.2. Parte della dottrina e della giurisprudenza di merito ha sostenuto, sia pure nella prospettiva di attribuire rilievo all'emanazione del D.Lgs. n. 257 del 1991, sul presupposto erroneo che l'obbligo risarcitorio fosse configurabile prima della sentenza Francovich (ma il discorso potrebbe valere a far tempo da detta sentenza e dev'essere esaminato in questa prospettiva), che esso, quale atto costituente adempimento parziale delle direttive, avrebbe avuto l'effetto di far cessare la situazione di permanenza dell'inadempimento, come giustificativa dell'obbligo risarcitorio, sì da fare acquisire a tale obbligo ed al danno correlato la natura di effetti ormai indipendenti dalla condotta del legislatore. Il significato di questo assunto è che un qualsiasi adempimento parziale (e nella specie parziale sotto il profilo soggettivo, essendosi contemplati nel D.Lgs. solo i soggetti specializzatisi a partire dall'anno accademico 1991-1992), o trasposizione inesatta, di una direttiva sufficientemente idonea al riconoscimento di diritti ai singoli, pur con obbligo di attuazione da parte degli Stati membri, trasformi l'obbligo risarcitorio insorto (se la vicenda si colloca dopo la Francovich) a far tempo dal verificarsi delle situazioni fattuali in presenza delle quali la disciplina interna avrebbe dovuto attribuire il diritto previsto dalla direttiva, in una situazione definitiva, cioè ormai indipendente dal comportamento statuale di inadempimento, anche se non è chiaro se tale definitività si configuri anche sotto il profilo di una indifferenza ad atti successivi dello Stato membro di adempimento delle direttive. Si che il danno derivatone sia da considerare ormai come un effetto ormai indifferente e non retto dalla condotta del legislatore.

Questa ricostruzione, non lo si dice, parrebbe avere come necessaria implicazione che lo Stato membro non possa più adempiere la direttiva, ma solo risarcire il danno. Senonchè, non è dato comprendere su base comunitaria come ciò sia sostenibile e nel caso di specie l'obbligo di adeguarsi alle note direttive è stato confermato fino al 20 ottobre 2007. Non è ipotizzabile, dunque, che l'adempimento parziale di una direttiva possa mutare la situazione dello Stato membro rispetto alla parte inadempiuta. La condotta totalitaria di inadempimento viene, infatti, soltanto sostituita da una condotta minore, cioè parziaria.

In realtà, un adempimento parziale della direttiva è fenomeno che si presta a queste considerazioni. p. 6.4.3. In primo luogo, appare necessaria una riflessione preliminare: l'adempimento alla direttiva da parte del legislatore nazionale suppone un atto normativo e, quindi, un atto che si concreta in una manifestazione astratta, posto che la normativa di adempimento si deve correlare alle previsioni della direttiva che riconosce il diritto e lo riconosce necessariamente riferendolo a categoria astratte di soggetti in presenza di determinate condizioni.

Fatta questa premessa, occorre distinguere due casi. p. 6.4.4. Il primo è quello in cui la direttiva, dopo un periodo di inadempimento, viene attuata nei confronti di tutti i soggetti riguardo ai quali prevede diritti e, tuttavia, tali diritti vengono riconosciuti solo in parte sul piano oggettivo, cioè o - essendo previsti più diritti -ne vengono riconosciuti alcuni e non altri, o il diritto o i diritti vengono riconosciuti in modo insufficiente.

In questo caso la legge interna di adempimento è una legge che si presenta come atto legislativo che contempla tutta la platea dei soggetti che doveva considerare secondo la direttiva. Qualora, anteriormente alla legge interna, si fossero verificate situazioni di fatto che, se la direttiva fosse stata attuata, avrebbero dato origine ai diritti previsti da essa, e che, quindi, in ossequio alla giurisprudenza Francovich hanno dato luogo al sorgere dell'obbligo risarcitorio a favore di detti soggetti, la situazione di permanenza della condotta di inadempienza dello Stato interno che determinava de die in die l'obbligo risarcitorio, risulta oggettivamente mutata e sostituita da una situazione nella quale l'adempimento parziale sul piano oggettivo (o sotto il profilo del riconoscimento di taluni diritti o sotto il profilo del riconoscimento parziale del o dei diritti) si presta ad essere apprezzato da parte dei soggetti de quibus, che sono considerati dalla normativa interna e, quindi, sulla base di essa si vedono attribuiti solo taluni diritti o un diritto parziale, come situazione che determina il soddisfacimento parziale e proporzionale dell'interesse sotteso antecedentemente all'obbligo risarcitorio derivato dalla precedente situazione di inadempimento totale.

Non solo: la nuova situazione si presta ad essere interpretata sia come significativa della volontà dello Stato membro di non procedere più all'ulteriore adempimento della direttiva, sia in senso opposto, cioè come riserva di procedervi.

L'adempimento parziale, dal punto di vista dei soggetti interessati, ha, tuttavia, anche il significato di incidere pro parte sull'obbligo risarcitorio in precedenza sussistente. Mentre prima la situazione dei soggetti in discorso era di mera attesa e la protrazione dell'attesa determinava l'esistenza dell'obbligo risarcitorio in modo permanente, la nuova situazione è, invece, tale che quest'obbligo è in parte venuto meno per il carattere satisfattivo dell'intervento statale. Al comportamento statale di totale inadempimento si è sostituito un nuovo comportamento, di adempimento parziale, il quale ha anche inciso direttamente sulla situazione concreta dei soggetti in discorso soddisfacendola.

Ebbene, mentre la (precedente) condotta di totale inattuazione della direttiva, stante l'obbligo comunitario di adempiere anche dopo la scadenza del termine, è condotta che, in quanto meramente negativa, si prestava ad essere apprezzata solo come comportamento che poteva durare nel tempo o poteva cessare e che perciò valeva a sorreggere l'obbligo risarcitorio de die in die e che, dunque, finchè la scelta non fosse stata esercitata, lasciava il soggetto interessato in una situazione di attesa, si da giustificare che la prescrizione del relativo diritto secondo il diritto interno non corresse, per essere tale obbligo permanentemente determinato da detta condotta, viceversa la condotta di attuazione tardiva parziale della direttiva, determinando il parziale soddisfacimento in via specifica del diritto o della parte di diritto previsto dalla direttiva e, quindi, di riflesso ed in proporzione incidendo sulla pretesa risarcitoria (salvo che per l'eventuale danno da ritardo) dell'interessato, mutandone il contenuto quantitativo, è condotta che si presta ad essere diversamente apprezzata. E ciò, proprio perchè incide direttamente su detta pretesa, si concreta in un effetto positivo, che perchè tale si presta ad essere apprezzata come manifestazione potenzialmente significativa dell'intento di non adempiere il residuo. Un adempimento parziale, in sostanza, determina una situazione nella quale per il residuo è ragionevole pensare che lo Stato membro non procederà a successivi atti di adempimento.

Ne deriva che i soggetti interessati che vantavano l'obbligo risarcitorio in precedenza commisurato alla situazione di totale inadempienza della direttiva debbono ragionevolmente considerare che l'azionamento di tale obbligo residuo sia ormai una prospettiva di tutela necessaria. Ne consegue che nell'ordinamento italiano l'obbligo risarcitorio residuo non è più apprezzabile dai soggetti interessati come determinato de die in die da una condotta di inadempimento dello Stato, che potrebbe trasformarsi in adempimento, bensì è apprezzabile come un effetto tendenzialmente determinato ormai una volta per tutte, perchè è credibile che lo Stato non procederà all'adempimento residuo. Da tanto discende che rispetto al residuo obbligo risarcitorio sì deve ritenere che inizi a decorrere il termine di prescrizione ordinario decennale, che prima dell'adempimento parziale non era decorso, atteso che è ragionevole che i soggetti interessati possano fondatamente dubitare che la nuova situazione di inadempimento parziale sia una situazione che lo Stato potrebbe provvedere a risolvere con un adempimento pieno.

In sostanza, nell'ipotesi in questione la successione ad una situazione di inadempimento totale, che poneva gli interessati in una condizione di mera attesa, stante l'assoluta incertezza sul se lo Stato avrebbe adempiuto tardivamente oppure no, di una nuova situazione di parziale adempimento e, quindi, di inadempimento parziale, si presta ad essere intesa come comportamento ragionevolmente (anche se non necessariamente) significativo di una volontà di non provvedere per il residuo.

Per tale ragione si giustifica che il soggetto interessato debba agire a tutela del residuo obbligo risarcitorio e, quindi, che inizi la decorrenza del termine di prescrizione decennale. Tale residuo obbligo risarcitorio si presta, cioè, ad essere considerato come effetto ormai consolidato e, quindi, da considerarsi alla stregua degli effetti dannosi istantanei riguardo alla condotta dell'inadempiente e non più permanentemente determinati da detta condotta. p. 6.4.5. L'altro caso da considerare è quello in cui la direttiva riconosca il diritto in modo sufficientemente specifico ad una certa platea di potenziali soggetti e - successivamente alla scadenza del termine per il suo adempimento ed in una situazione nella quale vari soggetti rientranti in quella platea si siano venuti a trovare nella condizione in cui, se la direttiva fosse stata già attuata, avrebbero acquisito il diritto riconosciuto dalla legislazione statale di attuazione, di modo che, quindi, sia sorto a loro favore l'obbligo risarcitorio dello Stato determinato dalla (permanente) condotta di inadempimento della direttiva - lo Stato adotti un atto legislativo di attuazione della direttiva parziale non più sotto il profilo oggettivo, bensì sotto il profilo soggettivo, nel senso che riconosca il diritto, naturalmente sempre per previsioni generali riferite al trovarsi essi in determinate condizioni comuni, soltanto a taluni di quei soggetti (o meglio a talune categorie di essi versanti nelle stesse condizioni fattuali) e non agli altri.

A questa situazione può essere equiparata quella in cui il riconoscimento venga fatto solo per il futuro, cioè soltanto in favore dei soggetti che si vengano a trovare nella condizione prevista dalla direttiva successivamente all'entrata in vigore dell'atto legislativo, in modo tale, dunque, che si abbia un adempimento della direttiva de futuro, cioè a partire dalla data dell'entrata in vigore dell'atto legislativo.

Questa seconda è la situazione determinatasi per effetto dell'emanazione del D.Lgs. n. 257 del 1991 a far tempo, secondo quanto sopra si è osservato, dalla sopravvenienza della sentenza Francovich.

Ebbene questa situazione, rappresentando un adempimento parziale delle note direttive soltanto per i soggetti specializzandi a partire dall'anno accademico 1991-92, lasciò del tutto immutata la situazione dei soggetti che, successivamente al 31 dicembre 1982 e fino all'anno accademico 1990-1991, si erano venuti a trovare in una condizione la quale, in presenza di una già avvenuta attuazione della direttiva, li avrebbe resi destinatari dei diritti riconosciuti dalle direttive e trasfusi nel provvedimento legislativo interno attuativo. Il D.Lgs. n. 257, infatti, non riguardò in alcun modo tali soggetti, naturalmente considerati non nominatim, ma come categorie accomunate dall'avere frequentato corsi di specializzazione negli stessi anni.

Ora, ed il discorso vale in generale per il caso che si sta considerando, l'adozione di una direttiva di adempimento parziale sotto il profilo soggettivo, a differenza di quella parziale sul piano soltanto oggettivo è un comportamento che si presenta del tutto ininfluente sulla situazione di quei soggetti che - per essersi trovati dopo la scadenza del termine per l'adozione, nelle condizioni fattuali che, se la direttiva fosse stata adempiuta tempestivamente, avrebbero fatto loro acquisire i relativi diritti - hanno acquisito il diritto al risarcimento del danno, sono diventati cioè titolare attivi del relativo obbligo risarcitorio. Poichè la direttiva di adempimento parziale sul piano soggettivo non li contempla, perchè la situazione in relazione alla quale realizza l'adempimento parziale non è ad essi riferibile e non lo è al livello della previsione astratta della legge di adempimento, la loro condizione resta assolutamente immutata dopo l'adozione dell'atto legislativo de quo.

In particolare, l'obbligo risarcitorio che li riguarda non è in alcun modo inciso e, quindi, deve ritenersi che la nuova situazione determinatasi non sia idonea a provocare nei loro confronti la cessazione dell'attitudine dell'inadempimento statuale a svolgere i suoi effetti in modo permanente. Il carattere permanente dell'inadempienza quale fonte dell'obbligo risarcitorio non viene in alcun modo meno cioè, perchè tale obbligo non è in alcun modo toccato. Così come la prescrizione non correva prima non può correre dopo, perchè la situazione non è dei soggetti in questione è rimasta immutata.

Da questo caso dev'essere distinta una sottoipotesi, che è quella nella quale l'intervento tardivo di adempimento della direttiva si riferisca anche alle situazioni astratte nelle quali versavano i soggetti nei cui confronti si erano verificati i presupposti di fatto che in presenza di attuazione della direttiva avrebbero fatto loro acquisire il diritto, e, tuttavia, in relazione ad esse riconosca il diritto soltanto a quei soggetti che nel loro ambito si trovino in particolari condizioni fattuali. In questo caso la legge di adempimento tardivo interviene con riferimento alla situazione di inadempienza di una certa categoria di soggetti aventi posizione comune riguardo alla direttiva comunitaria anche sul piano fattuale, ma, all'interno questa posizione comune attribuisce il diritto dando rilievo a determinate circostanze di fatto ulteriori, per cui, con riguardo alla stessa situazione astratta, il diritto viene riconosciuto anzichè a tutti solo ad alcuni, quelli che versino in tali circostanze ulteriori, del tutto estranee alla classe di situazioni contemplate dalla direttiva.

E' vero che in tali casi l'obbligo risarcitorio dei soggetti esclusi non viene inciso, perchè non risulta soddisfatto l'interesse inattuato in relazione al quale era sorto. Tuttavia, l'atteggiamento statuale di discriminazione fra legislativa fra i soggetti che rientrano nella stessa categoria astratta, si presta ad essere apprezzata da parte dei soggetti esclusi come ragionevolmente significativo, ancorchè a livello probabilistico, della volontà statuale di non adempiere successivamente per gli esclusi.

Ne discende che appare ragionevole esigere che la situazione di costoro non benefici più dell'incidenza di una permanente condotta di inadempimento statuale, bensì si connoti in via probabilistica come dipendente da una scelta definitiva di non provvedere all'adempimento. Si che la situazione dannosa in cui i soggetti appartenenti alla stessa categoria rimasti esclusi versano, si profila ormai apprezzabile tendenzialmente come un effetto ormai definitivo della condotta di inadempimento.

