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Autore Discussione: CESSIONE RAMO D'AZIENDA (..che non si sa mai)  (Letto 25856 volte)
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luca_1966
Utente non iscritto
« inserito:: Dicembre 09, 2011, 03:10:29 »

Non è escluso che lo scenario aziendale (e forse giudiziale) futuro possa essere quello connesso alla cessione di ramo d'azienda. Ciò, in considerazione del fatto che proprio in questi giorni l'attività di gestione del servizio postale nazionale è stata rimessa all'AGCOM, anziché - come in predicato da (almeno) un anno - alla Agenzia, o Autorità indipendente.. (sebbene contigua al Ministero). Caduto il governo stalinista (non in fatto di valorizzazione della proprietà privata, beninteso, ma di alienazione di settori e cose dello Stato, conformemente ad un costante orientamento italiano), è oggi vice-premier il già presidente dell'AGCM. Catricalà - il quale già nel 2009 si augurava, con appositi provvedimenti, l'approntamento di autorità indipendenti di coordinamento e controllo delle attività nei servizi postale e del trassporto ferroviario - ha modo di realizzare oggi, ciò che ieri era l'auspicio di un presidente dell'Antitrust. Non c'è dubbio che l'indipendenza, e la libertà di mercato, incombano adesso più che allora. Ecco spiegato il motivo di questa "nuova pagina".
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TRIBUNALE DI ANCONA
Sent. n. 548 del 28/9/10

nella causa civile in materia di lavoro ..discussa all'udienza del 28/9/10, promossa da XX ..contro

TELECOM ITALIA spa rappresentata dagli avv.ti A. MARESCA, R. Romei, F. R. Boccia ..[e contro]:

CEVA LOGISTIC ITALIA srl
già TNT LOGISTCS ITALIA srl, TT LOGISTICS ITAIA Spa

OGGETTO: illegittimità cessione ramo di azienda.

CONCLUSIONI

Per il ricorrente: «venga accertata e dichiarata la nullità, illegittimità, e/o inefficacia ..del contratto di cessione di ramo di azienda stipulato il 27/2/2003 tra Telecom Italia s.p.a. e TNT Logistisc Italia s.p.a. ora Ceva Logistics Italia s.r.l., stante l'inapplicabilità dell'art 2112 c.c. e per l'effetto che venga accertata e dichiarata la nullità, illegittimità, e/o inefficacia della cessione del contratto di lavoro del ricorrente da parte della Telecom Italia s.p.a. alla TNT Logistics Italia s.p.a., ora Ceva Logistics Italia s.r.l., avvenuta senza il consenso del lavoratore e quindi in violazione dell'art. 1406 c.c., e per l'effetto che venga accertata e dichiarata la persistenza del rapporto di lavoro del ricorrente con Telecom Italia s.p.a., con conseguente condanna di detta società a reintegrare il ricorrente nel proprio posto di lavoro nelle stesse mansioni svolte anterioremnte al febbraio 2002 ovvero ad altre equivalenti. Con vittoria dis pese ed onorari».

Per Telecom Italia spa: «in via preliminare dichiarare inammissibile la domanda e cessata la materia del contendere ovvero la carenza di interesse ad agire da parte del ricorrente; nel merito respingere il ricorso in quanto infondato in fatto ed in diritto; con vittoria di spese, competenze ed onorali».

Per Ceva logistic Italia srl:

«In via preliminare:

- Dichiarare l'inammissibilità del ricorso per carenza di interesse ad agire in capo al Sig.XX ex art. 100 c.p.c. per le ragioni di cui sopra.

In via Principale

- Nella denegata ipotesi di mancato accoglimento della domanda in via preliminare, respingere in ogni caso le domande formulate dal Sig. XX in quanto infondate in fatto ed in diritto per le ragioni di cui sopra ed in ogni caso
- Dichiarare inammissibile la domanda di condanna formulata ex adverso nei confronti di Telecom Italia S.p.a.

In ogni caso, con vittoria di spese, funzioni ed onorari di giudizio.
».

SVOLGIMENTO

Con ricorso depositato in data 16/7/08, XX ha adito il Tribunale del Lavoro di Ancona, esponendo, in sintesi, a sostegno delle indicate conclusioni:

 - di essere stato assunto alle dipendenze della SIP in data 18/1/89 con la qualifica di "addetto al magazzino";
 - di essere stato assegnato a decorrere dal 1/3/02 al "Presidio territoriale di logistica di Roma", con sede di lavoro Ancona, nell'ambito della "funzione logistica";
 - che in data 27/2/03 gli era stato comunicato che il rapporto di lavoro sarebbe continuato a decorrere dal 1/3/03 con la TNT Logistic Italia spa, a cui la Telecom aveva ceduto il ramo di azienda di cui egli faceva parte;
 - che con riferimento all'art. 2112 cc nella formulazione all'epoca vigente l'operazione effettuata dalla Telecom non costituisce cessione di ramo di azienda, non avendo ad oggetto una realtà produttiva autonoma e preesistente; infatti da un lato non erano state cedute tutte le strutture della "funzione logistica", dall'altro nell'utilizzo dei beni aziendale ricevuti, e nell'ambito del connesso contratto di fornitura ("esternalizzata") di "servizi integrati", la cessionaria non era affatto autonoma ma soggetta alle determinazioni della Telecom: anche relativamente, tra l'altro, alle modalità di custodia dei materiali ed in generale alla esecuzione pratica dell'attività;
 - che l'oggetto della cessione non era stata quindi «un'articolazione autonoma e preesistente ..ma frammenti eterogenei non strutturalmente o funzionalmente collegati»;
 - che in particolare la situazione era caratterizzata da:

 - identità dei locali destinati allo svolgimento dell'attività ceduta, con conseguente confusione sotto il profilo della ripartizione dei consumi;
 - identità anche di macchinari, software, linee telefoniche e telematiche utilizzzati;
 - unicità di committenza nell'attività svolta dai dipendenti ceduti;
 - espressamente pattuita esclusività, a favore della Telecom, nell'uso dei magazzini da parte ella TNT;

 - che quindi di fatto la cessionaria non poteva collocare sul mercato i servizi prodotti con l'oggetto della cessione;

Si è costituita la Telecom spa, concludendo come in epigrafe, e replicando in sintesi che:

 - la cd. "logistica" consisteva in un'articolazione funzionale autonoma (prima riscontrabile in ciascuna delle 4 substrutture aziendali, poi unificata nel marzo 2002 nella struttura "Domestic Wireline") che da sempre era dedicata alla predisposizione dei materiali necessari la garantire la continuità del servizio di telecomunicazioni, e la prontezza degli interventi, sia sulla rete che presso gli utenti;
 - oggetto della cessione erano state le strutture quali i 6 Centri di Raccolta, e i 110 micromagazzini (collocati presso i centri di lavoro), distribuiti sul territorio nazionale (ed integranti «tutti i presidi territoriali»); ed inoltre le «strutture (ed. Logistica Logica)» svolgenti «attività a carattere impiegatizio e amministrativo afferenti alle strutture trasferite», ed in generale quanto indicato nel relativo contratto;
 - i Centri di Lavoro tipo "CLGRA" erano privi di (micro)magazzinì annessi;
 - la cedente aveva conservato solo quanto necessario all'attività di pianificazione del fabbisogno di materiale (ovvero scelte sulla tipologia e quantità di acquisti e rottamazioni), e la «gestione di outsourcing» inerente alla logistica (ossia «del contratto in essere con la TNT»): strutture prive di rapporti sia con la soc. TNT che con i fornitori dei materiali esistenti presso i magazzini, non esercitanti alcuna funzione decisionale nei confronti delle strutture cedute, né emananti istruzioni concernenti la prestazione lavorativa dei dipendenti trasferiti;
 - le «procedure per la gestione dei magazzini» erano state oggetto di trasferimento;
 - al personale ceduto era stato assicurato il mantenimento del trattamento economico e normativo;
 - il ricorrente in Telecom ultimamente era addetto al cd. micromagazzino di Ancona, collocato all'interno del (poi soppresso) Centro di Lavoro Prodotti e Sistemi (CPLS) di Ancona;
 - in particolare si occupava di gestione, catalogazione, e entrata e uscita materiali, utilizzando la «procedura SISMAT» (comprensiva di aspetti di contabilità e fatturazione, e successivamente integrata con il «sistema "ACLPS" materiali»); ed inoltre della rottamazione e gestione rifiuti;
 - alla data del ricorso il ricorrente lavorava per la TNT ormai da 6 anni e con ciò ha tacitamente manifestato il suo disinteresse alla prosecuzione del rapporto con la Telecom, ovvero la sua accettazione della cessione del contratto di lavoro;
 - non vi è comunque un interesse oggettivo considerata la conservazione dell'impiego e del trattamento economico, normativo e pensionistico;
 - nel merito, il servizio ceduto era già da tempo esistente in Telecom;
 - il requisito dell'autonomia funzionale del ramo ceduto non è escluso dalla conservazione presso il cedente di alcune componenti, e nel caso di specie è dimostrato dal fatto che le strutture alienate continuano a svolgere la medesima attività che prima svolgevano in Telecom;
 - i locali utilizzati per l'attività ceduta erano stati anch'essi ceduti, o concessi in affitto alla TNT, oppure erano stati autonomamente reperiti dalla cessionaria;
 - ciò vale anche per i macchinari, le attrezzature, ed in generale i beni necessari per lo svolgimento delle attività cedute; la cessione ha compreso anche i software ed in generale il know how e comunque ogni documentazione tecnica e tecnologica.

Si è costituita altresì CEVA LOGISTIC ITALIA srl concludendo come in epigrafe, sulla base di analoghe considerazioni, e specificando tra l'altro che:
 - oggetto del contratto di trasferimento è stato «un complesso di mezzi e di rapporti contrattuali ..idonei allo svolgimento di un attività economica organizzata quale è quella di provvedere al servizio di predisposizione dei materiali necessari per la gestione delle attività di approvvigionamento per la rete» e «in particolare tutte le attività di stoccaggio e distribuzione dei materiali di proprietà di Telecom, l'attività di gestione dei materiali a livello territoriale secondo quantità, tempi e standard utili alle attività specifiche della committente Telecom, l'attività di gestione contabile ed amministrativa dei materiali»;
 - «nessun rilievo assumono ..le argomentazioni ..in ordine all'utilizzo dei sistemi informatici e telefonici Telecom, nonché in ordine allo svolgimento della ..attività presso gli uffici di proprietà Telecom»;
 - «Telecom e TNT hanno concordato i termini, le modalità e le condizioni dell'esternalizzzione dei servizi di logistica, in attuazione dei quali è stato poi concluso il contratto di cessione del ramo di azienda»;
 - peraltro la giurisprudenza si è andata sempre più orientando verso una dematerializzazione dell'oggetto del trasferimento;
 - con il DL.vo 276/03 è stata novellata la disposizione di cui all'art. 2112 cc nel senso [di] prescindere dal requisito della preesistenza del ramo di azienda rispetto al momento della cessione;

Nel corso del procedimento assunta prova per testimoni.

All'udienza del 28/9/10 la causa era discussa e decisa con sentenza non definitiva come nel seguente dispositivo.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Preliminarmente non si ritiene potersi desumere dalla mera inerzia della parte interessata, alcun effetto se non quello già disciplinato, nei limiti e nei modi e tempi di operatività, dall'ordinamento con lo specifico istituto della prescrizione: con individuazione astratta e tipica - e differenziata in base alla natura della situazione soggettiva - del momento in cui il "lasso di tempo" per il quale l'inerzia si protrae, diventa sufficientemente "cospicuo"; nessun significativo elemento sintomatico essendo stato dedotto (o provato) nel caso concreto, al fine di poter configurare l'invocato "comportamento concludente".

Deve essere altresì riconosciuto l'interesse ad agire (art. 100 cpc) del dipendente, il quale chiede di individuare la propria (anche) attuale controparte contrattuale (e quindi il titolare passivo di tutti i diritti a lui derivanti dal rapporto di lavoro) in difformità da quanto sostenuto (e praticato) dalle Società resistenti; non essendo necessario dimostrare un concreto (imminente) pregiudizio "di fatto".

***

Nel merito, appare opportuno ricordare che l'art. 2112, nella versione vigente all'epoca della cessione disponeva al quarto comma che:

«Ai fini e per gli effetti di cui al presente articolo si intende per trasferimento d'azienda qualsiasi operazione che comporti il mutamento nella titolarità di un'attività economica organizzata, con o senza scopo di lucro, al fine della produzione o dello scambio di beni o di servizi, preesistente al trasferimento e che conserva nel trasferimento la propria identità, a prescindere dalla tipologia negoziale o dal provvedimento sulla base dei quali il trasferimento é attuato, ivi compresi l'usufrutto o l'affitto d'azienda.

Le disposizioni del presente articolo si applicano altresì al trasferimento di parte dell'azienda, intesa come articolazione funzionalmente autonoma di un'attività economica organizzata ai sensi del presente comma, preesistente come tale al trasferimento e che conserva nel trasferimento la propria identità.
».

Pertanto,

«per "ramo d'azienda", ai sensi dell'art. 2112 c.c. (sia nel testo anteriore, sia in quello modificato dal D.Lgs. 2 febbraio 2001, n. 18, in applicazione della direttiva Ce n. 50/98), come tale suscettibile di autonomo trasferimento riconducibile alla disciplina dettata per la cessione di azienda, deve intendersi ogni entità economica organizzata in maniera stabile la quale, in occasione del trasferimento, conservi la sua identità, il che presuppone una preesistente realtà produttiva autonoma e funzionalmente esistente, e non anche una struttura produttiva creata ad hoc in occasione del trasferimento, o come tale identificata dalle parti del negozio traslativo, essendo preclusa l'esternalizzazione come forma incontrollata di espulsione di frazioni non coordinate fra loro, di semplici reparti o uffici, di articolazioni non autonome, unificate soltanto dalla volontà dell'imprenditore e non dall'inerenza dei rapporti di lavoro ad un ramo di azienda già costituito»,

come chiarito dalla Corte di Cassazione tra l'altro con la sentenza 2489/08, richiamata dalla locale Corte di Appello nella sentenza 216/10 (prodotta da parte ricorrente all'udienza del 28/9/10), relativa al medesimo contratto di cessione di "ramo di azienda".

È quindi necessario il requisito della "preesistenza". Inoltre oggetto della cessione deve essere (anche nella formulazione attuale dell'art. 2112 cc) una "articolazione funzionalmente autonoma".

Non si configura pertanto la fattispecie di cui al citato articolo, in presenza di servizi esternalizzati accompagnati da cessione di beni aziendali non tali da costituire «una realtà organizzativa riconducibile alla nozione di unità produttiva», ovvero non «idonei a costituire un'azienda collocabile sul mercato», tanto che «solo la stipulazione del contratto di appalto (abbia) consentito di farne oggetto di cessione allo stesso appaltatore, unificandoli al solo fine di realizzare la complessiva operazione». (Cass. 17919/02).

Nella citata sentenza 216/10, la Corte di Appello di Ancona ha ricordato che l'onere di provare la sussistenza di un effettivo trasferimento di "ramo di azienda" così come definito dalla legge, incombe sul datore di lavoro.

Ebbene si deve ritenere che (neanche) nel presente giudizio tale onere, - sotto i distinti ed autonomamente rilevanti (per quanto connessi) aspetti sia della "preesistenza" che della "autonomia funzionale" - sia stato assolto, in base alle considerazioni che seguono.

Quanto alla "preesistenza" insiste la Telecom nel sostenere che il ramo "logistica" era definito al suo interno non solo già da un anno prima della cessione, come struttura unitaria, ma già dal periodo precedente, come somma delle strutture di "logistica" presenti nelle quattro diramazioni aziendali.

Non è tuttavia (tanto) questo l'aspetto evidenziato dal ricorrente, quanto il fatto della non corrispondenza tra la "logistica" come reparto aziendale esistente (e pur preesistente) al momento della cessione, e l'oggetto effettivo del contratto.

