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Autore Discussione: L. 183/2010 Collegato lavoro - DECADENZE IMPUGNAZIONE  (Letto 52192 volte)
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giudicimpostori
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« Risposta #30 inserito:: Novembre 27, 2013, 01:44:33 »

Validità della proroga al 31/12/2011 per l'impugnazione dei contratti a termine.

Corte App. Torino 31/1/2013 n. 126
Pres. Maffiodo Rel. Mancuso

Contratti a tempo determinato e termine di impugnazione ex Collegato lavoro

<<Il comma 1-bis dell'art. 32 della legge n. 183/2010, introdotto dall'art. 2, comma 54, della legge di conversione n. 10/2011 del D.L. n. 225/2010, ha testualmente previsto che le disposizioni relative all'impugnazione nel termine di 60 gg. «acquistano efficacia a decorrere dal 31 dicembre 2011», il che significa che tali disposizioni, ancorché già presenti nell'ordinamento, prima del 31 dicembre 2011 erano tanquam non esset e perciò non avevano nell'ordinamento medesimo efficacia alcuna.>>.

In Guida al lavoro  36-13 pag.47
https://sites.google.com/site/studiolegalemuggiaorlando/sentenze-2/collegato-al-lavoro/corteapptorino31-1-2013n126presmaffiodorelmancusocontrattiatempodeterminatoeterminediimpugnazioneexcollegatolavoro
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Azimutuno
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« Risposta #31 inserito:: Novembre 27, 2013, 08:46:41 »

Bene, dopo la Corte d'appello di Genova si aggiunge Torino.
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giudicimpostori
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« Risposta #32 inserito:: Dicembre 07, 2013, 15:46:27 »

IL PRINCIPIO DI NON DISCRIMINAZIONE NON ABITA A ROMA

Tribunale di Roma, 24 ottobre 2012 - ord. di rimessione alla Corte Costituzionale

Legittimità costituzionale dell’art. 32, comma 4, lett. b), l. n. 183 del 2010 rispetto all’art. 3 Cost.


<<...Inoltre, premesso che tutte le norme che introducono limiti di accesso del cittadino alla giustizia hanno natura eccezionale è di dubbia legittimità un intervento legislativo volto a favorire, in difetto di “motivi imperiosi di carattere generale”, la posizione di uno dei due contraenti (in questo caso il datore di lavoro). PUR NELLA CONSAPEVOLEZZA CHE L’INTERVENTO LEGISLATIVO DE QUO SIA FINALIZZATO AD ARGINARE IL CONTENZIOSO DI POSTE ITALIANE, DIVENUTO A TUTTI GLI EFFETTI “FENOMENO SOCIALE”, RESTA ASSOLUTAMENTE INGIUSTIFICATO UN INTERVENTO CHE TROVEREBBE APPLICAZIONE ANCHE AI LAVORATORI NON COINVOLTI DA DETTO FENOMENO.>>.

La somiglianza, per data dell'ordinanza e testo, con un'ordinanza già nota al forum, porta a ritenere che l'autore ne sia il giudice Forziati:

http://www.studiogalleano.it/CARAMAZZA%20COSTITUZIONALITA%27.pdf

Ed allora servirà ricordare che, in precedenza, a proposito della clausola di contingentamento, il Forziati ebbe a scrivere che

<<..pur gravando sul datore di lavoro l’onere della prova del rispetto dei requisiti per la stipula del contratto a termine, trattandosi di un “fatto negativo” (non avere concluso un numero di contratti a termine superiore ad un determinato limite), spetta al lavoratore allegare “il fatto positivo” (avere il datore di lavoro stipulato un numero di contratti a termine superiore al limite quantitativo previsto dalla contrattazione collettiva), spettando poi al datore di lavoro fornire la prova che il numero di contratti sia inferiore al limite percentuale.>>.

Con quest'astruso principio di ripartizione dell'onere probatorio, questo giudice ha evidentemente rigettato i ricorsi intentati prima della decadenza ex art. 32 contro Poste Italiane SpA ed incentrati sulla "presunta" inosservanza della clausola di contingentamento.

Più recentemente, alla luce del "principio" predetto, i ricorrenti devono aver affinato l'approccio a questo giudice, proponendo nel ricorso anche i dati numerici corrispondenti all'asserito "fatto positivo" (il numero degli assunti a termine) da confrontare con il "fatto negativo" (il non superamento della soglia legale). Ciò, naturalmente, per addivenire, nonostante gli ostacoli, all'attesa risposta di giustizia (l'accoglimento del ricorso).

Per i ricorsi più recenti (ma aventi ad oggetto contratti scaduti non oltre i 60 giorni successivi all'entrata in vigore del Collegato lavoro), però, subentrò l'ostacolo costituito dalla decadenza dei termini ex art. 32 per l'impugnazione.

Il giudice Forziati avrebbe potuto intepretare l'emendamento "Passoni" (furbescamente rivisitato da G. Cazzola in sede di scrittura del decreto Milleproroghe - art. 2, comma 54, della legge di conversione n. 10/2011 del D.L. n. 225/2010), nel senso che il comma 1-bis (dell'art. 32 della legge n. 183/2010), introdotto appunto dall'emendamento ed inteso a procrastinare al 31/12/2011 la scadenza del termine per l'impugnazione di tutti i contratti, compresi quelli a tempo determinato più datati, si doveva intendere riferito anche alle decadenze precedenti l'entrata in vigore del Collegato lavoro.

Avrebbe ben potuto, cioè, scrivere qualcosa di simile a quanto poi deciso, ad esempio, dalla Corte d'appello di Torino, sent. del 31/1/2013, Pres. Maffiodo, Rel. Mancuso:


<<Il comma 1-bis dell'art. 32 della legge n. 183/2010, introdotto dall'art. 2, comma 54, della legge di conversione n. 10/2011 del D.L. n. 225/2010, ha testualmente previsto che le disposizioni relative all'impugnazione nel termine di 60 gg. «acquistano efficacia a decorrere dal 31 dicembre 2011», il che significa che tali disposizioni, ancorché già presenti nell'ordinamento, prima del 31 dicembre 2011 erano tanquam non esset e perciò non avevano nell'ordinamento medesimo efficacia alcuna.>>;

interv. #30
http://www.mondoposte.it/smf/index.php?topic=5867.30


oppure, in modo ancor più rigoroso, fornire un'interpretazione in linea con quanto sostenuto in seguito dalla Corte d'appello di Genova il 4/3/2013, Pres. De Angelis, Rel. Ponassi:

<<ai contratti a temine deve applicarsi anche l'art. 32, comma 1, bis cit., il quale fa riferimento ...all’art. 6, comma 1, l. n. 604 cit. Il mancato richiamo al comma 1 bis nel citato comma 4, quindi, lungi dal significare che il differimento dell'efficacia delle regole di decadenza non riguardi la cessazione dei contratti a temine, è testualmente ineccepibile nel dire il contrario. Ciò è d‘altronde in sintonia con la finalità della disposizione, di evitare che un gran numero di soggetti intenzionati a contestare la legittimità della cessazione dei rapporti contrattuali o delle altre tipologie di atti del datore di lavoro ivi menzionati incorressero inconsapevolmente in una decadenza, ed essa vale per tutti i casi indicati.

Né in senso contrario depone ...l’ordine del giorno della Camera dei deputati n. 9/4086/12 presentato da alcuni deputati del gruppo del Popolo delle libertà, primo presentatore l’On. Giuliano Cazzola, il 25 febbraio 2011..., con il seguente testo: "........l'interpretazione sistematica del comma 1-bis non comporta ...il differimento dell’applicazione dei termini decadenziali anche alle fattispecie previste ai successivi commi 3 e 4".

Infatti, dagli atti parlamentari si ricava che tale ordine del giorno, presentato nel corso della discussione della legge di conversione del decreto cd. milleproroghe, non è stato sottoposto alla votazione dopo il parere del Governo. L‘interpretazione del disposto del comma 1 bis ivi prospettata è quindi solo quella fatta propria dai presentatori dell’ordine del giorno, né l‘impegno ivi sollecitato del Governo ha avuto seguito.
>>.

interv. #33
http://www.mondoposte.it/smf/index.php?topic=9133.msg149694#msg149694


Invece il Forziati ha preferito ritenere decaduti i contratti a termine scaduti prima dei 60 giorni susseguenti l'entrata in vigore del Collegato lavoro, sollevando questione di legittimità costituzionale in merito alla discriminazione tra lavoratori a termine e tutti gli altri "contrattisti atipici" per effetto della disposizione introdotta dal decreto Milleproroghe.

Ma è cosa nota che le questioni di pregiudizialità dovrebbero essere avanzate quando la norma contrastata non possa assolutamente essere letta in modo costituzionalmente conforme, mentre le Corti d'appello di Genova e torino, come visto, oltre a tanti altri giudici di merito, dimostrano il contrario. Dimostrano, cioè, che il giudice Forziati avrebbe potuto leggere l'emendamento del Passoni al netto delle storture del Cazzola.

Ciò spiega, mi pare evidente, l'intento del giudice di ostacolare per quanto possibile il naturale decorso della giustizia [come esprimersi altrimenti?], con riferimento specifico ai ricorsi ex art. 2 comma 1 bis, Dlgs 368/2001 ed in particolare a quelli incardinati attorno alla "presunta" inosservanza del limite del 15% sulle assunzioni da parte di Poste Italiane SpA. Intento perseguito prima facendo pesare l'assenza di inesigibili allegazioni concernenti il numero degli assunti a termine da parte del ricorrente, poi subordinando all'esito di una discutibile questione di costituzionalità la decisione di analoghe richieste di giustizia.

Giova ricordare che nella relativa ordinanza, riprodotta in avvio di questo intervento, il giudice Forziati ritiene con tutta probabilità superato il limite del 15% per un contratto del 2009, anno nel quale il superamento presupporrebbe, come termine di paragone quantitativo, la considerazione dell'organico svolgente esclusivamente mansioni postali in senso stretto, e non tutto l'organico di Poste Italiane SpA. Ciò risulta molto probabile, per il fatto che l'ordinanza consegue al ritenuto diritto del ricorrente ad essere reintegrato in organico (al salvo della questione della decadenza), e perché al ricorrente, svolgente mansioni di smistamento della posta (cioè mansioni idonee all'assunzione ex art. 2), non restava che contestare la clausola di contingentamento. E dunque è su questo punto che con ogni probabilità la decisione deve essersi fondata.    

In conclusione, al netto dei miei possibili errori, mi sembra di capire che la giustizia, presso il tribunale di Roma, esista, ma sia inaccassibile.

« Ultima modifica: Dicembre 07, 2013, 15:48:46 da giudicimpostori » Registrato
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« Risposta #33 inserito:: Dicembre 09, 2013, 03:22:30 »

La questione di costituzionalità di cui all'ordinanza dell'ottobre 2012 del Tribunale di Roma potrebbe anche essere ritenuta valida (nel merito) dalla Consulta, sebbene manchi (secondo me) un motivo ineludibile per la sua proposizione. Il giudice rimettente avrebbe infatti potuto estendere all'impugnativa del contratto in causa la validità della proroga al 31/12/2011, anziché ritenere che la proroga, perché legislativamente introdotta quando la decadenza ex art. 32 (prima stesura del Collegato lavoro) era già scattata, non possa rimettere in corsa contratti già decaduti. Ritenendo non valida la proroga, il giudice ha riscontrato che la norma di fondo (i cui effetti la proroga avrebbe ritardato) presenta profili di incostituzionalità. Infatti l'art. 32, comma 4 dispone che il termine di 60 giorni per l'impugnazione riguarda non solo il licenziamento illegittimo, ma anche i contratti a termine in corso e, per l'appunto, quelli già scaduti, nulla dicendo rispetto a tutte le altre tipologie contrattuali (come i rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, a progetto, ecc.). Se la Consulta accoglierà la questione, dovrà espungere la parte dell'art. 32 che comporta l'incostituzionalità; cioè, se non sbaglio, l'art. 32, comma 4, che recita testualmente:

<<4. Le disposizioni di cui all'articolo 6 della legge 15 luglio 1966, n. 604, come modificato dal comma 1 del presente articolo ["....Il licenziamento deve essere impugnato a pena di decadenza entro 60 giorni...."], si applicano anche:
a) ai contratti di lavoro a termine stipulati ai sensi degli articoli 1, 2 e 4 del decreto legislativo 6 settembre 2001, n. 368, in corso di esecuzione alla data di entrata in vigore della presente legge, con decorrenza dalla scadenza del termine;
b) ai contratti di lavoro a termine, stipulati anche in applicazione di disposizioni di legge previgenti al decreto legislativo 6 settembre 2001, n. 368, e già conclusi alla data di entrata in vigore della presente legge, con decorrenza dalla medesima data di entrata in vigore della presente legge;
c) alla cessione di contratto di lavoro avvenuta ai sensi dell'articolo 2112 del codice civile con termine decorrente dalla data del trasferimento;
d) in ogni altro caso in cui, compresa l'ipotesi prevista dall'articolo 27 del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, si chieda la costituzione o l'accertamento di un rapporto di lavoro in capo a un soggetto diverso dal titolare del contratto.>>,


ed in particolare la lettera b), di cui all'ordinanza di rimessione.

Al netto di quest'emendamento, verrebbe a cadere in toto l'accostamento, per quanto concerne il termine per l'impugnativa stabilito in 60 giorni, dei contratti a termine (anche somministrati) al caso del licenziamento, e pertanto non ci sarebbe più un termine per impugnare l'illegittimità del termine.
« Ultima modifica: Dicembre 09, 2013, 03:24:00 da giudicimpostori » Registrato
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« Risposta #34 inserito:: Dicembre 15, 2013, 17:18:31 »


yes we can





Ho cambiato (come i giudici) orientamento:

La conclusione delle conclusioni è questa.

Se l'ordinanza Forziati, come pare possibile, venisse accolta, scomparirebbe ciò che di seguito è evidenziato dall'art. 32, comma 4 della l. 183/2010:

<<4. Le disposizioni di cui all'articolo 6 della legge 15 luglio 1966, n. 604, come modificato dal comma 1 del presente articolo ["....Il licenziamento deve essere impugnato a pena di decadenza entro 60 giorni...."], si applicano anche:
(...)
b) ai contratti di lavoro a termine, stipulati anche in applicazione di disposizioni di legge previgenti al decreto legislativo 6 settembre 2001, n. 368, e già conclusi alla data di entrata in vigore della presente legge, con decorrenza dalla medesima data di entrata in vigore della presente legge;
(...).
>>.

Al netto di quest'emendamento, resta scritto che <<le disposizioni di cui all'art. 6...>> [60 giorni per l'impugnazione del licenziamento] <<si applicano anche ...ai contratti a termine.>>.

Non c'è più il riferimento all'obbligo di ritenere decaduti i (soli) contratti a termine scaduti prima del Collegato lavoro. Ciò significa che il Milleproroghe può avere effetto (anche retroattivo) su tutti i contratti atipici di cui alle altre lettere a), b), c), ecc. del comma 4, senza l'esclusione (in merito alla retroattività) dei soli contratti a termine di cui alla lett. c). Ma significa anche che l'effetto dell'ordinanza è solo quello di poter ritenere valida, per le relative impugnazioni, la proroga al 31/12/2011 e non oltre. Dopo questa data torna a valere quanto voluto dal legislatore del 2010, e cioè che i contratti vecchi (tutti quelli di cui all'art. 32, comma 4: lett. a, b, c, ..) non possono più essere impugnati.