In tale situazione, che non appare ragionevolmente riconducibile in modo certo alla permanenza di una condotta di inadempimento che può cessare da un momento all'altro, bensì verosimilmente ad una condotta definitiva, è giustificato ritenere che l'obbligo risarcitorio debba ormai essere considerato dai soggetti in discorso come l'unica prospettiva di tutela, in quanto la situazione non è più apprezzabile sub specie come determinata dalla permanenza di una condotta di inadempimento cagionante l'obbligo risarcitorio de die in die. p. 6.4.6. Ora, con riferimento alla vicenda degli specializzandi non contemplati dal D.Lgs. n. 257 del 1991, lo Stato Italiano, successivamente alla citata sentenza della Corte di Giustizia sul caso Carbonari, ha ritenuto - con la L. 19 ottobre 1999, n. 370, art. 11 - di procedere ad un sostanziale atto di adempimento parziale soggettivo nei confronti di tutte le categorie astratte in relazione alle quali dopo il 31 dicembre 1982 si erano potute verificare le condizioni fattuali idonee a dare luogo all'acquisizione dei diritti previsti dalle note direttive e che non risultavano considerate dal detto D.Lgs. (cioè quelle degli ammessi alle specializzazioni per gli anni accademici dal 1983-1984 al 1990-1991), ma lo ha fatto considerando all'interno di tali categorie soltanto i soggetti destinatari di talune sentenze passate in giudicato del Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio. Quindi, dando rilievo a particolarità fattuali del tutto estranee all'astrattezza del dovere di adempimento, sia pure riferito a categorie di soggetti in identica condizione: l'esistenza dei detti giudicati, infatti, era una circostanza di fatto del tutto estranea alle fattispecie astratte riguardo alle quali era mancato l'adempimento.

Ebbene, in base alle considerazioni che si sono venute svolgendo, si deve ritenere che l'entrata in vigore della suddetta norma, avvenuta il giorno successivo alla sua pubblicazione in Gazzetta Ufficiale (giusta l'art. 13), cioè il 27 ottobre 1999, abbia determinato una situazione nella quale la condotta di inadempimento dello Stato verso i soggetti esclusi, cioè quelli dei corsi di specializzazione per gli indicati anni accademici estranei ai giudicati richiamati dalla norma, fino a quel momento determinante con efficacia permanente l'obbligo risarcitorio, ha cessato di poter essere ragionevolmente intesa come tale. Con la conseguenza che, essendo divenuto l'obbligo risarcitorio apprezzabile come un effetto della condotta di inadempimento ormai definitivo, si deve ritenere che da tale pubblicazione sia iniziato il decorso della prescrizione ordinaria decennale ai sensi dell'art. 2046 c.c., della pretesa risarcitoria, dapprima invece non iniziato perchè la condotta di inadempimento era apprezzabile come condotta permanente.

Ne discende che il diritto al risarcimento del danno da mancata adeguata remunerazione della frequenza della specializzazione degli specializzandi medici ammessi alle scuole negli anni 1983-1991 si intende prescritto solo alla condizione che i medesimi non abbiano agito giudizialmente o compiuto non abbiano compiuto atti interruttivi del corso della prescrizione decennale entro il 27 ottobre 2009.

Naturalmente, lo si precisa per competenza, ove taluno avesse, anteriormente a quella data, manifestato la sua pretesa anteriormente in via stragiudiziale senza darvi ulteriore corso oppure attraverso un'azione giudiziale poi lasciata estinguere, poichè tali manifestazioni rivestono valore di atti di esercizio del diritto, si dovrà ritenere che in tali casi la prescrizione decennale sia decorsa da tali manifestazioni di esercizio del diritto, posto che la reazione contro la permanenza della condotta inattuativa rende irrilevante la sua permanenza siccome giustificativa del fatto che la prescrizione non debba correre. p. 6.4.7. Come già adombrato in precedenza la circostanza che il 20 ottobre 2007 sia cessato l'obbligo dello Stato Italiano di adempiere le note direttive, non ha, invece, determinato alcun effetto sull'obbligo risarcitorio verso i soggetti versanti in situazioni fattuali pregiudicate dall'inadempimento. Di modo che eventuali azioni giudiziali o atti di interruzione del corso della prescrizione verificatisi fra detta data ed il 27 ottobre 2009 hanno comunque riguardato diritti risarcitori (già sorti) in alcun modo pregiudicati dalla cessazione di quell'obbligo. p. 7. Dalle considerazioni svolte consegue che la sentenza impugnata, pur essendo erronea nella motivazione con cui ha attribuito il significato qui disconosciuto alla nota sentenza Emmott, appare corretta nel dispositivo
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« Risposta #4 inserito:: Maggio 05, 2012, 22:38:18 »

Tribunale di Ascoli Piceno
Sent. del 12/4/2012

Giudice Pier Giorgio Palestini

http://www.laprevidenza.it/attachments/news/20120419130111976.pdf

DUE INTERE PAGINE DELLA SENTENZA SONO DEDICATE A SBROGLIARE LA MATASSA PROCURATA DAL LEGISLATORE CON LA PRODITORIA E MALPOSTA PREVISIONE DI UN TERMINE DECADENZIALE AVVERSO L'IMPUGNAZIONE DEL CONTRATTO A TERMINE RITENUTO INVALIDO:

<<Dall'ampia disamina che precede, essendo il nuovo regime decadenziale inapplicabile.. all'impugnativa del rapporto di somministrazione, l'eccezione va disattesa.>>.

(..)

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« Risposta #5 inserito:: Maggio 08, 2012, 00:54:17 »

PRECISIONE CHIRURGICA PER UN'OPERAZIONE DI MACELLERIA

Con sentenza n. 175 del 24 febbraio 2012, il Tribunale di Pisa, Sez. Lavoro, in tema di contratti a tempo determinato, ha accolto l’eccezione di parte resistente, ritenendo intervenuta la decadenza di cui all’art. 32, commi 1 e 4, della legge 183/2010, secondo cui i contratti a termine devono essere impugnati stragiudizialmente entro il termine di 60 giorni dalla cessazione del rapporto, mentre per i contratti già cessati alla data di entrata in vigore della legge tale termine è individuato nel 23 gennaio 2011, in quanto, nella fattispecie in esame, il ricorrente aveva impugnato stragiudizialmente il contratto solo in data 19 aprile 2011. Il Tribunale ha precisato, inoltre, che in tale fattispecie non opera l’art. 2, co. 54, D.L. n. 225/2010, cd. Mille Proroghe (con cui è stata posticipata al 31 dicembre 2011 l’applicabilità del termine di 60 giorni entro cui impugnare la nullità dei contratti di lavoro a tempo determinato), in quanto in vigore solo dal 27 febbraio 2011, data in cui era già consumato il termine di decadenza, e comunque privo di efficacia retroattiva.

http://www.salonia-associati.com/pdf/Newsletter%20n.%205-2012.pdf


Il giudice non tiene conto della malafede (o forse bisognerebbe usare un eufemismo?) del legislatore (tra gli altri Cazzola), che ha tradotto un emendamento (Passoni) al "Milleproroghe" in un orribile esemplare di trappola.

annuncio emendamento
http://www.partitodemocratico.it/doc/203179/milleproroghe-passoni-accolto-emendamento-pd-su-tutela-lavoro-precario.htm
« Ultima modifica: Maggio 08, 2012, 01:05:28 da luca_1966 » Registrato
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« Risposta #6 inserito:: Maggio 08, 2012, 12:59:43 »

http://www.lavoropareri.com/assenza-o-genericita-delle-causali-di-apposizione-del-termine/

Sull’ESTENSIONE AL CONTRATTO A TERMINE DEL REGIME DELLE IMPUGNAZIONI PREVISTO PER IL LICENZIAMENTO, cfr. CANALI DE ROSSI, Impugnativa del licenziamento e lavoro a tempo determinato, in Dir. prat. lav., 2011, 965; GIUBBONI, I contratti a termine e il nuovo regime delle impugnazioni nel Collegato lavoro, in Mass. giur. lav., 2011, 298 ss.;

Trib. Milano 4/7/2011, n. 3402,
Trib. Milano 4/8/2011, n. 3914 e
Trib. Milano 29/9/2011, n. 4404 (contra),

tutte in Guida lav., 2011, n. 42, 15, con nota di MORDÀ, Contratto a termine: il tribunale di Milano interpreta il Milleproroghe;

in senso contrario, v. anche Trib. La Spezia 22/9/2011, in Lav. giur., 2011, n. 1167
« Ultima modifica: Maggio 08, 2012, 13:02:06 da luca_1966 » Registrato
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« Risposta #7 inserito:: Maggio 13, 2012, 23:46:18 »

Il Sole 24 Ore

Stralcio da Massimario di Giurisprudenza del Lavoro, n° 5, del 01/05/2012, pag. 412

<< IL DIFFERIMENTO DELLE DECADENZE NEL DECRETO MILLEPROROGHE: CAMPO DI APPLICAZIONE E RETROATTIVITÀ

1. - Le decisioni in annotazione si pronunciano sul differimento delle decadenze previsto dall’art. 2, co. 54 del d.l. n. 225/2010 convertito in legge n. 10/2011, c.d. Decreto Milleproroghe, affrontando le questioni del campo di applicazione e della retroattività di tale differimento.

La disposizione in esame introduce nell’art. 32 legge n. 183/2010 il co. 1 bis del seguente tenore:

«In sede di prima applicazione, le disposizioni di cui all’art. 6, co. 1, della legge 15 luglio 1966, n. 604, come modificato dal co. 1 del presente articolo, relative al termine di 60 giorni per l’impugnazione del licenziamento, acquistano efficacia a decorrere dal 31 dicembre 2011».

2. - Con riguardo al campo di applicazione della norma si pone immediatamente il problema circa la sorte del termine decadenziale di 270 giorni per l’introduzione del giudizio previsto dal co. 2 del predetto art. 6, poiché la disposizione sul differimento nomina solo il co. 1 relativo alla decadenza per l’impugnazione stragiudiziale.

Il problema è di facile soluzione, poiché il differimento di questa decadenza trascina automaticamente con sé anche la decadenza relativa all’impugnazione giudiziale, la quale è collegata indissolubilmente alla impugnazione stragiudiziale, che appunto diventa «inefficace se non è seguita […]». Pertanto se viene differita l’impugnazione stragiudiziale, non può che essere differita la conseguente impugnazione giudiziale.

Solo per il licenziamento si pone un problema delicatissimo, poiché il differimento della sola nuova impugnazione stragiudiziale lascia intatto l’onere di impugnazione stragiudiziale previsto dal vecchio testo dell’art. 6 l. n. 604/1966 ovviamente operante fino all’efficacia della novella. Pertanto qui, e solo qui, esiste comunque una decadenza per l’impugnazione stragiudiziale cui può collegarsi la in sè non differita decadenza per l’impugnazione giudiziale (1).

L’unico serio argomento per sostenere il contrario è che la nuova disposizione sulla decadenza per l’impugnazione giudiziale è collegata palesemente alla novella del 2010, sicché non sembra consentita una contaminazione di discipline. E, del resto, sarebbe incostituzionale per ingiustificata disparità di trattamento escludere il differimento di questa nuova decadenza solo per il licenziamento, per il quale è anch’essa nuova.

3. - Sempre con riferimento al campo di applicazione del differimento si pone il problema delle fattispecie coinvolte. Ma la tecnica normativa non lascia adito a dubbi. Infatti i casi diversi dal licenziamento previsti ai co. 3 e 4 dell’art. 32 l. n. 183/2010 sono tutti sottoposti - tramite rinvio - alla disciplina prevista per il licenziamento dal novellato art. 6 della legge n. 604/1966. Pertanto il differimento di tale disciplina comporta automaticamente il differimento delle sue estensioni.

Del resto, questa appare l’unica interpretazione costituzionalmente orientata, (...)

(l'articolo continua.. [per gli abbonati]) >>


http://www.anteprime.ilsole24ore.com/Articolo/differimento-decadenze-decreto-milleproroghe-campo-applicazione-e-retroattivita
« Ultima modifica: Maggio 13, 2012, 23:48:05 da luca_1966 » Registrato
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« Risposta #8 inserito:: Luglio 15, 2012, 10:11:25 »

Ecco l'eccezione di Poste Italiane a proposito della decadenza del termine per l'impugnazione, e conseguente ricorso del 2011, avente ad oggetto la contestazione di una serie di contratti ex art. 2, l'ultimo dei quali siglato nel giugno del 2010..

Se ne deduce che la strategia dell'azienda - che per un lungo periodo ad inizio 2011 non aveva mai eccepito la decadenza del termine per l'impugnazione - più che ad un comportamento virtuoso e rispettoso del contenuto dell'emendamento Passoni (al di là della sua ambigua trascrizione in legge ed a prescindere dal tendenzioso ordine del giorno in contrario emesso dal governo Berlusconi), debba il suo magnanimo contegno ad una svista. Oppure l'anarchia nell'affidamento delle azioni legali difensive a legali esterni è tanta, da non potersi parlare di un'unica strategia centrale..


Il parere del giudice di Rimini - a proposito della proroga del termine per l'impugnazione al 31/12/2011 (ovvero, con buona probabilità, ai 60 giorni successivi) - dovrebbe essere quello prevalente.
_ _ _ _

TRIBUNALE DI RIMINI
Sent. n. 2012 del 9/2/2012

<< (...)

..In via preliminare va rigettata l'eccezione di decadenza sollevata da poste Italiane con riferimento alla normativa di cui all'art. 32, legge 183/2010 che [ha] sostituito il 1° e 2° comma dell'art. 6, legge 15/7/1966, n. 604 stabilendo:

"Il licenziamento deve essere impugnato a pena di decadenza entro 60 giorni dalla ricezione della sua comunicazione.. L'impugnazione è inefficace se non è seguita, entro il successivo termine di 270 giorni, dal deposito del ricorso ..o dalla comunicazione alla controparte della richiesta di tentativo di conciliazione o arbitrato..",

prevedendo poi al comma 6° come le disposizioni di cui all'art. 6 [predetto] ..si applicano anche "b) ai contratti ..a termine ..con decorrenza dalla medesima data di entrata in vigore della presente legge [n. 183/2010]".

Devono infatti ritenersi ..tali termini ..prorogati dall'art. 2, comma 54 del DL 225/10 convertito nella legge 10/2011 - che ha aggiunto il comma 1-bis all'art. 32 [della legge 183/2010], secondo il quale "In sede di prima applicazione, le disposizioni di cui all'art. 6, 1° comma della legge n. 604/1966 come modificato dal comma 1 del presente articolo, relative al termine di 60 giorni per l'impugnazione del licenziamento, acquistano efficacia a decorrere dal 31/12/2011" - in forza dell'espresso richiamo contenuto nel già citato art. 32, comma 4, legge 183/2010.

(...)

Il Giudice Lucio Ardigò>>.
« Ultima modifica: Luglio 15, 2012, 10:37:07 da luca_1966 » Registrato
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« Risposta #9 inserito:: Settembre 24, 2012, 19:46:26 »

Dal sito Cobas pt-CUB ecco alcuni documenti concernenti i ricorsi giudiziari incentrati sull'art. 2, comma 1 bis, Dlgs 368/2001 (in particolar modo per i rapporti a termine intercorsi dopo il 2009)

http://www.cobasptcub.it/cobaspt-cub-comunicati/precari.html

<<Poste, precari in causa..

Avviso importante

1. Come avrete già letto su questo sito, le vicende giudiziarie per i precari hanno preso in gran parte una svolta negativa nel merito e talvolta al rigetto del ricorso il “signor” giudice accompagna anche spese legali per il lavoratore soccombente, tra 750 e 1.500 euro circa. Poiché


le causali dei rigetti riguardano in specie la questione dei termini decadenziali del famigerato “collegato lavoro” e/o dell’altrettanto famigerato 15% delle assunzioni possibili rispetto al totale del personale dipendente,

riteniamo opportuno chiedere, prima di depositare i già pronti ricorsi, se gli interessati confermano la volontà di procedere.

(......)