Sul punto appare opportuno premettere che la "preesistenza" deve essere effettivamente valutata con una certa elasticità, nel senso che è normale ed anzi imprescindibile che la parte del settore ceduto più strettamente inerente alla sua direzione ed al raccordo con la restante realtà aziendale (la parte del "ramo" più prossima al "tronco"), rimanga estranea alla cessione. Ciò anche per necessità logica di ritagliare un minimo di spessore all'attività dell'imprenditore cessionario che si aggiunge alla potenzialità dell'azienda ceduta (e quindi a quella dei lavoratori passati alle sue dipendenze) per fornire un risultato che prima era ottenuto completamente all'interno dell'azienda cedente.

Non si tratta peraltro (solo) di questo, e cioè di ciò che la Telecom indica come "governace and planning" (pianificazione del fabbisogno di materiale, ovvero scelte sulla tipologia e quantità di acquisti e rottamazioni), e nemmeno di quanto riconducibile alle categorie (verosimilmente più ampie) di "Logistica logica" (generale e territoriale) invocate da parte ricorrente.

Si tratta invece di sezioni operative (beni materiali e attività manuali o comunque meramente operative) che:
-  rientravano, per quanto dedotto dalle stesse Società resistenti (e confermato dal doc. 7 di parte ricorrente), nella "struttura preesistente" ovvero nella «funzione logistica DW. ACQ.C .(Domestic Wireline - Acquisti - Acquisti per la Commercializzazione)», la quale era finalizzata alla predisposizione dei materiali (tutti i materiali, si deve presumere) necessari a garantire la continuità del servizio di telecomunicazioni e la prontezza degli interventi, sia sulla rete che presso gli utenti, nonché all'attività di gestione e rottamazione del materiale di rifiuto: e ciò con riferimento a tutta l'attività aziendale, ovvero (espressamente) alla somma delle attività che prima del 2002 era suddivisa tra le 4 "Business Unit" (Rete, Data.com, Fonia Business, Clienti Residenziali);
 - sono rimaste in Telecom e non sono passate a TNT.

Il riferimento è:
 - ai magazzini presso i "CLU" in cui da Telecom vengono custoditi e prelevati, per essere destinati agli interventi in favore dei "Clienti Residenziali", i medesimi materiali che allo stesso modo sono prelevati (per i Clienti Business) dai magazzini "ceduti" alla TNT (capitoli 4, 5 e 6 di parte ricorrente confermati di dai testi Pettazzoni, Nobile; riscontro nel doc. 20 di parte ricorrente, pag 6);
 - alle strutture necessarie alla gestione fìsica di materiale ("non nomenclato" e in parte anche "nomenclato") effettuata completamente da Telecom (cap. 7-8 di parte ricorrente confermati dai testi Pettazzoni, Nobile), ovvero all'assolvimento di attività meramente amministrative quali la «alimentazione dei conti deposito» e solo in parte affidata a TNT secondo quanto riferito dal teste Pettazzoni in risposta al capitolo 20 della memoria 30/14/09.

***

In ogni caso (e ciò sarebbe comunque sufficiente) non risulta provato il requisito della "autonomia funzionale" (da intendersi correttamente, per quanto sopra evidenziato, come potenzialità del complesso dei beni materiali [ed] immateriali oggetto di cessione, alla produzione di un servizio collocabile almeno potenzialmente sul mercato; non invece utilizzabile esclusivamente in favore della impresa appaltante-"esternalizzante": come pare erroneamente ritengano essere sufficiente le parti convenute), emergendo significativi elementi in senso contrario.

In concreto, non appare infatti verosimile una potenziale collocazione sul mercato:

 - di un servizio di magazzinaggio:
 - senza autonoma disponibilità - ad alcun titolo opponibile alla cedente - dei locali utilizzati (almeno per quanto contrattualmente previsto, e salva ogni diversa impostazione "a proprie spese" negli anni successivi, naturalmente rientrante nelle facoltà della appaltatrice). Infatti nel contratto di cessione (doc. 30 di parte ricorrente) al punto 2.1 espressamente si precisa che il Ramo di Azienda è «costituito da beni di esclusiva natura mobiliare». Non è previsto in tale contratto, e non è comunque plausibilmente titolo opponibile, il "comodato gratutito" riferito dal teste Pettazzoni. Del resto al punto 5.1 del "contratto di Servizi integrati" (doc. 29 di parte ricorrente), si impone (nonostante la mancanza di esclusiva, art. 4) di non utilizzare i locali per custodire articoli diversi da quelli «oggetto del presente contratto».
 - con l'uso di software ("procedure") di cui la Telecom è rimasta amministratrice (cap. 12 e 15-17 di parte ricorrente confermati dai testi Pettazzoni, Nobile; in senso conforme, sul capitolo 27, il teste Lodi di parte resistente).

 - di un servizio di attività di consegna e distribuzione senza disponibilità di automezzi, ma solo di contratti di trasporto, stipulati con ditte terze dalla Telecom ed il cui contenuto, rimasto ignoto, si deve presumere articolato sulle specifiche esigenze della Società cedente (v. citati doc.29 e 30).

***

Conseguenza della mancata (prova della) sussistenza della fattispecie di "cessione di ramo di azienda" come disciplinata dall'art. 2112, è l'inefficacia della cessione del rapporto di lavoro in carenza della accettazione di cui all'art. 1406 cc.

Per tutto quanto sopra il ricorso deve essere deciso come in dispositivo; le spese di lite seguono la soccombenza.

PQM

definitivamente pronunciando, ogni altra domanda, istanza ed eccezione disattesa,

DICHIARA che la stipulazione contratto di cessione di azienda del 27/2/03 tra le Società convenute, non ha determinato il passaggio alle dipendenze della TNT Logistics Italia spa del ricorrente; con conseguente permanenza del suo rapporto di lavoro con la Telecom spa.

CONDANNA le Società resistenti, in solido tra loro, al pagamento delle spese di lite in favore del ricorrente, che liquida in complessivi € 3.340,00, di cui € 10,00 per spese, € 1.130,00 per diritti, € 2.200,00 per onorario, oltre spese generali ed accessori di legge.

Ancona il 28/9/10

Giudice

Andrea De Sabbata

Deposito in Cancelleria il 27/11/2010

http://www.studiodiscepolo.eu/cms/images/pdf/sentenza548_2010.pdf
« Ultima modifica: Dicembre 09, 2011, 03:32:18 da luca_1966 » Registrato
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« Risposta #1 inserito:: Dicembre 09, 2011, 13:58:45 »

ma quindi a maggior ragione dovrebbero penso risolvere il problema contenziosi, non credo possano vendere un ramo di azienda con tutti quei  ricorsi in atto
che dici?
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luca_1966
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« Risposta #2 inserito:: Dicembre 10, 2011, 01:44:41 »

Non lo so. Bisognerebbe chiedere nell'ordine a Catricalà o a Sarmi. Io penso che sia esclusa la cessione dell'intero "ramo", di fatto un mezzo tronco. Piuttosto immagino che potrebbero cedere unità periferiche, su scala comunale-provinciale. Ma perché, poi? Non credo a problemi di principio, nel senso di valore primaro di beni dello Stato (es: acqua). Un privato gestirebbe con impegno l'attività. Però l'onere nelle zone impervie aumenterebbe, perché verrebbe a mancare l'economia di scala Poste-Bancoposta. E gli oneri complessivi sono a carico dello Stato. Da questo punto di vista sarebbe più probabile la cessione di rami nei grossi centri. Ma meglio andare a dormire, perché magari domani suona la postina olandese: TNT..
« Ultima modifica: Dicembre 10, 2011, 02:39:19 da luca_1966 » Registrato
luca_1966
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« Risposta #3 inserito:: Gennaio 21, 2012, 15:41:11 »

L'indotto di Poste: le aziende appaltanti

Lavoro subordinato - Licenziamento -Soppressione del posto per idimensionamento dell’appalto del committente - Non sussiste
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CORTE DI CASSAZIONE
Sentenza n. 755 del 19/1/2012

1. La (...) srl chiede l'annullamento della sentenza della Corte d'appello di Torino, pubblicata il 30 ottobre 2008.

2. La Corte ha confermato la sentenza di primo grado che aveva accolto il ricorso della lavoratrice (...) dichiarato illegittimo il suo licenziamento e condannato la società a reintegrarla nel posto di lavoro e a risarcirle il danno.

..5. La lavoratrice fu licenziata con la seguente motivazione: «tale decisione deriva dalla impossibilità sopravvenuta da diversi mesi a sostenere i notevoli costi di gestione dell'appalto a cui deve far fronte la società con la sua presenza in servizio».

6. La Corte ha confermato la decisione di primo grado che ritenne il licenziamento non conforme alla disposizione che legittima il licenziamento quando sia giustificato da «ragioni inerenti all'attività produttiva, all'organizzazione del lavoro e al regolare funzionamento di essa», ai sensi dell'art. 3 della legge n. 604 del 1966.

7. Nella sintesi della Corte [d'appello], il giudice di primo grado aveva ritenuto che «alla luce delle testimonianze assunte (testi ...) e della documentazione acquisita (fax consegnato dalla teste ..) a lei inviato dalla (...) srl, risulta provata l'avvenuta immediata sostituzione della (...) con altro lavoratore legato da contratto di co.co.pro.; come l'azienda non abbia provato la cessazione del servizio al quale la (...) era addetta; ed infine non abbia provato l'impossibilità di adempiere l'obbligo di repechage nei confronti della (...)».

8. La Corte, esaminando il motivo di appello concernente il giustificato motivo oggettivo, ha affermato che lo stesso non sussiste in assenza di comprovate ragioni attinenti alla riorganizzazione dell'attività lavorativa perché: «è pacificamente emerso all'esito della compiuta istruzione (testi ..) e dalla documentazione prodotta (cfr. libro matricola relativo alla sede operativa di Alessandria), sia che le riduzioni di orario conseguenti alle variazioni effettuate da Poste Italiane furono modeste e tali da non comportare la sostanziale diminuzione del lavoro e la soppressione dell'utilizzo di uno dei 6 furgoni impiegati dall'appaltatrice (...) srl, sia che la (...) venne sostituita attraverso l'impiego del signor (...) assunto come co.co.pro. dall'appellante una settimana prima del licenziamento intimato all'appellata».

9. La Corte [d'appello] ha poi ritenuto assorbita la questione relativa all'obbligo di “repechage” ed ha infine confermato la decisione in ordine alla sussistenza dei requisiti dimensionali necessari per l'applicazione della tutela reale, condividendo la valutazione del primo giudice in ordine al mancato adempimento dell'onere della prova da parte della società.
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10. Con il primo motivo la società (...) srl denunzia violazione e falsa applicazione del combinato disposto degli artt. 3 e 5 L. 604 del 1966, assumendo che la Corte avrebbe violato tali norme non limitandosi a verificare l'esistenza del riassetto organizzativo dedotto dal datore di lavoro, ma valutando la bontà e l'utilità di tale scelta imprenditoriale.

11. Il principio di diritto da affermare, per la ricorrente, secondo il quesito posto a conclusione del motivo è che «è legittimo il licenziamento quando la datrice di lavoro, a fronte di una seppur non ingente diminuzione dei servizi gestiti in appalto, affida il servizio prima svolto dalla lavoratrice licenziata ad un collaboratore a progetto già in forze presso la medesima impresa al fine di effettuare un evidente risparmio sui costi del servizio gestito in appalto. Dica poi se ha errato il giudice del merito nel valutare l'opportunità della scelta imprenditoriale dopo aver accertato la sussistenza e la veridicità dei presupposti di fatto indicati nella lettera di licenziamento».

12. Con il secondo motivo la ricorrente ritorna sul medesimo tema denunziando omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione, circa l'accertamento della avvenuta diminuzione del lavoro e/o dell'accertamento dell'avvenuta soppressione del posto di lavoro occupato dalla lavoratrice licenziata. Nella sintesi offerta a conclusione del motivo la ricorrente precisa che il vizio di motivazione consisterebbe nell'aver confuso la permanenza della necessità di rendere il servizio mediante l'utilizzo contemporaneo di 6 furgoni, con «una certa diminuzione oraria dei servizi» che «sebbene si trattasse di poche unità orarie, avesse comportato la necessità di ridurre i costi aziendali e di conseguenza di operare l'impugnato licenziamento». «Completamente omessa» sarebbe stata poi la motivazione del «convincimento secondo il quale tali diminuzioni siano state troppo modeste per giustificare il licenziamento».
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13. I due motivi devono essere esaminati congiuntamente perché insistono sul medesimo tema.

14. La Corte d'appello, e prima il Tribunale, avevano un compito preciso: quello di verificare se la motivazione fornita dalla società a spiegazione del «giustificato motivo oggettivo di licenziamento» nella lettera di licenziamento corrispondesse alla realtà dei fatti.

15. La motivazione del licenziamento contenuta nella missiva di recesso, come si è visto, era: «tale decisione deriva dalla impossibilità sopravvenuta da diversi mesi a sostenere i notevoli costi di gestione dell'appalto a cui deve far fronte la società con la sua presenza in servizio».

16. Quindi «impossibilità» di sostenere i costi dell'appalto di Poste Italiane, «sopravvenuta» da diversi mesi.

17. Il Tribunale ha svolto la relativa istruttoria e non ha ritenuto provata la sussistenza di tali presupposti. La Corte ha convenuto su tale giudizio. In positivo, i due giudici di merito hanno ritenuto provato che vi era stata solo una «modesta» riduzione di lavoro appaltato da Poste Italiane spa, sicuramente non idonea a giustificare la soppressione del posto di lavoro della (...)

8. Tale riduzione non aveva comportato il venir meno della necessità del contemporaneo utilizzo dei 6 furgoni impiegati dalla società e quindi dell'attività della (...), che del resto non era stata soppressa, perché il suo posto era stato preso da un collaboratore assunto con contratto di lavoro a progetto.

19. La stessa società ricorrente non contesta tale assunto perché in più punti del ricorso ed, in particolare nel quesito del primo motivo, parla di «non ingente» diminuzione dei servizi forniti in appalto, utilizzando un'espressione (non ingente), che è del tutto simile a quella utilizzata dalla Corte (modesta).

20. Pertanto, l'assunto di fondo posto a base dei due motivi, e cioè che la Corte non abbia rispettato i limiti del suo compito di controllo, ma li abbia travalicati ingerendosi nelle scelte imprenditoriali, è privo di fondamento, perché la Corte sì è limitata a constatare che la motivazione della società ricorrente a giustificazione del licenziamento non corrispondeva alla realtà dei fatti.

21. Sempre nell'ambito del primo motivo, la ricorrente modifica in parte il tema della controversia, ponendo la questione della legittimità di un licenziamento giustificato dalla scelta di sostituire la lavoratrice licenziata con un collaboratore a progetto.

22. Invero, nel ricorso per cassazione si assume che il lavoratore a progetto era già in forza alla società. In questa prospettazione, la lavoratrice risultava eccedente rispetto ad un assetto occupazionale aziendale idoneo a sostenere l'attività. Al contrario, la Corte di merito ha accertato che l'assunzione del lavoratore a progetto è avvenuta una settimana prima del licenziamento e quindi, inequivocabilmente, «in funzione» della sostituzione. L'affermazione non è censurata nel ricorso. Questa diversità determina di per sé l'infondatezza di questa parte del motivo, che peraltro è, in radice, inammissibile, perché l'oggetto della controversia non era quello di stabilire se costituisca giustificato motivo ridurre i costi aziendali mediante la sostituzione di un lavoratore subordinato con un lavoratore a progetto, bensì la conformità della motivazione del licenziamento alla realtà dei fatti e nella motivazione del licenziamento della (...) non si faceva minimo cenno alla scelta di ridurre i costi mediante la sua sostituzione con un lavoratore a progetto.

23. Il terzo motivo, concernente il tema del repechage che è stato considerato assorbito dalla Corte d'appello e giustamente, poiché il licenziamento è comunque illegittimo per le ragioni oggetto dei primi due motivi del ricorso e della prima parte della sentenza.

24. Il quarto motivo concerne invece i requisiti occupazionali per la tutela reale.

25. La Corte d'appello, premesso che l'onere della prova gravava sulla società, ha ritenuto che tale prova non sia stata fornita, in quanto a fronte di un ordine di esibizione del libro paga e matricola per tutti i dipendenti e per l'intero territorio nazionale, la società ha prodotto, oltre ai libri della sede di Alessandria allegati al ricorso di primo grado, solo quelli della sede di Benevento, senza documentare di non avere nel territorio nazionale altre sedi operative (circostanza documentabile attraverso una certificazione di Poste italiane spa) e senza esibire quelli relativi alla sede legale di Napoli o documentare attraverso una certificazione idonea di non avere dipendenti in tale sede.