Ecco perché il tuo avvocato ti ha espresso perplessità riguardo l'eventualità di un ricorso.. Naturalmente posso anche sbagliare, sono proprio stanco

http://www.magistraturademocratica.it/mdem/images/agemda2014_vignetta1.jpg
« Ultima modifica: Dicembre 15, 2013, 17:28:04 da giudicimpostori » Registrato
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« Risposta #35 inserito:: Dicembre 23, 2013, 14:14:46 »

Mi permetto di segnalare la seguente sentenza (vertente sui termini di decadenza introdotti dal legislatore inglese per la ripetizione di importi versati in eccedenza) in questa sezione, per l'analogia con i termini decadenziali introdotti dal legislatore italiano a fine 2010 (Collegato lavoro, art. 32) per l'impugnazione dei contratti a termine. Termini, che in assenza di un regime transitorio (quale quello confusamente e tardivamente prescritto dal c.d. decreto Milleproroghe) sarebbero (analogamente) da ritenere contrari ai principii della certezza del diritto e della tutela del legittimo affidamento.

Principio di effettività – Principi della certezza del diritto e della tutela del legittimo affidamento – Ripetizione dell’indebito – Mezzi di ricorso – Normativa nazionale – Riduzione, senza preavviso e retroattivamente, del termine di prescrizione dei mezzi di ricorso applicabili

C.G. Europea - Terza Sentenza 2013/12/12 C-362/12 del 12/12/2013

<< 36 ...dato che le modalità di restituzione delle imposte nazionali indebitamente riscosse sono di competenza del diritto nazionale, la questione relativa a una possibile applicazione retroattiva di siffatte modalità compete parimenti a tale diritto a condizione che questa eventuale applicazione retroattiva non comprometta il rispetto del principio di effettività (sentenza Grundig Italiana, cit., punto 36).

37 Tuttavia, come la Corte ha giudicato al punto 38 della citata sentenza Marks & Spencer, anche se il principio di effettività non osta a che una normativa nazionale riduca il termine entro il quale può essere chiesto il rimborso di somme versate in violazione del diritto dell’Unione, ciò è nondimeno subordinato non soltanto alla condizione che il nuovo termine fissato appaia ragionevole, ma anche che tale nuova normativa rechi un regime transitorio che consenta agli interessati di disporre di un termine sufficiente, dopo l’adozione della normativa medesima, per poter presentare le domande di rimborso che essi erano legittimati a proporre durante la vigenza della disciplina precedente. Un regime transitorio siffatto è indispensabile, posto che l’applicazione immediata a tali domande di un termine di decadenza più breve di quello precedentemente in vigore avrebbe l’effetto di privare retroattivamente taluni interessati del loro diritto al rimborso ovvero di lasciare loro soltanto un termine troppo breve per far valere tale diritto.

38 Ne consegue che il principio di effettività osta a una normativa nazionale che riduca, con effetto retroattivo e senza regime transitorio, il termine nel quale poteva essere richiesto il rimborso di somme versate in violazione del diritto dell’Unione (v., in tal senso, sentenza Marks & Spencer, cit., punto 47).

(...)

42 ...anche se il principio di effettività non osta a che una normativa nazionale riduca il termine nel corso del quale può essere richiesta la restituzione dell’indebito e il termine di prescrizione di sei anni che decorre dalla data del pagamento di imposte indebite, come risulta dal punto 34 della presente sentenza, appare di per sé ragionevole, occorre del pari, in conformità alla giurisprudenza ricordata al punto 37 della presente sentenza, che la nuova normativa preveda un regime transitorio che consenta ai contribuenti di disporre di un termine sufficiente, dopo l’adozione della stessa, per poter proporre domande che avevano diritto a presentare nella vigenza della precedente normativa.

43 Una normativa nazionale, come quella di cui trattasi nel procedimento principale, la quale abbia l’effetto di ridurre il periodo nel corso del quale possono essere proposti ricorsi intesi a richiedere la restituzione dell’indebito, da sei anni a partire dalla scoperta dell’errore all’origine del pagamento dell’imposta indebita a sei anni a decorrere dal giorno del suo pagamento, prevedendo che tale effetto si applichi immediatamente a tutte le domande proposte successivamente alla data di adozione di tale normativa nonché alle domande proposte tra quest’ultima data e una data anteriore, corrispondente nella fattispecie alla data in cui la proposta di adozione di tale normativa è stata annunciata, che costituisce la data di entrata in vigore di detta normativa, non soddisfa il requisito del regime transitorio. Siffatta normativa rende impossibile in pratica l’esercizio del diritto alla ripetizione di imposte indebitamente versate, del quale i contribuenti precedentemente fruivano. Ne consegue che una normativa nazionale come quella di cui trattasi nel procedimento principale deve essere considerata incompatibile con il principio di effettività.

Sui principi di certezza del diritto e di tutela del legittimo affidamento

44 Occorre ricordare che, secondo costante giurisprudenza, il principio della certezza del diritto, che ha per corollario quello della tutela del legittimo affidamento, esige che una normativa che comporta conseguenze svantaggiose per i privati sia chiara e precisa e che la sua applicazione sia prevedibile per gli amministrati (v., in particolare, sentenza del 7 giugno 2005, VEMW e a., C‑17/03, Racc. pag. I‑4983, punto 80). Come si è ricordato al punto 33 della presente sentenza, il termine di prescrizione deve essere fissato anticipatamente per adempiere la sua funzione di garantire la certezza del diritto.

45 La Corte ha del pari giudicato che il principio di tutela del legittimo affidamento osta a che una modifica della normativa nazionale privi il contribuente, con effetto retroattivo, del diritto di cui fruiva anteriormente a tale modifica, consistente nell’ottenere il rimborso di imposte percepite in violazione del diritto dell’Unione (v., in tal senso, sentenza Marks & Spencer, cit., punto 46).

46 Nella fattispecie, come risulta dal punto 41 della presente sentenza, anteriormente all’adozione dell’articolo 320, i contribuenti, per chiedere il rimborso di imposte indebitamente versate, avevano il diritto di avvalersi dell’azione Kleinwort Benson dinanzi ai giudici nazionali e potevano attendersi che la questione se i loro ricorsi fossero legittimi o meno fosse decisa da tali giudici.

47Orbene, l’adozione dell’articolo 320 ha avuto la conseguenza di privarli di tale diritto retroattivamente e senza regime transitorio. Detta disciplina ha quindi introdotto un cambiamento che ha pregiudicato la loro situazione senza che essi abbiano potuto prepararvisi.

48Ne consegue che siffatta modifica normativa pregiudica i principi di certezza del diritto e di tutela del legittimo affidamento.

49 Alla luce dell’insieme delle considerazioni che precedono, occorre rispondere alla questione presentata dichiarando che, in una situazione in cui i contribuenti, in conformità al diritto nazionale, hanno la scelta tra due mezzi di ricorso possibili in materia di ripetizione di un’imposta percepita in violazione del diritto dell’Unione, uno dei quali beneficia di un termine di prescrizione più lungo, i principi di effettività, di certezza del diritto e di tutela del legittimo affidamento ostano a che una normativa nazionale riduca tale termine di prescrizione senza preavviso e in modo retroattivo.

(...)

51 ...Ciò che importa è che ...alla data dei fatti di cui al procedimento principale, i contribuenti disponessero, in forza del diritto nazionale, del diritto di proporre un’azione di ripetizione dell’indebito basandosi su siffatto mezzo di ricorso...
>>.

http://www.dirittoitaliano.com/giurisprudenza/provvedimento.php?Tutela-giurisdizionale-ndash-Principio-di-effettivita-ndash-Principi-della-certezza-del-diritto-e-della-tutela-del-legittimo-affidamento-ndash-Ripetizione-dell-rsquo-indebito-ndash-Mezzi-di-ricorso-ndash-Normativa-nazionale-ndash-Riduzione-senza-preavviso-e-retroattivamente-del-termine-di-prescrizione-dei-mezzi-di-ricorso-applicabili-891
« Ultima modifica: Dicembre 23, 2013, 14:18:23 da giudicimpostori » Registrato
giudicimpostori
Utente non iscritto
« Risposta #36 inserito:: Gennaio 25, 2014, 20:22:12 »


Io non darei troppo peso a quest'interpretazione del termine di decadenza (31/12/2011) per l'impugnazione dei contratti a tempo determinato di più vecchia data. Sebbene la sentenza non sia consultabile, parrebbe che il giudice di Cosenza non ritenga valido il termine posticipato dal decreto Milleproroghe. Sembra che per questo giudice detto limite (31/12/2011) debba valere solo per determinate rivendicazioni, mentre per altre (non ho capito bene quali), nulla impedirebbe di aprire ricorso anche dopo il termine sopra ricordato. Mi sembra un'interpretazione un po' astrusa..

<<laleggepertutti.it, 29/12/2013

CONTRATTI DI LAVORO A TERMINE: SCARDINATA L’IMPUGNAZIONE A PENA DI DECADENZA.

(di massimo Cundari, Avvocato Cassazionista, specializzato in Diritto del Lavoro, Sindacale e della Previdenza Sociale, Presidente della Sezione Calabria dell’AGI, Avv. Giuslav...)

È ancora possibile agire per ottenere la conversione a tempo indeterminato del contratto di lavoro a termine stipulato illegittimamente: la rivoluzionaria interpretazione del termine di decadenza secondo il Tribunale di Cosenza.

Una recente sentenza del Tribunale di Cosenza [1] è destinata ad aprire nuovi scenari nel campo della impugnazione dei contratti di lavoro a termine, soprattutto per quanti siano eventualmente già incorsi nelle decadenze introdotte dal cosiddetto “Collegato Lavoro”.

Come è noto, il “Collegato Lavoro” [2] (estendendo la portata delle disposizioni già previste in materia di licenziamenti [3]), ha introdotto la seguente regola: chi vuole impugnare un contratto di lavoro a termine è assoggettato ad un doppio termine decadenziale, stragiudiziale e giudiziale.

La materia è stato oggetto di successivi interventi normativi (ad opera prima della legge di conversione del cosiddetto decreto “Milleproroghe” [4], poi della Riforma Fornero [5]), nonché di un già cospicuo numero di provvedimenti giudiziali, che hanno contribuito non poco a chiarire la portata di tutto questo complesso corpus normativo. Allo stato, tenuto conto degli orientamenti che appaiono maggioritari nell’interpretazione giurisprudenziale, il quadro che ne emerge può essere così molto sinteticamente descritto:
- i  contratti  di  lavoro  a  termine cessati entro il 30 dicembre 2011, dovevano essere impugnati stragiudizialmente entro i successivi 60 giorni, e quindi entro il 28 febbraio 2012; entro i 270 giorni successivi all’impugnazione stragiudiziale dovevano essere impugnati anche giudizialmente o, in alternativa, entro lo stesso termine doveva essere avviata una procedura di conciliazione presso la Direzione Territoriale del lavoro;
- i  contratti  di  lavoro  a  termine cessati dal il 31 dicembre 2011 al il 31 dicembre 2012 dovevano essere impugnati stragiudizialmente entro 60 giorni dalla cessazione; entro i 270 giorni successivi all’impugnazione stragiudiziale – che, a far data dal 18 luglio 2012 (per effetto della Riforma Fornero) sono diventati 180 -, dovevano essere impugnati anche giudizialmente o, in alternativa, entro lo stesso termine doveva essere avviata una procedura di conciliazione presso la Direzione Territoriale del lavoro;
- i contratti cessati a far data dal 1° gennaio 2013, dovevano/devono essere impugnati, stragiudizialmente, entro 120 giorni dalla cessazione; ed entro i 180 giorni successi all’impugnazione stragiudiziale dovevano/devono essere impugnati anche giudizialmente o, in alternativa, entro lo stesso termine doveva/deve essere avviata una procedura di conciliazione presso la Direzione Territoriale del lavoro.

La rivoluzionaria decisione del Tribunale di Cosenza scardina questa impostazione, giacché afferma, per la prima volta (a quanto consta), che il predetto regime di obbligatorietà a pena di decadenza dell’impugnazione non vale in assoluto, bensì vale solo nel caso in cui si faccia valere la nullità del termine con riguardo ad alcuni specifici vizi del contratto (ad es. nel caso in cui si contesti la sussistenza delle ragioni addotte in contratto a giustificazione del ricorso al tempo determinato) [6].
 
Qualora invece si intenda agire in giudizio per far valere la illegittimità del termine per la violazione di altri tipi di vizio, secondo il giudice del lavoro di Cosenza, non opera alcun regime decadenziale.

La vicenda
 
Nel caso di specie il principio è stato enunciato in un caso in cui il giudice – accogliendo il ricorso di una lavoratrice che pur non aveva tempestivamente impugnato il contratto intercorso con la sua ex datrice di lavoro – ha ravvisato la nullità del termine per violazione della disposizione della legge che disciplina i contratti a termine [7] che subordina la possibilità di ricorrere a tale tipologia contrattuale solo a condizione che il datore di lavoro abbia effettuato la valutazione dei rischi sulla sicurezza sul lavoro.

Lo scenario
 
Come si può ben comprendere, la decisione apre un scenario fino a poco tempo fa inimmaginabile, giacché, soprattutto a chi sia già decaduto per non avere impugnato tempestivamente il contratto (nel termine stragiudiziale o giudiziale), apre la strada per poter ancora agire per  ottenere, come nel caso di cui alla sentenza del Tribunale di Cosenza, la conversone a tempo indeterminato del rapporto di lavoro del contratto a termine stipulato illegittimamente.


[1] Trib. Cosenza, sent. n. 3423/2013.

[Il Giudice dovrebbe essere Silvana Domenica Ferrentino]
http://pst.giustizia.it/PST/it/pst_2_6_2.wp?actionPath=/ExtStr2/do/consultazionepubblica/sicid/dirlavoro/detail.action&currentFrame=10&idfascicolo=116131&numeroregistro=00004712&annoregistro=2012&regioneRicerca=3&ufficioRicerca=0780450095&registroRicerca=LAV

[2] Art. 32 l. n. 183/2010.
[3] Art. 6 l. n. 604/1966.
[4] L. n. 10/2011, di conversione del d.l. n. 225/2010.
[5] L. n. 92/2012
[6] Più precisamente ai sensi degli artt. 1, 2 o 4 del d.lgs. n. 368/2001, il decreto che allo stato regola la materia dei contratti a termine.
[7]Art. 3 del d.lgs. n. 368/2001.
>>.

Trib. Cosenza sulla decadenza ex art. 32 (articolo)
http://www.laleggepertutti.it/44682_contratti-di-lavoro-a-termine-limpugnazione-a-pena-di-decadenza-viene-scardinata
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« Risposta #37 inserito:: Gennaio 29, 2014, 19:54:26 »

isenti giudiciimpostori cosa vorrebbe dire questa sentenza secondo te che ancora si farebbe in tempo ad impugnare grazie per la risposta
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« Risposta #38 inserito:: Febbraio 01, 2014, 03:07:26 »

secondo te ...ancora si farebbe in tempo ad impugnare?

Io non darei troppo peso a quest'interpretazione del termine di decadenza (31/12/2011) per l'impugnazione dei contratti a tempo determinato di più vecchia data.

Nell'articolo [1] (mi pare sia l'unico che tratta del caso in rete), non è spiegato per quali motivi d'impugnazione il relativo termine di decadenza (31/12/2011 ex art. 32, l. 183/2010) possa (per questo giudice) ritenersi inefficace. Mi pare di aver capito che se l'eccezione riguardasse - ad esempio - la valutazione dei rischi (di cui è sempre onerato il datore), il ricorso non troverebbe ostacolo nella decadenza. Non si comprende se sia sufficiente questa contestazione, anche in subordine assieme ad altre, oppure se essa debba essere l'unica su cui si articoli il ricorso (affinché quest'ultimo, appunto, possa essere proposto a prescindere dai termini decadenziali di cui all'art. 32, l. 183/10). Il giudice è Ferrentino Silvana Domenica, sent. n. 3423 del 13/12/2013 non reperibile in rete [3], ed ha già ricevuto l'encomio dalla "controparte".