« Ultima modifica: Settembre 24, 2012, 19:46:46 da luca_1966 » Registrato
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« Risposta #10 inserito:: Settembre 24, 2012, 19:50:21 »



si riferisce a chi ha mandato il tentativo di conciliazione e che entro ottobre deve depositare i ricorsi in base al collegato lavoro?
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« Risposta #11 inserito:: Settembre 24, 2012, 20:15:37 »

Credo si riferisca ai 60 giorni (a decorrere dalla scadenza del contratto) per l'impugnazione. Questo termine dovrebbe valere per tutto il 2012 (ricorderete che la decorrenza dei 60 giorni per impugnare i contratti "vecchi" era stato spostato dalla data di entrata in vigore del "collegato lavoro" al 31/12/2011. Da questa data entro i 60 giorni successivi era ancora possibile impugnare i contratti intercorsi negli anni precedenti. Per il resto dell'anno in corso era ed è possibile impugnare i contratti ritenuti illegittimi entro il termine di 60 giorni).

Evidentemente il sindacato Cobas pt-CUB intende accertare con i potenziali ricorrenti la regolarità dell'impugnazione (nonché i presupposti di un mancato rispetto della clausola di contingentamento per l'anno di riferimento) prima di procedere con l'azione giudiziaria.
« Ultima modifica: Settembre 24, 2012, 20:16:14 da luca_1966 » Registrato
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« Risposta #12 inserito:: Novembre 25, 2012, 12:55:46 »

Il dies a quo (prima della decadenza in 270 giorni del diritto ad azionarsi in tribunale) per chi intende depositare ricorso dovrebbe corrispondere al giorno di invio dell'impugnazione del contratto, mentre l'eventuale dies a quo per ulteriori azioni riservate al ricevente (l'azienda) avrebbe ragione di decorrere dalla data di ricevimento della stessa.
_ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _

Tratto da Guida al Lavoro n. 43 del 2/11/12 - per conoscere i dettagli bisogna abbonarsi.
http://www.anteprime.ilsole24ore.com/Articolo/art-32-collegato-termine-per-ricorso-decorre-spedizione-dell-impugnazione

<<ART. 32 COLLEGATO: IL TERMINE (270 GG) PER IL RICORSO DECORRE DALLA SPEDIZIONE DELL’IMPUGNAZIONE

Il Tribunale di Milano

dopo le sentenze (v. n. 2237/12, 1465/12, 5611/11 in Guida al Lavoro n. 23/2012) susseguitesi in tema di proroga del termine di decadenza di 60 giorni, prevista dal c. 1bis dell’art. 32, legge n. 183/2010 per l’impugnazione del licenziamento

e del termine del contratto di somministrazione con la sentenza in commento, si occupa dell’altro termine di decadenza previsto dallo stesso art. 32: il termine di 270 giorni dalla lettera di impugnazione per il deposito del ricorso giudiziale presso la cancelleria del giudice del lavoro.

La sentenza viene emessa nei confronti di un lavoratore che, a seguito della conclusione di diversi contratti di somministrazione stipulati con un’agenzia di lavoro, conveniva in giudizio la società presso cui aveva svolto la prestazione lavorativa. Egli richiedeva l’accertamento della nullità del termine apposto a tutti i contratti, la qualificazione di un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato in capo alla società utilizzatrice, nonché la condanna di quest’ultima a reintegrarlo in azienda.

La società utilizzatrice, ritualmente costituita in giudizio, eccepiva la decadenza del termine di 270 giorni previsto dall’art. 32, legge n. 183/2010 per il deposito del ricorso, ex art. 414 c.p.c. La resistente basava la sua eccezione preliminare su uno scrupoloso calcolo matematico, effettuato con calendario alla mano, dal quale emergeva che a partire dalla data della spedizione della lettera di impugnazione stragiudiziale, e sino alla data di deposito del ricorso, trascorreva un lasso di tempo pari a 271 giorni, uno in più del termine di legge.

La resistente insisteva sul far decorrere il suddetto conteggio dalla data in cui il ricorrente aveva spedito la lettera di impugnazione, e non da quella in cui la società l’aveva ricevuta.

Solo nel primo caso, effettivamente, il conteggio della società risultava esatto e, conseguentemente, il termine di 270 giorni effettivamente spirato.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Irrilevanza della proroga, ex c. 1bis per il termine di 270 giorni.

Ma, prima di ragionare in merito al dies a quo del termine interessato, il giudice si è espresso in senso negativo sull’applicabilità, al medesimo termine, della proroga introdotta dal c. 1bis dell’art. 32, legge n. 183/ 2010, secondo cui «In sede di prima applicazione, le disposizioni di cui all’art. 6, c. 1, legge 15 luglio 1966, n. 604, come modificato dal c. 1 del presente articolo, relative al termine di 60 gg. per l’impugnazione del licenziamento, acquistano efficacia a decorrere dal 31.12.2011».

Ha infatti precisato che, essendo la suddetta proroga prevista esclusivamente per il c. 1 dell’art. 6, legge n. 604/1966, ossia per il termine di 60 giorni previsto per l’impugnazione dei soli licenziamenti, è quindi irrilevante e inapplicabile per il termine dei 270 giorni per il deposito giudiziale. Il suddetto termine non risulta, pertanto, (...)>>


- La legge non ammette ignoranti tra gli abbonati -
_ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _

A proposito delle sopra ricordate sentenze:

Trib. di Milano, sent. n. 2237/12;
Trib. di Milano, sent. n. 1465/12
Trib. di Milano, sent. n. 5611/11

ho tentato di consultare il "servizio di consultazione on-line degli uffici giudiziari", ma per il foro di Milano il programma risulta inattivo (ho inserito anche gli estremi di altre sentenze già note):

http://pst.giustizia.it/PST/it/pst_2_6_2.wp?regioneRicerca=9&ufficioRicerca=0151460094&registroRicerca=LAV

Consultando il programma a proposito del Tribunale ordinario di Roma, invece, si possono regolarmente ricavare tutte le informazioni previste:

http://pst.giustizia.it/PST/it/pst_2_6_2.wp?numeroSentenza=1&annoSentenza=2012&searchType=consp_sentenza&regioneRicerca=7&ufficioRicerca=0580910098&registroRicerca=LAV

Allora ho provato per altre regioni, sempre chiedendo lumi relativamente ad una stessa "sentenza campione" per ciascun foro, la n. 1 del 2012; il servizio on-line risulta inutilizzabile per molti tribunali lombardi.

_ _ _ _

PIEMONTE

Trib. Ord. Torino, sent. n. 1/2012
http://pst.giustizia.it/PST/it/pst_2_6_2.wp?numeroSentenza=1&annoSentenza=2012&searchType=consp_sentenza&regioneRicerca=12&ufficioRicerca=0012720095&registroRicerca=LAV

Trib. Ord. Asti, sent. n. 1/2012
http://pst.giustizia.it/PST/it/pst_2_6_2.wp?numeroSentenza=1&annoSentenza=2012&searchType=consp_sentenza&regioneRicerca=12&ufficioRicerca=0050050094&registroRicerca=LAV

Trib. Ord. Pinerolo, sent. n. 1/2012
http://pst.giustizia.it/PST/it/pst_2_6_2.wp?numeroSentenza=1&annoSentenza=2012&searchType=consp_sentenza&regioneRicerca=12&ufficioRicerca=0011910093&registroRicerca=LAV
_ _ _ _

LAZIO

Trib. Ord. Roma, sent. n. 1/2012
http://pst.giustizia.it/PST/it/pst_2_6_2.wp?numeroSentenza=1&annoSentenza=2012&searchType=consp_sentenza&regioneRicerca=7&ufficioRicerca=0580910098&registroRicerca=LAV

Trib. Ord. Civitavecchia, sent. n. 1/2012
http://pst.giustizia.it/PST/it/pst_2_6_2.wp?numeroSentenza=1&annoSentenza=2012&searchType=consp_sentenza&regioneRicerca=7&ufficioRicerca=0580320094&registroRicerca=LAV

Trib. Ord. Velletri, sent. n. 1/2012
http://pst.giustizia.it/PST/it/pst_2_6_2.wp?numeroSentenza=1&annoSentenza=2012&searchType=consp_sentenza&regioneRicerca=7&ufficioRicerca=0581110092&registroRicerca=LAV
_ _ _ _

SICILIA

Trib. Ord. Messina, sent. n. 1/2012
http://pst.giustizia.it/PST/it/pst_2_6_2.wp?numeroSentenza=1&annoSentenza=2012&searchType=consp_sentenza&regioneRicerca=15&ufficioRicerca=0830480098&registroRicerca=LAV

Trib. Ord. Palermo, sent. n. 1/2012
http://pst.giustizia.it/PST/it/pst_2_6_2.wp?numeroSentenza=1&annoSentenza=2012&searchType=consp_sentenza&regioneRicerca=15&ufficioRicerca=0820530098&registroRicerca=LAV

Trib. Ord. Trapani, sent. n. 1/2012
http://pst.giustizia.it/PST/it/pst_2_6_2.wp?numeroSentenza=1&annoSentenza=2012&searchType=consp_sentenza&regioneRicerca=15&ufficioRicerca=0810210090&registroRicerca=LAV
_ _ _ _

LOMBARDIA

Trib. Ord. Bergamo, sent. n. 1/2012
http://pst.giustizia.it/PST/it/pst_2_6_2.wp?numeroSentenza=1&annoSentenza=2012&searchType=consp_sentenza&regioneRicerca=9&ufficioRicerca=0160240097&registroRicerca=LAV

Trib. Ord. Mantova, sent. n. 1/2012
http://pst.giustizia.it/PST/it/pst_2_6_2.wp?numeroSentenza=1&annoSentenza=2012&searchType=consp_sentenza&regioneRicerca=9&ufficioRicerca=0200300096&registroRicerca=LAV

Trib. Ord. Cremona
http://pst.giustizia.it/PST/it/pst_2_6_2.wp?numeroSentenza=1&annoSentenza=2012&searchType=consp_sentenza&regioneRicerca=9&ufficioRicerca=0190360095&registroRicerca=LAV

Trib. Ord. Monza, sent. n. 1/2012
http://pst.giustizia.it/PST/it/pst_2_6_2.wp?numeroSentenza=1&annoSentenza=2012&searchType=consp_sentenza&regioneRicerca=9&ufficioRicerca=0151490090&registroRicerca=LAV

Trib. Ord. Pavia, sent. n. 1/2012
http://pst.giustizia.it/PST/it/pst_2_6_2.wp?numeroSentenza=1&annoSentenza=2012&searchType=consp_sentenza&regioneRicerca=9&ufficioRicerca=0181100092&registroRicerca=LAV

Trib. Ord. Varese, sent. n. 1/2012
http://pst.giustizia.it/PST/it/pst_2_6_2.wp?numeroSentenza=1&annoSentenza=2012&searchType=consp_sentenza&regioneRicerca=9&ufficioRicerca=0121330094&registroRicerca=LAV

Trib. Ord. Lodi, sent. n. 1/2012
http://pst.giustizia.it/PST/it/pst_2_6_2.wp?numeroSentenza=1&annoSentenza=2012&searchType=consp_sentenza&regioneRicerca=9&ufficioRicerca=0980310090&registroRicerca=LAV

Trib. Ord. Milano, sent. n. 1/2012
http://pst.giustizia.it/PST/it/pst_2_6_2.wp?numeroSentenza=1&annoSentenza=2012&searchType=consp_sentenza&regioneRicerca=9&ufficioRicerca=0151460094&registroRicerca=LAV
« Ultima modifica: Novembre 25, 2012, 13:56:56 da luca_1966 » Registrato
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« Risposta #13 inserito:: Novembre 26, 2012, 13:38:17 »

Trib. Milano, sent. del 3/4/2012, Giud. Giorgio Mariani

Per i contratti a terminegià conclusi alla data di entrata in vigore della legge” 4 novembre 2010, n. 183 (ossia al 24 novembre 2010) e non impugnati entro il 23 gennaio 2011 si è verificata una decadenza che va quindi sancita. L’art. 32, comma 1, l. 4 novembre 2010, n. 183 indica per l’impugnazione un termine di decadenza di 330 giorni (60 giorni per l’impugnazione del licenziamento, e 270 giorni per il deposito del ricorso), dovendosi quindi giudicare che la legge intenda come socialmente congruo il termine di 330 giorni, arrotondabile all’anno, per la proposizione dell’azione giudiziaria, in assenza di elementi che possano far ritenere il contrario. (in Lav. nella giur. 2012, 828)

punto 2
http://www.wikilabour.it/contratto%20a%20termine.ashx#16

_ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _

..Il Tribunale di Milano

dopo le sentenze (v. n. 2237/12, 1465/12, 5611/11 in Guida al Lavoro n. 23/2012) susseguitesi in tema di proroga del termine di decadenza di 60 giorni, prevista dal c. 1bis dell’art. 32, legge n. 183/2010 per l’impugnazione del licenziamento..

Le sentenze di Milano citate, delle quali non è però noto l'esito (a proposito dell'impugnata decadenza dei 60 giorni), sono (la prima e la terza) del giudice Greco Nicola e (la seconda) del giudice Martello Pietro, come risulta dai seguenti prospetti:

http://pst.giustizia.it/PST/it/pst_2_6_2.wp?actionPath=/ExtStr2/do/consultazionepubblica/sicid/dirlavoro/detail.action&currentFrame=10&idfascicolo=168923&numeroregistro=00000811&annoregistro=2012&regioneRicerca=9&ufficioRicerca=0151460094&registroRicerca=LAV

http://pst.giustizia.it/PST/it/pst_2_6_2.wp?actionPath=/ExtStr2/do/consultazionepubblica/sicid/dirlavoro/detail.action&currentFrame=10&idfascicolo=167833&numeroregistro=00018279&annoregistro=2011&regioneRicerca=9&ufficioRicerca=0151460094&registroRicerca=LAV

http://pst.giustizia.it/PST/it/pst_2_6_2.wp?actionPath=/ExtStr2/do/consultazionepubblica/sicid/dirlavoro/detail.action&currentFrame=10&idfascicolo=159305&numeroregistro=00009896&annoregistro=2011&regioneRicerca=9&ufficioRicerca=0151460094&registroRicerca=LAV
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« Risposta #14 inserito:: Dicembre 13, 2012, 23:44:48 »

[Come noto (...), il giudice di cui alla seguente sentenza ritiene vigente, qualora eccepita, la decadenza dall'impugnazione del contratto (e quindi la decadenza del diritto all'azione di nullità del termine) a partire dal giorno 23 gennaio 2011 (cioè trascorsi 60 giorni dall'entrata in vigore - 24/11/2010 - dell'art. 32 del Collegato lavoro), e non dal 31/12/2011 (o trascorsi 60 giorni da questa data), come maldestramente predisposto ma inequivocabilmente voluto dal "Decreto Milleproroghe" (vedi alla citazione di questa pagina). Nel caso di specie, però, a breve distanza (12 giorni) dalla scadenza del contratto per il quale Alitalia CAI SpA ha eccepito la decadenza, ne è seguito un altro. Poiché la legge - che ai fini dell'impugnazione parifica la nullità del termine al licenziamento - prevede un intervallo di 60 giorni entro cui impugnare il licenziamento, la riconferma nel posto di lavoro appena 12 giorni dopo la conclusione del precedente rapporto - evidenziando la volontà del datore di avvalersi del lavoratore piuttosto che di licenziarlo - vanifica l'equiparazione della nullità del termine al licenziamento e sottrae il contratto a tempo determinato alla decorrenza del termine di decadenza (previsto da sempre per il licenziamento). Infatti, l'impugnativa risulta spedita il 4/12/2011, mentre il termine per l'impugnazione, fissato in prima stesura dall'art. 32 della legge 183/10, sarebbe dovuto essere il 23/1/2011. Il ragionamento mi pare corretto.