26. Il ragionamento è coerente, condivisibile e conforme alla disciplina della materia come interpretata dalle sezioni unite.

27. Nel motivo, del resto, non si denunzia una violazione di legge, ma un preteso vizio di motivazione: omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su di un fatto controverso e decisivo, che si identifica con l'assolvimento dell'onere probatorio inerente al requisito dimensionale.

28. La valutazione dell'assolvimento o meno di un onere probatorio non è un fatto ed è quindi inammissibile il ricorso per cassazione sul punto ai sensi del n. 5 dell'art. 2697 cod. civ., (cioè un fatto costitutivo, modificativo, impeditivo o estintivo) od anche un fatto secondano (cioè un fatto dedotto in funzione di prova di un fatto principale), purché controverso e decisivo.

29. Il ricorso, pertanto, deve essere rigettato.

30. Le spese del giudizio di legittimità, per legge, devono essere poste a carico della parte che perde il giudizio.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna la società ricorrente alla rifusione alla controricorrente delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in 50,00 nonché 3.000,00 euro per onorari, oltre IVA, CPA e spese generali

http://www.teleconsul.it/leggiArticolo.aspx?cls=1&doc=SE222328.DOC&tip=ul

« Ultima modifica: Gennaio 21, 2012, 15:41:59 da luca_1966 » Registrato
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« Risposta #4 inserito:: Marzo 09, 2012, 22:35:07 »

Ipsoa, 07/03/2012

La Cassazione ha confermato che costituisce cessione di ramo d’azienda anche l’operazione traslativa di una mera attività realizzata attraverso l’utilizzazione di un insieme organizzato di lavoratori, purché non si risolva in una semplice sommatoria di prestazioni lavorative individuali. (Sentenza Cassazione civile 26/01/2012, n. 1085)

http://www.ipsoa.it/News/Lavoro/cessione_di_ramo_d_rsquo_azienda_anche_in_caso_di_traslazione_di_mera_attivita_id1072242_art.aspx
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« Risposta #5 inserito:: Marzo 10, 2012, 23:39:57 »

esternalizzati.it, 20/2/2012

TELECOM ITALIA DEVE PAGARE GLI STIPENDI AI LAVORATORI IN CAUSA

(di Stefano Torcellan)

<<Già con una vittoria in primo grado di giudizio, un lavoratore esternalizzato in causa con Telecom Italia spa (ad esempio) ritorna ad essere per la Legge “provvisoriamentedipendente di quest’ultima azienda.

Se percepisce lo stipendio dalla Newco in cui si è trovato a dover lavorare per effetto di una cessione di ramo d’azienda impropria, di cui vi sia una sentenza di nullità, il lavoratore, se lo ritiene, ha due possibilità per essere remunerato per quello che ha perduto uscendo coattamente dall’azienda madre.

La prima attraverso un Decreto ingiuntivo, con cui si richiede al giudice la differenza (aliunde perceptum) tra quanto avrebbe percepito presso la società di origine (es.: Telecom Italia) e quello che invece ha effettivamemnte percepito nella Newco.

Oppure, dal momento che in ogni sentenza esecutiva, il Giudice impartisce l’ordine di reintegrare il lavoratore vittorioso e di stipendiarlo secondo l’inquadramento ex ante, cioè come se non fosse mai uscito dalla società che l’ha espulso, il ricorrente può pretendere di percepire lo stipendio dall’azienda perdente qualora, quest’ultima, non onori le disposizioni esecutive del Tribunale di reintegro del lavoratore. Purtroppo, non essendoci “coercizione” fino al 3° grado di giudizio, il ricorrente (come quasi sempre avviene) può infischiarsene delle disposizioni dei Giudici.

Se il lavoratore, nel frattempo, ha manifestato per iscrittto (tramite raccomadata A.R.) la volontà di riprendere servizio e questa sua legittima richiesta cade nel vuoto, allora può, sempre attraverso Decreto Ingiuntivo, ottenere che il Giudice “penalizzi” il silenzio della società perdente affinché gli riconosca periodicamente gli stipendi “mancati”. Questo a prescindere da altri eventuali introiti, intesi come necessità contingenti e pertanto esenti dall’applicazione anche dell’aliunde perceptum.

Quando il Giudice ingiunge alla società di pagare, essa dovrà farlo, pena pignoramenti, fino al raggiungimento della cifra esposta. Successivamente la società ricorrerà per contestare la decisione del Giudice. Se vincerà nella causa che si avvierà ad hoc, il lavoratore dovrà restituire tutto quanto gli fu dato, interessi compresi (dovrà recuperare anche le tasse pagate sugli importi decisi da sentenza) (*).

Se invece la società perderà, come nelle sentenze che alleghiamo, in cui è coinvolta Telecom Italia, allora il lavoratore quei soldi potrà trattenerli e magari brindare con amici e parenti fino alla decisione della Cassazione
>>.

http://www.esternalizzati.it/?p=9096

Ingiunzione Pagamento e Rigetto ricorso, sent. 3704, Tr. NA, 7/2/2012
http://www.esternalizzati.it/wp-content/uploads/2012/02/Ingiunzione-Pagamento-e-Rigetto-ricorso-TI-sent3704-NA7feb2012.pdf

Rigetto ricorso, sent. 4763, Tr. NA, 14/2/2012
http://www.esternalizzati.it/wp-content/uploads/2012/02/Rigetto-ricorso-TI-sent4763-NA-14feb2012.pdf

(*) a proposito di restituzione, e di ripetibilità degli importi presso i vari istituti, vedi anche qui:

interv. #53 e segg.
http://www.mondoposte.it/smf/index.php?topic=4570.30
« Ultima modifica: Marzo 10, 2012, 23:42:58 da luca_1966 » Registrato
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« Risposta #6 inserito:: Maggio 08, 2012, 00:31:17 »

AUTONOMIA DEL RAMO D’AZIENDA AI FINI DELLA LEGITTIMITÀ DEL SUO TRASFERIMENTO

Con sentenza n. 6718 del 7 novembre 2011, il Tribunale di Taranto, pronunciandosi in tema di legittimità del trasferimento di ramo d’azienda, ha statuito che l’autonomia del ramo stesso sussiste quando oggetto del trasferimento sia il complesso di beni, mezzi e personale che consenta la prosecuzione dell’attività economica, non essendo a tal fine necessario che il ramo risulti autonomo anche sotto il profilo gestionale, ben potendo aversi il coordinamento con l’entità economica in cui si incardina. Nel caso di specie, la disciplina di cui all’art. 2112 cod. civ. ha trovato applicazione, trattandosi di ipotesi di frazionamento e cessione di parte di uno specifico settore aziendale destinato a fornire il supporto logistico sia al ramo ceduto che all’attività rimasta alla società cedente, avendo, infatti, il ramo ceduto una propria organizzazione di beni e persone al fine della fornitura di particolari servizi per il conseguimento di specifiche finalità produttive dell’impresa.

http://www.salonia-associati.com/pdf/Newsletter%20n.%205-2012.pdf
« Ultima modifica: Maggio 08, 2012, 00:31:50 da luca_1966 » Registrato
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« Risposta #7 inserito:: Maggio 27, 2012, 13:18:19 »

Tribunale di Genova, sent. n. 1272 del 27/7/2011

Appalto e responsabilità del committente. <<Non può darsi ingresso alla responsabilità solidale ex articolo 1676 c.c. ove l’appaltante, nel caso di cooperativa, abbia estinto ogni debito nei confronti dell’appaltatore, all’epoca in cui il dipendente dell’appaltatore medesimo propone la domanda per importi retributivi; laddove la responsabilità ex articolo 29 del D.Lgs. n. 278/2003 riguarda esclusivamente i crediti retributivi e contributivi maturati per la prestazione lavorativa svolta nell’ambito dell’appalto e non può riferirsi a periodi lavorativi ad esso antecedenti o successivi.>>.

Tribunale di Genova, sent. n. 1044 del 10/6/2011

Appalto di servizi e appalto di manodopera. <<Presupposta la sussistenza di un contratto di subappalto di trasporto tra il vettore committente ed un sub-vettore - non rilevando, ai fini della prova della sussistenza di un appalto di mere prestazioni di lavoro, circostanze esteriori e puramente formali (quali la consegna del cartellino di riconoscimento operata dal committente, la tuta di lavoro ed altro materiale recanti il luogo del committente) - rilevano, di converso, ai fini della prova della sussistenza del regolare contratto di appalto di servizi, elementi strutturali e sostanziali quali, a mente della normativa vigente, la “organizzazione dei mezzi necessari da parte dell’appaltatore” e “l’assunzione da parte del medesimo, del rischio di impresa”, con l’ulteriore precisazione che “l’organizzazione dei mezzi necessari”, in relazione alle esigenze proprie del servizio dedotto in contratto, può risultare anche solo “dall’esercizio del potere organizzativo e direttivo nei confronti dei lavoratori utilizzati nell’appalto”.>>.

Tribunale di Torino, sent. del 6/5/2011

Cambio appalto e assunzione. <<L’articolo 4 lettera a), del CCNL Multiservizi e Servizi integrati accorda ai lavoratori addetti all’appalto il diritto all’assunzione, ma non sancisce, quale principio ineludibile, la conservazione delle medesime condizioni contrattuali. La fattispecie in oggetto delineata dalla lettera b) dell’articolo 4, essendo intervenuta una modifica dei termini contrattuali che, pur imponendo oneri di consultazione nella fattispecie asseritamente disattesi, esclude il diritto all’assunzione e che rende la riduzione di orario aderente ai principi di buona fede contrattuale in quanto consequenziale alla riduzione del corrispettivo.>>.

TeamSystem Labour Review 171/2012
http://www.teamduemila.it/wp-content/uploads/TSLR0512_171.pdf
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« Risposta #8 inserito:: Maggio 28, 2012, 12:15:48 »

Cassazione, III Sez. Civ., sent. n. 3959/2012 (dep. 13/3/2012)

(orig. da Il Sole 24 Ore, 14/3/2012, pag. 49)

La Corte ..ha confermato la validità della notifica effettuata presso la vecchia sede della società, qualora il trasferimento della sede legale in un’altra provincia, pur risultante dalla visura camerale, non sia stato pubblicizzato anche mediante cancellazione della precedente sede dal Registro delle Imprese.

http://www.studiodeluca.it/news_275_Corte+di+Cassazione%3A+valida+la+notifica+presso+la+vecchia+sede+societaria+%28Il+Sole+24+Ore%2C+14+marzo+2012%2C+pag.+49%29


Alcune segnalazioni in questa discussione possono sembrare estranee allo scopo del forum. Eppure non è detto. Vedi anche la prima pagina (per ora unica) di questa discussione (SERVIZIO UNIVERSALE - LICENZE ESCLUSIVE? - altri gestori):

http://www.mondoposte.it/smf/index.php?topic=5692.0
« Ultima modifica: Maggio 28, 2012, 12:27:34 da luca_1966 » Registrato
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« Risposta #9 inserito:: Maggio 30, 2012, 23:17:00 »

professioni-imprese24.ilsole24ore.com

RIFORMA DEL LAVORO: TUTTA LA DOCUMENTAZIONE E GLI APPROFONDIMENTI

Il 30 maggio 2012 Il Sole 24 ORE, il Consiglio Nazionale dell'Ordine dei Consulenti del lavoro e la Fondazione Studi Consulenti del Lavoro hanno presentato il FORUM LAVORO 2012. L'evento può essere seguito in differita su www.ilsole24ore.com/forumlavoro. Pubblichiamo di seguito la documentazione di approfondimento relativa agli argomenti che sono stati affrontati in occasione del Forum.

(..)

CONTRATTI A TERMINE

(..)

è lecito il distacco di lavoratori appositamente assunti con contratto a tempo determinato, ovviamente entro il periodo di validità del rapporto (Min. lav., interpello 12/4/2005). Il divieto ricorre se l'interesse produttivo del distaccante coincide con la mera somministrazione di lavoro (Min. lav., circ. 15/1/2004, n. 3).

L'accordo sindacale il quale preveda, in caso del rinnovo del contratto d'appalto, la riassunzione degli stessi lavoratori con un nuovo contratto di lavoro a termine è valido e non obbliga il datore a procedere con un'assunzione a tempo indeterminato (Trib. Siracusa 23/2/2006).

Per i contratti a termine di durata inferiore a 3 mesi non scatta l'obbligo, per le aziende con almeno 50 addetti, di versare al Fondo tesoreria INPS il TFR dei soggetti che decidono di tenerlo in azienda (D.M. 30/1/2007; INPS, circ. 70/2007).


È illegittimo il provvedimento della Questura che respinga l'istanza di un cittadino straniero titolare di un contratto di lavoro a termine, per il rilascio della carta di soggiorno: infatti l'art. 9 D.Lgs. 286/1998 non richiede la sussistenza di un contratto di lavoro a tempo indeterminato (TAR Veneto, 29/9/2006, n. 3213).
« Ultima modifica: Maggio 30, 2012, 23:25:30 da luca_1966 » Registrato
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« Risposta #10 inserito:: Maggio 31, 2012, 02:02:26 »

Fallimento - TFR - insolvenza del datore - procedura fallimentare - decreto ingiuntivo - tentativo di esecuzione - carenza attivo/beni aziendali - Fondo di Garanzia INPS (esperibilità)

Corte di Cassazione, sent. n. 8529 del 29/5/2012

<<..ai fini della tutela prevista dalla L. n. 297 del 1982 in favore del lavoratore, per il pagamento del TFR in caso di insolvenza del datore di lavoro, nel caso in cui l'accertamento del credito in sede fallimentare sia stato impedito a causa della chiusura anticipata della procedura per insufficienza dell'attivo, il credito stesso può essere accertato anche in sede diversa da quella fallimentare e il lavoratore può conseguire le prestazioni del FONDO DI GARANZIA costituito presso l'INPS alle condizioni previste dall'art. 2, comma 5, della l. n. 297 del 1982, essendo sufficiente, in particolare, che egli abbia esperito infruttuosamente una procedura di esecuzione - salvo che risultino in atti altre circostanze le quali dimostrino che esistono altri beni aggredibili con l'azione esecutiva - sempre che l'esperimento dell'esecuzione forzata non ecceda i limiti dell'ordinaria diligenza..>>

http://www.teleconsul.it/leggiArticolo.aspx?cls=1&doc=GF223624.DOC&tip=ul
« Ultima modifica: Maggio 31, 2012, 02:03:55 da luca_1966 » Registrato
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« Risposta #11 inserito:: Luglio 28, 2012, 22:50:38 »

IrpiniaNews, 12/7/2012

CESSIONE RAMO D'AZIENDA ESCLUDENDO UN OPERAIO, ORA VA RIASSUNTO

Irpiniambiente si ritroverà ad assumere un dipendente senza aver commesso nulla. È l’epilogo della causa intentata da un operaio della società Av2 Ecosistema, licenziato da quest’ultima prima che cedesse il ramo d’azienda alla provincializzata. Il giudice del lavoro del Tribunale di Ariano Irpino ha dichiarato l’inefficacia della clausola appositiva del termine apposta ai contratti a termine, ordinando ad Irpiniambiente (poiché nel frattempo ha rilevato il ramo d’azienda), la riassunzione del lavoratore alle proprie dipendenze. Il lavoratore era rimasto escluso dai dipendenti trasferiti dalla Ecosistema ad Irpiniambiente.

http://www.irpinianews.it/Attualita/news/?news=105286
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« Risposta #12 inserito:: Agosto 08, 2012, 22:47:43 »

CORTE DI CASSAZIONE
Sent. n. 12257 del 17/7/2012

<<(...) ..La Corte d'appello ha confermato la sentenza impugnata ritenendo insufficiente - e quindi illegittima - la comunicazione ex art. 4, comma 9, correttamente considerando che è possibile sì un unico criterio [per scegliere chi licenziare] - quale quello della prepensionabilità - ma se poi i destinatari del licenziamento collettivo sono solo "alcuni" dei dipendenti in possesso di tale requisito, occorre una specificazione ulteriore nella comunicazione.