Infatti c'è un altro articolo, di "area" Sole 24 ore, che tratta dello stesso giudice, in relazione, però, ad un licenziamento ex legge 92/12 (riforma Fornero). L'articolo inizia così: <<Interessante la sentenza del Giudice del Lavoro del Tribunale di Cosenza (dott.ssa Silvana Ferrentino), che si occupa della vicenda di un informatore scientifico che aveva impugnato il licenziamento (collettivo), con ricorso ex lege 92 del 2012...>>. In questo caso (l'articolo è dell'11/2/2013) il Tribunale di Cosenza trattava il licenziamento ai sensi della vecchia disciplina, e quindi non secondo la riforma dell'art. 18 ex Fornero, fondando la decisione su aspetti inerenti l'epoca del licenziamento (<<trattandosi di licenziamento irrogato prima dell'entrata in vigore della legge n. 92 del 2012>>) in assenza di un adeguato (nella formulazione) atto di recesso ai fini della disciplina ex Fornero (se non ho capito male) [2].

[1] Trib. Cosenza, sent. n. 3423/2013 - Giud. Ferrentino Silvana Domenica [3].
http://www.laleggepertutti.it/44682_contratti-di-lavoro-a-termine-limpugnazione-a-pena-di-decadenza-viene-scardinata

[2] Trib. Cosenza, sent. antecedente la metà di febbraio del 2013.
http://www.diritto24.ilsole24ore.com/lavoro/primiPiani/2013/02/rito-fornero-e-licenziamento-collettivo-la-posizione-del-tribunale-di-cosenza.html

[3] Consultazione Online Uffici Giudiziari
http://pst.giustizia.it/PST/it/pst_2_6_2.wp?actionPath=/ExtStr2/do/consultazionepubblica/sicid/dirlavoro/detail.action&currentFrame=10&idfascicolo=116131&numeroregistro=00004712&annoregistro=2012&regioneRicerca=3&ufficioRicerca=0780450095&registroRicerca=LAV
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« Risposta #39 inserito:: Febbraio 02, 2014, 20:02:15 »

MA MI FACCIA IL PIACERE (citaz. da punto 12 della seguente relazione)

LA SENTENZA CARRATÙ E L’ORDINANZA PAPALIA DELLA CORTE DI GIUSTIZIA, LA SENTENZA MONTALTO DELLA CEDU, LE ORDINANZE DI RINVIO PREGIUDIZIALE DELLA CORTE COSTITUZIONALE E DELLA CASSAZIONE, RICOSTRUISCONO LA TUTELA EFFETTIVA DEI LAVORATORI

Pubblicato 31 Gennaio 2014
di Avv. Vincenzo De Michele

<<1. Il riscatto del processo del lavoro italiano “comunitario” nella sentenza Carratù.
2. Le eccezionali e combinate risposte della Cgue nelle decisioni Carratù e Papalia.
3. L’isolamento imposto alla giurisprudenza della Cedu dopo le censure allo Stato italiano.
4. L’attacco congiunto al muro di Lussemburgo/Roma/Milano e al “Porcellum” della libera avvocatura e del Tribunale di Napoli.
5. La Cedu aiuta le Alte Corti nazionali a cancellare il “Porcellum” e la stagione delle norme retroattive a favore dello Stato.
6. La Cedu aiuta la Corte di giustizia a superare i contrasti sul caso Agrati-Scattolon e a chiudere la stagione dei favori allo Stato italiano.
7. L’udienza del 5 giugno 2013 nella causa Carratù, dopo il ricorso alla Cedu e il fastidio del Collegio lussemburghese.
8. L’udienza della causa Carratù e la confusione sulle norme di tutela sul precariato pubblico.
9. L’udienza della causa Carratù e le informazioni “riservate” sulla pregiudiziale della Corte costituzionale.
10. L’istanza della lavoratrice Carratù di riapertura della fase orale della causa Carratù.
11. La sentenza Carratù-Papalia e il rigetto/accoglimento dell’istanza di riapertura della fase orale.
12. La normativa interna applicabile alle varie fattispecie di causa nella sentenza Carratù-Papalia: il Pinocchio statale ha concluso gli studi europei e non può più dire bugie.
13. La disciplina dell’Unione europea applicabile alle fattispecie delle cause Carratù e Papalia.
14. Conclusioni: il Giudice nazionale deve riempire il finto “vuoto normativo” per garantire la tutela effettiva dei diritti fondamentali. La sentenza Montalto della Cedu.

(................)


<<....SI DOVRÀ INTERVENIRE, SUL PIANO GIURISPRUDENZIALE (A CAUSA DELL’ATTUALE MANCATA “CONNESSIONE” SOCIO-ECONOMICA DEL LEGISLATORE-STATO), SU ALCUNI ISTITUTI CONTRATTUALI “DEFORMATI” DALLA NORMATIVA RETROATTIVA CHE HA PEGGIORATO O PARALIZZATO LA TUTELA DEI DIRITTI FONDAMENTALI.
 
Innanzitutto, come è noto, l’art.32, comma 4, lettera b) della legge n.183/2010 ha esteso il meccanismo della doppia decadenza stragiudiziale e giudiziale previsto per l’impugnativa di licenziamento di cui all’art.6 della legge n.604/1966 (nel testo novellato dallo stesso art.32, comma 1, del Collegato lavoro 2010) ai contratti di lavoro a termine, stipulati  anche  in  applicazione  di disposizioni di legge previgenti al decreto legislativo  6  settembre 2001, n. 368, e già conclusi alla data di entrata  in  vigore  della presente legge, con decorrenza dalla  medesima  data  di  entrata  in vigore della presente legge.
 
Successivamente, il comma 1-bis dell’art. 32 del Collegato lavoro -  introdotto dall'art.  1,  comma  2,  della  legge  26  febbraio  2011,  n.   10, che ha convertito con modificazioni l’art.2, comma 54, del D.L. 29 dicembre  2010, n. 225, ha disposto che «In sede di  prima  applicazione,  le disposizioni di cui all'art. 6, primo comma, della  legge  15  luglio 1966, n. 604, come modificato dal  comma  1  del  presente  articolo, relative  al  termine  di  sessanta  giorni  per  l'impugnazione  del licenziamento, acquistano  efficacia  a  decorrere  dal  31  dicembre 2011».
 
Secondo la giurisprudenza di merito prevalente, tuttavia, tale differimento dell’efficacia del termine decadenziale per l'impugnativa dei licenziamenti, che sarebbe da  ritenersi in realtà applicabile a tutte le ipotesi contrattuali indicate nell'art. 32 della legge n. 183/2010, in considerazione sia degli espressi richiami contenuti nei successivi commi 3 e 4 della medesima legge al riformato art. 6 della legge n. 604/1966, sia della chiara ratio della norma stessa, introdotta al solo fine di evitare che, a seguito dell'introduzione di un termine decadenziale mai previsto fino ad ora, un  gran  numero di  soggetti  intenzionati a contestare la legittimità della cessazione dei rapporti contrattuali o delle altre tipologie di  atti datoriali ivi menzionati incorressero in una decadenza inconsapevole, è stato previsto quando ormai il termine stesso, decorrente dal 24 novembre 2010 e della durata di 60  giorni, era irrimediabilmente scaduto, con conseguente intangibilità di ogni fattispecie decadenziale medio tempore verificatasi [60]
 
La sentenza Carratù della Corte di giustizia ha risolto anticipatamente rendendola inammissibile la questione di legittimità costituzionale sollevata dal Tribunale di Roma sull’art.32, comma 4, lettera b), della legge n.183/2010 per violazione dell’art.3 della Costituzione (rispetto alle altre ipotesi di contratti flessibili diversi dal contratto a tempo determinato per il quale opera la retroattività anche per quelli già scaduti), in quanto LA EQUIPARAZIONE DELLA TUTELA ASSICURATA AI LAVORATORI A TEMPO DETERMINATO RISPETTO AI LAVORATORI A TEMPO INDETERMINATO COMPARABILI RENDE DIRETTAMENTE INAPPLICABILE ANCHE LA DISPOSIZIONE SOTTOPOSTA AL VAGLIO DI COSTITUZIONALITÀ, A PRESCINDERE DALLO SLITTAMENTO O MENO AL 31 DICEMBRE 2011 E DELLA SUA CONCRETA APPLICABILITÀ ANCHE AI CONTRATTI A TEMPO DETERMINATO DELLA ENTRATA IN VIGORE DEL DOPPIO TERMINE DECADENZIALE DI IMPUGNATIVA.
 
SI È MOLTO DISCUSSO ALL’UDIENZA DEL 5 GIUGNO 2013 SULLE RAGIONI DELLA LUNGHEZZA E DEGLI ABUSI QUANTITATIVI DEI PROCESSI DEL LAVORO E IL QUADRO CHE EMERGE DALLA SENTENZA CARRATÙ E DALL’ORDINANZA PAPALIA È CHE GLI ABUSI SULLE REGOLE E SUI PROCESSI SIANO STATI COMMESSI ESCLUSIVAMENTE E DELIBERATAMENTE DALLO STATO.
 
Il nuovo rito Fornero introdotto dall’art.1, commi 47 ss., della legge n.92/2012 per l’impugnativa dei licenziamenti individuali e collettivi crea, però, una differenziazione sul piano processuale rispetto all’equiparazione sostanziale della tutela tra lavoratori a tempo determinato irregolarmente assunto a termine presso un datore di lavoro cui si applica la tutela “reale” e lavoratori a tempo indeterminato comparabili ingiustificatamente licenziati dalla stessa azienda che opera nel campo di applicazione dell’art.18 della legge n.300/1970.
 
Pare evidente, quindi, che l’ulteriore effetto applicativo della sentenza Carratù sarà quello di estendere la più rapida tutela processuale anche ai lavoratori a tempo determinato assunti illecitamente alle dipendenze di datore di lavoro cui si applica l’art.18 della legge n.300/1970 nella nuova formulazione [61].
 
Peraltro, in caso di applicazione anche all’impugnativa dei contratti a termine del rito Fornero, la nuova sanzione prevista in caso di licenziamento illegittimo perché privo di giustificato motivo oggettivo per “manifesta insussistenza del fatto” (che rappresenta l’ipotesi di invalidità della cessazione del rapporto a tempo indeterminato più direttamente assimilabile all’assunzione illecita a termine) consentirebbe da un lato la compatibilità comunitaria sotto il profilo dell’equivalenza dell’art.32, comma 5, della legge n.183/2010 della sanzione tra un minimo di 2,5 e un massimo di 12 mensilità (da 6 a 12 mensilità di retribuzione è invece la sanzione in caso di licenziamento ingiustificato), dall’altro trasformerebbe in obbligo di legge la facoltà discrezionale del Giudice di assicurare la tutela reintegratoria “attenuata” di cui al novellato art.18, comma 4, della legge n.300/1970, se non si vuole correre il rischio di creare una discriminazione indiretta dei lavoratori a tempo indeterminato “comparabili” rispetto alla più forte tutela assicurata ai lavoratori a tempo determinato anche nel caso in cui si ritenga di applicare l’art. 32, comma 5, della legge n.183/2010[62].....>>...
« Ultima modifica: Febbraio 02, 2014, 20:09:50 da giudicimpostori » Registrato
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« Risposta #40 inserito:: Febbraio 28, 2014, 22:49:53 »

L'ordinanza della CGUE del 18 gennaio 2011, Berkizi-Nikolakaki (causa C-272/10)... giustifica una normativa nazionale sul termine di 2 mesi per la presentazione del ricorso a condizione chedetto termine - cosa che spetta al giudice nazionale verificare - non sia meno favorevole di quello concernente ricorsi simili di diritto interno in materia di diritto del lavoro e non renda praticamente impossibile o eccessivamente difficile l’esercizio dei diritti conferiti dall’ordinamento giuridico dell’Unione”.

Tratto da "La giurisprudenza della Corte di Giustizia sui contratti di lavoro a termine e il suo rilievo per l’ordinamento italiano" - Relazione di Donata Gottardi alla Tavola rotonda del 14 giugno 2012, Corte di Cassazione

pag. 8
http://www.europeanrights.eu/public/commenti/Relazione_Gottardi.pdf

DISPOSITIVO

<<L’art. 155, n. 2, TFUE e l’accordo-quadro sul lavoro a tempo determinato, concluso il 18 marzo 1999 e allegato alla direttiva del Consiglio 28 giugno 1999, 1999/70/CE, relativa all’accordo quadro CES, UNICE e CEEP sul lavoro a tempo determinato, devono essere interpretati nel senso che non ostano a una norma nazionale, come l’art. 11, n. 2, del decreto presidenziale 164/2004, recante disposizioni relative ai lavoratori assunti con contratto a tempo determinato nel settore pubblico, a termini della quale la domanda di un lavoratore diretta a far sì che sia convertita in un contratto di lavoro a tempo indeterminato una serie di contratti di lavoro a tempo determinato eventualmente qualificabili come abusivi deve essere introdotta dinanzi all’autorità competente entro un termine perentorio di due mesi dall’entrata in vigore di detto decreto, purché detto termine – cosa che spetta al giudice nazionale verificare – non sia meno favorevole di quello concernente ricorsi simili di diritto interno in materia di diritto del lavoro e non renda praticamente impossibile o eccessivamente difficile l’esercizio dei diritti conferiti dall’ordinamento giuridico dell’Unione.

La clausola 8, punto 3, dell’accordo-quadro sul lavoro a tempo determinato deve essere interpretata nel senso che non osta a una norma nazionale come l’art. 11, n. 2, del decreto presidenziale 164/2004, a termini della quale la domanda di un lavoratore diretta a far sì che sia convertita in un contratto di lavoro a tempo indeterminato una serie di contratti di lavoro a tempo determinato eventualmente qualificabili come abusivi deve essere introdotta dinanzi all’autorità competente entro un termine perentorio di due mesi dall’entrata in vigore di detto decreto, sebbene i corrispondenti termini previsti da disposizioni legislative nazionali analoghe anteriori a tale data siano stati prorogati, in quanto tale norma non pregiudica il livello generale di tutela dei lavoratori a tempo determinato.
>>.

http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=CELEX:62010CO0272:IT:HTML
« Ultima modifica: Febbraio 28, 2014, 23:43:37 da giudicimpostori » Registrato
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« Risposta #41 inserito:: Marzo 06, 2014, 21:16:46 »

LA PROROGA AL 31/12/2011 PER L'IMPUGNAZIONE RIGUARDAVA LE PUERPERE LICENZIATE, NON I CONTRATTISTI A TERMINE.

C'è da meravigliarsi che il giudice Rizzo non citi anche il diritto canonico per validare l'inefficacia del differimento (al 31/12/2011) del termine per l'impugnazione dei contratti a tempo determinato (differimento peraltro disposto tardivamente ed ambiguamente da pezzi di legislatura all'interno del "decreto milleproroghe"). La volontà del legislatore era quella di tagliar fuori i contrattisti precari. Si legge, nella sentenza fiorentina, che tale interpretazione <<non conduce a risultati irragionevoli in quanto il termine di decadenza introdotto dall’art. 32 L. 183/2010 riguarda, quanto ai licenziamenti, non solo gli atti datoriali di recesso privi di giusta causa o giustificato motivo..., ma... anche gli altri licenziamenti invalidi, prima non sottoposti ad alcun onere di impugnativa (es: i licenziamenti in prossimità di matrimonio, i licenziamenti nel periodo di puerperio, i licenziamenti dei lavoratori in prova, ecc). Questo comporta che lo slittamento di operatività del termine di decadenza, per queste ultime ipotesi (non originariamente previste dall’art. 6 L. 604/1966), pur essendo marginale rispetto alle altre ipotesi previste dallo stesso articolo 32, costituisca comunque un ambito in cui il legislatore può discrezionalmente intervenire (e di fatto è intervenuto, con disposizione, quindi, che si palesa avere un suo contenuto e non priva di senso).>>.