La sentenza si segnala anche per

 - la ritenuta insufficienza ed inadeguatezza dei dati forniti con apposito prospetto da Alitalia CAI SpA per dimostrare il rispetto della clausola di contingentamento (ex art. 2, Dlgs 368/2001) ed il rifiuto del Giudice a precedere ad una consulenza tecnica d'ufficio (la quale, richiesta dalla convenuta in sede di discussione, avrebbe perciò un carattere inammissibilmente esplorativo);

 - la considerazione che, sotto la vigenza della legge 247/2007, la successione dei 3 contratti ex art. 2 in causa deve ritenersi legittima, in ragione del tetto di 36 mesi oltre il quale scatterebbe la stabilizzazione (il giudice ricorda che superati i 36 mesi è possibile sottoscrivere ancora un contratto, ma a certe condizioni di legge). Questa decisione implica che anche la successione di contratti a-causali "postali" debba ritenersi (per questo giudice) legittima. Non viene esaminata la disciplina transitoria (periodo di graduale applicazione della legge 247/2007 fissato dal 1° gennaio 2008 al 31 marzo 2009), in quanto i contratti si collocano in date di molto successive.]

_ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _

Trib. di Milano, sent. n. 3768 del 14/9/2012, Giud. Giorgio Mariani
http://www.dirittilavoro.it/assets/immagini/sent.%204.pdf

SINTESI DELLA SENTENZA

Successione di contratti Alitalia - Linee Aeree Italiane SpA e Alitalia CAI SpA. Richiesta di riconoscimento della sostanziale identità tra le due società - successiva rinuncia all'azione per i contratti più vecchi. Restano impugnati i 3 contratti con Alitalia CAI SpA, tutti ex art. 2, Dlgs 368/01, distribuiti tra maggio 2010 e settembre 2011.

Alitalia eccepisce la decadenza dall'impugnazione del 1° contratto [1/5/10-31/10/10] in forza dell'art. 32, l. 183/10. Al giudice <<appare evidente ..che sia stato previsto ex novo l'obbligo, per coloro che intendano far valere la nullità del termine, di impugnare i contratti "già conclusi" (come quelli per cui è causa) ..all'entrata in vigore della legge (24/11/2010) entro 60 giorni ..ossia entro il 23/1/2011>>.

L'impugnazione dei citati contratti è avvenuta <<con missiva del 4/12/2011 notificata a Alitalia.. il 7/12/2011..

Con riferimento al
[1°] contratto [1/5/10-31/10/10] cui si riferisce l'eccezione, ..va rilevato che dopo la ..scadenza, la ricorrente è stata nuovamente assunta ..dal 12/11/10, cioè 12 giorni dopo.. Si tratta di un lasso ..più breve dei 60 giorni indicati dal 1° c., l. 604/66 come riformato dall'art. 32, l. 183/10, per l'impugnazione del licenziamento (norma ritenuta applicabile anche alla ..nullità del termine)..>>.

<<LA RIASSUNZIONE ..DA PARTE DELLO STESSO DATORE ENTRO QUEI TERMINI [12 GIORNI DOPO LA SCADENZA DEL PRECEDENTE CONTRATTO], SEBBENE NUOVAMENTE A TEMPO DETERMINATO, IMPEDISCE LA DECORRENZA DEL TERMINE DI DECADENZA PER LA PROPOSIZIONE DELL'AZIONE DI NULLITÀ, POICHÉ NON È DATO DISTINGUERE ..UNA SITUAZIONE PARIFICABILE AL LICENZIAMENTO, DOVENDOSI PRESUMERE, AL CONTRARIO, IL RICONOSCIMENTO DEL DIRITTO ALLA PROSECUZIONE DEL RAPPORTO PROVENIENTE DALLA PERSONA CONTRO LA QUALE SI DEVE FAR VALERE IL DIRITTO SOGGETTO A DECADENZA (IL DATORE), COSÌ CONFIGURANDOSI UNA CAUSA IMPEDITIVA DELLA DECADENZA AI SENSI DELL'ART. 2966 C.C. [1]

DEL RESTO È PALESE CHE NON SI POSSA PRETENDERE CHE IL LAVORATORE IMPUGNI IL PROPRIO CONTRATTO ..A TERMINE DOPO LA ..SCADENZA, POCHI GIORNI DOPO ESSERE STATO RIASSUNTO.>>.


[1] Cod. Civ., <<Art. 2966. Cause che impediscono la decadenza.
 
La decadenza non è impedita se non dal compimento dell'atto previsto dalla legge o dal contratto. Tuttavia, se si tratta di un termine stabilito dal contratto o da una norma di legge relativa a diritti disponibili, la decadenza può essere anche impedita dal riconoscimento del diritto proveniente dalla persona contro la quale si deve far valere il diritto soggetto a decadenza.>>.
http://www.altalex.com/index.php?idnot=36512
« Ultima modifica: Dicembre 14, 2012, 01:45:16 da luca_1966 » Registrato
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« Risposta #15 inserito:: Dicembre 17, 2012, 23:55:23 »

TRIBUNALE DI BOLOGNA
Sent. n. 719 del 12/7/2011 (dep. 25/8)

(Giud. Giovanni Benassi)

<<(...)

1. La società convenuta eccepisce, preliminarmente, l'improcedibilità del ricorso per la mancata impugnazione della nullità del termine da effettuarsi, a pena di decadenza, entro 60 giorni, non essendo avvenuta alcuni impugnazione preventiva al ricorso giudiziario, né dopo la scadenza del contratto, né dopo l'entrata in vigore della legge numero 183/2010, con violazione, quindi, dell'articolo 6 della legge numero 604/1966 come modificato dall'articolo 32 della legge numero 183/2010.

L'eccezione è infondata. Si premette che la previsione di un termine di decadenza per l'esercizio delle azioni volte ad ottenere la declaratoria di nullità del termine apposto ad un contratto di lavoro è stata, per la prima volta, introdotta nel nostro ordinamento, anche relativamente ai contratti di lavoro già conclusi, come nel caso di specie, alla data di entrata in vigore della nuova normativa (24 novembre 2010), dalla disposizione contenuta nel comma 4, lettere a) e b), dell'articolo 32 della legge n. 183 del 4 novembre 2010.

Tale nuova previsione normativa è, tuttavia, destinata ad entrare in vigore dal prossimo 1 gennaio 2012.

Infatti, il comma 52 dell’articolo 2 del d.l. 29 dicembre 2010, n. 225, convertito in legge 26 febbraio 2011 n. 10, ha aggiunto all'art. 32 della legge n. 183 del 2010, dopo il comma 1, il comma 1 bis, secondo cui "in sede di prima applicazione, le disposizioni di cui all'articolo 6, primo comma, della legge 15 luglio 1966, n. 604, come modificato dal comma 1 del presente articolo, relative al termine di sessanta giorni per l'impugnazione del licenziamento, acquistano efficacia a decorrere 31 dicembre 2011".

Sebbene la formulazione letterale della norma e la sua collocazione, nel contesto dell’articolo 32 della legge n. 183 del 2010, subito dopo il 1° comma, possano lasciare intendere che l’intenzione del legislatore era quella di rinviare nel tempo soltanto l’applicazione del regime delle decadenze in materia di licenziamento, il coordinamento sistematico della nuova disposizione con le altre contenute nel medesimo articolo 32 conduce a diverse conclusioni. Deve, infatti, essere considerato che l’operazione posta in essere dal legislatore sul regime delle decadenze con l’articolo 32 citato è stata realizzata mediante la riscrittura dei primi 2 commi dell’articolo 6 della legge n. 604 del 1966. Le disposizioni contenute negli originari commi 1 e 2 dell’articolo 6 sono state raggruppate nel nuovo 1° comma ed è stata inserita, nel nuovo 2° comma, una norma del tutto innovativa, volta a disciplinare il nuovo e complesso sistema delle decadenze.

Quanto al contratto a tempo determinato, il legislatore non ha disciplinato in modo autonomo il regime delle decadenze per il tempestivo esercizio dell’azione giudiziaria, ma, come si evince dalla formulazione letterale del comma 4 dell’art. 32 citato, si è limitato ad estendere anche ai contratti a tempo determinato l’applicazione delle disposizioni del novellato articolo 6 della legge n. 604 del 1966.

Di conseguenza, nell’originario disegno legislativo, dal 24 novembre 2010, data di entrata in vigore della legge n. 604 del 1966, tutti i contratti a tempo determinato, ancorché stipulati in epoca anteriore e la cui esecuzione fosse già cessata, sarebbero stati assoggettati alla medesima disciplina prevista per l’impugnazione dei licenziamenti dal "nuovo" articolo 6 della legge n. 604 del 1966 e, cioè, avrebbero dovuto essere impugnati, a pena di decadenza, entro 60 giorni dalla loro scadenza o, per quelli precedentemente cessati, dalla data di entrata in vigore della legge 183 del 2010 con qualsiasi atto scritto atto a rendere nota la volontà del lavoratore a contestare la legittimità del contratto a tempo determinato, cui avrebbe dovuto seguire, nei successivi 270 giorni l’esperimento dell’azione giudiziaria o la richiesta di tentativo di conciliazione o arbitrato.

Successivamente, però, il legislatore, con la legge n. 10 del 2011, ha, espressamente, differito l’applicazione delle disposizioni contenute nel novellato testo del comma 1 dell’articolo 6 della legge relative al termine di 60 giorni per l’impugnazione del licenziamento al 1° gennaio 2012, così, contestualmente, differendo anche l’operatività di tutte le altre norme, collegate e conseguenti, a partire dalla necessità di esperire l’azione giudiziaria o la richiesta dell’arbitrato o del tentativo di conciliazione nei successivi 270 giorni e per finire con quanto stabilito nei commi 3 e 4.

In questi ultimi due casi, infatti, e significativamente in quello oggetto di causa afferente ad un contratto a tempo determinato, la sospensione dell’applicazione ai licenziamenti del nuovo 1° comma dell’articolo 6 della legge n. 604 del 1966, ha comportato, in modo automatico, l’impossibilità di estendere alle altre fattispecie previste nei commi 3 e 4 la necessità di procedere all’impugnazione stragiudiziale nel termine di 60 giorni non operando ancora quello stesso termine di 60 giorni disciplinato dal testo novellato del 1° comma dell’art. 6 della legge n. 604 del 1966 ed essendo tutte ipotesi nelle quali, secondo la previgente disciplina, non era previsto alcune termine di decadenza per l’esercizio dell’azione giudiziaria.

In altri termini, l’intervento attuato con la legge n. 10 del 2011, pur agendo direttamente soltanto in materia di licenziamenti, ha differito, quale effetto riflesso necessario, all’1 gennaio 2012 anche l’introduzione della disciplina delle decadenze nelle situazioni regolate nei commi 3 e 4, tra cui anche quelle afferenti al contratto a tempo determinato, posto che ha sospeso l’efficacia normativa di quel termine di decadenza di 60 giorni, strutturalmente diverso da quello previsto dall’abrogato testo dell’articolo 6 della legge n. 604 del 1996, che, disciplinato dal 1° comma, era stato esteso alle ipotesi di cui ai successi commi 3 e 4, per le quali, in precedenza, l’esercizio dell’azione giudiziaria non era soggetto ad alcuna impugnazione stragiudiziale a pena di decadenza.

Pertanto, anche per i contratti a tempo determinato, deve intendersi differita all’1 gennaio 2012 l’operatività del sistema delle decadenze prevista dall’art. 32 della legge n. 183 del 2010.

(...)>>.

http://www.cgil.it/DBGIURIDICO/Sentenza_Trib_Bologna_Benassi_milleproroghe.pdf

_ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _

CORTE DEI CONTI
Determinazione n. 6/2012

(Relaz. ..gestione finanziaria di POSTE ITALIANE S.p.A. per l’esercizio 2010)

pag. 84 elettronica
http://www.corteconti.it/export/sites/portalecdc/_documenti/controllo/sez_controllo_enti/2012/delibera_6_2012_enti.pdf


<<L’emanazione della Legge n. 183 del 4 novembre 2010 (c.d. “Collegato lavoro”) ..agli artt. 31 e 32, contiene ..disposizioni di significativo impatto che contribuiscono a fornire elementi di certezza per la Società. Le più importanti novità riguardano l’obbligo dell’impugnativa entro il termine massimo di 60 giorni dalla data del licenziamento (prima fissato in 5 o 10 anni) ed il limite al risarcimento.. Preme evidenziare che la successiva legge 10/2011, di conversione del decreto legge n. 225 del 29 dicembre 2010 (c.d. Milleproroghe 2011), ne rinvia l’applicazione a partire dal gennaio 2012.>>.
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« Risposta #16 inserito:: Gennaio 22, 2013, 00:34:16 »

In una recente sentenza che ho letto il Giudice Girasole del Tr. di Roma rigetta l'eccezione di Poste Italiane relativa alla decadenza dall'impugnazione ritenendo - in sostanza - che escludendo l'operatività della proroga stabilita dal decreto "Milleproroghe" per i contratti atipici e restringendola ai soli licenziamenti, lo stesso provvedimento non avrebbe senso.
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« Risposta #17 inserito:: Gennaio 23, 2013, 01:49:52 »

TRIBUNALE DI ROMA
Sent. del ..gennaio 2013

[il giudice rigetta in premessa l'eccezione di decadenza ex art. 32, l. 183/2010 formulata dalla società. Preso atto dell'entrata in vigore del c.d. "decreto milleproroghe", il quale si applica anche alle azioni diverse dal licenziamento, il giudice interpreta il comma 1 bis dell'art. 32 da esso introdotto..]

<<..come una iniziativa del legislatore volta a posticipare l'efficacia ..dell'art. 32 collegato lavoro e così sostanzialmente rimettere in termini quanti "in sede di prima applicazione" ..fossero decaduti dall'azione ex art. 32 cit. alla scadenza del 24 gennaio 2011. Diversamente opinando, ..la norma (..il comma 1 bis cit.) non avrebbe alcun senso dal momento che, stando al suo tenore letterale, farebbe acquisire efficacia a decorrere dal 31 dicembre 2011 ad una norma (l'art. 6, l. 604/66) in realtà efficace fin dal 1966. ..È anche fuor di dubbio che ..[il] comma 1 bis riguardi i termini posti dall'art. 32 per tutte le azioni ivi elencate e non solo quelli ..del licenziamento: non vi era infatti in proposito alcuna necessità che ..[il] milleproroghe facesse un esplicito riferimento anche alle azioni diverse dall'impugnativa del licenziamento indicate nell'art. 32.., dal momento che sono già i commi 2,3 e 4 dello stesso.. ad estendere espressamente la disciplina dei termini ..per ..[il] licenziamento (ivi compresa la previsione del comma 1 bis circa la decorrenza dell'efficacia) alle altre ipotesi indicate nei successivi commi.

(...)