In proposito questa Corte ha affermato che in materia di collocamento in mobilità e di licenziamenti collettivi, il criterio di scelta adottato nell'accordo sindacale tra datore di lavoro e organizzazioni sindacali per l'individuazione dei destinatari del licenziamento può anche essere unico e consistere nella prossimità al pensionamento, purché esso permetta di formare una graduatoria rigida e possa essere applicato e controllato senza alcun margine di discrezionalità da parte del datore di lavoro..
>>

<<..nella materia dei licenziamenti collettivi regolati dalla L. 23 luglio 1991 n. 223, finalizzata alla tutela, oltre che degli interessi pubblici e collettivi, soprattutto dei singoli lavoratori coinvolti nella procedura, ai sensi dell'art. 5, comma 3, la sanzione dell'inefficacia del licenziamento ricorre anche in caso di violazione dell'art. 4, comma 9, che impone al datore di lavoro di dare comunicazione ai competenti uffici del lavoro e alle organizzazioni sindacali, delle specifiche modalità di applicazione dei criteri di scelta dei lavoratori da licenziare; tale sanzione si applica anche nel caso in cui, in considerazione della inidoneità del criterio adottato e comunicato, non sia possibile individuare le ragioni che hanno indotto al licenziamento dell'uno o dell'altro lavoratore..>>

<<..la sentenza di merito ..aveva [correttamente] ritenuto violato il dovere di comunicazione da parte del datore di lavoro perché il criterio della prossimità al pensionamento, individuato con le organizzazioni sindacali come unico criterio di scelta dei lavoratori [da licenziare], non consentiva in concreto, stante la pluralità di dipendenti prossimi al pensionamento, di comprendere le ragioni per le quali era stato licenziato un lavoratore piuttosto che un altro..>>

<<..ove il datore di lavoro e le organizzazioni sindacali abbiano convenuto un unico criterio di scelta dei lavoratori da porre in mobilità, costituito dalla possibilità di accedere al prepensionamento, e il datore di lavoro abbia mantenuto in servizio alcuni lavoratori prepensionabili, tale fatto non implica automaticamente la pretestuosità e illegittimità del criterio di scelta concordato, ma il giudice del merito deve valutare il rispetto del canone di buona fede e correttezza.. tenendo presenti la dinamica della vita aziendale e, all'occorrenza, al criterio.. secondo cui l'individuazione dei lavoratori da collocare in mobilità, in attuazione dei criteri di scelta contrattuali, deve avvenire in relazione alle esigenze tecnico - produttive e organizzative del complesso aziendale..>>..

http://www.teleconsul.it/leggiArticolo.aspx?id=239418&tip=ul
« Ultima modifica: Agosto 08, 2012, 22:49:09 da luca_1966 » Registrato
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« Risposta #13 inserito:: Settembre 15, 2012, 12:53:12 »

REINTEGRATI DAL GIUDICE, LICENZIATI DA VODAFONE

<<Per 133 lavoratori esternalizzati che hanno vinto in tribunale l'azienda ha tuttavia avviato la procedura di mobilità

ROMA - Sono 133 e sono decisi a non mollare. Per questo, tra vertenze giudiziarie e procedure di mobilità, gli ex dipendenti del call center Vodafone hanno dato vita martedì 11 a un presidio in piazza santi Apostoli. Un sit-in itinerante, che durerà ogni giorno dalle 8 alle 20 in diversi luoghi della città.

FUORI LE MAMME - La storia dei 133 ex addetti al call center inizia il 5 novembre 2007, quando Vodafone cede un ramo d'azienda, il back office, alla new.co. Comdata Care, costituita «apposta», secondo il tribunale di Roma, per la cessione. L'accordo prevede l'esternalizzazione di 914 dipendenti tra Roma, Napoli, Ivrea, Milano e Padova e la garanzia del posto per 7 anni. Per i lavoratori però non ci sono esigenze economiche: ai loro occhi il vero scopo è liberarsi degli addetti più «scomodi», molti dei quali infatti vengono trasferiti da altri settori qualche tempo prima della cessione. Tra loro, stando all'elenco contenuto in una recente sentenza, si contano iscritti ai sindacati, invalidi, permessi studio, legge 104, congedi malattia e soprattutto mamme da poco rientrate dalla maternità.

IL GIUDICE BOCCIA LA CESSIONE - L'operazione supera il vaglio di 27 giudici del lavoro tra Roma, Milano, Napoli e Padova, ma a loro volta gli ex addetti al call center vincono tre volte nella Capitale: con le sentenze del 23 giugno e 21 dicembre 2011 e del 5 giugno 2012 infatti il tribunale «dichiara inefficace il contratto di cessione di ramo d’azienda» e ordina il reintegro degli esternalizzati. Secondo il giudice Francesca Romana Pucci infatti la cessione è stata, in realtà, «una forma di espulsione di quote di personale, non consentita neppure nel mutato contesto normativo».

REINTEGRATI E LICENZIATI - I lavoratori però non hanno nemmeno il tempo di festeggiare. A parte che Vodafone li reintegra soltanto «a busta paga», cioè con lo stipendio ma esonerandoli dall'obbligo di presentarsi in ufficio, subito dopo vengono avviate le procedure di mobilità «per riduzione personale». La prima, per 33 dipendenti, si è conclusa lo scorso 10 maggio con le lettere di licenziamento. L'altra, per altri cento ex esternalizzati, è in corso dal 1° agosto: è stata aperta soltanto otto giorni dopo l'ultima sentenza favorevole ai lavoratori.

«AZIONE RITORSIVA » - «Vodafone - sottolineano gli ex addetti al call center - non è una società in crisi e/o fallimento. Si nasconde dietro la crisi italiana per giustificare la sua azione discriminatoria e ritorsiva nei confronti di chi ha osato vincere una battaglia legale». Giovedì scade il termine per trovare un accordo: la richiesta è di bloccare la procedura di licenziamento collettivo.

LA VERSIONE DI VODAFONE - La compagnia telefonica fa notare che non solo l'accordo del 2007 «è stato ritenuto valido da 27 sentenze in tutta Italia» compresa «la più recente, datata 5 luglio 2012, emessa dal tribunale di Roma», ma che è stato anche «sottoscritto dalle organizzazioni sindacali, dal ministero del Lavoro e dal ministero dello Sviluppo economico». Inoltre, prosegue l'azienda, «a ulteriore garanzia di continuità occupazionale, lo scorso 25 maggio Vodafone Italia, Comdata spa e le rappresentanze sindacali hanno siglato un accordo che consolida la partnership commerciale tra Vodafone e Comdata spa e che prevede la fusione di Comdata Care all’interno del Gruppo Comdata». Infine, assicura Vodafone, «il ramo d'azienda è stato ceduto con al suo interno personale appartenente a tutte le categorie di lavoratori, escludendo ogni eventuale ipotesi di discriminazione. Alcune delle 27 sentenze confermano infatti che la percentuale di lavoratori appartenenti a categorie asseritamente discriminate (ad esempio donne, mamme, categorie protette, dipendenti affetti da varie patologie, sindacalisti…) presente nel ramo ceduto è uguale a quella delle altre attività lavorative svolte nei customer care».

Lavinia Di Gianvito
11 settembre 2012 (modifica il 12 settembre 2012)
>>

fonte
http://roma.corriere.it/roma/notizie/crona...776270383.shtml

vedi anche altro forum
http://ricorsistiposte.forumfree.it/?t=63128250


Roma, 5/10/2007 - Manifestazione dei lavoratori della Vodafone contro
i licenziamenti e la Legge 30 (piazza Santi Apostoli).


Roma, in questi giorni - Presidio in piazza Santi Apostoli
« Ultima modifica: Settembre 15, 2012, 12:56:00 da luca_1966 » Registrato
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« Risposta #14 inserito:: Ottobre 19, 2012, 23:34:27 »

Toscana Lavoro Giurisprudenza, 15/10/2012
http://www.tosclavgiur.it/?p=1994


<<Allorchè il numero dei dipendenti dell’impresa oscilli ripetutamente tra meno e più di 15 dipendenti, non vi è certezza da parte del lavoratore della sussistenza della stabilità reale e pertanto non matura la prescrizione del credito retributivo nel corso del rapporto>>.

Trib. Firenze, sent. n. 1001/2012, Giud. Santoni Rugiu
http://www.tosclavgiur.it/?p=1994
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« Risposta #15 inserito:: Gennaio 31, 2013, 20:56:32 »

L'IMPRENDITORE INDIVIDUALE PUÒ NASCONDERSI DIETRO LO SCHERMO DI NUMEROSE SOCIETÀ. E' TITOLARE DEL RAPPORTO DI LAVORO LA PERSONA CHE DI FATTO GOVERNA UN INSIEME DI ATTIVITÀ
http://www.legalilavoro.it/legalilavoro-news.php#

Tribunale di Milano, Giud. [Marco Giovanni] Lualdi, sent. del 20.11.2012 n. 4972 [iscr. ruolo 5/7/11, ..dep. sent. provv. 26/11/12, rinvio ordin..] 
http://pst.giustizia.it/PST/it/pst_2_6_2.wp?actionPath=/ExtStr2/do/consultazionepubblica/sicid/dirlavoro/detail.action&currentFrame=10&idfascicolo=160113&numeroregistro=00010686&annoregistro=2011&regioneRicerca=9&ufficioRicerca=0151460094&registroRicerca=LAV

<<La sentenza del Tribunale di Milano che si segnala è significativa e innovativa per il caso affrontato e la soluzione che ne è stata data. Una lavoratrice chiedeva la regolarizzazione di un rapporto di lavoro sviluppatosi per anni per un insieme di soggetti, affermando che lo stesso doveva essere imputato alla persona che, di fatto, governava tali attività dietro lo schermo di una pluralità di soggetti giuridici, da ritenersi un imprenditore commerciale in posizione di 'holder' rispetto a tutti tali soggetti. Il Tribunale, sulla base di un'ampia istruttoria, ha accolto la prospettazione della lavoratrice ritenendo che in effetti il la persona convenuta in giudizio poteva ritenersi figura unificante dell'attività imprenditoriale ripartita su una serie di società di persone e di capitali, e quindi gestore di una unitaria attività di impresa commerciale. Pertanto, è in capo a tale persona che è stata riconosciuta la sussistenza del rapporto di lavoro subordinato.>>.
_ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _

CESSIONE FITTIZIA DI RAMO D'AZIENDA. SE IL RAMO D'AZIENDA VIENE CREATO AD HOC, I LAVORATORI CEDUTI HANNO DIRITTO AD ESSERE REINTEGRATI
http://www.legalilavoro.it/legalilavoro-news.php#

Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, Manna, sent. del 21.11.2102 n. 20422 

<<La Corte di Cassazione conclude con questa sentenza un contenzioso, seguito anche da Legalilavoro, relativo ad alcune centinaia di lavoratori trasferiti da parte di Telecom Italia in capo ad una società (che avrebbe dovuto gestire i servizi di documentazione cartacea della stessa Telecom), a mezzo di una pretesa cessione di ramo d'azienda. Molti di tali lavoratori hanno contestato che nel caso vi fossero i requisiti di un reale trasferimento d'azienda ed i giudici, sia di merito sia ora della Cessazione, hanno accolto tali domande. La Corte rileva come di fatto fossero stati trasferiti i soli lavoratori, risultando del tutto inconsistenti i beni materiali ceduti e qualsiasi elemento organizzativo dell'attività affidata alla nuova società. I lavoratori così trasferiti, pertanto, hanno diritto a rientrare in servizio presso l'originaria datrice di lavoro.>>.
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« Risposta #16 inserito:: Gennaio 31, 2013, 21:31:22 »

NELLA COMUNICAZIONE DI APERTURA DELLA PROCEDURA PER RIDUZIONE DEL PERSONALE DI UNA FILIALE, L'AZIENDA DEVE INDICARE LE RAGIONI DELLA IMPOSSIBILITÀ DI IMPIEGO DEI LAVORATORI IN ESUBERO PRESSO ALTRE UNITÀ PRODUTTIVE - La legge 29 giugno 2012 n. 92 non si applica ai licenziamenti avvenuti prima della sua entrata in vigore

Cassazione Sezione Lavoro n. 22655 dell'11 dicembre 2012, Pres. Vidiri, Rel. Ianniello
http://www.legge-e-giustizia.it/index.php?option=com_content&task=view&id=4476&Itemid=131
__________________________________________________________

[Questa decisione, a giudicare dal titolo, sembra calibrata per incastonare il concetto di imprese elementari e complesse ("distinguo") introdotto dalle sentenze "gemelle" Cass. nn. 1576 e 1577 di inizio 2010].

L'UNITA' PRODUTTIVA COSTITUISCE UN'ARTICOLAZIONE DELLA PIU' AMPIA ORGANIZZAZIONE IMPRENDITORIALE - Che realizza un risultato o una finalità autonomi

Cassazione Sezione Lavoro n. 21714 del 4 dicembre 2012, Pres. e Rel. Stile
http://www.legge-e-giustizia.it/index.php?option=com_content&task=view&id=4452&Itemid=131
__________________________________________________________

IL TRASFERIMENTO DI RAMO D'AZIENDA PRESUPPONE LA PREESISTENZA DI UN COMPLESSO PRODUTTIVO ORGANIZZATO - Ai fini dell'applicazione dell'art. 2112 cod. civ.

Cassazione Sezione Lavoro n. 21711 del 4 dicembre 2012, Pres. Roselli, Rel. Balestrieri
http://www.legge-e-giustizia.it/index.php?option=com_content&task=view&id=4462&Itemid=131
__________________________________________________________

IL TRASFERIMENTO DEL RAMO D'AZIENDA PRESUPPONE CHE VENGANO CEDUTI I BENI MATERIALI DESTINATI ALL'ESERCIZIO DELL'IMPRESA - In base all'art. 2112 cod. civ.

Cassazione Sezione Lavoro n. 20422 del 21 novembre 2012, Pres. Vidiri, Rel. Manna
http://www.legge-e-giustizia.it/index.php?option=com_content&task=view&id=4448&Itemid=131
« Ultima modifica: Gennaio 31, 2013, 21:32:05 da luca_1966 » Registrato
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« Risposta #17 inserito:: Marzo 04, 2013, 01:21:42 »

A proposito di LICENZIAMENTO (e non di CESSIONE DI RAMO D'AZIENDA)

<<PROCEDIMENTO DISCIPLINARE - MANCATA AUDIZIONE DEL DIPENDENTE CHE OPPONE UNO STATO DI MALATTIA - LEGITTIMITÀ DEL LICENZIAMENTO
http://www.tosclavgiur.it/?p=2307

Con la sentenza n. 3058 dell’8 febbraio 2013 la Suprema Corte di Cassazione ha legittimato il licenziamento del dipendente che nelle more del procedimento disciplinare aveva formulato l’istanza di audizione alla quale, però, non si era presentato (nonostante i quattro inviti formulati dal datore di lavoro) opponendo uno stato di malattia. La Corte ha ritenuto legittimo il licenziamento sul presupposto che, nel caso specifico, lo stato depressivo denunciato dal dipendente non appariva tale da non constenire una corretta partecipazione all’audizione. Si segnala che sulla questione la Suprema Corte di Cassazione, con la sentenza n. 16374 del 26.9.2012 ha affermato il principio opposto a quello sopra riportato, annullando il licenziamento disposto a conclusione di un procedimento disciplinare nell’ambito del quale non era stata esperita l’audizione del lavoratore che, come nel caso precedente, aveva prima chiesto di essere ascoltato a difesa e, successivamente, aveva eccepito l”impossibilità a presenziare all’audizione stante l’insorgenza di uno stato di malattia.>>.