Ricorso del 2011, sentenza del febbraio 2013

Tribunale di Firenze
sent. del 21/2/2013
Giud. Marilena Rizzo

<<...La ricorrente, a fondamento della propria domanda ha allegato di avere stipulato dal 21/5/2009 più contratti a termine, tutti con termine illegittimamente apposto, l’ultimo dei quali in data 13/9/2010, scaduto il 23/7/2011 a seguito di proroga.

A fronte dell’eccezione di decadenza, all’odierna udienza ha ammesso di non avere provveduto ad alcuna impugnazione stragiudiziale prima del ricorso giudiziario, notificato alla controparte il 29/11/2011, ritenendo che il termine di decadenza previsto dall’art. 32 L. 183/2010 non fosse ancora cominciato a decorrere, essendo intervenuta la proroga ai sensi del c.d. decreto milleproroghe.

Ritiene il Tribunale che il ricorso sia inammissibile, essendosi maturata la decadenza di cui all’art. 32 L. 183/2010.

L’art. 32 della legge 4 novembre 2010, n. 183 (c.d. Collegato Lavoro), entrata in vigore il 24/11/2010, oltre a modificare la disciplina delle impugnazioni del licenziamento, estende l’onere di impugnazione anche a fattispecie affatto diverse. In particolare:

A) il primo comma dell’art. 32 L. 183/2010 sostituisce il primo e il secondo comma dell’art. 6 L. 604/1966, prevedendo, oltre alla necessità, a pena di decadenza, di una impugnazione del licenziamento, anche extragiudiziale, entro 60 giorni dalla sua comunicazione in forma scritta, ovvero dalla comunicazione scritta dei motivi, qualora non contestuali allo stesso (primo comma art. 6 L. 604/66), la previsione di un ulteriore onere di impugnazione giudiziale, entro il successivo termine di 270 giorni, a pena di inefficacia della prima impugnazione. La decadenza viene pertanto impedita solo se, dopo la contestazione extragiudiziaria del licenziamento, il soggetto interessato depositi nel termine di 270 giorni il ricorso nella cancelleria del Tribunale in funzione di giudice del lavoro o comunichi alla controparte la richiesta di tentativo di conciliazione o arbitrato. Qualora la conciliazione o l’arbitrato siano rifiutati o non sia raggiunto l’accordo necessario al relativo espletamento, il ricorso al giudice deve essere depositato a pena di decadenza entro 60 giorni dal rifiuto o dal mancato accordo (secondo comma nuovo art. 6 L. 604/66).

B) il comma due dell’art. 32 L. 183/2010 estende le disposizioni <<di cui all’articolo 6 della legge 15 luglio 1966, n. 604, come modificato dal comma 1 del presente articolo>> anche a tutti i casi di invalidità del licenziamento.

C) Il comma 3 dell’art. 32 L. 183/2010 estende l’impugnazione anche a fattispecie diverse, prevedendo che <<le disposizioni di cui all’art. 6 della legge 15 luglio 1966, n. 604, come modificato dal comma 1 del presente articolo>> si applichino inoltre:
a) ai licenziamenti che presuppongono la risoluzione di questioni relative alla qualificazione del rapporto di lavoro ovvero alla legittimità del termine apposto al contratto;
b) al recesso del committente nei rapporti di collaborazione coordinata e continuativa;
c) al trasferimento ai sensi dell’art. 2103 cc;
d) all’azione di nullità del termine apposto al contratto di lavoro, ai sensi degli articoli 1, 2 e 4 del decreto legislativo 6 settembre 2001, n. 368, e successive modificazioni, con termine decorrente dalla scadenza del medesimo;

D) Il comma 4 dell’art. 32 citato estende inoltre l’applicazione delle << disposizioni di cui all’art. 6 della legge 15 luglio 1966, n. 604, come modificato dal comma 1 del presente articolo>> anche:
a) ai contratti di lavoro a termine stipulati ai sensi degli articoli 1, 2, e 4 del decreto legislativo 6 settembre 2001, n. 368, in corso di esecuzione alla data di entrata in vigore del c.d. Collegato Lavoro, con decorrenza dalla scadenza del termine;
b) ai contratti di lavoro a termine, stipulati anche in applicazione delle disposizioni previgenti al D.Lgs. 368/2001 e già conclusi alla data di entrata in vigore del Collegato Lavoro, per i quali, quindi, i 60 giorni per l’impugnazione decorrono dal 24/11/2010;
c) alla cessione del contratto di lavoro avvenuta ai sensi dell’art. 2112 c.c.;
d) in ogni altro caso in cui si chieda la costituzione o l’accertamento di un rapporto di lavoro in capo ad un soggetto diverso dal titolare del contratto.

Il 27 febbraio 2011 è entrata in vigore la L. 26 febbraio 2011, n. 10, che ha convertito con modificazioni il D.L. 29 dicembre 2010, n. 225 ( c.d. Decreto Milleproroghe), la quale ha introdotto nell’art. 32 L. 183/2010, dopo il primo comma, il comma 1bis, dal seguente tenore: <<In sede di prima applicazione, le disposizioni di cui all’art. 6, primo comma, della legge 15 luglio 1966, n. 604, come modificato dal comma 1 del presente articolo, relative al termine di sessanta giorni per l’impugnazione del licenziamento, acquistano efficacia a decorrere dal 31 dicembre 2011>>.

La questione esegetica sottoposta oggi all’esame di questo giudice riguarda il contenuto e l’ambito di operatività (sia sotto il profilo oggettivo che sotto quello temporale) dell’art. 1, Allegato 1, della L. 26 febbraio 2011, n. 10, che ha modificato, in sede di conversione, l’art. 2, comma 54 del D.L. 29 dicembre 2010, n. 225 ( c.d. Decreto Milleproroghe). Infatti, a fronte della duplice esigenza sottesa all’introduzione dell’art. 32 L. 183/2010, (e cioè da un lato quella di razionalizzare i tempi di avvio del contenzioso e dall’altro quella di garantire la definitività di alcuni atti datoriali che, se annullati a distanza di molto tempo, possono incidere negativamente sull’organizzazione imprenditoriale), dopo solo tre mesi (e precisamente dopo 96 giorni dall’entrata in vigore del Collegato Lavoro) il legislatore è intervenuto in sede di conversione del D.L. 225/2010 con il sopra richiamato art. 1 L. 26 febbraio 2011, il quale , in considerazione dell’impatto che il citato art. 32 poteva avere sul contenzioso, ha disposto una proroga dell’efficacia del nuovo assetto normativo delle decadenze, con una disposizione, tuttavia, così poco organica, rispetto al testo e al contenuto della L. 183/2010, che ha subito generato dubbi interpretativi ed applicativi.

Il contenuto del comma 1 bis aggiunto all’art. 32 L. 183/2010 non è stato interpretato univocamente dagli operatori del settore, atteso che si sono sviluppati due distinti orientamenti:
 - il primo, secondo cui la proroga al 31/12/2011 vale solo per i licenziamenti;
 - l’altro,( cui implicitamente si riporta parte ricorrente nel corso della discussione orale) secondo cui la proroga si riferisce anche alle ulteriori tipologie prese in considerazione dall’art. 32 L. 183/2010, ed in particolare ai contratti a termine.

Il dibattito, basantesi sui tradizionali criteri della interpretazione letterale, logica, sistematica e teleologica, risulta arricchito dalla circostanza che la Camera dei Deputati il 25/2/2011 ha deliberato un ordine del giorno (il n. 9/4086/12 promosso dall’On. Cazzola nella seduta dell’Assemblea del Senato del 25 febbraio 2011) del seguente tenore:

<<La Camera, premesso che:
-l’art. 32 della legge 4 novembre 2010, n. 183, introduce disposizioni in materia di contratti di lavoro;
- la ratio delle disposizioni dell’art. 32 è quella di garantire la certezza del diritto e la speditezza dei processi mediante l’introduzione di termini di decadenza riferiti anche a fattispecie in precedenza non assoggettate a tali termini;
- l’effetto del comma 1 bis del citato articolo 32, introdotto dal Senato con il comma 54 dell’art. 2 del decreto legge in esame, è quello di differire, al 31 dicembre 2011, l’efficacia delle disposizioni limitatamente alla fattispecie di cui all’art. 6, comma 1, della legge 15 luglio 1966, n. 604;
- a ragione del differimento rimangono temporaneamente in vigore le norme in materia di impugnazione non richiamate da tale ultima disposizione citata;
- l’interpretazione sistematica del comma 1-bis non comporta, altresì, il differimento dell’applicazione dei termini decadenziali anche alle fattispecie previste ai successivi commi 3 e 4, impegna il Governo a emanare disposizioni in tal senso, al fine di evitare ogni possibile incertezza interpretativa, attraverso l’esplicitazione della permanenza dell’obbligo di impugnare, entro i termini di decadenza previsti, le fattispecie di cui all’articolo 32, commi 3 e 4, della legge 4 novembre 2010, n. 183>>.

Ritiene il Tribunale che il differimento del termine di decadenza di sessanta giorni riguardi esclusivamente l’impugnazione del licenziamento di cui all’art. 6 L. n. 604/1966 e non anche tutte le nuove fattispecie per le quali il Collegato Lavoro ha imposto il regime decadenziale (in questo senso si vedano: Trib. Milano 29 settembre 2011, n. 4404
[1]; Trib.Milano 18 novembre 2011, n. 5611 [2]; Trib. Milano 16 dicembre 2011, n. 6214 [3]; Trib. La Spezia 22 settembre 2011, in Lavoro nella Giur., 2011, 11, 1167; Trib. Roma 8 febbraio 2012, n. 16469 [4]; Trib. Roma 6 marzo 2012; Trib.Milano 19 marzo 2012, n. 1465 [5]; Trib. Milano 2 maggio 2012, n. 2237 [6]).

[1] Trib. MI, Giud. Mariani Giorgio Pietro
[2] [3] [6] Trib. MI, Giud. Greco Nicola
[4] Trib. Roma, Giud. Monterosso Cristina
[5] Trib. MI, Giud. Martello Pietro

verificare l'eventuale non corrispondenza delle citazioni che precedono qui:
http://pst.giustizia.it/PST/it/pst_2_6_2.wp

In particolare, a sostegno dell’interpretazione qui prescelta, si evidenzia che:
a) l’art. 12 delle preleggi stabilisce che <<nell’applicare la legge non si può ad essa attribuire altro senso che quello fatto palese dal significato proprio delle parole secondo la connessione di esse, e dalla intenzione del legislatore>>;
b) è indubbio che, effettuando una interpretazione letterale, la lettera del comma 1-bis introdotto all’interno dell’art. 32 L. 183/2010 si riferisca esclusivamente al termine di 60 giorni per l’impugnazione dei licenziamenti e richiami altresì solo il comma 1 dell’art. 6 della L. 604/66, così come modificato dalla stessa L. 183/2010 e non anche i successivi commi 3 e 4;
c) la volontà del legislatore risulta palesata in maniera chiara sia dai resoconti dei lavori parlamentari, nell’ambito del dibattito svoltosi nelle Commissioni del Senato, in ordine alla legge di conversione del c.d. decreto “mille proroghe”, ove sono state esaminate diverse proposte di emendamento, (nel testo definitivo approvato il 26 febbraio 2011 dal Senato non trova posto la seconda parte della disposizione che era stata introdotta in sede di emendamento, volta a prorogare anche i termini di impugnazione dei contratti a tempo determinato), sia nell’ordine del giorno approvato dalla Camera, ove a chiare lettere si specifica che il differimento non riguarda le ipotesi di cui ai commi 3 e 4 dell’art. 32 L. 183/2010. Non può pertanto presumersi una diversa voluntas legis come suggerisce parte attrice.
d) L’interpretazione in questione non conduce a risultati irragionevoli in quanto il termine di decadenza introdotto dall’art. 32 L. 183/2010 riguarda, quanto ai licenziamenti, non solo gli atti datoriali di recesso privi di giusta causa o giustificato motivo (i c.d. licenziamenti illegittimi oggetto dell’originario testo dell’art. 6 L. 604/1966), ma, in virtù dell’art. 32 comma 2 L. 183/2010, anche gli altri licenziamenti invalidi, prima non sottoposti ad alcun onere di impugnativa (es: i licenziamenti in prossimità di matrimonio, i licenziamenti nel periodo di puerperio, i licenziamenti dei lavoratori in prova, ecc). Questo comporta che lo slittamento di operatività del termine di decadenza, per queste ultime ipotesi (non originariamente previste dall’art. 6 L. 604/1966), pur essendo marginale rispetto alle altre ipotesi previste dallo stesso articolo 32, costituisca comunque un ambito in cui il legislatore può discrezionalmente intervenire (e di fatto è intervenuto, con disposizione, quindi, che si palesa avere un suo contenuto e non priva di senso).

Nel caso di specie, la L. 183/2010 è entrata in vigore il 24/11/2011, allorchè l’ultimo contratto dedotto in giudizio ( stipulato il 13/9/2010) era in corso di esecuzione. Ai sensi del comma 4 del citato art. 32, il termine di decadenza di 60 giorni per l’impugnativa extragiudiziaria è cominciato a decorrere dalla scadenza del termine, e cioè dal 23/7/2011.

Il ricorso introduttivo del giudizio (unico atto di impugnazione effettuato dalla parte) è stato notificato il 29/11/2011, e cioè ben oltre il termine di 60 giorni sopra indicato.


Ne consegue l’avvenuta maturazione della decadenza, con conseguente inammissibilità del ricorso.

Le successive modifiche apportate alla L. 183/2010 dalla L. 92/2012 non vengono prese in considerazione, non essendo applicabili ratione temporis.

Stante il contrasto della giurisprudenza di merito in ordine all’ambito di applicazione del c.d. decreto milleproroghe, sussistono nel caso di specie gravi ed eccezionali ragioni ai sensi dell’art. 92 c.p.c. per procedere alla compensazione delle spese di lite.
>>.

http://www.tosclavgiur.it/wp-content/uploads/2014/03/Trib-Fi-21-2-2013-RG-4385-2011.pdf
« Ultima modifica: Marzo 06, 2014, 21:28:09 da giudicimpostori » Registrato
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« Risposta #42 inserito:: Marzo 10, 2014, 23:24:23 »

DECADENZA EX ART. 32, C. 1 SS., L. N. 183 DEL 2010

Tribunale di Roma, 8 febbraio 2012

<<Il differimento del termine al 31 dicembre 2011 disposto dalla l. n. 10/2011 è applicabile alla sola fattispecie del licenziamento ex art. 6, l. 604 del 1966.>>.

Tribunale di Milano, 12 novembre 2012 (ord.)

<<L’art. 32 del Collegato lavoro si applica ad ogni licenziamento di cui sia denunciata, a qualsiasi titolo, l’invalidità (illegittimità per mancanza di giusta causa o giustificato motivo; nullità per ragioni discriminatorie e/o per violazione del divieto di licenziamento in prossimità di matrimonio o nel periodo di puerperio; invalidità del patto di prova e/o illegittimità del successivo licenziamento, per mancato svolgimento dell’esperimento). In tutti questi casi, e in particolare in ipotesi di pretesa illegittimità del licenziamento per mancato superamento della prova, quali che siano i motivi di tale denunciata illegittimità, sul lavoratore incombe il duplice onere di impugnazione, entro 60 giorni e di deposito entro 270 giorni dall’impugnazione, anche se il licenziamento è stato intimato in vigenza del Collegato lavoro e prima dell’entrata in vigore della riforma Fornero. Il termine per il deposito del ricorso abbreviato a 180 giorni si applica ai licenziamenti intimati dopo il 18 luglio 2012.>>.