Roma, ..gennaio 2013

Il Giudice Paola Giovene di Girasole
>>.
« Ultima modifica: Gennaio 23, 2013, 01:50:14 da luca_1966 » Registrato
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« Risposta #18 inserito:: Febbraio 23, 2013, 14:42:17 »

Sebbene sia pendente alla Consulta la questione di legittimità costituzionale relativa al termine decadenziale di 60 giorni (termine ampliato recentemente e con decorrenza 2013 a 120 giorni) introdotto dall'art. 32, legge 183/2010 per i soli contratti a termine,

http://www.studiogalleano.it/Ord_Trib_RM_24-10-12_Corte_Cost.htm

c'è sempre da considerare l'indefessa azione ermeneutica offerta dal giudice di turno; nella specie la Corte monocratica fiorentina si limita ad asseverare le rabberciature del deputato Cazzola..

Toscana Lavoro Giurisprudenza, febb. 2013

<<La sentenza qui pubblicata interpreta l’art. 32, comma 1 bis della L. n. 183/2010, introdotto dal D.L. 26.2.2011, n. 10, conv. nella L. n. 225/2011, nel senso che la sospensione del termine di impugnazione della risoluzione dei rapporti di lavoro e del successivo termine per l’instaurazione dell’azione giudiziaria trova applicazione solo nell’ipotesi del licenziamento e non nei confronti di tutte le altre fattispecie contemplate nell’art. 32, L. n. 183/2010>>.
http://www.tosclavgiur.it/?p=2279


<<TRIBUNALE DI FIRENZE, Sez. Lav.

Il Tribunale, nella persona del Giudice dott. Marilena Rizzo ha pronunciato ex art. 429 c.p.c. la seguente SENTENZA nella causa civile di I Grado iscritta al n. r.g. 4385/2011 promossa da:

M.F. (C.F. FRSMNL79R56D612H), con il patrocinio dell’avv. STRAMACCIA ANDREA e dell’avv.., elettivamente domiciliato in VIA GUIDO MONACO N. 25 50144 FIRENZE presso il difensore avv. STRAMACCIA ANDREA - PARTE ATTRICE contro

F.T.M.M.F. (C.F. 00427750484), con il patrocinio dell’avv. BERTACCINI CRISTINA e dell’avv. TRIFIRO’ SALVATORE (TRFSVT32B11A638I) VIA SAN BARNABA 32 20122 MILANO; ZUCCHINALI PAOLO (ZCCPLA64T16L753I) PIAZZA GIUSEPPE MAZZINI 27 00195 ROMA; elettivamente domiciliato in VIA LORENZO IL MAGNIFICO 26 50129 FIRENZE presso il difensore avv. BERTACCINI CRISTINA - PARTE CONVENUTA

%%%%

Parte attrice ha adito questo giudice affinchè dichiari la nullità della clausola appositiva del termine inserita in tutti i contratti a termine stipulati con la Fondazione Maggio Musicale Fiorentino e per l’effetto dichiari la sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato part-time a 20 ore settimanali, dal 21/5/2009 o dalla diversa data ritenuta di giustizia con qualifica di 5° livello CCNL dipendenti da Fondazioni Liriche dell’area tecnico-amministrativa, con reintegra nel posto di lavoro e con condanna a titolo risarcitorio delle retribuzioni che avrebbe percepito dal 23/7/2011 (scadenza dell’ultimo contratto), o dalla diversa data ritenuta di giustizia, oltre ad un indennizzo ex L. 183/2010, pari a 12 mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto.

La F.T.M.M.F. si è difesa eccependo preliminarmente la decadenza, non avendo parte attrice provveduto ad impugnare l’ultimo contratto dedotto in giudizio, e nel merito contestando la fondatezza della pretesa, di cui ha chiesto la reiezione.

La ricorrente, a fondamento della propria domanda ha allegato di avere stipulato dal 21/5/2009 più contratti a termine, tutti con termine illegittimamente apposto, l’ultimo dei quali in data 13/9/2010, scaduto il 23/7/2011 a seguito di proroga. A fronte dell’eccezione di decadenza, all’odierna udienza ha ammesso di non avere provveduto ad alcuna impugnazione stragiudiziale prima del ricorso giudiziario, notificato alla controparte il 29/11/2011, ritenendo che il termine di decadenza previsto dall’art. 32 L. 183/2010 non fosse ancora cominciato a decorrere, essendo intervenuta la proroga ai sensi del c.d. decreto milleproroghe.

Ritiene il Tribunale che il ricorso sia inammissibile, essendosi maturata la decadenza di cui all’art. 32 L. 183/2010.

L’art. 32 della legge 4 novembre 2010, n. 183 (c.d. Collegato Lavoro), entrata in vigore il 24/11/2010, oltre a modificare la disciplina delle impugnazioni del licenziamento, estende l’onere di impugnazione anche a fattispecie affatto diverse. In particolare:

A) il 1° comma dell’art. 32 L. 183/2010 sostituisce il 1° e il 2° comma dell’art. 6 L. 604/1966, prevedendo, oltre alla necessità, a pena di decadenza, di una impugnazione del licenziamento, anche extragiudiziale, entro 60 giorni dalla sua comunicazione in forma scritta, ovvero dalla comunicazione scritta dei motivi, qualora non contestuali allo stesso (1° comma art. 6 L. 604/66), la previsione di un ulteriore onere di impugnazione giudiziale, entro il successivo termine di 270 giorni, a pena di inefficacia della prima impugnazione. La decadenza viene pertanto impedita solo se, dopo la contestazione extragiudiziaria del licenziamento, il soggetto interessato depositi nel termine di 270 giorni il ricorso nella cancelleria del Tribunale in funzione di giudice del lavoro o comunichi alla controparte la richiesta di tentativo di conciliazione o arbitrato. Qualora la conciliazione o l’arbitrato siano rifiutati o non sia raggiunto l’accordo necessario al relativo espletamento, il ricorso al giudice deve essere depositato a pena di decadenza entro 60 giorni dal rifiuto o dal mancato accordo (2° comma nuovo art. 6 L. 604/66).

B) il comma 2 dell’art. 32 L. 183/2010 estende le disposizioni <<di cui all’articolo 6 della legge 15 luglio 1966, n. 604, come modificato dal comma 1 del presente articolo>> anche a tutti i casi di invalidità del licenziamento.

C) Il comma 3 dell’art. 32 L. 183/2010 estende l’impugnazione anche a fattispecie diverse, prevedendo che <<le disposizioni di cui all’art. 6 della legge 15 luglio 1966, n. 604, come modificato dal comma 1 del presente articolo>> si applichino inoltre:
a) ai licenziamenti che presuppongono la risoluzione di questioni relative alla qualificazione del rapporto di lavoro ovvero alla legittimità del termine apposto al contratto;
b) al recesso del committente nei rapporti di collaborazione coordinata e continuativa;
c) al trasferimento ai sensi dell’art. 2103 cc;
d) all’azione di nullità del termine apposto al contratto di lavoro, ai sensi degli articoli 1, 2 e 4 del decreto legislativo 6 settembre 2001, n. 368, e successive modificazioni, con termine decorrente dalla scadenza del medesimo;

D) Il comma 4 dell’art. 32 citato estende inoltre l’applicazione delle <<disposizioni di cui all’art. 6 della legge 15 luglio 1966, n. 604, come modificato dal comma 1 del presente articolo>> anche:
a) ai contratti di lavoro a termine stipulati ai sensi degli articoli 1, 2, e 4 del decreto legislativo 6 settembre 2001, n . 368, in corso di esecuzione alla data di entrata in vigore del c.d. Collegato Lavoro, con decorrenza dalla scadenza del termine;
b) ai contratti di lavoro a termine, stipulati anche in applicazione delle disposizioni previgenti al D.Lgs. 368/2001 e già conclusi alla data di entrata in vigore del Collegato Lavoro, per i quali, quindi, i 60 giorni per l’impugnazione decorrono dal 24/11/2010;
c) alla cessione del contratto di lavoro avvenuta ai sensi dell’art. 2112 c.c.;
d) in ogni altro caso in cui si chied a la costituzione o l’accertamento di un rapporto di lavoro in capo ad un soggetto diverso dal titolare del contratto.

Il 27 febbraio 2011 è entrata in vigore la L. 26 febbraio 2011, n. 10, che ha convertito con modificazioni il D.L. 29 dicembre 2010, n. 225 (c.d. Decreto Milleproroghe), la quale ha introdotto nell’art. 32 L. 183/2010, dopo il 1° comma, il comma 1bis, dal seguente tenore: <<In sede di prima applicazione, le disposizioni di cui all’art. 6, 1° comma, della legge 15 luglio 1966, n. 604, come modificato dal comma 1 del presente articolo, relative al termine di 60 giorni per l’impugnazione del licenziamento, acquistano efficacia a decorrere dal 31 dicembre 2011>>.

La questione esegetica sottoposta oggi all’esame di questo giudice riguarda il contenuto e l’ambito di operatività (sia sotto il profilo oggettivo che sotto quello temporale) dell’art. 1, Allegato 1, della L. 26 febbraio 2011, n. 10, che ha modificato, in sede di conversione, l’art. 2, comma 54 del D.L. 29 dicembre 2010, n. 225 (c.d. Decreto Milleproroghe). Infatti, a fronte della duplice esigenza sottesa all’introduzione dell’art. 32 L. 183/2010, (e cioè da un lato quella di razionalizzare i tempi di avvio del contenzioso e dall’altro quella di garantire la definitività di alcuni atti datoriali che, se annullati a distanza di molto tempo, possono incidere negativamente sull’organizzazione imprenditoriale), dopo solo 3 mesi (e precisamente dopo 96 giorni dall’entrata in vigore del Collegato Lavoro) il legislatore è intervenuto in sede di conversione del D.L. 225/2010 con il sopra richiamato art. 1 L. 26 febbraio 2011, il quale, in considerazione dell’impatto che il citato art. 32 poteva avere sul contenzioso, ha disposto una proroga dell’efficacia del nuovo assetto normativo delle decadenze, con una disposizione, tuttavia, così poco organica, rispetto al testo e al contenuto della L. 183/2010, che ha subito generato dubbi interpretativi ed applicativi.

Il contenuto del comma 1 bis aggiunto all’art. 32 L. 183/2010 non è stato interpretato univocamente dagli operatori del settore, atteso che si sono sviluppati due distinti orientamenti:
 - il primo, secondo cui la proroga al 31/12/2011 vale solo per i licenziamenti;
 - l’altro, (cui implicitamente si riporta parte ricorrente nel corso della discussione orale) secondo cui la proroga si riferisce anche alle ulteriori tipologie prese in considerazione dall’art. 32 L. 183/2010, ed in particolare ai contratti a termine.

Il dibattito, basantesi sui tradizionali criteri della interpretazione letterale, logica, sistematica e teleologica, risulta arricchito dalla circostanza che la Camera dei Deputati il 25/2/2011 ha deliberato un ordine del giorno (il n. 9/4086/12 promosso dall’On. Cazzola nella seduta dell’Assemblea del Senato del 25 febbraio 2011) del seguente tenore: <<La Camera, premesso che:
- l’art. 32 della legge 4 novembre 2010, n. 183, introduce disposizioni in materia di contratti di lavoro;
- la ratio delle disposizioni dell’art. 32 è quella di garantire la certezza del diritto e la speditezza dei processi mediante l’introduzione di termini di decadenza riferiti anche a fattispecie in precedenza non assoggettate a tali termini;
- l’effetto del comma 1 bis del citato articolo 32, introdotto dal Senato con il comma 54 dell’art. 2 del decreto legge in esame, è quello di differire, al 31 dicembre 2011, l’efficacia delle disposizioni limitatamente alla fattispecie di cui all’art. 6, comma 1, della legge 15 luglio 1966, n. 604;
- a ragione del differimento rimangono temporaneamente in vigore le norme in materia di impugnazione non richiamate da tale ultima disposizione citata;
- l’interpretazione sistematica del comma 1-bis non comporta, altresì, il differimento dell’applicazione dei termini decadenziali anche alle fattispecie previste ai successivi commi 3 e 4, impegna il Governo a emanare disposizioni in tal senso, al fine di evitare ogni possibile incertezza interpretativa, attraverso l’esplicitazione della permanenza dell’obbligo di impugnare, entro i termini di decadenza previsti, le fattispecie di cui all’articolo 32, commi 3 e 4, della legge 4 novembre 2010, n. 183
>>.

Ritiene il Tribunale che il differimento del termine di decadenza di 60 giorni riguardi esclusivamente l’impugnazione del licenziamento di cui all’art. 6 L. n. 604/1966 e non anche tutte le nuove fattispecie per le quali il Collegato Lavoro ha imposto il regime decadenziale

(in questo senso si vedano . Trib. Milano 29 settembre 2011, n. 4404; Trib.Milano 18 novembre 2011, n. 5611; Trib. Milano 16 dicembre 2011, n. 6214; Trib. La Spezia 22 settembre 2011, in Lavoro nella Giur., 2011, 11, 1167; Trib. Roma 8 febbraio 2012, n. 16469; Trib. Roma 6 marzo 2012; Trib.Milano 19 marzo 2012, n. 1465; Trib. Milano 2 maggio 2012, n. 2237).

In particolare, a sostegno dell’interpretazione qui prescelta, si evidenzia che:

a) l’art. 12 delle preleggi stabilisce che <<nell’applicare la legge non si può ad essa attribuire altro senso che quello fatto palese dal significato proprio delle parole secondo la connessione di esse, e dalla intenzione del legislatore>>;
b) è indubbio che, effettuando una interpretazione letterale, la lettera del comma 1-bis introdotto all’interno dell’art. 32 L. 183/2010 si riferisca esclusivamente al termine di 60 giorni per l’impugnazione dei licenziamenti e richiami altresì solo il comma 1 dell’art. 6 della L. 604/66, così come modificato dalla stessa L. 183/2010 e non anche i successivi commi 3 e 4;
c) la volontà del legislatore risulta palesata in maniera chiara sia dai resoconti dei lavori parlamentari, nell’ambito del dibattito svoltosi nelle Commissioni del Senato, in ordine alla legge di conversione del c.d. decreto “mille proroghe”, ove sono state esaminate diverse proposte di emendamento, (nel testo definitivo approvato il 26 febbraio 2011 dal Senato non trova posto la seconda parte della disposizione che era stata introdotta in sede di emendamento, volta a prorogare anche i termini di impugnazione dei contratti a tempo determinato), sia nell’ordine del giorno approvato dalla Camera, ove a chiare lettere si specifica che il differimento non riguarda le ipotesi di cui ai commi 3 e 4 dell’art. 32 L. 183/2010.

Non può pertanto presumersi una diversa voluntas legis come suggerisce parte attrice.

d) L’interpretazione in questione non conduce a risultati irragionevoli in quanto il termine di decadenza introdotto dall’art. 32 L. 183/2010 riguarda, quanto ai licenziamenti, non solo gli atti datoriali di recesso privi di giusta causa o giustificato motivo (i c.d. licenziamenti illegittimi oggetto dell’originario testo dell’art. 6 L. 604/1966), ma, in virtù dell’art. 32 comma 2 L. 183/2010, anche gli altri licenziamenti invalidi, prima non sottoposti ad alcun onere di impugnativa ( es: i licenziamenti in prossimità di matrimonio, i licenziamenti nel periodo di puerperio, i licenziamenti dei lavoratori in prova, ecc). Questo comporta che lo slittamento di operatività del termine di decadenza, per queste ultime ipotesi (non originariamente previste dall’art. 6 L. 604/1966), pur essendo marginale rispetto alle altre ipotesi previste dallo stesso articolo 32, costituisca comunque un ambito in cui il legislatore può discrezionalmente intervenire (e di fatto è intervenuto, con disposizione, quindi, che si palesa avere un suo contenuto e non priva di senso).