[A me sembra che le circostanze che hanno portato alla più recente decisione (Cass. n. 3058/2013), sfavorevole al lavoratore - e cioè le (ben) 4 convocazioni offerte dal datore di lavoro al lavoratore per l'audizione difensiva, distribuite in un arco temporale di quasi 3 mesi, a fronte di certificati del medico curante inviati all'azienda (che la Corte d'appello ha ritenuto non idonei a giustificare la mancata deposizione) -, siano diverse da quelle poste alla base della decisione meno recente (Cass. n. 16374/2012), favorevole al lavoratore, e cioè la mancata convocazione (nemmeno una volta) a fronte di certificazioni mediche di indisponibilità più circostanziate, emesse, oltre che dal medico curante, anche dalla "struttura pubblica". Sebbene non sia chiaro il confine tra osservanza ed inosservanza del diritto alla difesa, non sembra che la decisione sfavorevole travolga i principi seguiti da quella favorevole.]
_ _ _ _

Cassazione civ. Sez. lavoro, sent. n. 16374 del 26/9/2012
http://www.tosclavgiur.it/wp-content/uploads/2013/02/Cass.-16374-2012.pdf

<<Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
DE RENZIS Alessandro Pres.; MANCINO Rossana rel. Cons.; VENUTI Pietro; BRONZINI Giuseppe; TRIA Lucia;

..2. La Corte territoriale puntualizzava che M.A., informatore farmaceutico alle dipendenze della Almirall s.p.a., lamentava la violazione delle garanzie difensive di cui alla L. n. 300 del 1970, art. 7, per aver la società concluso il procedimento disciplinare benchè non avesse dato corso all'audizione del lavoratore, il cui impedimento a comparire era stato documentato con certificazione medica; ..[altro]

..la società deduceva, fra l'altro, che la malattia idonea a giustificare la sospensione del procedimento disciplinare coincideva con lo stato di assoluta incapacità del lavoratore o impedimento di carattere assoluto, onde ipertensione arteriosa e stato d'ansia non potevano giustificare la mancata comparizione e la società era tenuta a concludere il procedimento disciplinare nel rispetto del termine di decadenza indicato dalla contrattazione collettiva, termine che impediva l'invocato differimento dell'audizione orale; ..

3. A sostegno del decisum la Corte territoriale riteneva, per quanto qui rileva, che:
- a fronte della tempestiva richiesta del lavoratore di differimento dell'audizione, con impedimento attestato da idonea certificazione, il datore di lavoro non può ritenersi autorizzato ad omettere la convocazione dovendo, al contrario, attendere la cessazione della malattia, con la sola ipotesi in cui risulti prima facie evidente il carattere pretestuoso e meramente dilatorio della richiesta;
- la malattia del lavoratore, tempestivamente comunicata e certificata da documentazione medica proveniente, oltre che dal sanitario curante anche da struttura pubblica, consente di richiedere il differimento dei termini dell'audizione e sospende i termini del procedimento, giacchè il rispetto dei principi di correttezza e buona fede impedisce di ritenere la tempestività del provvedimento nei casi in cui l'esercizio del potere disciplinare sia stato ritardato al solo fine di assicurare le garanzie difensive riconosciute dalla L. n. 300 del 1970;
- dalla ritenuta violazione delle garanzie disciplinari derivava l'illegittimità della sanzione disciplinare e del licenziamento..

5. Con il 1° motivo di ricorso la ricorrente [Almirall s.p.a.] (...) ..Assume ..che la malattia inidonea a consentire al lavoratore di difendersi deve essere valutata caso per caso, deve inerire ad uno stato patologico, di assoluta incapacità, oggettivamente idoneo a sospendere il procedimento disciplinare, con relativo onere probatorio, a carico del lavoratore, che le patologie diagnosticate (ipertensione e stato di ansia) rendano impossibile non solo la prestazione di lavoro, ma anche rendere le giustificazioni nell'ambito del procedimento disciplinare. La statuizione della Corte territoriale secondo cui l'audizione avrebbe esposto il lavoratore ad ulteriore stress, aggravando lo stato di ipertensione del quale risultava affetto, è inconferente ed irrilevante giacchè nulla dice della compatibilità della patologia con l'audizione orale.

6. Con il 2° motivo ..la ricorrente ..si duole che la corte di merito abbia escluso il carattere dilatorio e pretestuoso della richiesta del lavoratore con motivazione del tutto apodittica, assumendo, invece, che quand'anche il lavoratore fosse stato effettivamente impossibilitato a partecipare agli incontri, correttezza e buona fede imponevano che ben potesse giustificarsi delegando all'incontro un rappresentante sindacale con l'assistenza del quale aveva richiesto di esser sentito pure formulando giustificazioni scritte.

7. Con il 3° motivo ..la ricorrente deduce violazione dell'art. 50, comma 4, CCNL ..assumendo che la predetta disposizione poneva a carico del datore di lavoro un termine perentorio di decadenza per l'irrogazione della sanzione disciplinare (entro 16 giorni dalla contestazione, in ogni caso) e che nessuna norma specifica della contrattazione collettiva imponeva espressamente la sospensione del procedimento disciplinare nel caso di impedimento del lavoratore a presentare le sue giustificazioni.

Assume, inoltre, che se la società avesse atteso il termine della malattia per irrogare la sanzione, sarebbe stata fondatamente eccepibile la violazione dell'art. 7 dello statuto per carenza del requisito dell'immediatezza tra contestazione dell'addebito e irrogazione della sanzione.

(...)

10. Va premesso che la L. 20 maggio 1970, n. 300, art. 7 prevede, in particolare, come garanzie procedimentali per il lavoratore incolpato di addebito disciplinare, che il datore di lavoro non può adottare alcun provvedimento disciplinare nei confronti del lavoratore senza avergli preventivamente contestato l'addebito e senza averlo sentito a sua difesa (comma 2) e che..

(...) 18. In conclusione va privilegiata l'indicata interpretazione sistematica nel senso che ove il lavoratore abbia chiesto di essere sentito a discolpa, il termine di 16 giorni assegnato al datore di lavoro per l'adozione del provvedimento disciplinare, secondo il disposto del cit. art. 50, comma 4 del CCNL di categoria, decorre dall'audizione del lavoratore ovvero dal giorno fissato per la sua audizione.

19. Tanto premesso, non sono meritevoli di accoglimento le censure indirizzate dalla ricorrente alla statuizione impugnata, incentrata sulla mortificazione del diritto di difesa del lavoratore, per aver il datore di lavoro trascurato la richiesta di tempestivo differimento per impedimento del lavoratore medicalmente accertato e documentato.

20. La questione è connessa alle esigenze di tutela del lavoratore che, proprio a causa del suo stato di salute, non sia adeguatamente in grado di avvalersi della facoltà di fornire le sue giustificazioni a seguito di una contestazione disciplinare, e l'esito cui è pervenuta la Corte territoriale si appalesa conforme a diritto, adeguatamente motivato ed immune da censure e da vizi logici.

21. Invero, ove il dipende nte chieda tempestivamente il differimento dell'audizione, attestando un impedimento per motivi di salute, suffragato dalla produzione di idonea certificazione medica (del medico curante e di una struttura sanitaria pubblica) il datore di lavoro non può ritenersi autorizzato ad omettere la convocazione dovendo, al contrario, consentirla alla cessazione dello stato di malattia del lavoratore, salvo che risulti prima facie il carattere pretestuoso e meramente dilatorio della richiesta. Ed è onere del  dipendente, che contesti l'impossibilità di aver potuto esercitare il proprio diritto di difesa a causa di condizioni di salute ostative, dimostrare di essersi trovato, nella pendenza del termine, nelle predette condizioni.

22. La giurisprudenza di questa Corte ha richiamato, a tal fine, lo stato di incapacità naturale del lavoratore (cfr., in tema, Cass. 20601/2006; Cass. 7374/2001), ma l'impossibilità di svolgere l'attività difensiva può pur raccordarsi a condizioni oggettive di salute, medicalmente accertate, che pur non compromettendo la seria capacità di valutazione e la consapevolezza cosciente dell'espletanda attività risulti incompatibile con l'espletamento dell'audizione orale, con valutazione riservata al giudice di merito e non sindacabile in sede di legi ttimità se adeguatamente motivata.

23. Nè possono diversamente rilevare gli strumenti alternativi di difesa cui potrebbe accedere il lavoratore impossibilitato ad espletare la pur richiesta audizione orale, come propugna la parte ricorrente, giacchè è pur vero che è in facoltà del lavoratore esercitare il suo diritto di difesa nella più completa libertà di forme, anche per iscritto o mediante l'assistenza di un rappresentante dell'associazione sindacale cui aderisca o conferisca mandato (ex multìs, Cass. 1661/2008), ma lo stato di malattia non solo non può incidere sulla facoltà di scelta delle modalità di esercizio del diritto di difesa inducendo il lavoratore alla delega necessitata a terzi della propria difesa, ma potrebbe, invero, precludere, proprio a cagione delle peculiari condizioni di salute, la stessa possibilità di dare ad altri adeguata contezza delle proprie ragioni di difesa.

24. Nella specie la Corte territoriale, con motivazione immune da censure e da vizi logici, ha escluso che la richiesta di differimento dell'audizione orale da parte del lavoratore fosse ispirata da intento dilatorio e pretestuoso, apprezzando la documentazione medica delle condizioni di salute del lavoratore che, in breve sequenza temporale, in seguito ad un episodio di dolore toracico, è culminata nella diagnosi di "stato di agitazione psicomotoria, quadro di stress psichico, ipertensione arteriosa, precordialgia", e ritenendola non compatibile con l'espletamento dell'audizione orale che, per di più, avrebbe esposto il lavoratore ad ulteriore stress, aggravando lo stato ipertensivo dal quale risultava affetto.

25. La Corte di merito ha esaminato, pertanto, come ampiamente indicato nello storico di lite, tutte le circostanze rilevanti per pervenire alla decisione; le valutazioni svolte e le coerenti conclusioni che ne sono state tratte configurano quindi un'opzione interpretativa del materiale probatorio del tutto ragionevole, espressione di una potestà propria del Giudice del merito che non può essere sindacata nel suo esercizio..>>.


Cassazione civ. Sez. lavoro, Sent. n. 3058 del 8/2/2013
http://www.tosclavgiur.it/wp-content/uploads/2013/02/Cass.-3058-2013.pdf

<<..Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
ROSELLI Federico Pres.; STILE Paolo rel. Cons.; D'ANTONIO Enrica; GARRI Fabrizia; MAROTTA Caterina;

(...) ..Infondato è anche il 2° motivo, con cui il ricorrente, denunciando violazione della L. n. 300 del 1970, art. 7 in relazione all'art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, lamenta la sua mancata audizione, da parte del datore di lavoro, nonostante esplicita richiesta, prima della irrogazione della sanzione disciplinare. In proposito la Corte d'appello ha osservato che dalla documentazione versata in atti si evinceva che:

a) a seguito della lettera di contestazione degli addebiti, il D.P., con lettera del 22/5/2003, non aveva presentato giustificazioni scritte, ma aveva chiesto di essere ascoltato di persona in presenza di un rappresentante sindacale;
b) la Banca, aderendo a tale richiesta, aveva convocato più volte il lavoratore (precisamente, il 16/6/2003, 10/7/2003, 14/7/2003 e 8/9/2003), ma l'invocata audizione non era mai avvenuta a causa dell'indisponibilità ripetuta dell'istante per motivi di salute (attestata da certificati medici inviati al datore di lavoro).

In tale contesto, nulla si poteva addebitare alla Società appellante, che si era mostrata sempre disponibile (per ben 4 volte) affinchè l'appellato potesse esercitare il diritto di difesa contemplato dalla L. n. 300 del 1970, art. 7 da esercitarsi secondo opportune modalità e precisi limiti, in modo tale da non paralizzare, mediante l'uso di mezzi dilatori, il potere disciplinare del datore di lavoro; a ciò era da aggiungersi - prosegue la Corte territoriale - la considerazione che la malattia denunciata (stato depressivo) non appariva, in concreto, aver impedito fisicamente al lavoratore di effettuare il colloquio, nè di ragguagliare adeguatamente il rappresentante sindacale sulle giustificazioni da fornire riguardo ai fatti contestati.

Trattasi di un accertamento di fatto, correttamente motivato, che si sottrae alla esposta censura.>>.
« Ultima modifica: Marzo 04, 2013, 01:22:13 da luca_1966 » Registrato
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« Risposta #18 inserito:: Marzo 11, 2013, 22:42:14 »

Non sussiste una valida cessione del ramo d’azienda, ai sensi dell’art. 2112 c.c., quando manca la presenza di un autonomo impulso organizzativo tale da permettere allo stabilimento ceduto di funzionare autonomamente sul mercato.

Lavoro autonomo e lavoro subordinato - Estinzione del rapporto di lavoro - Mobilità - Detrazione dell'indennità di mobilità dal risarcimento del danno - Non sussiste.
http://www.teleconsul.it/leggiArticolo.aspx?id=250023&tip=ul

CORTE DI CASSAZIONE
Sent. n. 1456 del 22/1/2013

<<..[5 ricorrenti] hanno chiesto l'accertamento della simulazione del contratto di cessione di ramo d'azienda, costituito dallo stabilimento di Iglesias, stipulato in data 21.11.2001 tra la A. Italia spa, di cui erano dipendenti, e la Ali A. Italia srl, con la conseguente illegittimità degli atti di cessione dei contratti di lavoro, qualificabili come licenziamenti, e la condanna della A. spa alla reintegrazione dei dipendenti nel posto di lavoro e al risarcimento del danno ex art. 18 l. n, 300/70.

II Tribunale di Milano ha respinto la domanda con sentenza che è stata riformata dalla Corte d'appello di Milano, che, ritenuta l'insussistenza di una valida cessione di ramo d'azienda ex art. 2112 c.c.. per essersi concretizzata solo una vendita di beni materiali e la cessione dei contratti di lavoro senza il consenso dei lavoratori ceduti, ha dichiarato la sussistenza del rapporto di lavoro tra gli appellanti e la società A. Servizi spa (già A. Italia spa) e l'obbligo dell'appellata di riammetterli in servizio, con condanna della società al pagamento delle retribuzioni dalla data della notifica del ricorso introduttivo.

Avverso tale sentenza ricorre per cassazione la A. Servizi srl affidandosi a 7 motivi, cui resistono con controricorso i lavoratori che hanno proposto anche ricorso incidentale fondato su un unico motivo.

La A. Servizi ha depositato controricorso per resistere al ricorso incidentale. La Ali A. Italia srl non ha svolto attività difensiva. Sia la ricorrente che i controricorrenti hanno depositato memoria ai sensi dell'art. 378 c.p.c.

(...)

..12.- Il 3° e il 4° motivo, che possono essere esaminati congiuntamente in quanto connessi tra loro, sono infondati.

Questa Corte ha già affermato (cfr. ex plurimis Cass. n. 6452/2009) che per "ramo d'azienda", come tale suscettibile di autonomo trasferimento riconducibile alla disciplina dettata per la cessione di azienda, deve intendersi ogni entità economica organizzata in maniera stabile la quale, in occasione del trasferimento, conservi la sua identità e (come affermato anche dalla Corte di Giustizia, sentenza 24 gennaio 2002, C-51/00 Temco) consenta l'esercizio di un'attività economica finalizzata al perseguimento di uno specifico obiettivo, il cui accertamento presuppone la valutazione complessiva di una pluralità di elementi, tra loro in rapporto di interdipendenza in relazione al tipo di impresa, e così dell'eventuale trasferimento di elementi materiali o immateriali e del loro valore, dell'avvenuta riassunzione in fatto della maggior parte del personale da parte della nuova impresa, dell'eventuale trasferimento della clientela, nonché del grado di analogia tra le attività esercitate prima e dopo la cessione, in ciò differenziandosi dalla cessione del contratto ex art. 1406 c.c.., che attiene alla vicenda circolatoria del solo contratto, comportando la sostituzione di uno dei soggetti contraenti e necessitando, per la sua efficacia, del consenso del lavoratore ceduto (nello stesso senso, Cass. n. 19740/2008, Cass. n. 19740/2008, Cass. n. 2489/2008, Cass. n. 22125/2006).