Tribunale di Roma, 13 novembre 2012 (ord.)

<<La nuova disciplina relativa alla sopravvenuta inefficacia dell’impugnazione stragiudiziale, ove non seguita entro 270 giorni da quella giudiziale o dalla proposta di arbitrato o conciliazione, non risulta oggetto di differimento e trova quindi immediata applicazione fin dall’entrata in vigore della legge n. 183 del 2010 e perciò a decorrere dal 24 novembre 2010. La modifica che l’art. 32, l. n. 183/2010 ha apportato al secondo comma dell’art. 6, l. n. 604 del 1966 non è né letteralmente né logicamente dipendente dalla nuova formulazione data al primo comma.>>.

Tribunale di Roma, 30 novembre 2012

<<Il differimento del termine al 31 dicembre 2011 disposto dalla l. n. 10/2011 è applicabile alla sola fattispecie del licenziamento ex art. 6, l. 604 del 1966.>>.

Tribunale di Roma, 6 dicembre 2012

<<L’art. 32, commi da 1 a 4, l. 4 novembre 2010, n. 183, trova applicazione anche ai contratti a termine cessati prima del 24 novembre 2010 (data di entrata in vigore della legge). Per effetto dell’estensione ai contratti a termine della disciplina decadenziale prevista dall’art. 6, l. n. 604 del 1966 per i licenziamenti, il lavoratore non potrà contestare la validità del contratto a termine e chiedere la ricostituzione del rapporto di lavoro, se prima non lo abbia impugnato nei confronti del datore di lavoro entro il termine di 60 giorni dalla cessazione del rapporto e non abbia agito in giudizio entro i successivi 270.

Il regime decadenziale trova applicazione anche ai rapporti esauriti anteriormente all’entrata in vigore della norma; in tal caso, il termine di 60 giorni per impugnare il contratto decorre non già dalla cessazione del contratto, bensì dall’entrata in vigore della legge (24 novembre 2010).

La proroga del termine di 60 giorni introdotta dalla legge 26 febbraio 2011, n. 10, non avendo carattere retroattivo, è idonea a posticipare al 31 dicembre 2011 il termine di decadenza unicamente per le ipotesi in cui alla data del 26 febbraio 2011 il suddetto termine non fosse ancora decorso ed il lavoratore non fosse incorso in decadenza. Qualora la decadenza fosse già maturata al 26 febbraio 2011, la norma non potrebbe intervenire a sanare la decadenza già maturata.
>>.

Tribunale di Roma, 5 febbraio 2013

<<La disposizione di cui all’art. 32, c. 1 bis, l. n. 183 del 2010, come introdotta dall’art. 2, c. 54, d.l. 225/2010 (“in sede di prima applicazione, le disposizioni di cui all’articolo 6, primo comma, della legge 15 luglio 1966, n. 604, come modificato dal comma 1 del presente articolo, relative al termine di 60 giorni per l’impugnazione del licenziamento, acquistano efficacia a decorrere dal 31 dicembre 2011”), limita gli effetti della proroga “al termine di 60 giorni per l’impugnazione del licenziamento”, termine previsto dall’art. 32, c. 1, l. n. 183/2010, con l’esclusione, pertanto, della proroga dei casi nei quali il termine de quo viene recepito, quoad effectum, dalle disposizioni dettate dai commi 3 e 4 per fattispecie affatto diverse e non assimilabili al licenziamento in senso stretto.

Sia l’interpretazione letterale, sia l’interpretazione sistematica che l’intenzione del legislatore (criteri tutti previsti dall’art. 12 delle preleggi) conducono al medesimo risultato, ovvero all’inapplicabilità della disposizione di proroga a fattispecie diverse dal licenziamento in senso stretto.
>>.


Tratto da

Relazione di M. MANICASTRI - M. MARAZZA - P. MORMILE
http://www.aidp.it/aidp/ALLEGATI/OTHER/4220.pdf

A cura dello St. L. Marazza & Ass.
« Ultima modifica: Marzo 10, 2014, 23:28:34 da giudicimpostori » Registrato
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« Risposta #43 inserito:: Marzo 30, 2014, 20:13:45 »

60 e 180 giorni per l'impugnazione - risposta del Ministero a interpello Assotrasporti

<<........Con riguardo alla somministrazione irregolare, l’art. 27 citato prevede la possibilità di ottenere, da parte del lavoratore, un provvedimento giudiziale di natura costitutiva (cfr. Cass. sent. n. 1148/2013) di un rapporto di lavoro alle dipendenze dell’utilizzatore, con effetto dall’inizio della somministrazione.

Inoltre, il riferimento dell’art. 32, comma 4 lett. d), della L. n. 183/2010 ad “ogni altro caso” in cui si chieda la costituzione o l’accertamento del rapporto di lavoro “in capo ad un soggetto diverso dal titolare del contratto” include l’appalto non genuino (cfr. art. 29, comma 3 bis, D.Lgs. n. 276/2003) e il distacco illegittimo (cfr. art. 30, comma 4 bis, D.Lgs. n. 276/2003), considerato che in entrambe le ipotesi le conseguenze sanzionatorie rispondono alla medesima logica della somministrazione irregolare.

In tali casi il lavoratore può chiedere al giudice un provvedimento dichiarativo o costitutivo di un rapporto di lavoro alle dipendenze di chi ne abbia effettivamente utilizzato le prestazioni, entro il medesimo termine di decadenza di cui all’art. 6 della L. n. 604/1966.

C’è da considerare in proposito che, in caso di interposizione nelle prestazioni di lavoro, secondo la giurisprudenza riferibile alla previgente disciplina (cfr. Cass. sent. n. 23684/2010), l’effettivo utilizzatore delle prestazioni lavorative si sostituisce all’interposto nel rapporto di lavoro, con la conseguenza che l’eventuale licenziamento intimato da quest’ultimo è inesistente giuridicamente e non impedisce al lavoratore di far valere in ogni tempo, salva la prescrizione estintiva, il rapporto costituitosi ex lege con l’interponente.

L’art. 32, comma 4, precisando alla lettera d) l’applicazione, nei predetti casi, del termine decadenziale, sembra contrapporsi a questa giurisprudenza richiedendo anche in tal caso la previa impugnativa stragiudiziale del licenziamento, a prescindere dal soggetto che lo abbia comunicato (sia esso l’interponente ovvero l’interposto).

Si premette che per tutte le ipotesi il lavoratore, nel chiedere la costituzione o l’accertamento del rapporto di lavoro nei confronti dell’utilizzatore, deve provare in via giudiziale la sussistenza degli elementi di irregolarità della somministrazione e di non genuinità e illegittimità dei contratti di appalto e distacco e contestualmente l’illegittimità del licenziamento.

Con riferimento al dies a quo per la decorrenza dell’enunciato termine di 60 giorni per la relativa impugnazione, occorre distinguere l’ipotesi in cui il licenziamento sia stato comunicato o meno per iscritto.

Nel caso di licenziamento scritto con contestuale comunicazione scritta dei motivi (cfr. art. 1, comma 37, L. n. 92/2012), il termine decorre dalla data di ricezione, da parte del lavoratore, della comunicazione medesima.

Di contro, in caso di licenziamento verbale o di fatto o senza comunicazione dei motivi, il licenziamento è inefficace (art. 2, comma 3, L. n. 604/1966), nel qual caso non si ritiene applicabile il termine di decadenza di 60 giorni che postula l’esistenza di un licenziamento scritto (sulle conseguenze, in relazione al requisito dimensionale, v. art. 18, commi 1 e 6, L. n. 300/1970). In tal caso, essendo il licenziamento tamquam non esset, il lavoratore può agire per far dichiarare tale inefficacia, contestualmente all’azione per la costituzione o l’accertamento del rapporto di lavoro con il fruitore materiale delle prestazioni, senza l’onere della previa impugnativa stragiudiziale del licenziamento stesso, entro il termine prescrizionale di 5 anni.

In via generale, in caso di licenziamento illegittimo, la giurisprudenza afferma infatti che il termine di 60 giorni, previsto a pena di decadenza dall’art. 6 della L. n. 604/1966

“si applica all’impugnazione di ogni licenziamento comunicato per iscritto per ragioni riconducibili nell’ambito della disciplina dettata dalla L. n. 604, fatta eccezione per il licenziamento non comunicato per iscritto, o di cui non siano stati comunicati, parimenti per iscritto, i motivi, sebbene richiesti, come stabilito dall’art. 2 della citata Legge del 1966, nel qual caso, essendo il licenziamento inefficace (tamquam non esset), e quindi non inficiando sulla continuità del rapporto da un punto di vista giuridico, si applicherebbe il solo termine prescrizionale per la conseguente declaratoria di inefficacia”

(cfr. Cass. sent. n. 5611/1997; Cass. sent. n. 5519/1999, Cass. SS.UU. sent. n. 508/99).

Per delega
IL SEGRETARIO GENERALE
(f.to Paolo Pennesi)
« Ultima modifica: Marzo 30, 2014, 20:16:55 da giudicimpostori » Registrato
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« Risposta #44 inserito:: Aprile 06, 2014, 20:41:09 »

In ordine alla pretesa decadenza del termine per l'impugnazione sin dal 60° giorno dopo l'entrata in vigore della legge n. 183/2010 (e non a decorrere dal 31/12/2011):

Corte d'appello di Trento, sent. del 12/12/2013

Presid. Maria Grazia Zattoni
Rel. Laura Paolucci

<<...ritiene la Corte, in ciò condividendo l’orientamento seguito dal primo Giudice, che la tesi della società appellante secondo cui la previsione del comma 1 bis della L. 183/2010 opererebbe con riferimento solo all’impugnazione dei licenziamento e non anche a quelli, come nel caso di specie, di accertamento delle nullità della clausola appositiva del termine, non appare condivisibile.

Come noto l’art. 32, 1° comma della L. n. 183/2010 ha modificato i primi due commi dell’art. 6 della L. 604/66 stabilendo, in estrema sintesi, e per quanto qui rileva, che il licenziamento deve essere impugnato entro il termine di 60 gg. dalla sua comunicazione scritta e che tale impugnazione diviene inefficace se non seguita, nel successivo termine di 270 gg. dal deposito del ricorso giudiziale. I commi 3 e 4 dell’art. 32 hanno “esteso” l’applicazione di tale regime anche ad ipotesi ulteriori (prima non soggette ad alcun termine di decadenza ) ed il comma 4 ha stabilito che le disposizioni dell’art. 6 L. n. 604, come modificato dal comma 1, si applicano anche (lett. a) ai contratti a termine in corso di esecuzione alla data di entrata in vigore della stessa legge (con decorrenza dalla scadenza del termine) nonché (lett. b) ai contratti a termine già conclusi alla data di entrata in vigore della L. 183/20101, con decorrenza dalla data di entrata in vigore della stessa legge.

L’art. 2, comma 54, della L. 10/2011 ha poi introdotto il comma 1 bis del seguente testuale tenore “In sede di prima applicazione, le disposizioni di cui all’art. 6, primo comma, della legge 15 luglio 1966 n. 604, come modificato dal comma 1 del presente articolo, relative al termine di sessanta giorni per l’impugnazione del licenziamento, acquistano efficacia a decorrere dal 31 dicembre 2011”.

Pur non negandosi che in specie in sede di prima applicazione vi siano state delle opinioni non concordi in dottrina e da parte di alcuni giudici di merito, che scindendo la fattispecie complessa dell’art. 32 in funzione del solo tenore letterale del “Milleproroghe” hanno sostenuto che il differimento riguardasse esclusivamente l’impugnazione dei licenziamenti, ritiene la Corte che esso concerna tutte le ipotesi contrattuali indicate dall’art. 32 della L. 183/2010, e dunque anche le altre fattispecie a cui l’art. 32 aveva esteso l’onere dell’impugnazione e, per quel che rileva, le azioni di nullità del termine finale di durata del contratto. Quanto al richiamo operato dall’appellante all’art. 12 delle preleggi del codice civile, nel senso di attribuire alla legge il senso “fatto palese dal significato proprio delle parole secondo la connessione di esse” rileva la Corte che non appare decisivo né il riferimento al termine di 60 giorni “per l’impugnazione del licenziamento”, né la collocazione del comma 1 bis dopo il comma1: sotto il primo profilo, l’inciso non sembra avere la portata di escludere in sé l’applicazione del comma 1 bis ad ipotesi diverse dall’impugnazione del licenziamento, ma piuttosto ha la funzione di descrivere il contenuto della disposizione la cui efficacia è stata fatta “slittare” a decorrere dal 31/12/2011; sotto il secondo profilo, la collocazione della disposizione dopo il 1° comma appare sostanzialmente irrilevante ai fini di causa, dato che proprio il detto 1°comma ha dettato la nuova disciplina decadenziale che, poi, i commi 3 e 4 hanno esteso ad ipotesi diverse ed ulteriori dall’impugnazione del licenziamento in precedenza non assoggettati ad alcun termine di decadenza.

Al contrario, proprio il fatto che il comma 1 bis abbia disposto il differimento dell’efficacia del termine di impugnazione di 60 giorni, ex art. 6, 1° comma, al 31/12/2011 senza dettare alcuna specificazione o distinguo, porta a ritenere che tale differimento debba considerarsi riferibile a tutte le ipotesi in cui è stata prevista, dallo stesso art. 32, l’applicazione della disciplina dettata dall’art. 6, comma 1.

In altri termini, ad avviso della Corte, se l’efficacia della disposizione relativa al termine di 60 giorni prevista dal comma 1 del “nuovo” art. 6 è stata differita al 31/12/2011 e se tale disposizione - per espressa previsione dei commi 3 e 4 - deve essere applicata anche ad ipotesi diverse dal licenziamento, anche per queste deve farsi necessariamente “slittare” l’efficacia della disposizione alla data del 31/12/2012. Posto che l’art. 32, come sopra ricordato, non ha solo modificato il vecchio testo dell’art. 6 della L. 604/1966 ma ha creato anche nuove fattispecie decadenziali, la ratio della norma stessa, è, ad avviso della Corte, quella di evitare che, a seguito dell’introduzione di un nuovo termine decadenziale mai prima previsto, ed introdotto pochi mesi prima, un gran numero di soggetti, intenzionati a contestare la legittimità di contratti di lavoro a termine, incorresse inconsapevolmente in una nuova decadenza, e non già, come ben evidenziato dal primo Giudice, quella di introdurre unicamente una sospensione di una norma riferita ai soli licenziamenti, considerato che già il testo originario dell’art. 6 della L.604/1966 prevedeva che il licenziamento dovesse essere impugnato a pena di decadenza entro 60 giorni; conseguentemente se pur il nuovo testo dell’art. 6 ha anche previsto che l’impugnazione perde efficacia se non seguita dal deposito del ricorso entro 270 giorni, l’interpretazione della norma in commento nel senso voluto dall’appellante alla sola impugnazione del licenziamento, assumerebbe rilevanza pratica se non nulla assolutamente marginale in quanto il termine di 60 giorni, esistente dal 1966, era perfettamente conosciuta e conoscibile.

Per completezza, il richiamo dei resoconti parlamentari nonché delle dichiarazioni dei singoli parlamentari, effettuato dall’appellante, non vale certo ad individuare la ratio della legge perché, contrariamente a quanto preteso, ciò che rileva è, all’evidenza, la volontà oggettiva della norma (voluntas legis) e non già quella dei singoli partecipanti al processo formativo della norma stessa.