Nel caso di specie, la L. 183/2010 è entrata in vigore il 24/11/2011 [2010], allorchè l’ultimo contratto dedotto in giudizio (stipulato il 13/9/2010) era in corso di esecuzione. Ai sensi del comma 4 del citato art. 32, il termine di decadenza di 60 giorni per l’impugnativa extragiudiziaria è cominciato a decorrere dalla scadenza del termine, e cioè dal 23/7/2011. Il ricorso introduttivo del giudizio (unico atto di impugnazione effettuato dalla parte) è stato notificato il 29/11/2011 [mentre l'iscrizione a ruolo risulta datata 14/10/2011], e cioè ben oltre il termine di 60 giorni sopra indicato. Ne consegue l’avvenuta maturazione della decadenza, con conseguente inammissibilità del ricorso.

Le successive modifiche apportate alla L. 183/2010 dalla L. 92/2012 non vengono prese in considerazione, non essendo applicabili ratione temporis.

Stante il contrasto della giurisprudenza di merito in ordine all’ambito di applicazione del c.d. decreto milleproroghe, sussistono nel caso di specie gravi ed eccezionali ragioni ai sensi dell’art. 92 c.p.c. per procedere alla compensazione delle spese di lite.

P.Q.M.

Il Tribunale di Firenze, in composizione monocratica e quale giudice del lavoro di primo grado, definitivamente pronunciando, dichiara inammissibile il ricorso.

Compensa le spese di lite.

Firenze, [sentenza a verbale 19/02/2013]

Il Giudice dott. Marilena Rizzo.>>.

http://www.tosclavgiur.it/wp-content/uploads/2013/02/Trib-Fi-21-2-2013-RG-4385-2011.pdf

http://pst.giustizia.it/PST/it/pst_2_6_2.wp?actionPath=/ExtStr2/do/consultazionepubblica/sicid/dirlavoro/detail.action&currentFrame=10&idfascicolo=41850&numeroregistro=00004385&annoregistro=2011&regioneRicerca=16&ufficioRicerca=0480170090&registroRicerca=LAV

« Ultima modifica: Febbraio 23, 2013, 15:22:59 da luca_1966 » Registrato
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« Risposta #19 inserito:: Febbraio 26, 2013, 01:45:01 »

TRIBUNALE DI BRESCIA
Sent. n. 1154 del 23/11/2012

<<..L'art. 2 comma 54, legge 10/2011 ha differito l'efficacia dei termini introdotti con la legge 183/2010 al 31/12/2011, con la conseguenza che, essendo stati il termine impugnato e l'azione esercitata in data 1° aprile 2011, nessuna questione di decadenza può porsi.

Il Giudice Maura Mancini>>.
http://www.filpsindacatoposte.it/wp-content/uploads/2012/12/Sentenza-Andrea-De-Biase-del-23-11-2012.pdf

_ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _

DIVAGAZIONI

Per gli approfondimenti relativi al merito di questa sentenza, nonché di quelle accessorie (presso il TAR della Lombardia), vedi al link seguente. Basti qui accennare che per dimostrare inoppugnabilmente al Giudice del Lavoro che la percentuale del 15% non è stata rispettata dalla convenuta, occorre fare richiesta di accesso agli atti alle Poste Italiane SpA (ai sensi dell’art. 22 e seguenti della legge 7 agosto 1990 n. 241), al fine di disporre della pianta organica completa e dettagliata del personale. Da questa, infatti, sarebbe possibile estrapolare aritmeticamente la soglia del 15% prevista dalla norma come limite delle assunzioni annuali a termine ex art. 2, comma 1 bis del Dlgs n. 368/2001. Soglia che, come noto, anziché essere esplicitata sul contratto, con riferimento all'anno dell'assunzione (come logica vorrebbe e come infatti la Cassazione prescrive), è rimasta ignota ai contrattisti per gli anni precedenti il 2009 incluso, salvo venire riportata in una nota a margine della relazione finanziaria annuale a partire dal bilancio di Poste Italiane del 2010. Prassi vuole che successivamente, a mente del fatto che l'azienda pone sistematico diniego a simili richieste, è necessario fare ricorso al TAR. Ottenutane sentenza favorevole ed in considerazione di un ulteriore intralcio, costituito dalla statutaria inadempienza di Poste Italiane SpA alle sentenze del TAR relative all'accesso ai dati, è mestieri ricorrere ulteriormente al medesimo tribunale amministrativo per ricavarne l'ordine di esecuzione della sentenza. All'occorrenza è eventualmente possibile, come nel caso qui documentato, chiederne l’ottemperanza coattiva, attraverso la nomina del commissario ad acta in seno all'azienda stessa. Tutto ciò è stato capillarmente reso noto dal sindacato FILP, mentre per il resto delle sigle, come a suo tempo e per l'occasione puntualmente rilevato dal deputato Cazzola, non può che rimarcarsi la <<evidente e perdurante acquiescenza degli stessi sindacati>>.

rif. vedi

interv. #2075
http://www.mondoposte.it/smf/index.php?topic=91.msg133688#msg133688

interv. #2101
http://www.mondoposte.it/smf/index.php?topic=91.msg137460#msg137460
« Ultima modifica: Febbraio 26, 2013, 02:16:13 da luca_1966 » Registrato
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« Risposta #20 inserito:: Marzo 10, 2013, 21:11:15 »

Il Giudice di Trento Giorgio Flaim prende spunto da una sentenza del Giudice Mariani del foro di Milano per ricondurre alla pochezza che merita l'ordine del giorno "Cazzola", quello che rinnegava l'accordo verbale raggiunto in parlamento ed inteso a spostare il termine di decadenza per l'impugnazione dei contratti a termine dalla fine di febbraio al 31/12/2011. Il testo che ne seguì a cura del governo risultò infatti privato delle ultime righe, senza le quali il provvedimento restò in balia di interpretazioni impietose come quella del Mariani (cui può aggiungersi il contributo della sezione lavoro del Tribunale di Firenze, per mano del suo presidente Marilena Rizzo, di cui al cinico decreto più sopra riprodotto).    

TRIBUNALE DI TRENTO
Sent. del 10/1/2013

<<..IN ORDINE ALL’ECCEZIONE, SOLLEVATA DALLA SOCIETÀ CONVENUTA, DI DECADENZA DAL POTERE DI IMPUGNARE IL CONTRATTO A TERMINE STIPULATO DALLE PARTI

In via pregiudiziale la società convenuta P. I. s.p.a. eccepisce la decadenza del ricorrente dal potere di impugnare il contratto stipulato dalle parti; in proposito allega che il ricorrente ha proposto impugnazione con la richiesta, formulata in data 6.6.2011, di espletamento del tentativo di conciliazione e, quindi, oltre il termine previsto (24.1.2011 alla luce del combinato disposto dell’art. 6 co.1 L. 15.7.1966, n. 604, come novellato dall’art. 32 co.1 L. 183/2010, e dell’art. 32 co.4 lett. b) L. 183/2010.

L’eccezione non è fondata. Appare pacifico che nel caso in esame, avendo il ricorrente impugnato il contratto a termine in data 6.6..2011, non ha rispettato il termine di decadenza del 24.1.2011 previsto dal combinato disposto dell’art. 6 co.1 L. 604/1966 (“Il licenziamento deve essere impugnato a pena di decadenza entro sessanta giorni dalla ricezione della sua comunicazione in forma scritta, ovvero dalla comunicazione, anch’essa in forma scritta, dei motivi, ove non contestuale, con qualsiasi atto scritto, anche extragiudiziale, idoneo a rendere nota la volontà del lavoratore anche attraverso l’intervento dell’organizzazione sindacale diretto ad impugnare il licenziamento stesso.”) e dell’art. 32 co.4 lett. b) L. 183/2010 (“Le disposizioni di cui all’articolo 6 della legge 15 luglio 1966, n. 604, come modificato dal comma 1 del presente articolo, si applicano anche:… b) ai contratti di lavoro a termine, stipulati anche in applicazione di disposizioni di legge previgenti al decreto legislativo 6 settembre 2001, n. 368, e già conclusi alla data di entrata in vigore della presente legge, con decorrenza dalla medesima data di entrata in vigore della presente legge;” ossia dal 24.11.2010). Sennonché l'art. 2, comma 54, D.L. 29.12.2010, n. 225, convertito dalla L. 26.2.2011, n. 10, ha inserito nell’art. 32 L. 183/2010 il co. 1bis , secondo cui “in sede di prima applicazione, le disposizioni di cui all’articolo 6, primo comma, della legge 15 luglio 1966, n. 604, come modificato dal comma 1 del presente articolo, relative al termine di sessanta giorni per l’impugnazione del licenziamento, acquistano efficacia a decorrere dal 31 dicembre 2011”.

Un’interpretazione letterale della norma (che trova riscontro nella pronuncia Trib. Milano 29.9.2011, con motivazione non persuasiva, fondata esclusivamente su di un opinabile - specie perché meramente assertivo - ordine del giorno approvato dalla Camera dei Deputati in data 25.2.2011, secondo cui il differimento al 31.12.2011 concerne esclusivamente la fattispecie ex art. 6 co.1 L. 604/1966 ossia l’ipotesi di licenziamento) porterebbe a ritenere che il legislatore del 2011 abbia voluto sospendere l’efficacia di una norma (quella ex art. 6 co.1 L. 604/1966) che da oltre 40 anni trovava applicazione nell’ordinamento italiano e che l’art. 32 co.1 L. 183/2010 ha lasciato inalterata nel suo nucleo essenziale (specificando soltanto che il termine decorre dalla comunicazione del negozio o dei motivi, come peraltro era pacificamente desumibile in precedenza, di talché la novella presenta in proposito carattere di ordine “estetico”). Si tratta, evidentemente, di una conclusione che non può non destare gravi perplessità,
apparendo assai singolare che in un primo tempo si sia voluto estendere l’applicazione della decadenza ex art. 6 co.1 L. 604/1966 a nuove ipotesi e successivamente sospenderne l’operatività durante l’anno 2011 per la fattispecie prevista nel 1966 e non già per quelle introdotte nel 2010.

Di contro appare maggiormente plausibile che il legislatore del 2011 abbia inteso attenuare gli effetti della notevole estensione della sfera applicativa del termine di decadenza ex art. 6 co. 1 L. 604/1966, differendo l’efficacia (fino al 31.11.2011) delle norme che quell’estensione hanno determinato (art. 32 co.2, 3 e .4 L. 183/2010, fra cui quella conferente al caso in esame ex co. 4 lett.b)). Inoltre dalla locuzione “in sede di prima applicazione” si evince che la norma in esame differisce l’efficacia delle modifiche alla portata dell’art. 6 co.1 L. 604/1966 introdotte dall’art. 32 L. 183/2010 già a far data dall’entrata in vigore della L. 183/2010 (in questo senso le già menzionate Trib. Milano 3402/2011 cit. e Trib. Milano 3914/2011 cit.).

In definitiva merita di essere condiviso l’orientamento espresso da Trib. Milano
4.7.2011, n. 3402 (conf. 4.8.2011, n. 3914), secondo cui, pur in assenza di una espressa previsione, non può che ritenersi che con l’intervento di cui al D.L. 225/2010 il legislatore abbia voluto posticipare l’efficacia del termine decadenziale introdotto con la L. 183/2010.

Ciò comporta la tempestività dell’impugnazione proposta dal ricorrente mediante la richiesta, formulata in data 6.6.2011, di espletamento del tentativo di conciliazione.

(........)

Trento, 10 gennaio 2013

IL GIUDICE Giorgio Flaim>>.
« Ultima modifica: Marzo 10, 2013, 21:15:44 da luca_1966 » Registrato
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« Risposta #21 inserito:: Marzo 14, 2013, 22:18:12 »

Toscana Lavoro Giurisprudenza, 14/3/2013
http://www.tosclavgiur.it/?p=2686


<<SOMMINISTRAZIONE DI LAVORO A TEMPO DETERMINATO - LEGGE 225/2011 – SOSPENSIONE DEI TERMINI DI IMPUGNAZIONE DELLA RISOLUZIONE DEL CONTRATTO - APPLICABILITÀ AL CONTRATTO A TEMPO DETERMINATO IN SOMMINISTRAZIONE - SUSSISTE

Trib. Bergamo, sent. n. 235 del 14/3/2012, Giud. Sergio Cassia
http://www.tosclavgiur.it/wp-content/uploads/2013/03/Trib.-Bergamo.pdf


Secondo il Tribunale di Bergamo, il differimento di efficacia di cui al comma 1 bis, art. 32. L. n. 183/2010, attiene anche alle azioni di cui ai commi 3 e 4, per ragioni di coerenza:

a) sistematica, se il legislatore differisce l’applicaizione della disposizione di cui al comma 1 - che costituisce la disciplina individuata dal legislatore, attraverso la tecnica del rinvio, come “paradigmatica” del nuovo regime decadenziale - tale differimento si estende anche alle fattispecie per cui è fatto rinvio al comma 1

b) razionale, non essendovi ragione per distinguere - quanto a esigenze di natura sostanziale e speditezza processuale - situazioni considerate dallo stesso legislatore analoghe.>>.
« Ultima modifica: Marzo 14, 2013, 22:21:19 da luca_1966 » Registrato
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« Risposta #22 inserito:: Marzo 31, 2013, 08:10:10 »

Può essere curioso confrontare il parere espresso dalla Corte dei Conti a proposito dell'art. 32 del Collegato lavoro nel 2012 e nel 2013 (anche con riferimento alla decadenza in 60 giorni dall'impugnazione del contratto)


Controllo gestione finanziaria P.I. S.p.A. (esercizio 2010)

CORTE DEI CONTI
Determ. n. 6 del 31/1/2012
Adolfo T. De Girolamo Presid. relat.

(pag. 81 cart.) <<7.4 Contenzioso del lavoro
(....) ..Il provvedimento
[legge 183/2010 c.d. "Collegato lavoro"], agli artt. 31 e 32, contiene ..disposizioni di significativo impatto che contribuiscono a fornire elementi di certezza per la Società. Le più importanti novità riguardano l’obbligo dell’impugnativa entro ..60 giorni dal ..licenziamento (prima fissato in 5 o 10 anni) ed il limite al risarcimento ..in caso di conversione ..nei giudizi in corso e futuri [1], pari ad un’indennità omnicomprensiva che va da un minimo di 2,5 ad un massimo di 12 mensilità.., ridotte a 6 ..nei casi di Società che attuano un sistema di assunzioni per scorrimento di graduatorie, come ..Poste italiane spa.

Preme evidenziare che la successiva legge 10/2011, di conversione del decreto legge n. 225 del 29 dicembre 2010 (c.d. Milleproroghe 2011), ne rinvia l’applicazione a partire dal gennaio 2012.

Ulteriori pronunce favorevoli provengono dalla Corte di Giustizia Europea <62> e dalla Corte di Cassazione <63> che, presumibilmente, produrranno nei prossimi esercizi un miglioramento del fenomeno, sia in termini gestionali che più specificatamente economici.