Non si è discostata da tali principi la Corte territoriale con l'affermazione che, nel caso di specie, non era stata dimostrata la sussistenza di una valida cessione ex art. 2112 c.c. non potendo affermarsi che lo stabilimento di Iglesias, così come ceduto all'atto del trasferimento, costituisse un autonomo ramo d'azienda; e ciò in quanto, in base alle risultanze testimoniali, era emerso che "mancava in realtà la presenza di un autonomo impulso organizzativo tale da permettere alla struttura di funzionare autonomamente sul mercato, impulso organizzativo che è fatto di personale qualificato e responsabile delle varie funzioni, di dati e di know how, e non solo di macchinari, per realizzare in concreto un produzione che fosse indipendente da mere commesse ricevute dalla cedente, dirette esclusivamente a colmare temporaneamente il deficit di autonoma capacità produttiva dello stabilimento che era stato ceduto". Alla "assenza di una autonoma e compiuta realtà organizzativa" si era aggiunta, inoltre, 'l'assenza dell'elemento più importante per connotare la capacità produttiva, consistente nell'avviamento". Ed invero, era emerso, a conferma di quanto sopra, che lo stabilimento di Iglesias era privo di un'effettiva autonomia commerciale e amministrativa, dipendendo, per l'attività commerciale, dagli uffici della sede centrale e, per quella amministrativa, dallo stabilimento di Portovesme, e che, anche a causa del fatto che nella cessione delle attività non era stato compreso un considerevole numero di matrici (necessarie alla produzione che veniva svolta nello stabilimento), l'attività produttiva era proseguita per un certo periodo di tempo (e cioè fino alla data del fallimento della cessionari a) quasi esclusivamente in virtù del fatto che "la cedente aveva stipulato un contratto con la cessionaria, di validità triennale, per la trasformazione di 3000 tonnellate di materiale"..>>.
« Ultima modifica: Marzo 11, 2013, 22:43:10 da luca_1966 » Registrato
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« Risposta #19 inserito:: Aprile 01, 2013, 10:36:51 »

Il Fatto Quotidiano, 22/5/2012
http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/22/reintegrate-quegli-operatori-vodafone-lazienda-mette-mobilita/238200/


IL GIUDICE: “REINTEGRARE GLI OPERATORI”. MA VODAFONE LI METTE IN MOBILITÀ

Dopo un'esternalizzazione di alcuni servizi di call center 33 dipendenti erano stati "trasferiti" in un'altra società. Ma hanno fatto ricorso al tribunale del lavoro e lo hanno vinto. Invece la compagnia telefonica li ha messi a libro-paga, senza farli lavorare e ora ha avviato la procedura di "uscita". Nella stessa situazione almeno altri 100 lavoratori

Trentatré dipendenti della società Comdata Care, azienda che nel 2007 assunse centinaia di esternalizzati per i call center Vodafone, hanno vinto il ricorso per essere reintegrati dalla multinazionale (con sentenza esecutiva del Tribunale di Roma) e non solo non sono stati fatti rientrare al posto di lavoro, ma sono stati messi addirittura in mobilità. Il reintegro è avvenuto il 20 gennaio scorso, dopo aver vinto in tribunale, ma solo a libro paga senza poter rientrare in azienda. E un mese dopo è partita la procedura di mobilità da parte della Vodafone per esubero strutturale: le lettere stanno arrivando in questi giorni ai 33 che si sono “permessi” di fare causa a Vodafone ed hanno pure “osato” vincerla. Ma la causa (analoga nelle motivazioni e peraltro all’esame dello stesso giudice) è in corso anche per altri lavoratori. Sono almeno 100, ma sono stati già avvertiti dalla Vodafone: l’azienda ha già anticipato che in caso di vittoria dei ricorrenti aprirà una nuova procedura di mobilità, tanto che alcuni si sono già tirati indietro preferendo un posto sicuro, almeno fino al 2014, in Comdata Care, piuttosto che la mobilità dopo aver vinto il ricorso in un’aula di tribunale. “Una violazione delle regole completa, mai nella mia carriera ho visto un’azienda che, non rispettando la sentenza di reintegro, mette addirittura in mobilità i dipendenti che hanno vinto il ricorso” spiega l’avvocato Carlo Guglielmi, che rappresenta i lavoratori. “Tra l’altro tra i 33 vincitori del ricorso che andranno in mobilità - racconta - vi sono 2 donne con figli di neanche un anno, due disabili gravi ed un padre di famiglia con 4 figli dai 2 ai 5 anni che ha perso recentemente la moglie, una violazione totale delle regole”. In tutto sono più di 900 i dipendenti a tempo indeterminato della Vodafone che nel 2007 sono stati “ceduti” alla Comdata e l’appalto scadrà nel 2014. A Roma sono circa 280 e temono, a commessa scaduta, di perdere il lavoro. La sentenza di dicembre parla chiaro: il giudice ordina “di ripristinare la concreta funzionalità del rapporto di lavoro con ciascun ricorrente in mansioni equivalenti al livello di inquadramento di ciascun ricorrente prima del trasferimento”. Parole come pietre che non sembrano impressionare la Vodafone, visto che la compagnia telefonica non ha ancora mosso un dito. La compagnia telefonica, peraltro, è stata difesa dall’avvocato Franco Tofacchi, dello studio Ichino-Brugnatelli: proprio Pietro Ichino, il giuslavorista - e senatore del Pd - che si batte per la riforma dell’articolo 18. Una norma, quest’ultima, che se non fosse più in vigore darebbe in effetti carta bianca alla Vodafone, visto che, probabilmente, a riforma approvata, nel caso dei 33 vincitori del ricorso vi sarebbe solamente un indennizzo di 12 o 24 mensilità che la Vodafone, con un’utile di 4 miliardi di euro, pagherebbe volentieri agli ex dipendenti. Resta che l’accordo tra Vodafone e Comdata per l’esternalizzazione degli operatori (con un costo del contratto di appalto di 10232 euro annui in più rispetto a quello dei lavoratori interni) in realtà è stato avallato anche dalle RSU, cioè i rappresentanti sindacali aziendali. Gli stessi sindacati che poi non hanno fatto nulla dopo l’apertura della procedura di mobilità nei confronti dei 33 lavoratori che poi hanno vinto il ricorso in tribunale. Atteggiamento morbido di CGIL, CISL e UIL confermato anche dal fatto che gli esternalizzati in Comdata Care a Roma ora hanno quasi tutti la tessera dei COBAS e dell’UGL, gli unici sindacati che si sono opposti a questa operazione. “E’ un paradosso che gli unici sindacati veramente rappresentativi dei dipendenti Comdata Care - spiega Serena Antonelli, RSU dei COBAS - non abbiano potuto partecipare all’ultimo incontro sindacale con Vodafone per poter addivenire ad un accordo. A rappresentare i dipendenti di Comdata Care c’erano solamente i 3 sindacati diffidati formalmente dai dipendenti stessi nel 2007”. Un appalto che somiglia a un licenziamento mascherato visto che è fuori mercato. Il costo orario della commessa in Comdata Care è di 30 euro l’ora, la media per queste commesse è di 18-22 euro l’ora, e quindi probabilmente nel 2014 tutti i dipendenti di Comdata Care saranno a spasso. Aspetto sottolineato anche nelle motivazioni della sentenza del giudice del lavoro Francesca Romana Pucci: “L’operazione avrebbe celato una mera esternalizzazione di manodopera eccessivamente costosa e sgradita”. “Noi siamo contrari alle esternalizzazioni - spiega Stefano Conti, segretario UGL TLC - ma ci rendiamo conto della necessità in alcuni casi di sottoscriverle per mantenere i posti di lavoro, tant’e che abbiamo firmato un accordo poco tempo fa che prevede la cessione di 770 dipendenti Fastweb alla Visiant Next. La società è speculare alla Comdata Care ma nel contratto di 7 anni è previsto al sesto anno, il reintegro dei dipendenti alla “casa madre”, che ancora lavoreranno su commesse Fastweb. L’accordo tra Comdata Care e Vodafone non prevede questo, sostanzialmente Comdata Care è una scatola vuota destinata a morire nel 2014”. E nella scatola vuota Comdata Care ci sono più di 900 dipendenti a tempo indeterminato che a novembre del 2014 probabilmente andranno a casa. Compresi quelli che sanno - perché l’ha detto un giudice - di avere ragione.
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UNA PACCATA DI BUGIE
http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/01/riforma-fornero-vostre-storie-io-licenziato-dal-ministero-del-lavoro/548094/
« Ultima modifica: Aprile 01, 2013, 10:37:13 da luca_1966 » Registrato
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« Risposta #20 inserito:: Marzo 09, 2014, 02:37:57 »

SENTENZA DELLA CORTE (Nona Sezione)

6 marzo 2014 (*)

«Rinvio pregiudiziale – Politica sociale – Trasferimento di imprese – Mantenimento dei diritti dei lavoratori – Direttiva 2001/23/CE – Trasferimento dei rapporti di lavoro in caso di cessione contrattuale di una parte di azienda non identificabile come entità economica autonoma preesistente»

Nella causa C‑458/12,

avente ad oggetto la domanda di pronuncia pregiudiziale proposta alla Corte, ai sensi dell’articolo 267 TFUE, dal Tribunale di Trento (Italia), con decisione del 20 settembre 2012, pervenuta in cancelleria l’11 ottobre 2012, nel procedimento

Lorenzo Amatori e altri

contro

Telecom Italia SpA,

Telecom Italia Information Technology Srl, già Shared Service Center Srl,

LA CORTE (Nona Sezione),

composta da M. Safjan, presidente di sezione, J. Malenovský (relatore) e A. Prechal, giudici,

avvocato generale: N. Wahl
cancelliere: A. Calot Escobar

vista la fase scritta del procedimento,

considerate le osservazioni presentate:

– per Lorenzo Amatori e altri, da R. Bolognesi, avvocato;
– per Telecom Italia SpA e Telecom Italia Information Technology Srl, già Shared Service Center Srl, da A. Maresca, R. Romei e F.R. Boccia, avvocati;
– per il governo italiano, da G. Palmieri, in qualità di agente, assistita da L. D’Ascia, avvocato dello Stato;
– per la Commissione europea, da C. Cattabriga e J. Enegren, in qualità di agenti,

vista la decisione, adottata dopo aver sentito l’avvocato generale, di giudicare la causa senza conclusioni,

ha pronunciato la seguente

Sentenza

<<1 La domanda di pronuncia pregiudiziale verte sull’interpretazione dell’articolo 1, paragrafo 1, lettere a) e b), della direttiva 2001/23/CE del Consiglio, del 12 marzo 2001, concernente il ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri relative al mantenimento dei diritti dei lavoratori in caso di trasferimenti di imprese, di stabilimenti o di parti di imprese o di stabilimenti (GU L 82, pag. 16).

2 Tale domanda è stata presentata nell’ambito di una controversia che oppone il sig. Amatori e altri 74 ricorrenti a Telecom Italia SpA (in prosieguo: «Telecom Italia») e a Telecom Italia Information Technology Srl, già Shared Service Center Srl (in prosieguo: «TIIT»), vertente sulla qualificazione come «trasferimento di parte di azienda» del conferimento effettuato da Telecom Italia a favore di TIIT di un ramo di attività informatica denominato «IT Operations» (in prosieguo: il «ramo IT Operations»).

 Contesto normativo

 Diritto dell’Unione

3 La direttiva 2001/23 ha abrogato e sostituito la direttiva 77/187/CEE del Consiglio, del 14 febbraio 1977, concernente il ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri relative al mantenimento dei diritti dei lavoratori in caso di trasferimenti di imprese, di stabilimenti o di parti di imprese o di stabilimenti (GU L 61, pag. 26), come modificata dalla direttiva 98/50/CE del Consiglio, del 29 giugno 1998 (GU L 201, pag. 88).

4 Il considerando 3 della direttiva 2001/23 recita:

«Occorre adottare le disposizioni necessarie per proteggere i lavoratori in caso di cambiamento di imprenditore, in particolare per assicurare il mantenimento dei loro diritti».

5 L’articolo 1, paragrafo 1, lettere a) e b), di detta direttiva dispone quanto segue:

«a) La presente direttiva si applica ai trasferimenti di imprese, di stabilimenti o di parti di imprese o di stabilimenti ad un nuovo imprenditore in seguito a cessione contrattuale o a fusione.

b) Fatta salva la lettera a) e le disposizioni seguenti del presente articolo, è considerato come trasferimento ai sensi della presente direttiva quello di un’entità economica che conserva la propria identità, intesa come insieme di mezzi organizzati al fine di svolgere un’attività economica, sia essa essenziale o accessoria
».

6 L’articolo 3, paragrafo 1, primo comma, della direttiva 2001/23 stabilisce quanto segue:

«I diritti e gli obblighi che risultano per il cedente da un contratto di lavoro o da un rapporto di lavoro esistente alla data del trasferimento sono, in conseguenza di tale trasferimento, trasferiti al cessionario».

7 L’articolo 6, paragrafo 1, primo e quarto comma, della medesima direttiva è così formulato:

«Qualora l’impresa, lo stabilimento o [la] parte di un’impresa o di uno stabilimento conservi la propria autonomia, [verranno mantenuti] lo status e la funzione dei rappresentanti o della rappresentanza dei lavoratori interessati dal trasferimento, secondo le stesse modalità e alle stesse condizioni esistenti prima della data del trasferimento, previsti dalle disposizioni legislative, regolamentari e amministrative o da accordi, a patto che siano soddisfatte le condizioni necessarie per la costituzione della rappresentanza dei lavoratori.

(...)

Qualora l’impresa, lo stabilimento o la parte di un’impresa o di uno stabilimento non conservi la propria autonomia, gli Stati membri adotteranno i provvedimenti necessari per garantire che i lavoratori trasferiti, che erano rappresentati prima del trasferimento, continuino ad essere adeguatamente rappresentati per il periodo necessario a provvedere ad una nuova costituzione o designazione della rappresentanza dei lavoratori, conformemente alla legislazione o alla prassi nazionale
».

8 L’articolo 8 della direttiva 2001/23 così dispone:

«La presente direttiva non pregiudica la facoltà degli Stati membri di applicare o di introdurre disposizioni legislative, regolamentari o amministrative più favorevoli ai lavoratori o di incoraggiare o consentire l’applicazione di accordi collettivi o di accordi tra le parti sociali più favorevoli ai lavoratori».

 Diritto italiano

9 L’articolo 2112, commi 1 e 5, del codice civile, come modificato dall’articolo 32 del decreto legislativo del 10 settembre 2003, n. 276, recante attuazione delle deleghe in materia di occupazione e mercato del lavoro, di cui alla legge 14 febbraio 2003, n. 30 (Supplemento ordinario alla GURI n. 235, del 9 ottobre 2003) (in prosieguo: il «codice civile»), in vigore alla data dei fatti del procedimento principale, dispone quanto segue:

«1. In caso di trasferimento d’azienda, il rapporto di lavoro continua con il cessionario (...).

(...)

5. Ai fini e per gli effetti di cui al presente articolo, si intende per trasferimento d’azienda qualsiasi operazione che, in seguito a cessione contrattuale o fusione, comporti il mutamento nella titolarità di un’attività economica organizzata, con o senza scopo di lucro, preesistente al trasferimento e che conserva nel trasferimento la propria identità a prescindere dalla tipologia negoziale o dal provvedimento sulla base del quale il trasferimento è attuato ivi compresi l’usufrutto o l’affitto di azienda. Le disposizioni del presente articolo si applicano altresì al trasferimento di parte dell’azienda, intesa come articolazione funzionalmente autonoma di un’attività economica organizzata, identificata come tale dal cedente e dal cessionario al momento del suo trasferimento
».

10 Risulta inoltre dalla decisione di rinvio che l’ultima frase di tale articolo 2112, comma 5, stabiliva, nel testo antecedente al citato decreto legislativo, quanto segue:

«Le disposizioni del presente articolo si applicano altresì al trasferimento di parte dell’azienda, intesa come articolazione funzionalmente autonoma di un’attività economica organizzata ai sensi del presente comma, preesistente come tale al trasferimento e che conserva nel trasferimento la propria identità».

11 Inoltre, la decisione di rinvio precisa che, ove non sussista un «trasferimento di azienda o di parte dell’azienda» ai sensi dell’articolo 2112, comma 5, del codice civile, la cessione di contratti di lavoro da parte del datore di lavoro ricade sotto l’articolo 1406 di questo stesso codice. In base a tale norma, la cessione del contratto di lavoro esige il consenso del lavoratore.