È poi evidente, in ragione delle considerazioni svolte, che lo “slittamento” alla data del 31/12/2012 concerne tutta la nuova disciplina e non solo, come preteso dall’appellante, il termine di 270 giorni per depositare il ricorso...
>>.

http://www.dirittisocialitrentino.it/dati/wp-content/uploads/2014/01/43-2013-LAV-per-osservatorio.pdf



disappunto
« Ultima modifica: Aprile 06, 2014, 20:44:21 da giudicimpostori » Registrato
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« Risposta #45 inserito:: Aprile 09, 2014, 19:41:05 »

CORTE COSTITUZIONALE

UDIENZA PUBBLICA di martedì, 15 aprile 2014

Ordd. 301 e 302/2012 del 24 ottobre 2012 del Tribunale di Roma

 - Carizzi Ivan c/ Poste italiane Spa
 - Caramazza Giuseppe c/ Poste italiane Spa

Oggetto: art. 32, c. 4° lett. b) legge 04/11/2010 n. 183

(Lavoro e occupazione - Termine di decadenza per l'impugnazione del licenziamento di cui al riformato art. 6 della legge n. 604/1966 - Prevista applicabilità anche ai contratti a termine "già conclusi" alla data di entrata in vigore della legge censurata)
- rif. art. 3 Costituzione

per Caramazza Giuseppe: Sergio GALLEANO; Vincenzo DE MICHELE (ord. 302/2012)

per Poste italiane Spa: Luigi FIORILLO Arturo MARESCA Roberto PESSI Giampiero PROIA

Avv. STATO Enrico DE GIOVANNI

Relatore C. Cost. CRISCUOLO

http://www.cortecostituzionale.it/documenti/lavori/doc/CC_CL_UP_20140403145748.pdf

Il rimettente delle ordinanze Caramazza e Carizzi, come si ricorderà, è il giudice Forziati del tribunale di Roma, lo stesso che subordina l'accoglimento dei ricorsi incentrati sul mancato rispetto della clausola di contingentamento all'allegazione, da parte del lavoratore, del c.d. "FATTO POSITIVO" (il numero degli assunti a termine)... Evidentemente la parte lavoratrice delle presenti ordinanze, affinate le armi, deve aver ottenuto per questa astrusa via lo scopo di costringere la convenuta ad assolvere all'onere probatorio su di lei comunque incombente. E la deduzione del presunto "FATTO NEGATIVO" (il mancato superamento del limite di legge per le assunzioni) non deve aver soddisfatto i parametri di legge.

Il fatto positivo e quello negativo - inutili approfondimenti

interv. #55
http://www.mondoposte.it/smf/index.php?topic=5207.msg137955#msg137955

interv. #43
http://www.mondoposte.it/smf/index.php?topic=4549.30
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« Risposta #46 inserito:: Aprile 24, 2014, 12:11:07 »

Per la Cassazione la proroga al 31/12/2011 per l'impugnazione (del contratto o dell'atto di recesso) riguarda solo il caso di licenziamento illegittimo. L'emendamento relativo alla proroga dei termini (introdotto dall’art. 2, comma 54, DL n. 225/10, convertito con modificazioni nella legge n. 10/11) per l'impugnazione in 60 giorni e (soprattutto, secondo la Cassazione) per il deposito del ricorso in ulteriori 270 giorni, ha inteso far fronte ad una novità, la quale non consiste tanto nell'estensione dell'efficacia dell'art. 6, comma 1, legge n. 604/66 (come modificato dall’art. 32 legge n. 183/10) a fattispecie diverse dal licenziamento (ad es. i contratti a termine), cioè nell'aver esteso (ad es.) ai contratti a termine la decadenza in 60 giorni del diritto all'impugnazione già prevista (dal 1966) per i licenziamenti, quanto nell'aver introdotto l'ulteriore termine di 270 giorni (a decorrere dall'impugnativa dell'atto di recesso) per il deposito del ricorso avverso il licenziamento ritenuto illegittimo. Se l'effetto della proroga al 31/12/2011 fosse intesa come limitata al solo termine dei 60 giorni per l'impugnazione - ed in tal senso riguarderebbe proprio (ad es.) l'azione di nullità dei contratti a termine - si determinerebbe l'inammissibile conseguenza che una disposizione di legge priva di specificazioni sul punto, dovrebbe ritenersi efficace per talune fattispecie (ad es. i contratti a termine, per i quali non esisteva in precedenza il termine di 60 giorni per l'impugnazione) e non per altre (il licenziamento illegittimo, per il quale il termine dei 60 giorni era già previsto sin dal 1966. La proroga riguarda solo i licenziamenti e farebbe fronte solo alla novità relativa ai 270 giorni (introdotti dall'art. 32, l. 183/2010) per il deposito del ricorso.

Cassazione, sent. 23 aprile 2014, n. 9203

<<Svolgimento del processo

Con sentenza in data 4-8.6.2013, la Corte d’Appello di Napoli rigettò il reclamo proposto da C.E. avverso la pronuncia di prime cure che aveva dichiarato l’avvenuta decadenza, ai sensi dell’art. 6, comma 2, legge n. 604/66, come modificato dall’art. 32 legge n. 183/10, dell’impugnazione svolta avverso il licenziamento per giustificato motivo oggettivo intimatogli dalla datrice di lavoro F. D. spa.

A sostegno del decisum, per ciò che ancora qui specificamente rileva, la Corte territoriale ritenne che, nel caso all’esame, non poteva trovare applicazione, in relazione alla decorrenza del termine decadenziale, la proroga disposta dall’art. 32, comma 1 bis, legge n. 183/10, introdotto dall’art. 2, comma 54, DL n. 225/10, convertito con modificazioni nella legge n. 10/11, non rientrando la fattispecie all’esame nel campo di prima applicazione dell’art. 6, comma 1, legge n. 604/66, come modificato dall’art. 32 legge n. 183/10.

Avverso l’anzidetta sentenza della Corte territoriale, C.E. ha proposto ricorso per cassazione fondato su due motivi e illustrato con memoria.

L’intimata F.D. spa ha resistito con controricorso.

Motivi della decisione

1. Con il primo motivo, denunciando violazione di plurime norme di diritto, il ricorrente censura l’interpretazione fornita dalla Corte territoriale alla normativa di riferimento, deducendo che il legislatore, intervenendo sul primo termine di impugnativa (di cui all’art. 6, comma 1, legge n. 604/66), con disposizione applicabile a tutti i licenziamenti e non solo alle nuove ipotesi previste dal collegato lavoro, era intervenuto, automaticamente, anche sul secondo termine (di cui all’art. 6, comma 2, legge n. 604/66) stabilito per l’impugnativa giudiziale.

2. Giova ricordare che i primi due commi dell’art. 6, legge n. 604/66 prevedevano che:

"Il licenziamento deve essere impugnato a pena di decadenza entro 60 giorni dalla ricezione della sua comunicazione, con qualsiasi atto scritto, anche extragiudiziale, idoneo a rendere nota la volontà del lavoratore anche attraverso l'intervento dell'organizzazione sindacale diretto ad impugnare il licenziamento stesso "Il termine di cui al comma precedente decorre dalla comunicazione del licenziamento ovvero dalla comunicazione dei motivi ove questa non sia contestuale a quella del licenziamento".

L’art. 32, comma 1, legge n. 183/10, ha sostituito i primi due commi del ridetto art. 6 legge n. 604/66 come segue:

"Il licenziamento deve essere impugnato a pena di decadenza entro sessanta giorni dalla ricezione della sua comunicazione in forma scritta, ovvero dalla comunicazione, anch'essa in forma scritta, dei motivi, ove non contestuale, con qualsiasi atto scritto, anche extragiudiziale, idoneo a rendere nota la volontà del lavoratore anche attraverso l'intervento dell'organizzazione sindacale diretto ad impugnare il licenziamento stesso.

"L'impugnazione è inefficace se non è seguita, entro il successivo termine di duecentosettanta giorni, dal deposito del ricorso nella cancelleria del tribunale in funzione di giudice del lavoro o dalla comunicazione alla controparte della richiesta di tentativo di conciliazione o arbitrato, ferma restando la possibilità di produrre nuovi documenti formatisi dopo il deposito del ricorso, (omissis)".

L’art. 2, comma 54, di n. 225/10, convertito con modificazioni nella legge n. 10/11, ha poi introdotto, all’art. 32 legge n. 183/10, il comma 1 bis, dei seguente tenore "In sede di prima applicazione, le disposizioni di cui all'articolo 6, primo comma, della legge 15 luglio 1966, n. 604, come modificato dal comma 1 del presente articolo, relative al termine di sessanta giorni per l'impugnazione del licenziamento, acquistano efficacia a decorrere dal 31 dicembre 2011".

La questione agitata in causa è quindi costituita dall’interpretazione da darsi a tale ultima disposizione e, in particolare, dall'accertamento dei suo effettivo ambito di incidenza.

3. Le difficoltà ermeneutiche discendono dal fatto che, nella sostanza, il primo comma novellato altro non fa che accorpare le previsioni di cui ai primi due commi originali, mentre nuova è l’introduzione dell’ulteriore termine di decadenza di cui al comma  secondo novellato; non riesce quindi di agevole comprensione il perché, addirittura in sede di conversione di un atto normativo di urgenza, il legislatore abbia ritenuto di dover differire nel tempo l’efficacia (e, quindi, l’entrata in vigore) di una norma costituente la mera riproposizione di quella preesistente (che, come tale, avrebbe continuato a mantenere, medio tempore, la propria applicabilità). Risulta quindi necessario soffermarsi sulla portata dell’inciso "In sede di prima applicazione", contenuto nel ridetto comma 1bis dell’art. 32, che, come tale, fa riferimento, ovviamente, all’ambito di novità insito nelle disposizioni in parola, rendendo quindi necessario individuare quali siano tali margini di novità; e poiché, come detto, in sé il primo comma del novellato art. 6, comma 1, legge n. 604/66 non configura un'innovazione sostanziale della precedente disciplina, tali margini di novità vanno necessariamente ricercati, perché la norma all’esame abbia un senso, nel contesto normativo in cui si inserisce la disposizione di cui è stata differita l’efficacia.

La sentenza impugnata individua tale elemento di novità nel fatto che il termine di decadenza stragiudiziale è stato esteso anche ad ipotesi in precedenza non contemplate dall’art. 6 legge n. 604/66: a tutti i casi di invalidità del licenziamento (comma 2); ai licenziamenti che presuppongono la risoluzione di questioni relative alla qualificazione del rapporto di lavoro ovvero alla nullità del termine apposto al contratto di lavoro, ai sensi degli articoli 1, 2 e 4 dl.vo n. 368/01 e successive modificazioni (comma 3, lett. a); al recesso del committente nei rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, anche nella modalità a progetto (comma 3, lett. b); al trasferimento ai sensi dell'articolo 2103 del codice civile (comma 3, lett. c); all'azione di nullità del termine apposto al contratto di lavoro, ai sensi degli articoli 1, 2 e 4 dl.vo n. 368/01, e successive modificazioni (comma 3, lett. d); ai contratti di lavoro a termine stipulati ai sensi degli articoli 1, 2 e 4 dl.vo n. 368/01, in corso di esecuzione alla data di entrata in vigore della legge stessa (comma 4, lett. a); ai contratti di lavoro a termine, stipulati anche in applicazione di disposizioni di legge previgenti ai dl.vo n. 368/01 e già conclusi alla data di entrata in vigore della legge stessa (comma 4, lett. b); alla cessione di contratto di lavoro avvenuta ai sensi dell'art. 2112 cc (comma 4, lett. c); in ogni altro caso in cui fosse chiesta la costituzione o l'accertamento di un rapporto di lavoro in capo a un soggetto diverso dal titolare del contratto (comma 4, lett. d); se ne è tratta quindi la conclusione che solo per queste ulteriori ipotesi dovrebbe ritenersi che le disposizioni di cui al novellato art. 6, comma 1, legge n. 604/66 sarebbero state di "prima applicazione" e che solo in relazione a tali ipotesi andrebbe quindi riferito il differimento dell’efficacia delle disposizioni medesime sancito dal ridetto art. 32, comma 1 bis, legge n. 183/10.

Deve però rilevarsi che, se l’estensione dell’onere di impugnativa stragiudiziale a casi in precedenza non previsti configura indubbiamente un elemento di novità (esterno però alla disposizione di cui è stata differita l’entrata in vigore), ancora più incisivo, e generalizzato, è l’ulteriore elemento di novità costituito dal fatto che la stessa impugnazione stragiudiziale diviene inefficace se non seguita dal deposito del ricorso giudiziale (o dalla richiesta del tentativo di conciliazione o arbitrato) nel termine disposto dal secondo comma del novellato art. 6 legge n. 604/66.

Diviene perciò decisivo il rilievo che il legislatore non ha testualmente limitato la proroga dell’efficacia del comma 1 novellato alle ipotesi in precedenza non contemplate (di cui non è del resto fatto testualmente cenno), ma ha disposto il differimento dell’entrata in vigore del primo comma dando per presupposto che la disposizione novellata abbia, in linea generale, una sua prima applicazione (letteralmente, dei resto, si dice "In sede di prima applicazione" e non già, ad esempio, "nei casi di sua prima applicazione" o altra similare): il che, per quanto sopra detto, va riferito proprio al diretto contestuale collegamento tra impugnazione stragiudiziale e decorrenza del termine (parimenti di decadenza) per il deposito del ricorso giudiziale, sicché il primo e il secondo comma del novellato art. 6 legge n. 604/66 vengono a costituire, integrandosi fra loro, una disciplina unitaria, articolata - e qui sta appunto l’elemento generalizzato di novità - nella previsione di due successivi e tra loro connessi termini di decadenza.

Ne discende che, attraverso il differimento "In sede di prima applicazione" del primo comma novellato dell’art. 6 legge n. 604/66, il legislatore ha inteso, con ciò stesso, differire anche il termine a partire dal quale decorre la decadenza di cui al secondo comma, che diviene quindi a sua volta non applicabile anteriormente al 31.12.2011.

Diversamente opinando, del resto, si dovrebbe giungere alla conclusione che l’art. 6, comma 1, novellato rimarrebbe applicabile, anche prima del 31 dicembre 2011, nelle ipotesi che già ricadevano sotto la disciplina del testo originario, mentre il medesimo art. 6, comma 1, novellato non sarebbe in vigore (sempre fino al 31 dicembre 2011) nelle ulteriori ipotesi originariamente non previste; il che equivarrebbe a dire che una norma di cui è stata differita, senza ulteriore specificazione, l’entrata in vigore, resterebbe non di meno in vigore in alcuni casi; si verrebbe cioè, in via ermeneutica, a determinare la contemporanea vigenza e non vigenza di una medesima disposizione di legge, il che costituisce un risultato illogico e, al tempo stesso, contrario alla lettera della legge stessa.

In base alle considerazioni testé esposte ed avuto riguardo alle scansioni temporali dei fatti rilevanti ai fini del decidere, quali irretrattabilmente accertate dai Giudici del merito (intimazione del licenziamento in data 10.10.2011; impugnativa stragiudiziale ricevuta dallo parte datoriale il 28.10.2011; deposito del ricorso giudiziario in data 4.9.2012), deve dunque convenirsi che il ricorrente non è incorso in alcuna decadenza.

Il motivo alesarne merita perciò accoglimento.