<62> Per la Corte di Giustizia Europea (..VI^ Sezione - 11/11/2010
[Causa "Vino"]) le imprese postali possono continuare ad assumere portalettere ed impiegati ..a termine, senza ..indicare le esigenze tecniche, organizzative, produttive o sostitutive che rendono necessaria l’apposizione della durata.

<63> La ..Cassazione (Sent. 11358/2011) ha chiarito che ..la generica indicazione della necessità di sostituire lavoratori assenti può essere considerata sufficiente ai fini della legittimità del contratto, in presenza di situazioni aziendali complesse nelle quali la sostituzione non si riferisca ad un singolo lavoratore ma ad una pluralità..
>>;


[1] [invece l'art. 32 ha efficacia retroattiva e può essere applicato in riforma di precedenti gradi di giudizio che avessero già riconosciuto il risarcimento integrale del danno].

http://www.corteconti.it/export/sites/portalecdc/_documenti/controllo/sez_controllo_enti/2012/delibera_6_2012_enti.pdf
_ _ _ _

Controllo gestione finanziaria P.I. S.p.A. (esercizio 2011)

CORTE DEI CONTI
Determ. n. 19 del 19/3/2013
Adolfo T. De Girolamo Presid. relat.

(pag. 94 cart.) <<7.4 Contenzioso del lavoro
(....) ..E’ evidente la ripresa ..
[del] contenzioso, causata dalle incertezze interpretative della Legge 183/2010 che, appena emanata, sembrava potesse consentir[n]e, in virtù dell’introduzione dei nuovi dettati legislativi <64>, un ridimensionamento.. Il riavvio delle controversie è ..imputabile, da un lato, ai termini stringenti fissati, a pena di decadenza, per poter procedere all’impugnazione del contratto ..e dall’altro, alle ..ordinanze prodotte alla Corte Costituzionale da alcuni Tribunali (Trani e Corte di Cassazione) nelle quali veniva paventato un vizio di costituzionalità del nuovo sistema risarcitorio..

<64> La legge n. 183 del ..2010 reca rilevanti cambiamenti in materia di mercato del lavoro.. Nello specifico, l’art. 32 sancisce l’obbligo dell’impugnativa del contratto a termine entro 60 giorni dal ..licenziamento ed un tetto al risarcimento del danno ..tra ..2,5 e ..12 mensilità, da ridursi alla metà in presenza di specifiche graduatorie per le assunzioni, come nella fattispecie di Poste italiane.

La norma ..ha avuto la finalità, a tutela di entrambe le parti coinvolte, di garantire tempi certi e più brevi di accesso alla giustizia e per le aziende di limitare gli effetti negativi derivanti, in termini di risarcimento del danno, dall’eccessivo protrarsi del giudizio.

Il successivo decreto legge 29/12/2010, n. 225 (c.d. Milleproroghe) (convertito nella L. 10/2011) ne ha differito i tempi di attuazione al 31 dicembre 2011. Tale differimento, secondo alcuni orientamenti emersi dalla giurisprudenza di merito, non sarebbe limitato al solo licenziamento, ma riguarderebbe i vari istituti previsti dal Collegato, ivi comprese le impugnative CTD..
[/color][/b] [2]>>.

http://www.corteconti.it/export/sites/portalecdc/_documenti/controllo/sez_controllo_enti/2013/delibera_19_2013.pdf


[2] [L'orientamento giurisprudenziale qui marginalizzato risulta essere prevalente (vedasi anche alla discussione seguente).

L. 183/2010 Collegato lavoro - decadenza impugnazione
http://www.mondoposte.it/smf/index.php?topic=5867.0


Si tenga conto che perfino il giudice Maria Casola è del parere che <<(................) ...l'intenzione, dichiarata, di chi ha promosso l'inserimento nel decreto milleproroghe.. è quella di "congelare" per tutto il 2011 i nuovi termini di decadenza previsti dal Collegato Lavoro (60 giorni per l'impugnazione stragiudiziale e 270 per il ricorso al giudice) per licenziamenti, contratti a termine, somministrazione, co.co.co., trasferimenti, cessioni d'azienda.>>.

http://dejure.giuffre.it/tkn/ytqumrmzxyttywxvqsuqqvuuxq-42if1cjybqbf3njwrtgzyb55/psixsite/Riviste/Giurisprudenza%20di%20merito/rivista%20XML/2012/R133A2012F09_xml_psix/R133A2012F09.pdf
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« Risposta #23 inserito:: Giugno 29, 2013, 11:04:19 »

Il fatto che il giudice (*) Francesca Vincenzi del Tribunale di Roma abbia ritenuto  decaduto il diritto ad intentare causa (escludendo dal beneficio della proroga al 31/12/2011 per il relativo deposito proprio i contratti precari che la ispirarono) prima ancora che esprimersi nel merito, toglie interesse alla relativa sentenza..

(*) Consult. on line Uff. Giudiz.

http://pst.giustizia.it/PST/it/pst_2_6_2.wp?actionPath=/ExtStr2/do/consultazionepubblica/sicid/dirlavoro/detail.action&currentFrame=10&idfascicolo=942171&numeroregistro=00049739&annoregistro=2011&regioneRicerca=7&ufficioRicerca=0580910098&registroRicerca=LAV
« Ultima modifica: Giugno 29, 2013, 11:04:39 da giudicimpostori » Registrato
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« Risposta #24 inserito:: Luglio 07, 2013, 20:12:30 »

http://www.salentolavoro.it/MessagePage.aspx?tipo=L&id_articolo=1581

Il giudice Silvana Botrugno del Tribunale di Lecce, sent. n. 2917 del 16/1/1013 rigetta l'eccezione di decadenza ex art. 32 legge 183/10 avanzata da Poste ritenendo applicabile anche ai contratti atipici (e non solo alle cause per licenziamento) la proroga al 31/12/2011 per il deposito del ricorso.

Lo stesso giudice afferma che il ricorrente "che impugna la clausola di contingentamento.., può limitarsi ad affermarne l'inosservanza.. (Cass. nn. 2912/12; 14283/11; 839/10)", mentre la [presunta] prova del rispetto del 15%, affinché possa essere presa in considerazione, deve essere tempestivamente dedotta in giudizio (alla prima occasione) da parte della convenuta.

« Ultima modifica: Luglio 07, 2013, 20:12:49 da giudicimpostori » Registrato
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« Risposta #25 inserito:: Settembre 12, 2013, 12:40:42 »

Non occorre aver studiato legge (né tantomeno storia o elettrotecnica) per comprendere la statica (altro che dinamica) del sistema giudiziario italiano, quando in ballo ci sono gli interessi del datore di lavoro (lo Stato). Così come la Cassazione rimescola il mazzo delle pratiche ogni qualvolta pesca la carta di una causa ex art. 2 comma 1 bis, è probabile che anche la Corte Costituzionale mediti di procrastinare a tempo indeterminato la soluzione della questione della decadenza del diritto all'impugnazione dei contratti a termine. La logica palese è quella di tenere nell'incertezza quanti abbiano in canna un ricorso in appello, se non ancora in primo grado, al fine di farli desistere. L'effetto è quello di dotare i giudici di merito di strumenti alternativi al rigetto nel merito, cioè di licenze interpretative in materia procedurale e formale idonee a scansare l'imbarazzo di decisioni sbagliate ancorché impopolari. Non mancheranno, prevedo, corti d'appello propense a ritenere legittima la disposizione di cui all'art. 32, legge 183, a proposito di decadenza del termine per l'impugnazione del contratto ed il deposito del ricorso..
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« Risposta #26 inserito:: Settembre 15, 2013, 02:42:21 »

....Non mancheranno, prevedo, corti d'appello propense a ritenere legittima la disposizione di cui all'art. 32, legge 183, a proposito di decadenza del termine per l'impugnazione del contratto ed il deposito del ricorso..



L. 183/2010 Collegato lavoro - DECADENZE IMPUGNAZIONE
http://www.mondoposte.it/smf/index.php?topic=5867.0


Intanto la Corte d'appello di Genova ritiene esteso ai contratti atipici il differimento al 31/12/2011 del termine per l'impugnazione dei relativi contratti (compresi quelli conclusi prima dell'entrata in vigore della legge 183/10).

<<N. 189/2013 Ruolo Generale
Minuta depositata il 28 febbraio 2013
Sent. del 4/3/2013

CORTE D'APPELLO DI GENOVA - SEZ. LAV.
in persona del Magistrati
..Luigi de Angelis - Presidente
..Paola Ponassi - Consigliere rel.
..Roberto Bellé - Consigliere

nella pubblica udienza dell'8 maggio 2013 ha pronunciato e pubblicato ..la seguente SENTENZA nella causa d’appello tra

S.p.a. Poste italiane ..rappresentata e difesa dall’avvocato Giovanna Mantelli ..elettivamente domiciliata ..in Genova, v. Dante 4 (ufficio legale della società); e

XXXX, rappresentata e difesa dall’avvocato Franco Donerà.., in forza di procura a margine del ricorso di primo grado..

CONCLUSIONI

Appellante: in riforma della sentenza del Tribunale di Genova n. 1305 depositata il 19 luglio 2012.. In via preliminare dichiarare inammissibile il ricorso e comunque dichiarare il rapporto risolto per mutuo consenso. Respingere comunque il ricorso. Condannare il Sig. XXXX a restituire a Poste italiane quanto percepito a seguito della sentenza impugnata. Con ogni conseguenza in ordine alle spese di giudizio.

Appellato: respingere l’appello avversario, confermando la sentenza di primo grado. Con vittoria di spese, diritti ed onorari del presente grado.

IN FATTO E IN DIRITTO

1. Con sentenza n. 1.305 del 2012 il tribunale di Genova ha dichiarato l’illegittimità del termine apposto al contratto di lavoro ai sensi dell’art. 2. comma 1 bis d.lgs. n. 368 del 2001, come modificato dalla l. n. 266 del 2005, tra la s.p.a. Poste italiane ..in data 23 febbraio 2008, con conseguente sua trasformazione in contratto a tempo indeterminato, e ha condannato la convenuta a riammettere in servizio il [XXXX] e a pagargli un’indennità pari a 2 mensilità della retribuzione globale di fatto.

Contro la sentenza ha proposto tempestivo appello la società, lamentando come il tribunale abbia errato nell’escludere che il rapporto in questione non si sia risolto per mutuo consenso, e, ancor prima, nell’avere disatteso l’eccezione di decadenza dall’azione ex art. 32 l. n. 183 del 2010 fatta valere dalla società.

Il primo giudice [avrebbe] altresì errato ..peraltro incorrendo nel vizio d'ultrapetizione, ritenendo che il contratto contenente il termine fosse stato sottoscritto dopo 20 giorni dall’inizio della prestazione, e comunque ritenendo che ciò implica nullità dell'apposizione del termine, quando invece la forma scritta è prevista ad prabationem.

Ribadendo altresì la correttezza dell’apposizione del termine stessa anche con riguardo al rispetto del limite di percentuale di cui all’art. 2, comma 1 bis, cit., l’appellante ha chiesto, in riforma della sentenza, rigettarsi le domande attrici

L’ appellato ha resistito.

2. Parte attrice si è attivata per reclamare i suoi diritti dopo circa 2 anni dalla scadenza del contratto a temine stipulato con la società.

Bene, la corte osserva che il semplice decorso del tempo, specie con riguardo ad un’azione imprescrittibile come quella di nullità e nell’ambito della prescrizione dei crediti ad essa connessi, non presenta carattere di concludenza nel senso abdicativo dall‘azione, né, tanto meno, nel senso della risoluzione consensuale del rapporto. Né siffatta concludenza può ricavarsi dalla brevità del termine (2 mesi) in cui 1'attrice ha svolto la sua prestazione né dalla conoscibilità della questione e del suo esito favorevole avanti più giudici del distretto e della nazione, ben potendo quella ignorare tutto ciò. In proposito va ancora sottolineato che l’atto comunicativo della scadenza del termine, se non è espressione del potere del datore di lavoro di recedere dal rapporto ma la mera dichiarazione di scienza avente ad oggetto lo spirare del termine pattuito altrove (nel contratto), non può avere neppure valenza di proposta di cessazione consensuale del rapporto con la quale andrebbe ad incontrarsi la presunta accettazione tacita del lavoratore.

XXXX ha impugnato la legittimità dell’apposizione del termine ed il suo allontanamento dal lavoro il 15 gennaio 2010, e quindi ancor prima dell’ entrata in vigore dell’estensione ai contratti a temine, disposta dalla 1. n. 183 del 2010, delle regole di decadenza previste peri licenziamenti. E già questo è suflìciente a far disattendere il motivo d’appello della società inerente l'intervenuta decadenza del ricorrente in primo grado dall'azione.

D’altronde, la lettera b) del comma 4 dell’art. 32 cit. dispone che i termini di decadenza introdotti dal comma 1 del medesimo articolo si applicano anche alle impugnative dei contratti di lavoro a termine conclusi anteriormente all’entrata in vigore della legge, e decorrono dalla data di entrata in vigore della stessa (24 novembre 2010). L'art. 32, comma 1 bis 1. n. 183 del 2010, quale aggiunto dalla legge n. 10 del 2011, di conversione del dl. n. 225 del 2010 ha poi cosi disposto:

"In sede di prima applicazione. le disposizioni di cui all'articolo 6, primo comma. della legge 15 luglio 1966, n. 604, come modificato dal comma 1 del presente articolo, relative al termine di sessanta giorni per l’impugnazione del licenziamento, acquistano efficacia a decorrere dal 31 dicembre 2011".

Ebbene, con il rinvio contenuto nel citato comma 4 si sono estese al contratti a termine - lo si è accennato - le disposizioni in tema di decadenza contenute nel richiamato art. 6, l n. 604 del 1966 come modificato dall’art. 32, comma 1, l. n. 183 cit. Di conseguenza, ai contratti a temine deve applicarsi anche l'art. 32, comma 1, bis cit., il quale fa riferimento, si è visto, appunto all’art. 6, comma 1, l. n. 604 cit. Il mancato richiamo al comma 1 bis nel citato comma 4, quindi, lungi dal significare che il differimento dell'efficacia delle regole di decadenza non riguardi la cessazione dei contratti a temine, è testualmente ineccepibile nel dire il contrario. Ciò è d‘altronde in sintonia con la finalità della disposizione, di evitare che un gran numero di soggetti intenzionati a contestare la legittimità della cessazione dei rapporti contrattuali o delle altre tipologie di atti del datore di lavoro ivi menzionati incorressero inconsapevolmente in una decadenza, ed essa vale per tutti i casi indicati.