 Procedimento principale e questioni pregiudiziali

12 Nel febbraio 2010, Telecom Italia ha proceduto ad una riorganizzazione interna.

13 Prima di questa riorganizzazione, la struttura di Telecom Italia comprendeva una divisione denominata «Technology and Operations», formata da una serie di dipartimenti tra cui figurava in particolare il ramo «Information Technology». Quest’ultimo costituiva una struttura unica che integrava le attività operative di innovazione, progettazione, realizzazione, esercizio applicativo ed esercizio infrastrutturale delle soluzioni informatiche. In occasione della suddetta riorganizzazione interna, Telecom Italia ha suddiviso tale struttura unica in una decina di sottostrutture, tra cui quelle denominate «IT Operations», «IT Governance» e «Ingegnerie». Il ramo «Ingegnerie» ha raggruppato le funzioni di innovazione e progettazione.

14 Tre sottostrutture, tra cui il servizio «Software and test factory» destinato alle funzioni di realizzazione, sono state inglobate nel ramo IT Operations.

15 Dopo la creazione del ramo IT Operations, i lavoratori addetti al ramo «Ingegnerie» e quelli addetti al servizio «Software and test factory» non hanno mai cessato di collaborare insieme.

16 Inoltre, successivamente alla creazione e al trasferimento del ramo IT Operations, il servizio «Software and test factory» è stato destinatario di specifiche istruzioni promananti da Telecom Italia.

17 Il 28 aprile 2010, Telecom Italia ha trasferito il ramo suddetto alla propria controllata TIIT mediante un conferimento in natura nel capitale di quest’ultima. I ricorrenti nel procedimento principale, impiegati nel ramo suddetto, hanno proseguito, senza prestare il proprio consenso, il loro rapporto di lavoro con il cessionario, a norma dell’articolo 2112, comma 1, del codice civile.

18 Ritenendo che tale conferimento non potesse essere qualificato come trasferimento di parte di azienda ai sensi dell’articolo 2112, comma 5, del codice civile, i ricorrenti nel procedimento principale hanno adito il Tribunale di Trento in qualità di giudice del lavoro, al fine di far constatare che il suddetto conferimento era inefficace nei loro confronti e che di, conseguenza, il loro rapporto di lavoro aveva continuato a sussistere con Telecom Italia.

19 I ricorrenti nel procedimento principale hanno fatto valere, a sostegno del loro ricorso, che, prima del suo conferimento nel capitale di TIIT, il ramo IT Operations non costituiva una suddivisione funzionalmente autonoma nella struttura di Telecom Italia. Inoltre, detto ramo non sarebbe stato preesistente al trasferimento. Peraltro, anche il potere preponderante esercitato dal cedente sul cessionario avrebbe impedito di qualificare tale conferimento come trasferimento d’azienda.

20 Inoltre, in seguito al conferimento del ramo IT Operations, TIIT ha continuato a realizzare una parte nettamente preponderante della propria attività a favore di Telecom Italia.

21 Alla luce di quanto sopra, il Tribunale di Trento ha deciso di sospendere il procedimento e di sottoporre alla Corte le seguenti questioni pregiudiziali:

«1) Se la disciplina dell’Unione europea in tema di “trasferimento di parte di azienda” [in particolare l’articolo 1, paragrafo 1, lettere a) e b), in riferimento all’articolo 3, paragrafo 1, della direttiva (...) 2001/23(...)], osti ad una norma interna, quale quella dettata dall’articolo 2112, comma 5, del codice civile, che consente la successione del cessionario nei rapporti di lavoro del cedente, senza necessità del consenso dei lavoratori ceduti, anche qualora la parte di azienda oggetto del trasferimento non costituisca un’entità economica funzionalmente autonoma già preesistente al trasferimento, tanto da poter essere identificata come tale dal cedente e dal cessionario al momento del suo trasferimento.

2) Se la disciplina dell’Unione europea in tema di “trasferimento di parte di azienda” [in particolare l’articolo 1, paragrafo 1, lettere a) e b), in riferimento all’articolo 3, paragrafo 1, della direttiva (...) 2001/23(...)], osti ad una norma interna, quale quella dettata dall’articolo 2112, comma 5, del codice civile, che consente la successione del cessionario nei rapporti di lavoro del cedente, senza necessità del consenso dei lavoratori ceduti, anche qualora l’impresa cedente eserciti, dopo il trasferimento, un intenso potere di supremazia nei confronti della cessionaria che si manifesti attraverso uno stretto vincolo di committenza ed una commistione del rischio di impresa
».

 Sulle questioni pregiudiziali

 Sulla prima questione

22 Con la sua prima questione, il giudice del rinvio chiede, in sostanza, se l’articolo 1, paragrafo 1, lettere a) e b), della direttiva 2001/23 debba essere interpretato nel senso che osta ad una normativa nazionale, come quella oggetto del procedimento principale, la quale, in presenza di un trasferimento di una parte di impresa, consenta la successione del cessionario al cedente nei rapporti di lavoro nell’ipotesi in cui la parte di impresa in questione non costituisca un’entità economica funzionalmente autonoma preesistente al suo trasferimento.

 Sulla ricevibilità

23 Telecom Italia e TIIT sostengono che la prima questione è irricevibile, in quanto muove dal presupposto infondato secondo cui il ramo oggetto del trasferimento dovrebbe rappresentare un’entità preesistente alla cessione. Infatti, la nozione di «preesistenza» sarebbe estranea sia al nuovo testo dell’articolo 2112 del codice civile sia alla direttiva 2001/23 nonché alla giurisprudenza della Corte.

24 A questo proposito occorre rilevare che tale obiezione, là dove fa riferimento all’articolo 2112 del codice civile, solleva una questione attinente non già alla ricevibilità del primo quesito pregiudiziale, bensì alla competenza della Corte.

25 Orbene, se certo, a norma dell’articolo 267, primo comma, TFUE, la Corte è competente a statuire, in via pregiudiziale, sull’interpretazione dei Trattati nonché sulla validità e sull’interpretazione degli atti adottati dalle istituzioni, dagli organi e dagli organismi dell’Unione, nondimeno l’interpretazione del diritto nazionale non rientra nella sua sfera di attribuzioni.

26 Tuttavia, contrariamente a quanto asseriscono Telecom Italia e TIIT, il giudice del rinvio non chiede alla Corte un’interpretazione del proprio diritto nazionale, alla quale detto giudice ha già proceduto.

27 Inoltre, il punto se la nozione di «preesistenza» sia estranea alla direttiva 2001/23 non esula dalla competenza della Corte, dal momento che esso non riguarda la ricevibilità della prima questione, bensì attiene al merito di quest’ultima (v., per analogia, sentenza del 27 giugno 2013, VG Wort e a., da C‑457/11 a C‑460/11, non ancora pubblicata nella Raccolta, punto 46).

28 Risulta così dall’insieme delle considerazioni che precedono che la prima questione sollevata dal Tribunale di Trento è ricevibile.

 Nel merito

29 In via preliminare, occorre ricordare che la direttiva 2001/23 è applicabile in tutti i casi di cambiamento, nell’ambito di rapporti contrattuali, della persona fisica o giuridica responsabile della gestione dell’impresa, la quale assume le obbligazioni del datore di lavoro nei confronti dei dipendenti dell’impresa medesima (v. sentenza del 20 gennaio 2011, CLECE, C‑463/09, Racc. pag. I‑95, punto 30 e la giurisprudenza ivi citata).

30 Secondo una consolidata giurisprudenza, per stabilire se sussista un «trasferimento» dell’impresa, ai sensi dell’articolo 1, paragrafo 1, della direttiva 2001/23, il criterio decisivo è quello di accertare se l’entità in questione conservi la propria identità dopo essere stata rilevata dal nuovo datore di lavoro (v. in tal senso, in particolare, sentenza del 6 settembre 2011, Scattolon, C‑108/10, Racc. pag. I‑7491, punto 60 e la giurisprudenza ivi citata).

31 Tale trasferimento deve riguardare un’entità economica organizzata in modo stabile, la cui attività non si limiti all’esecuzione di un’opera determinata. Costituisce un’entità siffatta qualsiasi complesso organizzato di persone e di elementi, il quale consenta l’esercizio di un’attività economica che sia finalizzata al perseguimento di uno specifico obiettivo e sia sufficientemente strutturata ed autonoma (v. sentenze del 10 dicembre 1998, Hernández Vidal e a., C‑127/96, C‑229/96 e C‑74/97, Racc. pag. I‑8179, punti 26 e 27; del 13 settembre 2007, Jouini e a., C‑458/05, Racc. pag. I‑7301, punto 31, nonché Scattolon, cit., punto 42).

32 Ne consegue che, ai fini dell’applicazione di detta direttiva, l’entità economica in questione deve in particolare, anteriormente al trasferimento, godere di un’autonomia funzionale sufficiente, là dove la nozione di autonomia si riferisce ai poteri, riconosciuti ai responsabili del gruppo di lavoratori considerato, di organizzare, in modo relativamente libero e indipendente, il lavoro in seno a tale gruppo e, più specificamente, di impartire istruzioni e distribuire compiti ai lavoratori subordinati appartenenti al gruppo medesimo, e ciò senza intervento diretto da parte di altre strutture organizzative del datore di lavoro (sentenza Scattolon, cit., punto 51 e la giurisprudenza ivi citata).

33 Tale conclusione è corroborata dall’articolo 6, paragrafo 1, primo e quarto comma, della direttiva 2001/23, relativo alla rappresentanza dei lavoratori, a norma del quale tale direttiva è destinata ad applicarsi a qualsiasi trasferimento che soddisfi le condizioni enunciate all’articolo 1, paragrafo 1, della direttiva medesima, indipendentemente dal fatto che l’entità economica trasferita conservi o meno la propria autonomia nella struttura del cessionario (v., in tal senso, sentenza del 12 febbraio 2009, Klarenberg, C‑466/07, Racc. pag. I‑803, punto 50).

34 Infatti, l’impiego, al citato articolo 6, paragrafo 1, primo e quarto comma, del termine «conservi» implica che l’autonomia dell’entità ceduta deve, in ogni caso, preesistere al trasferimento.

35 Pertanto, qualora risultasse, nel procedimento principale, che l’entità trasferita di cui trattasi non disponeva, anteriormente al trasferimento, di un’autonomia funzionale sufficiente – circostanza questa che spetta al giudice del rinvio verificare –, tale trasferimento non ricadrebbe sotto la direttiva 2001/23. In tal caso, dalla direttiva non deriverebbe alcun obbligo di mantenimento dei diritti dei lavoratori trasferiti.

36 Ciò detto, la direttiva sopra menzionata non deve essere letta nel senso che vieti ad uno Stato membro di prevedere un siffatto mantenimento dei diritti dei lavoratori nella situazione evocata al punto precedente della presente sentenza.

37 Infatti, il considerando 3 della direttiva 2001/23 afferma che occorre adottare le disposizioni necessarie per proteggere i lavoratori in caso di cambiamento dell’imprenditore, in particolare per assicurare il mantenimento dei loro diritti.

38 Pertanto, il citato considerando evidenzia il rischio rappresentato, per il mantenimento dei diritti dei lavoratori, dalla situazione di subentro di un nuovo imprenditore, nonché la necessità di tutelare i lavoratori dinanzi a tale rischio mediante l’adozione di opportune disposizioni.

39 Dunque, la semplice mancanza di autonomia funzionale dell’entità trasferita non può, di per sé, costituire un ostacolo a che uno Stato membro garantisca nel proprio ordinamento interno il mantenimento dei diritti dei lavoratori dopo il cambiamento dell’imprenditore.

40 Tale conclusione è corroborata dall’articolo 8 della direttiva 2001/23, il quale dispone che quest’ultima non pregiudica la facoltà degli Stati membri di applicare o di introdurre disposizioni legislative, regolamentari o amministrative più favorevoli ai lavoratori.

41 Infatti, la direttiva summenzionata è intesa soltanto ad un’armonizzazione parziale della materia in oggetto, e non mira ad instaurare un livello di tutela uniforme per tutta l’Unione secondo criteri comuni, bensì a garantire che il lavoratore interessato sia tutelato, nei suoi rapporti con il cessionario, allo stesso modo in cui lo era nei suoi rapporti con il cedente, in forza delle norme giuridiche dello Stato membro interessato (v., in tal senso, sentenze del 12 novembre 1992, Watson Rask e Christensen, C‑209/91, Racc. pag. I‑5755, punto 27, nonché del 6 novembre 2003, Martin e a. C‑4/01, Racc. pag. I‑12859, punto 41).

42 Alla luce di tutte le considerazioni che precedono, occorre rispondere alla prima questione sollevata dichiarando che l’articolo 1, paragrafo 1, lettere a) e b), della direttiva 2001/23 deve essere interpretato nel senso che non osta ad una normativa nazionale, come quella oggetto del procedimento principale, la quale, in presenza di un trasferimento di una parte di impresa, consenta la successione del cessionario al cedente nei rapporti di lavoro nell’ipotesi in cui la parte di impresa in questione non costituisca un’entità economica funzionalmente autonoma preesistente al suo trasferimento.

 Sulla seconda questione

43 Con la sua seconda questione, il giudice del rinvio chiede, in sostanza, se l’articolo 1, paragrafo 1, lettere a) e b), della direttiva 2001/23 debba essere interpretato nel senso che osta a una normativa nazionale, come quella oggetto del procedimento principale, la quale consenta la successione del cessionario al cedente nei rapporti di lavoro nell’ipotesi in cui, dopo il trasferimento della parte di impresa considerata, tale cedente eserciti un intenso potere di supremazia nei confronti del cessionario.

 Sulla ricevibilità

44 Telecom Italia e TIIT sostengono che la seconda questione è irricevibile in quanto implica una valutazione dei fatti.

45 A questo proposito occorre rilevare che la questione sollevata dal giudice del rinvio, intesa a stabilire se la direttiva 2001/23 sia applicabile anche nell’ipotesi in cui, dopo il trasferimento di una parte di impresa, il cedente eserciti un intenso potere di supremazia nei confronti del cessionario, riguarda l’interpretazione di tale direttiva e, dunque, del diritto dell’Unione.

46 Dal momento che, a norma dell’articolo 267, primo comma, TFUE, la Corte è competente a statuire, in via pregiudiziale, sull’interpretazione del diritto dell’Unione, la seconda questione sollevata dal Tribunale di Trento è ricevibile.

 Nel merito

47 Anzitutto, non risulta da alcuna disposizione della direttiva 2001/23 che il legislatore dell’Unione abbia voluto che l’indipendenza del cessionario nei confronti del cedente costituisse un presupposto per l’applicazione della direttiva stessa.

48 Poi, occorre ricordare come la Corte abbia in passato affermato che con la direttiva 77/187, come modificata dalla direttiva 98/50, e in sostanza abrogata e sostituita dalla direttiva 2001/23, si è inteso disciplinare qualunque mutamento giuridico della persona del datore di lavoro, qualora siano per il resto soddisfatte le altre condizioni da essa stabilite, e che pertanto detta direttiva può essere applicata ad un trasferimento tra due consociate di uno stesso gruppo, che costituiscono persone giuridiche distinte ognuna delle quali ha contratto rapporti di lavoro specifici con i rispettivi dipendenti. A questo proposito è irrilevante il fatto che le società di cui trattasi abbiano non soltanto gli stessi proprietari, ma anche la stessa direzione e gli stessi locali e siano impegnate nell’esecuzione della stessa opera (sentenza del 2 dicembre 1999, Allen e a., C‑234/98, Racc. pag. I‑8643, punto 17).

49 Nulla giustifica che, ai fini dell’applicazione della citata direttiva, l’unità del comportamento tenuto sul mercato dalla capogruppo e dalle consociate prevalga sulla separazione formale tra queste società aventi personalità giuridiche distinte. Infatti, una soluzione del genere, che porterebbe ad escludere dall’ambito di applicazione della direttiva in parola i trasferimenti tra società di uno stesso gruppo, si porrebbe precisamente in contrasto con l’obiettivo di tale direttiva, che è di garantire, per quanto possibile, il mantenimento dei diritti dei lavoratori in caso di cambiamento dell’imprenditore, consentendo loro di rimanere al servizio del nuovo imprenditore alle stesse condizioni pattuite con il cedente (sentenza Allen e a., cit., punto 20).