4. Il secondo motivo di ricorso afferisce al merito del licenziamento impugnato, investe cioè questioni non esaminate, perché implicitamente ritenute assorbite, dalla Corte territoriale; come tale deve ritenersi inammissibile, spettando al Giudice del rinvio pronunciarsi su tali ulteriori questioni, per quanto ritualmente devolute con il ricorso d’appello.

5. In definitiva il ricorso va accolto nei termini sopra esposti; per l’effetto la sentenza impugnata va cassata in relazione alla censura accolta, con rinvio al Giudice designato in dispositivo, che provvederà altresì sulle spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

Accoglie il ricorso, cassa le sentenza impugnata in relazione alla censura accolta e rinvia, anche per le spese, alla Corte d’Appello di Napoli in diversa composizione.
>>.

http://www.teleconsul.it/leggiArticolo.aspx?id=281809&tip=ul
« Ultima modifica: Aprile 24, 2014, 12:16:47 da giudicimpostori » Registrato
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« Risposta #47 inserito:: Aprile 24, 2014, 18:11:54 »

Rileggendo la sentenza Cass. 9203 del 23/4/14, contrariamente a quanto sopra anticipato, sembra che la S.C. ritenga esteso anche ai contratti a tempo determinato il differimento al 31/12/2011 del termine per l'impugnazione (<<l’estensione dell’onere di impugnativa stragiudiziale a casi in precedenza non previsti configura indubbiamente un elemento di novità (esterno però alla disposizione di cui è stata differita l’entrata in vigore)>>). Viene soltanto chiarito che al differimento al 31/12/2011 del termine di 60 giorni per l'impugnazione del licenziamento si deve aggiungere l'uguale differimento del termine di 270 giorni per il deposito del ricorso. Pertanto, nel caso in esame, il lavoratore licenziato, che risulta aver impugnato l'atto di recesso il 10 ottobre 2011 (prima del 31/12/2011), pur avendo depositato il relativo ricorso più di 270 giorni dopo l'impugnazione (il 4 settembre 2012), è comunque in regola con i nuovi termini di decadenza. Infatti, sia i  270 giorni per il deposito del ricorso sia i 60 giorni per l'impugnazione decorrono dal 31/12/2011.
« Ultima modifica: Aprile 24, 2014, 18:13:19 da giudicimpostori » Registrato
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« Risposta #48 inserito:: Aprile 24, 2014, 18:30:11 »

Aspettavo questo chiarimento perché anche a me sembrava ciò. Peraltro già due Corti di Appello avevano sentenziato in codesto modo.
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« Risposta #49 inserito:: Aprile 24, 2014, 19:50:17 »

Ah, ecco. Grin  Concordo con l'ultima tesi: il differimento al 31/12/2011 previsto dalla L. 10/2011 trova applicazione anche ai contratti a termine sia per i 60 gg. (primo/ultimo termine utile 29.02.2012) che per i 270 gg. inerenti l'impugnazione giudiziale. Tra l'altro, giova rammentare Azimut, che sono ben 5 e non 2 le sentenze di Corti di Appello che finora depongono in tal senso (Genova, Brescia, Torino e due di Trento).
Va chiarito però, in quanto non del tutto comprensibile, l'inciso nella parentesi "esterno però alla disposizione di cui è stata differita l'entrata in vigore".
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« Risposta #50 inserito:: Aprile 30, 2014, 21:04:43 »

Di solito il collegato lavoro è sinonimo di risarcimenti decurtati ai poveri lavorati, ma in questo caso sono al centro dell'attenzione della Corte Costituzionale i nuovi termini di decadenza per fare ricorso...

link dell'udienza pubblica del 15 aprile 2014
http://www.cortecostituzionale.it/ActionPagina_1230.do (ruolo 3)

Ps: al minuto 4:45 il giudice CRISCUOLO fa un appunto, dicendo che "su questa normativa nel suo complesso è intervenuto nuovamente il legislatore..." . Escluso il fatto (anche dallo stesso giudice costituzionale) che la "modifica" non è inerente ai termini di decadenza... Cosa voleva intendere?



<<Ordinanze 301 e 302/2012 del 24 ottobre 2012 Tribunale di Roma - Carizzi Ivan c/ Poste italiane Spa - Caramazza Giuseppe c/ Poste italiane Spa
http://www.cortecostituzionale.it/ActionPagina_1230.do

Oggetto ruolo: Lavoro e occupazione - Termine di decadenza per l'impugnazione del licenziamento di cui al riformato art. 6 della legge n. 604/1966 - Prevista applicabilità anche ai contratti a termine "già conclusi" alla data di entrata in vigore della legge censurata.

ALESSANDRO CRISCUOLO (GIUDICE RELATORE)
 
Sergio Galleano e Vincenzo De Michele per Caramazza Giuseppe (AVVOCATI)
Giampiero Proia  e Luigi Fiorillo per la Poste italiane Spa (AVVOCATI)
Enrico De Giovanni per il Presidente del Consiglio dei ministri (AVVOCATO DELLO STATO)>>.
_ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _

SINTESI

Crisciuolo (Rel. C. Cost.) intende dire che le modifiche operate dalla riforma Fornero, che hanno riguardato il quantum dei termini di decadenza (da 60 gg = 2 mesi a 120 gg = 4 mesi per l'impugnazione e da 270 gg = 9 mesi a 180 gg = 6 mesi per il deposito del ricorso), non condizionano la decisione ora sottoposta alla Corte, perché non si discute del quantum, ma del fatto in sè. Né tantomeno l'interpretazione autentica successivamente fornita dallo stesso ministro Fornero e relativa all'interpretazione della "indennità omnicomprensiva" riguarda il presente caso, che pertanto sarà vagliato a mente del testo originario del 2010.

Il Presid. del Consiglio sostiene, come del resto la Cassazione recentissimamente, che il differimento al 31/12/2011 del termine per l'impugnazione riguarda anche i contratti a termine, unitamente alle tante fattispecie "precarie" ed accessorie; per cui non avrebbero ragion d'essere i sospetti di discriminazione a svantaggio dei conttratti a termine rispetto a queste ultime (per tutti non si applicherebbe la decadenza dei 60 giorni, se non dopo il 31/12/2011).

Per Poste Italiane sarebbe discrezionalità del legislatore prevedere la retroattività del termine di 60 giorni solo per i contratti a termine (per garantire la CERTEZZA DEL DIRITTO!). Tutto l'impianto dell'art. 32 sarebbe inteso ad arginare la speculazione dei contrattisti a termine, i quali spesso (e "storicamente") attendevano anni ("decenni", dirà a seguire Proia) prima di impugnare il contratto, non tanto ambendo alla reintegrazione, quanto al risarcimento integrale del danno. Le altre fattispecie, poste a paragone di questa dal rimettente, non soffrirebbero di tale "patologia", per cui il confronto sarebbe improponibile.

Per il lavoratore, invece, l'interesse ad assorbire il potenziale contenzioso (connesso ai rapporti di lavoro più risalenti), sempre incombente e di impossibile preventivo apprezzamento, varrebbe per tutte le fattispecie e non solo per i contratti a termine. Tale discriminazione sarebbe ancor più evidente in relazione ai contratti "interinali", già scaduti al momento dell'entrata in vigore della legge 183/2010, i quali, pur toccati dal beneficio della reintegrazione (in caso di nullità parziale), non sono soggetti alla retroattività del termine decadenziale di 60 giorni.

Galleano: Come per i contratti della scuola, anche in questo caso si deve fare riferimento principalmente alla disciplina europea... La retroattività del termine decadenziale risulta dedicata ai contratti a termine disciplinati dagli artt. 1, 2, 4 del Dlgs 368/01, e cioè quelli per cui la nullità non si realizza facilmente, e non ai contratti sub. artt. 3 (es. mancanza valutazione dei rischi...). Al contrario, il legislatore del 2010 ha introdotto la retroattività del termine di 60 giorni per il licenziamento "storicamente" nullo, come quello intimato verbalmente. La questione economica connessa al contenzioso [postale], poi, è centrale. La sentenza Carratù dice espressamente che Poste è Stato, per cui l'intervento normativo ha inteso tutelare lo Stato. Anche la sentenza Montalto, in materia di trasferimento del personale ATA, ha sottolineato l'assenza di motivi imperiosi [per la riduzione degli stipendi], ma solo gli interessi egoistici dello Stato... Questo caso è analogo. La prassi di salvare chi l'abuso l'ha perpetrato perdura dalla sentenza C. Cost. 419 del 2000...

De Michele: [L'intervento riguarda il dialogo tra le Corti, le cui testimonianze non sono poche negli ultimi tempi ed a coronamento del quale occorrerebbe aggiungere altri tasselli, come quello presente, dichiarando illegittima la norma in oggetto rispetto alla disciplina comunitaria (piuttosto che dichiarare inammissibile la questione)... In passato sia la Corte Costituzionale che quella di Giustizia hanno frainteso lo spessore del singolo contratto, ritenendolo estraneo alla disciplina comunitaria. Non è la sentenza Carratù ad introdurre di punto in bianco un nuovo ordine di idee; essa rappresenta una pregevole sintesi, a metà del guado, dell'intensità del dialogo tra le Corti. Ora spetta a Questa Corte dare seguito all'indirizzo (già segnato dal Presidente Gallo l'anno scorso), entrando nel merito della causa...]

Proia (P.I.): ...(...) ...la decadenza dei 60 giorni non deve per forza riguardare tutte le fattispecie che la norma accomuna ad altro proposito. La setssa Fornero ha mutato il quantum della decadenza (da 60 gg a 120 etc.) con riferimento proprio solo ai contratti a termine. La retroattività, poi, in quanto evento eccezionale, è comprensibile non sia stata estesa dal legislatore per le altre fattispecie, per le quali non ricorrevano analoghe ragioni... Sussistono motivi imperativi di interesse generale per la differenziazione, come già rilevato da C. Cost. 303/2011...

Fiorillo (P.I.): ...anche la Cassazione opera la differenziazione di fattispecie per altri versi omologate, come nel caso della forfetizzazione del danno applicabile alla somministrazione, anche alla luce dell'interpretazione autentica operata dalla Fornero. Anche la Corte di Giustizia valorizza la differenza, per certi aspetti, tra contratto a termine ed in somministrazione. Per sollevare questione di legittimità relativamente alla diversa applicazione del termine decadenziale nel caso dei contratti a termine rispetto alla somministrazione, sarebbe necessario un presupposto di identità di disciplina, che, nella specie, manca. In ultimo, anche il Decreto Poletti (n. 34/2014) introduce un'altra differenziazione, in merito al tetto del 20%, previsto per i contratti a termine e non per la somministrazione. Anche questo dovrebbe indurre Questa Corte a dichiarare infondata la questione.

De Giovanni (Stato): Ho apprezzato moltissimo lo sforzo retorico dei colleghi, che ci hanno parlato di un sistema integrato di riflessione tra le Corti europee e nazionali e addirittura di soluzione del problema del precariato pubblico, ...facendo confusione tra contenzioso contro lo Stato e contro P.I. SpA., cioè tra Pubblico e Privato: parole belle e altisonanti, ma non calzanti per la questione qui in oggetto. La norma disciplina situazioni diverse in modo diverso e non viola l'art. 3 Cost. ovvero alcun principio di uguaglianza. La questione non è fondata.
« Ultima modifica: Aprile 30, 2014, 21:05:02 da giudicimpostori » Registrato
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« Risposta #51 inserito:: Giugno 05, 2014, 19:38:29 »

C. COST. sent. n. 155 del 21/5-4/6 2014

Come volevasi dimostrare il ricorso è stato rigettato (Sentenza 155/2014 sul sito www.cortecostituzionale.it)! Come già ho esposto dai commenti precedenti, non avevo grossi dubbi sul fatto che secondo la Consulta la norma era legittima... Mi premeva più sapere le motivazioni della sentenza e sinceramente sono rimasto abbastanza perplesso.

La Consulta evitando gli effetti della Carratù definendola "non incidente sul tema qui in discussione" ha invece dichiarato come l'utilizzazione fraudolenta della collaborazione continuativa e coordinata e la somministrazione irregolare di manodopera siano "pratiche" più gravi della semplice irregolarità dovuta all'apposizione del termine illegittima.
Per dovere di cronaca bisogna dire che tale diversità era già nota da parte della Corte Costituzionale, peccato che ancora molti giudici si dimenticano di tale differenza e applicano il collegato lavoro!

A questo punto la prossima discussione della Corte Costituzionale (dell' 8 luglio 2014) inerente la legge 183/2010 sui risarcimenti mi sembra bella che fatta!
Tenendo conto che la Consulta prevede più gravi le negligenze dei co.co.co e degli interinali a fronte dei CTD illegittimi per apposizione del termine non veritiera... Mi sembra assai improbabile una dichiarazione di illegittimità costituzionale anche se solo inerente i casi di "contratti successivi". Sbaglio?


La Consulta rimette al Forziati la decisione sul ricorso [1]

Mi pare che la Corte Costituzionale abbia evitato di affrontare il nodo (per i contratti a termine più risalenti) del differimento al 31/12/2011 del termine di decadenza per l'impugnazione dei contratti precari in genere, lasciandone la soluzione al rimettente. Ha solo sancito che la retroattività del termine di 60 giorni per i soli contratti a termine non contrasta con i principii di ragionevolezza ecc. Perciò al giudice Forziati (rimettente) non resta che prendere le estreme conseguenze della decisione della Consulta, decidendo in proprio se ritenere il differimento al 31/12/2011 comunque valido per i vecchi contratti a termine - ancorché l'impugnazione sia avvenuta dopo la naturale decadenza in 60 giorni dall'entrata in vigore del collegato lavoro (ben prima, cioè, dell'entrata in vigore  dell'emendamento "Passoni") - oppure inefficace - nel senso che l'ipotesi di differimento al 31/12/2011, trovando espressione in un emendamento privo di valore retroattivo, non potrebbe sanare proprio quelle decadenze per cui fu emanato (formalmente intervenute trascorsi due mesi a partire dal 24 novembre 2010). Se da un lato il differimento di un anno per l'impugnazione dei contratti a termine più vecchi sembra concretizzare un necessario regime transitorio per fattispecie in precedenza non vincolate ad un termine temporale, dall'altro la ragionevolezza di questi tempi è all'angolo.

[1] Mi risulta che il giudice di Roma abbia a lungo rigettato i ricorsi ex art. 2 comma 1 bis addossando al lavoratore l'onere di allegare il numero delle relative assunzioni a termine effettuate dalla P.I. SpA nel corso dell'anno di riferimento (fatto positivo). Solo a fronte di questo dato, lo stesso giudice avrebbe richiesto alla convenuta la prova che detto numero fosse effettivamente inferiore al limite legale (fatto negativo). Quando le difese di parte lavoratrice hanno afferrato l'antifona (quest'ultima è una mia deduzione non provata), ed hanno impostato i ricorsi nel modo preteso da questo e da altri giudici (cioè assimilando giocoforza l'inversione dell'onere della prova), il Forziati avrebbe prospettato l'ulteriore questione della decadenza.
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« Risposta #52 inserito:: Giugno 20, 2014, 22:21:31 »

Dall'ultimo intervento:

<<...Perciò al giudice Forziati (rimettente) non resta che prendere le estreme conseguenze della decisione della Consulta, decidendo in proprio se ritenere il differimento al 31/12/2011 comunque valido per i vecchi contratti a termine - ancorché l'impugnazione sia avvenuta dopo la naturale decadenza in 60 giorni dall'entrata in vigore del collegato lavoro (ben prima, cioè, dell'entrata in vigore  dell'emendamento "Passoni") - oppure inefficace - nel senso che l'ipotesi di differimento al 31/12/2011, trovando espressione in un emendamento privo di valore retroattivo, non potrebbe sanare proprio quelle decadenze per cui fu emanato...>>...