Né in senso contrario depone - per quanto può valere - l’ordine del giorno della Camera dei deputati n. 9/4086/12 presentato da alcuni deputati del gruppo del Popolo delle libertà, primo presentatore l’On. Giuliano Cazzola, il 25 febbraio 201 l, nella seduta n. 440, con il seguente testo:

La Camera. premesso che:
l'articolo 32 della legge 4 novembre 201 0. n. 183, introduce disposizioni in materia di contratti di lavoro;
la ratio delle disposizioni dell'articolo 32 è quella di garantire la certezza del diritto e la speditezza dei processi mediante l'introduzione di termini di decadenza riferiti anche a fattispecie in precedenza non assoggettate a tali termini;
l’effetto del comma 1-bis del citato articolo 32, introdotto dal Senato con il comma 54 dell’articolo 2 del decreto-legge in esame, è quello di differird al 31 dicembre 2011, l’efficacia delle disposizioni limitatamente alla fattispecie di cui all’articolo 6, primo comma. della legge 15 luglio 1966. n. 604;
a ragione del differimento rimangono temporaneamente in vigore le norme in materia di impugnazione non richiamate da tale ultima disposizione citata;
l'interpretazione sistematica del comma 1-bis non comporta, altresì, il differimento dell’applicazione dei termini decadenziali anche alle fattispecie previste ai successivi commi 3 e 4.
impegna il Governo a emanare disposizioni in tal senso, al fine di evitare ogni possibile incertezza interpretativa, attraverso l'esplicitazione della permanenza dell'obbligo di impugnare, entro i termini di decadenza previsti, le fattispecie di cui all'articolo 32, commi 3 e 4, della legge 4 novembre 2010, n. 183.
"

Infatti, dagli atti parlamentari si ricava che tale ordine del giorno, presentato nel corso della discussione della legge di conversione del decreto cd. milleproroghe, non è stato sottoposto alla votazione dopo il parere del Governo. L‘interpretazione del disposto del comma 1 bis ivi prospettata è quindi solo quella fatta propria dai presentatori dell’ordine del giorno, né l‘impegno ivi sollecitato del Governo ha avuto seguito.

Il motivo d'appello è quindi infondate anche per questo.

4. ..Dicendo, a pag. 1, punto 2, del ricorso, che il contratto conten[en?]te l’apposizione del termine è stato consegnato e fatto sottoscrivere al dipendente solo il 23 febbraio 2008 quando esso decorreva (v. pag. 1, punto I) dall’1 febbraio 2008, si è chiaramente inteso far valere la nullità dell'apposizione del temine anche per la posticipazione della sottoscrizione, pur se essa sembra poi testualmente motivata solo dall’essere stata la copia dell’atto scritto consegnata al lavoratore entro 5 giorni dall’inizio della prestazione. Non sussiste, quindi, il lamentato vizio d’ultrapetizione.

5. L’apposizione del termine è priva d’effetto se non risulta, direttamente o indirettamente, da atto scritto, come con testualità univoca dispone 1’art. 1. comma 2, d.lgs. n. 368 del 2001; il che per definizione non risulta nella specie, visto che si sa solo che il contratto sia stato sottoscritto in un momento successivo. Ciò significa che in un caso del genere, e quindi nella specie, il contratto di lavoro vada considerato a tempo indeterminato - 1’apposizione del termine, ripetesi, è inefficace - e che la successiva apposizione non possa incidere sul regolamento pregresso.

6. L’appello, dunque, va rigettato.

Le spese seguono la soccombenza ex art. 91 cod. proc. civ. e vanno liquidate come appresso in applicaziom del dm. n. 140 del 2012, tabella A, applicabile ai sensi dell’art. 41 del medesimo in quanto le si liquidano successivamente alla data di entrata in vigore dello stesso (cfr. Cass. 24 ottobre 2012, n. 18.207): l.200,00, 600,00, 1.500,00 quale valore medio di liquidazione (scaglione di valore indeterminato) rispettivamente della fase di studio, di quella introduttiva e di quella decisoria, il tutto aumentato del 20% trattandosi di giudizio d’appello (v. tabella cit.). Quindi, complessivi €. 3.300,00.

conferma la sentenza n. 1.305 del 2012 del tribunale di Genova;
condanna l’appellante a pagare all'appellato le spese del grado, che liquida in €. 3960.00, oltre iva e cpa.

Genova 27 febbraio 2013

Luigi de Angelis, presidente e relatore ...

CORTE DI APPELLO DI GENOVA
Depositato in cancelleria..

http://webcache.googleusercontent.com/search?q=cache:Np9c_VXUSlEJ:liguria.usb.it/fileadmin/archivio/genova/cause_vinte_2.pdf+&cd=8&hl=it&ct=clnk&gl=it
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« Ultima modifica: Settembre 15, 2013, 02:46:26 da giudicimpostori » Registrato
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« Risposta #27 inserito:: Settembre 15, 2013, 14:38:54 »

Che l'ordine del giorno della Camera "presentato da alcuni deputati del gruppo del Popolo delle libertà, primo.." fra tutti quel transfuga di Giuliano Cazzola (passato di lì a poco da sotto l'ala di Berlusconi all'ombra di Monti) fosse destinato a pesare come carta straccia, forse non era nemmeno in dubbio. Il fatto è, che se le porte del ricorso in appello sembrano per conseguenza aperte (perlomeno a Genova), esse accompagnano il ricorsista postale ex art. 2 comma 1 bis fino al muro del rigetto nel merito. Ed infatti lo stesso relatore d'appello della sentenza di cui sopra, il giudice Paola Ponassi di Genova, nel 2011 si è espresso nel senso che "non può esservi dubbio alcuno che la percentuale del 15% ..vada riferita all’intero organico aziendale, e non solo al personale addetto ai servizi di sportelleria, recapito e smistamento". Allo stesso modo il collega "genovese" Alvaro Vigotti. La lista dei giudici d'appello miopi o parziali è lunga: Trogni del foro di Milano, Sanlorenzo (già segretaria generale di Magistratura democratica! [1]), Barbero e Milani di Torino, Bazzoffi, Nisticò, Schiavone, Nuvoli e colleghi d'appello di Firenze..

vedi interv. #26
http://www.mondoposte.it/smf/index.php?topic=5910.0

[1] La flessibilità per Rita Sanlorenzo - vedi interv. #45
http://www.mondoposte.it/smf/index.php?topic=5888.msg138875#msg138875



« Ultima modifica: Settembre 15, 2013, 14:40:06 da giudicimpostori » Registrato
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« Risposta #28 inserito:: Ottobre 13, 2013, 19:45:05 »

Toscana Lavoro Giurisprudenza
http://www.tosclavgiur.it/?p=3263


Collegato lavoroDecadenza impugnazione contratti di somministrazioneIrretroattività

Tribunale Firenze Ordinanza 10 10 2013 Est. Davia

I termini di decadenza della impugnazione di un contratto di somministrazione irregolare, introdotti dalla L. 183/2010, non sono applicabili retroattivamente ai “licenziamenti” intimati ai lavoratori somministrati prima della entrata in vigore del Collegato Lavoro.

Ordinanza 10.10.2013 Trib Fi
http://www.tosclavgiur.it/wp-content/uploads/2013/10/Ordinanza-10.10.2013-Trib-Fi.pdf


quindi i contratti di lavoro cessati prima dell entrata in vigore del collegato lavoro rientrano nei vecchi. termini di impugnazione ossia cinque anni?adesso rimane solo un dubbio: quand e entrato in vigore il collegato lavoro ?  il 24 novembre 2010? altri dicono che l entrata in vigore era stata rinviata al 1 gennaio 2012 e tutti i contratti 2011 erano stati congelati... a quae data si riferiscono ? cioe. quali sono i contratti e fino a he data che rientrano nei vecchi termini di impugnazione ?

solo i contratti di somministrazione ?

Non ho più voglia di andare a vedere, quindi vado a braccio. Il collegato lavoro, argagno partorito da una commissione parlamentare che immagino già allora "di larghe intese" (tra i firmatari, se non sbaglio, Treu da una parte e il Cazzola dall'altra), è stato ufficialmente varato il 24/11/2010. Esso prevedeva un'entrata a regime entro due mesi. Pertanto l'art. 32, l. 183 imponeva che il 24 gennaio 2011 fossero in vigore tutte le relative disposizioni. Medio tempore, cioè in data compresa tra il 24/11/2010 ed il 24/1/2011, un emendamento del PD firmato Passoni fu verbalmente accolto dalla maggioranza (PDL) ed ampio risalto fu dato alla notizia che le impugnazioni dei contratti a termine (oltre a quelle relative ai licenziamenti) si sarebbero potute effettuare fino al 31/12/2011. Ma tra il dire ed il fare c'è di mezzo il Cazzola. Ed infatti l'emendamento fu pubblicato in forma ridotta e distorta, mancando il riferimento esplicito ai contratti a termine (cioè quelli stessi che avevano mosso il Passoni ed infastidito il legislatore). Poco dopo la pubblicazione dell'emendamento, che, rivisitato dal Cazzola, introduceva un ambiguo comma all'art. 32 cit. tuttaltro che corrispondente alla ricordata intesa verbale, la maggioranza pubblicò un documento (pretesamente di "interpretazione autentica") esplicativo dell'intento del governo circa il comma aggiunto. Vi si leggeva a chiare lettere l'esclusione dal beneficio della proroga al 31/12/2011, proprio dei contratti atipici (tra i quali quello a tempo determinato), nonché l'impegno da parte del governo a pubblicare in futuro l'esatto intendimento del legislatore a proposito del differimento di un anno per l'entrata in vigore delle decadenza ex art. 32 cit. Recentemente, la Corte d'appello di Genova ha scritto in sentenza che quell'impegno è stato ampiamente disatteso. Per altre evidenti, logiche ragioni, la proroga al 31/12/2011 per l'impugnazione dei licenziamenti  è da ritenersi valida anche per i contratti a termine (e quelli atipici in generale). Nel frattempo, però, i giudici di merito hanno colto la palla al balzo per sostenere che la decadenza per l'impugnazione dei contratti a termine più vecchi (scaduti prima del 24/11/2010) era da collocare al 23/1/2011, ultimo giorno utile per non dover ottemperare ai termini di max 2 mesi ("60 giorni") dalla scadenza del termine per la relativa impugnazione. Altri giudici hanno opinato che l'emendamento Passoni, anzi, meglio, il suo ufficiale ma distorto accoglimento all'interno della norma, collocandosi in data intermedia tra il 24/11/10 ed il 24/1/11, avrebbe dispiegato efficacia solo per i contratti scaduti dopo la sua pubblicazione (e non retroattivamente - non essendo questa interpretazione possibile in assenza di esplicito avviso), con la conseguenza che per i contratti scaduti prima, era da ritenersi valido il collegato lavoro nella prima, cruda stesura. Tutto questo artificioso guazzabuglio pare essersi dipanato presso alcune Corti di merito, ma costituire arma ulteriore presso altre.

Per gli esempi vedi
http://www.mondoposte.it/smf/index.php?topic=5867.0


Circa l'ordinanza Trib. FI, giud. Davia di cui sopra, che non ho letto, riguarda la somministrazione e comunque è la voce di un giudice di 1° grado.
« Ultima modifica: Ottobre 13, 2013, 19:48:34 da giudicimpostori » Registrato
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« Risposta #29 inserito:: Ottobre 26, 2013, 18:19:17 »

Prima del collegato lavoro il termine per richiedere la reintegrazione del posto di lavoro era IMPRESCRITTIBILE!
Se poi si superavano i 10 anni perdevi il diritto a chiedere il risarcimento ma comunque la reintegra c'era lo stesso (nel caso di vittoria del lavoratore naturalmente).

Purtroppo se anche la reintegra era imprescrittibile e la perdita del diritto al risarcimento si aveva dopo 10 anni... Se passavano troppi anni dalla data di scadenza del contratto alla data della messa in mora si rischia(va) di perdere la causa per mutuo consenso (anche se bisogna anche dire che la Cassazione per il semplice decorrere del tempo, annulla le sentenze perse per mutuo consenso ma purtroppo molti tribunali di primo e secondo grado continuano ad applicare il mutuo consenso basata su trascorrere del tempo).

Con l'entrata del collegato lavoro (che ricordo essere legge retroattiva) i termini di legge per l'impugnazione sono stati fissati dalla stessa legge.
Per chi al 24 novembre 2010 aveva già un contratto scaduto, aveva tempo fino a gennaio 2011 (poi prorogata la data al 31 dicembre 2011) per mandare la lettera di messa in mora.

Per chi non l'ha fatto... Non gli rimane che sperare nella pronuncia della Costituzionale rimessa dal giudice Forziati.

Esatto, condivido.

Una recente sentenza del Tribunale di Lecce valorizza il solo decorso del tempo in contrasto con quanto reiteratamente predicato dalla Cassazione, ritenendo l'assenza di alcuna contestazione per anni da parte del lavoratore, sintomo oggettivo della carenza di interesse alla prosecuzione del rapporto di lavoro.

La seguente sentenza della Cassazione segna esattamente il discrimine tra carenza di presupposti oggettivi per poter ritenere estinti i diritti del lavoratore connessi al contratto a termine illegittimo e rilevanza del contegno passivo osservato nel tempo dallo stesso lavoratore.
_ _ _ _

Impugnazione del contratto a termine effettuata quasi 10 anni dopo la scadenza dello stesso. Deposito del ricorso avvenuta dopo il termine di 10 anni utile a far valere i diritti inerenti i crediti contributivi e retributivi...

CASSAZIONE, sent. 15524 del 17/9/2012

<<........la S. ha cessato ogni attività lavorativa alle dipendenze del B.S. [Banco di Sardegna s.p.a.] il 30 giugno 1995 ed ha contestato la legittimità dei contratti a termine per la prima volta il 23 maggio 2005 (data di invio della richiesta alla Direzione provinciale del lavoro del tentativo obbligatorio di conciliazione). È, pertanto, evidente che il rapporto avrebbe dovuto essere considerato risolto, dato il lungo lasso di tempo (quasi 10 anni) nel quale la lavoratrice è stata inerte.

A favore della medesima conclusione avrebbero dovuto essere correttamente valutati molteplici elementi oggettivi che il Tribunale [1° grado] ha correttamente valorizzato, mentre la Corte [d'appello], con motivazione apodittica e contraddittoria, ha considerato irrilevanti, cioè:
1) lo svolgimento di attività lavorativa protrattosi per un lungo periodo (dal 1998 al 2004) alle dipendenze di altri datori di lavoro (rispetto al quale la Corte si e limitata a porre l'accento sull'esigenza alimentare che ha motivato la scelta della lavoratrice, senza ..indagare sulla compatibilità della scelta stessa con l'assenza di qualsiasi manifestazione di volontà della S. volta a dimostrare il proprio intendimento di sentirsi ancora dipendente del Banco [Banco di Sardegna s.p.a.], per di più operando una incomprensibile distinzione tra attività svolta aliunde a tempo determinato e a tempo indeterminato, distinzione che, ai presenti fini, è del tutto ininfluente);
2) la partecipazione, non andata a buon fine, ad un concorso pubblico per l'assunzione presso il B.S. [Banco di Sardegna s.p.a.] (che la Corte territoriale illogicamente si è limitata a considerare espressiva della volontà di lavorare presso il Banco, senza porsi il problema della compatibilità della scelta di partecipare al suindicato concorso con quella di considerare ancora in vita il pregresso rapporto di lavoro alle dipendenze del Banco);
3) la mancanza di ogni atto di messa in mora del Banco per quasi 10 anni e la instaurazione del presente giudizio solo dopo l'intervenuta prescrizione di tutti i crediti retributivi e contributivi nascenti dal rapporto di lavoro in oggetto.

........fra le circostanze sintomatiche della manifesta carenza di interesse del lavoratore alla prosecuzione del rapporto, assumono rilievo l'esistenza di un rilevante e significativo intervallo temporale fra la scadenza dell'ultimo dei contratti a tempo determinato e l'iniziativa giudiziale, il reperimento di altra idonea occupazione, il contenuto professionale delle mansioni svolte........>>.

interv. n. #96
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