Rettifico: il giudice Forziati non potrà che prestar fede alle preleggi (che gli impongono di ritenere irretroattivo il benevolo emendamento "Passoni" - divenuto malevolo anche per effetto delle decurtazioni operate in sede di trascrizione dall'allora governo Berlusconi) e decaduto il termine per l'impugnazione del contratto. Se non fosse così, ben avrebbe potuto il Forziati evitare l'ordinanza alla Corte Costituzionale. Come noto, le questioni di pregiudizialità vanno poste quando non è possibile scansarle.
« Ultima modifica: Giugno 20, 2014, 22:26:25 da giudicimpostori » Registrato
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« Risposta #53 inserito:: Giugno 23, 2014, 22:29:38 »

Giustizie a Milano

Perfino Mariani aveva ritenuto valido il ricorso anche scaduto il termine per l'impugnativa ai sensi dell'art. 32 del collegato lavoro, allorquando al contratto contestato ne fosse succeduto un altro prima del termine di decadenza di 60 giorni. L'eventuale nullità del primo contratto poteva essere fatta valere aprendo la causa entro il termine di decadenza previsto per il secondo. Non è così per Perillo, collega del Mariani presso lo stesso tribunale di Milano. La giustizia è uguale per tutti i cittadini, ma diversa per ogni giudice. Nel merito il Perillo riscontra flussi di chiamate ondivaghi (si tratta di un contratto presso un call center di SKY Italia Network Service Srl) a fronte di un contratto a termine di un anno. Il fabbisogno di flessibilità dichiarato nella causale del contratto non trova perciò riscontro nelle allegazioni della convenuta in giudizio: per lunghi tratti del periodo contestato non risultano sovraccarichi di lavoro. Alla nullità del termine segue la riammissione in servizio e la corresponsione ex art. 32 legge 183/10 di 5 mensilità con interessi calcolati dalla sentenza al saldo. Gli accordi sindacali prodotti da SKY non prevedevano "graduatorie" per la stabilizzazione ed inoltre l'azienda risultava legittimata a non adottarli per coloro che avessero adito il giudice. Compensa le spese per un terzo.

Trib. Milano, sent. del 12/2/2014, Giud. Tullio Perillo
http://www.bollettinoadapt.it/wp-content/uploads/2014/05/trib_mil_12_02_14.pdf
« Ultima modifica: Giugno 23, 2014, 22:37:03 da giudicimpostori » Registrato
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« Risposta #54 inserito:: Luglio 22, 2014, 13:38:33 »

Dopo la sentenza nr. 9203/14, ora la nr. 15434 del 07/07/2014 della Suprema Corte di Cassazione in composizione diversa dalla precedente.
Gli ermellini offrono una lettura interpretativa logico-sistematica dell'art. 32 c.1 bis L. 183/2010, affermando che "il differimento al 31 dicembre 2011 riguarda tutti gli ambiti di novità di cui al novellato articolo 6 della L. 15 luglio n.604 e, dunque non solo l'estensione dell'onere di impugnativa stragiudiziale ad ipotesi in precedenza non contemplate" (leggasi, tra l'altro, contratti a termine).
Nella fattispecie, è stata cassata con rinvio una sentenza della Corte di Appello di Perugia che aveva accolto il ricorso della società.
Dopo le diverse pronunce favorevoli delle Corti di Appello, ecco due pronunce della Corte di Cassazione. Si può affermare di essere ormai al "de iure condito".   
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« Risposta #55 inserito:: Luglio 22, 2014, 21:41:58 »

...Dopo le diverse pronunce favorevoli delle Corti di Appello, ecco due pronunce della Corte di Cassazione. Si può affermare di essere ormai al "de iure condito".

DE IURE CONDITO (medio)

La Cassazione non entra nel merito della decadenza del termine per l'impugnativa del contratto a tempo determinato introdotta dall'art. 32 del Collegato lavoro. Dice solo che l'emendamento "Passoni", che introdusse il differimento al 31/12/2011 della decadenza per l'impugnativa dei licenziamenti, riguarda anche i contratti (ad esempio a tempo determinato) prima non vincolati ad alcun termine. Se l'emendamento "Passoni" sembra salvare i Precari (stando alla Cassazione che hai citato e ad un'altra analoga sentenza), esso non potrebbe, a rigore, restituire il diritto di impugnare un vecchio contratto a termine già decaduto a causa del precedente termine di 60 giorni di cui al Collegato lavoro. Tale decadenza, che discende da una legge (n. 183/2010, "art. 32"), non può essere banalmente derogata (o annullata, o ignorata) per effetto di un tardivo emendamento ("Passoni"), il quale, pur introdotto proprio per consentire ai vecchi contrattisti a termine di non sottostare alle nuove decadenze e consentire loro di disporre di un anno ancora (fino al 31/12/2011) per impugnare il vecchio contratto, non ha fatto espresso riferimento alla propria, necessaria validità retroattiva. A rigore, cioè, a beneficiare della proroga al 31/12/2011 sono solo i contrattisti che alla data dell'emendamento avevano ancora un margine di tempo utile per proporre impugnativa, e non quelli "degli anni precedenti" o che comunque avessero atteso più di 2 mesi (60 gg) successivi all'entrata in vigore del Collegato lavoro (art. 32, l. 183/2010). La questione resta irrisolta, perché anche la Corte Costituzionale, in risposta all'ordinanza del giudice Forziati di Roma, si era limitata a prendere atto del problema sopra esposto, lasciando al rimettente la responsabilità di decidere sul punto. Il Forziati, se non ricordo male, aveva proposto ordinanza proprio perché il contratto a lui sottoposto era del 2009 e l'impugnativa risaliva ad una data del 2011 ben posteriore al termine di 60 giorni contati dall'entrata in vigore del Collegato lavoro. Per questo, citando le "preleggi" ovvero la naturale irretroattività delle norme anche civili, il Forziati dubitava dell'efficacia dell'emendamento "Passoni" per diritti già decaduti. La Consulta ha risposto solo al cuore dell'ordinanza, affermando che non c'è discriminazione tra "somministrati" e contrattisti a termine in tema di nuove decadenze, in quanto il legislatore ben può trattare fattispecie diverse in maniere diverse. Perciò in generale la decadenza in 60 giorni per i contratti a termine è una misura legittima, mentre l'efficacia del differimento al 31/12/2011 (introdotto a voce e tardivamente - inizio 2011 - da parlamentari del PD e rimaneggiato in fase di scrittura da FI), in rapporto al sopra lodato emendamento, resta una gatta da pelare per i giudici di merito. La Consulta è consapevole del problema posto dalle preleggi e dai diversi orientamenti che la giurisprudenza di merito ha offerto sul punto, ma non dice cosa ne pensa. Si era già osservato che il Forziati, avendo proposto l'ordinanza proprio per l'ostacolo costituito dalle preleggi, nulla aveva da decidere. Nel caso di specie trattavasi di un contrattista delle Poste del 2009 con clausola di contingentamento sforata ma impugnazione tardiva. Circa la clausola di contingentamento, lo stesso Forziati ritiene che sia il lavoratore a dover anticipare "i numeri" che determinerebbero lo sforamento, mentre solo allora sarebbe l'azienda a dover dimostrare il contrario. Per molti mesi (anni), i ricorsi erano comunemente impostati sulla considerazione che l'onere probatorio grava sul datore di lavoro, mentre al lavoratore spetta contestare ("genericamente") il mancato rispetto della clausola. Quando gli avvocati hanno mangiato la foglia, anche questo "filtro" ha ceduto, ed è emerso che Poste Italiane aveva sforato con le assunzioni perfino nel 2009. Ma il contenzioso, come si è visto sopra, viene tamponato a più mani e a diversi livelli.

Cassazione n. 15434 del 7/7/14 - testo integrale
http://www.quotidianodiritto.ilsole24ore.com/pdf2010/Editrice/ILSOLE24ORE/QUOTIDIANO_DIRITTO/Online/_Oggetti_Correlati/Documenti/2014/07/08/Sentenza_15434_2014.pdf
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« Risposta #56 inserito:: Luglio 23, 2014, 08:18:10 »

DE IURE CONDITO.
In effetti, dalla sentenza della Cassazione si evince l'ancora di salvataggio grazie all'art. 32 c. 1 bis solo ed esclusivamente per quei precari - es. contratti a tempo determinato - che successivamente all'entrata in vigore del Collegato Lavoro (art. 32 L.183/2010), non avessero impugnato il contratto nei 60 gg. A scanso di equivoci, facciamo un esempio: scadenza contratto a termine 01/10/2011. Per l' art. 32 Collegato Lavoro, l'impugnazione stragiudiziale andava presentata, a rigore, entro il 01/12/2011. Grazie all'emendamento Passoni e al differimento al 31/12/2011 (interpretazione logica e non letterale con buona pace dell'on. Cazzola), si aveva la possibilità di impugnare, come termine ultimo, entro il 29/02/2012.
Discorso diverso per coloro i quali il contratto era scaduto anteriormente al Collegato lavoro. Esempio: scadenza contratto 01/10/2010 - presentazione dell'impugnazione 05/12/2010. La retroattività è, tutt'oggi, controversa.
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« Risposta #57 inserito:: Luglio 23, 2014, 20:58:44 »

DE IURE CONDITO MEDIO

...A scanso di equivoci, facciamo un esempio: scadenza contratto a termine 01/10/2011. Per l' art. 32 Collegato Lavoro, l'impugnazione stragiudiziale andava presentata, a rigore, entro il 01/12/2011. Grazie all'emendamento Passoni e al differimento al 31/12/2011 (interpretazione logica e non letterale con buona pace dell'on. Cazzola), si aveva la possibilità di impugnare, come termine ultimo, entro il 29/02/2012.

Discorso diverso per coloro i quali il contratto era scaduto anteriormente al Collegato lavoro. Esempio: scadenza contratto 01/10/2010 - presentazione dell'impugnazione 05/12/2010.

La retroattività è, tutt'oggi, controversa.

Finalmente uno specchietto più chiaro delle mie cervellotiche relazioni.

Aggiungo solo un terzo esempio: scadenza contratto nel 2009, impugnazione nel marzo del 2011, cioè dopo i 60 giorni contati dalla entrata in vigore del collegato lavoro (24 nov. 2010). Sebbene l'emendamento Passoni disponga la proroga al 31/12/2011 dell'efficacia della decadenza in 60 giorni per l'impugnativa, in questo caso la decadenza è già avvenuta, e Passoni (né tantomeno il Cazzuola) hanno formulato il testo dell'emendamento chiarendo che esso deve necessariamente avere efficacia retroattiva. Poste ha sforato e il contratto del 2009 era abusivo? Si, ma il diritto sulle conseguenze è decaduto. Questa è l'interpretazione corrente da parte di molti giudici, ma non la più coerente. Per ora Cassazione e Consulta lasciano fare. Auguri a tutti.
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« Risposta #58 inserito:: Luglio 24, 2014, 22:29:02 »

Una curiosità

INTERPOSIZIONE ILLECITA DI MANODOPERA - DECADENZA PER L'IMPUGNATIVA EX ART. 32 COLLEGATO LAVORO

L'appaltatore ti licenzia. Tu fai causa contro il licenziamento, sostenendo di aver lavorato per l'appaltante (interposizione illecita di manodopera). Il giudice (di Padova, sent. 18/7/14) ritiene che sia decaduto il termine di 60 giorni (ex art. 32, l. 183/2010) per l'impugnazione del recesso, che andava notificata anche (soprattutto) all'appaltante (utilizzatore della prestazione presso il quale si sarebbe voluto ripristinare il rapporto). La Cassazione, prima del Collegato lavoro, riteneva che in tale contesto non potesse esistere alcun termine decadenziale per l'impugnativa.

http://www.dottrinalavoro.it/notizie-c/tribunale-padova-termine-decadenza-per-impugnare-licenziamento-contro-stazione-appaltante


La Corte Costituzionale, sent. 303/2011, nel rigettare l'ipotesi di discriminazione (a proposito della forfetizzazione del danno introdotta dallo stesso art. 32, l. 183 in caso di illegittimità del termine del contratto) tra contrattisti a termine e lavoratori inquadrati nei mille modi alternativi previsti dalle leggi italiane, aveva scritto:

<<Quanto alle ulteriori disparità di trattamento segnalate dal Tribunale di Trani, esse risentono dell’obiettiva eterogeneità delle situazioni. Ed infatti, il contratto di lavoro subordinato con una clausola viziata (quella, appunto, appositiva del termine) non può essere assimilato ad altre figure illecite come quella, obiettivamente più grave, dell’utilizzazione fraudolenta della collaborazione continuativa e coordinata. Difforme è, altresì, la situazione cui dà luogo la cessione illegittima del rapporto di lavoro, laddove, nelle more del giudizio volto ad accertarla, il rapporto corre con il cessionario e la garanzia retributiva rimane assicurata. Altro ancora, infine, è la somministrazione irregolare di manodopera, quando un imprenditore fornisce personale ad un altro al di fuori delle ipotesi consentite dalla legge.>>.

http://www.cortecostituzionale.it/actionSchedaPronuncia.do?anno=2011&numero=303


Eppure nel frattempo tutte le forme flessibili di lavoro sono scivolate sotto l'egida del Collegato lavoro, sia per ciò che riguarda l'indennità omnicomprensiva (es. per la fattispecie della somministrazione), che per i termini di decadenza per l'impugnativa (vedi sopra).
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« Risposta #59 inserito:: Agosto 04, 2014, 23:49:00 »

DEL DECADENTISMO IN GENERE

Corte di Cassazione, 16 giugno 2014 n. 13676
http://www.wikilabour.it/public/Segnalazioni/51ad6167-fa19-4976-b78d-4ebc49c7b0ea/Cassazione-SSUU_2014_13676.pdf


Il lavoratore che non ha chiesto per tempo il rimborso dell’IRPEF versata, in applicazione della legge italiana, sull’incentivo alle dimissioni, perde definitivamente il diritto per intervenuta decadenza anche se successivamente la Corte di giustizia U.E. abbia dichiarato che la norma impositiva italiana è in contrasto col diritto comunitario.

Il messaggio è chiaro: chi non si attiva per tempo a difesa di un proprio diritto negato da una norma sospetta di incostituzionalità o di contrasto col diritto dell’Unione rischia di perderlo definitivamente. La retroattività dell’eventuale dichiarazione di incostituzionalità o di contrasto col diritto comunitario di tale norma trova infatti ostacolo nell’estinzione di quel possibile diritto per intervenuta decadenza o prescrizione. Nel caso esaminato dalle sezioni unite della Corte di cassazione, un lavoratore dimessosi a 52 anni nel 2001 con incentivo all’esodo tassato con IRPEF in misura piena, aveva promosso, nel luglio 2006, istanza per ottenere il rimborso del 50% in più di IRPEF a suo tempo versato, invocando una sentenza della Corte di giustizia del 2005 che aveva dichiarato discriminatoria nei confronti dei lavoratori di sesso maschile la norma italiana che prevedeva un abbattimento del 50% dell’IRPEF sull’incentivo all’esodo erogato agli uomini di 55 anni e alle donne di 50. La Corte di cassazione ha respinto il ricorso, rilevando che al momento della istanza di rimborso era già maturato il termine quadriennale di decadenza del diritto, decorrente dal momento del versamento nel 2001 dell’IRPEF piena ed escludendo che la sentenza della Corte di giustizia del 2005 comportasse una nuova decorrenza dei termini di decadenza dalla data di deposito della stessa.

http://www.wikilabour.it/Print.aspx?Page=Segnalazioni
« Ultima modifica: Agosto 04, 2014, 23:49:20 da primo secondo » Registrato
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