50 Di conseguenza, una situazione come quella oggetto del procedimento principale, in cui l’impresa cedente esercita nei confronti del cessionario un intenso potere di supremazia, che si manifesta attraverso uno stretto vincolo di committenza ed una commistione del rischio di impresa, non può costituire, di per sé, un ostacolo all’applicazione della direttiva 2001/23.

51 Infine, una diversa interpretazione permetterebbe di eludere facilmente l’obiettivo perseguito da detta direttiva, mirante, secondo una consolidata giurisprudenza della Corte, ad assicurare la continuità dei rapporti di lavoro esistenti nell’ambito di un’entità economica, indipendentemente dal cambiamento di proprietario (sentenza Klarenberg, cit., punto 40 e la giurisprudenza ivi citata).

52 Alla luce di tutte le considerazioni che precedono, occorre rispondere alla seconda questione sollevata dichiarando che l’articolo 1, paragrafo 1, lettere a) e b), della direttiva 2001/23 deve essere interpretato nel senso che non osta a una normativa nazionale, come quella oggetto del procedimento principale, la quale consenta la successione del cessionario al cedente nei rapporti di lavoro nell’ipotesi in cui, dopo il trasferimento della parte di impresa considerata, tale cedente eserciti un intenso potere di supremazia nei confronti del cessionario.

 Sulle spese

53 Nei confronti delle parti nel procedimento principale la presente causa costituisce un incidente sollevato dinanzi al giudice nazionale, cui spetta quindi statuire sulle spese. Le spese sostenute da altri soggetti per presentare osservazioni alla Corte non possono dar luogo a rifusione.

Per questi motivi, la Corte (Nona Sezione) dichiara:

1) L’articolo 1, paragrafo 1, lettere a) e b), della direttiva 2001/23/CE del Consiglio, del 12 marzo 2001, concernente il ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri relative al mantenimento dei diritti dei lavoratori in caso di trasferimenti di imprese, di stabilimenti o di parti di imprese o di stabilimenti, deve essere interpretato nel senso che non osta ad una normativa nazionale, come quella oggetto del procedimento principale, la quale, in presenza di un trasferimento di una parte di impresa, consenta la successione del cessionario al cedente nei rapporti di lavoro nell’ipotesi in cui la parte di impresa in questione non costituisca un’entità economica funzionalmente autonoma preesistente al suo trasferimento.

2) L’articolo 1, paragrafo 1, lettere a) e b), della direttiva 2001/23 deve essere interpretato nel senso che non osta a una normativa nazionale, come quella oggetto del procedimento principale, la quale consenta la successione del cessionario al cedente nei rapporti di lavoro nell’ipotesi in cui, dopo il trasferimento della parte di impresa considerata, tale cedente eserciti un intenso potere di supremazia nei confronti del cessionario.

Firme>>.

http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=CELEX:62012CJ0458:IT:HTML
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« Risposta #21 inserito:: Marzo 18, 2014, 23:42:15 »

PRIMA DI PROCEDERE AL LICENZIAMENTO PER RAGIONI ORGANIZZATIVE L'AZIENDA HA IL DOVERE DI PROSPETTARE AL LAVORATORE LA POSSIBILITA' DI UN IMPIEGO CON MANSIONI INFERIORI - In caso di rifiuto il recesso è legittimo

Cassazione Sezione Lavoro n. 24037 del 12 ottobre 2013, Pres. Stile, Rel. Blasutto.
http://www.legge-e-giustizia.it/index.php?option=com_content&section=1&cat=1&task=view&id=4688&Itemid=37

LA NUOVA FORMULAZIONE DELL'ART. 2112 COD. CIV. NON HA LEGITTIMATO TUTTE LE OPERAZIONI DI ESTERNALIZZAZIONE DEI SERVIZI - Il ramo d'azienda ceduto deve essere autonomo

Cassazione Sezione Lavoro n. 24262 del 28 ottobre 2013, Pres. Napoletano, Rel. Venuti.
http://www.legge-e-giustizia.it/index.php?option=com_content&section=1&cat=1&task=view&id=4689&Itemid=37

IN CASO DI LAVORO PER SOCIETA' COLLEGATE IL LICENZIAMENTO DEVE ESSERE MOTIVATO CON RIFERIMENTO ALLA SITUAZIONE DEL GRUPPO - Unico centro di imputazione del rapporto

Cassazione Sezione Lavoro n. 798 del 16 gennaio 2014, Pres. Vidiri, Rel. Bandini.
http://www.legge-e-giustizia.it/index.php?option=com_content&section=1&cat=1&task=view&id=4744&Itemid=37

IL REGIME DELLA RISOLUZIONE DEL RAPPORTO DI LAVORO E' REGOLATO DALLA LEGGE - Non sono consentite modalità diverse, anche se pattuite in sede collettiva

La compagnia aerea Meridiana ha perso nel gennaio 2002 l'assegnazione della rotta Cagliari-Milano, in favore della società Air One...

Cassazione Sezione Lavoro n. 27058 del 3 dicembre 2013, Pres. Vidiri, Rel. Balestrieri.
http://www.legge-e-giustizia.it/index.php?option=com_content&section=1&cat=1&task=view&id=4715&Itemid=37
« Ultima modifica: Marzo 18, 2014, 23:43:24 da giudicimpostori » Registrato
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« Risposta #22 inserito:: Aprile 18, 2014, 21:30:30 »

Cessione di ramo d'azienda dopo l'impugnazione del contratto a termine. I diritti del lavoratore possono essere vantati nei confronti dell'acquirente del ramo.

<<Diritto.it, 17/4/2014

(di Passarelli Pierpaolo e Giulio Antonio Zingariello)

Tribunale di Campobasso, Sez. Lav., sentenze nn. 126-127/2014 del 01.04.2014. Giudice del Lavoro dott.ssa Laura Scarlatelli.

"il sub ingresso del cessionario nei rapporti di lavoro dei dipendenti dell’azienda ceduta non si verifica soltanto se tale rapporto sia stato legittimamente risolto in tempo anteriore al trasferimento medesimo; in caso contrario, il rapporto prosegue ope legis con l’acquirente e il lavoratore conserva nei suoi confronti tutti i diritti che aveva verso il cedente; più di recente la Suprema Corte ha ribadito l’applicabilità del 2112 c.c. proprio nel caso di illegittima apposizione di termine a contratti anteriori alla cessione del ramo di azienda»

La sentenza in commento costituisce una significativa quanto interessante pronuncia in tema di estensibilità  delle disposizioni contenute nell’art. 2112 c.c. ai rapporti di lavoro a tempo determinato illegittimamente stipulati, e contestualmente impugnati dal lavoratore, in epoca anteriore al trasferimento d’azienda avvenuto tra due società operanti nel medesimo settore. Nel caso in disamina, il lavoratore aveva proposto una domanda giudiziale avente ad oggetto la declaratoria di illegittimità di una serie di contratti di somministrazione, così instando per la sussistenza di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato direttamente con il soggetto utilizzatore delle prestazioni lavorative. Nelle more del giudizio, però, interveniva un trasferimento d’azienda tra la società utilizzatrice, nei cui confronti il lavoratore aveva agito, ed altra società operante nello stesso settore. Il giudice, nel prenderne atto, ordinava l’integrazione del contraddittorio con conseguente chiamata in causa della società cessionaria ai sensi e per gli effetti dell’art. 2112 c.c. Lo stesso lavoratore, poi, integrava la domanda chiedendo che gli effetti di cui all’art. 27 D.Lgs. n. 276/2003 si producessero in capo alla società cessionaria, così di fatto parificando la propria posizione con quella delle altre risorse umane assunte a tempo indeterminato e successivamente transitate in favore del nuovo soggetto giuridico. Ebbene, con le sentenza in commento, il GL di Campobasso prende una posizione netta nel ritenere applicabile, al caso di specie, l’orientamento della Suprema Corte di Cassazione secondo cui l’effetto estensivo del licenziamento illegittimo – pur intimato in epoca anteriore al trasferimento – in quanto destinato ad essere travolto dalla sentenza dichiarativa della nullità del recesso, comporta che il rapporto di lavoro si trasferisca ex art. 2112 c.c in capo al cessionario. Infatti, il subingresso del cessionario nei rapporti di lavoro dei dipendenti dell’azienda ceduta non si verifica soltanto se tale rapporto sia stato legittimamente risolto in tempo anteriore al trasferimento medesimo; in caso contrario, il rapporto prosegue ope legis con l’acquirente e il lavoratore conserva nei suoi confronti tutti i diritti che aveva verso il cedente. A detta del Tribunale di Campobasso l’art. 2112 è infatti applicabile anche ai casi di illegittima apposizione del termine a contratti di lavoro stipulati anteriormente alla cessione del ramo d’azienda, così richiamando quanto di recente statuito dal Giudice Supremo con sentenza n. 21812/13. Quanto precede è di rilevante importanza in quanto le garanzie offerte dal legislatore italiano, con il disposto normativo in commento, non possono risultare precluse dalla circostanza che il rapporto di lavoro non sia, di fatto, in atto al momento del trasferimento, rilevando che il rapporto con il cedente sia, o possa essere, in atto de iure anche se non de facto.>>.

http://www.diritto.it/docs/36182-cessione-di-azienda-e-contratti-a-termine
« Ultima modifica: Aprile 18, 2014, 21:31:38 da giudicimpostori » Registrato
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« Risposta #23 inserito:: Luglio 24, 2014, 22:05:37 »

INTERPOSIZIONE ILLECITA DI MANODOPERA - DECADENZA PER L'IMPUGNATIVA EX ART. 32 COLLEGATO LAVORO

L'appaltatore ti licenzia. Tu fai causa contro il licenziamento, sostenendo di aver lavorato per l'appaltante (interposizione illecita di manodopera). Il giudice (di Padova, sent. 18/7/14) ritiene che sia decaduto il termine di 60 giorni (ex art. 32, l. 183/2010) per l'impugnazione del recesso, che andava notificata anche (soprattutto) all'appaltante (utilizzatore della prestazione presso il quale si sarebbe voluto ripristinare il rapporto). La Cassazione, prima del Collegato lavoro, riteneva che in tale contesto non potesse esistere alcun termine decadenziale per l'impugnativa.

http://www.dottrinalavoro.it/notizie-c/tribunale-padova-termine-decadenza-per-impugnare-licenziamento-contro-stazione-appaltante


La Corte Costituzionale, sent. 303/2011, nel rigettare l'ipotesi di discriminazione (a proposito della forfetizzazione del danno introdotta dallo stesso art. 32, l. 183 in caso di illegittimità del termine del contratto) tra contrattisti a termine e lavoratori inquadrati nei mille modi alternativi previsti dalle leggi italiane, aveva scritto:

<<Quanto alle ulteriori disparità di trattamento segnalate dal Tribunale di Trani, esse risentono dell’obiettiva eterogeneità delle situazioni. Ed infatti, il contratto di lavoro subordinato con una clausola viziata (quella, appunto, appositiva del termine) non può essere assimilato ad altre figure illecite come quella, obiettivamente più grave, dell’utilizzazione fraudolenta della collaborazione continuativa e coordinata. Difforme è, altresì, la situazione cui dà luogo la cessione illegittima del rapporto di lavoro, laddove, nelle more del giudizio volto ad accertarla, il rapporto corre con il cessionario e la garanzia retributiva rimane assicurata. Altro ancora, infine, è la somministrazione irregolare di manodopera, quando un imprenditore fornisce personale ad un altro al di fuori delle ipotesi consentite dalla legge.>>.

http://www.cortecostituzionale.it/actionSchedaPronuncia.do?anno=2011&numero=303


Eppure nel frattempo tutte le forme flessibili di lavoro sono scivolate sotto l'egida del Collegato lavoro, sia per ciò che riguarda l'indennità omnicomprensiva (es. per la fattispecie della somministrazione), che per i termini di decadenza per l'impugnativa (vedi sopra).
« Ultima modifica: Luglio 24, 2014, 22:20:35 da giudicimpostori » Registrato
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« Risposta #24 inserito:: Agosto 07, 2014, 13:50:50 »

CLAUSOLA DI SALVAGUARDIA PER GLI INTERESSI DEI PRESTANOME

Mi chiedo se anche l'accesso al fondo di garanzia dell'INPS - per l'accredito delle ultime 3 mensilità non pagate dal datore che abbia dichiarato il fallimento o che, dopo la procedura di concordato preventivo, sia stato addirittura giudicato in bancarotta fraudolenta - non debba rientrare tra le tutele dovute ai lavoratori co.co.co e simili. In questi casi l'ammissione al passivo per il credito da lavoro è una presa per il culo ed il lavoratore attende per anni inutilmente la conclusione della causa.

Mi chiedo anche se un provvedimento legislativo come quello ipotizzato qui sotto, non debba necessariamente avere efficacia retroattiva, trattandosi di un riequilibrio degli opposti interessi in gioco ed avendo la stessa Corte Costituzionale, per tale via interpretativa, giustificato la retroattività dell'art. 32, l. 183/2010 (a proposito della decurtazione dell'indennità spettante al lavoratore a termine in caso di illegittimità del termine stesso). Il giochetto dei prestanome, la riapertura di una medesima attività sotto mentite spoglie è una pratica invalsa tra gli "imprenditori", soprattutto tra quelli che, lungi dal rappresentare l'eccellenza in uno specifico ramo di attività, fanno dello sfruttamento delle risorse umane l'unica fonte di guadagno.

CGIL - Catania <<Per risolvere i problemi del settore dei call center il ministero del Lavoro sta ragionando sulla clausola sociale sui cambi d'appalto, prevista dall'art. 2112 del codice civile. Lo ha affermato la sottosegretaria al Lavoro Teresa Bellanova, a Girifalco in Calabria, secondo cui cio' rappresenta "una po...ssibile soluzione". "Le parti concordino tra di loro - ha detto Bellanova in una conferenza stampa sulla crisi del call center Infocontact, prima di incontrare i lavoratori a San Pietro Lamertino - bisogna lavorare con sapienza rigore e serieta'. Nessuna ideologia in questo campo".
"Il settore dei call center - ha precisato Bellanova - merita la stessa attenzione degli altri: quando e' nato era un settore che dava un impiego 'di passaggio'. Ora da' lavoro a 80 mila persone". Con la clausola di salvaguardia l'obiettivo e' di estendere le tutele apprestate dal codice civile in caso di trasferimento d'azienda anche alla categoria dei lavoratori dei call center. L'applicazione di questo istituto comporta la prosecuzione del rapporto di lavoro del call center con il nuovo appaltatore, con tutte le garanzie che ne derivano. "Alle parti sociali noi diciamo: vi stiamo accanto fornendovi la strumentazione necessaria, occorre trovare un punto di sintesi e mediazione, con questa proposta noi andremo alla riunione dell'osservatorio, appena ricostituito", ha continuato Bellanova, riferendosi all'Osservatorio attivato dal governo per individuare gli interventi regolatori in questo settore, soprattutto per evitare la giungla nei rapporti di lavoro e la concorrenza fiscale tra regioni. "Chiediamo anche che il costo del lavoro non sia considerato nelle gare d'appalto, altrimenti non si potra' invertire la tendenza verso il massimo ribasso", ha concluso la sottosegretaria.
>>.

http://www.slc-cgil-catania.com/2014/08/call-center-teresa-bellanova-si.html
« Ultima modifica: Agosto 07, 2014, 13:52:48 da primo secondo » Registrato
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« Risposta #25 inserito:: Agosto 12, 2014, 13:23:05 »

Licenziamenti collettivi - criteri

INTESA SANPAOLO S.P.A. - ricorso

CASSAZIONE Civile Sent. Sez. L Num. 22873 Anno 2013 Presidente: NAPOLETANO GIUSEPPE Relatore: NAPOLETANO GIUSEPPE Data pubblicazione 08/10/2013

<<...la sentenza impugnata, sul punto in questione, non è corretta in quanto discostandosi dei principi sopra sottolineati, pur a fronte dell'oggettivo criterio della prossimità al pensionamento, individuato in sede di accordo sindacale, ha ritenuto inidonea la comunicazione [aziendale] di cui trattasi sul mero rilievo che la stessa conteneva un semplice elenco dei lavoratori licenziati, senza valutare, quindi, la valenza oggettivamente esaustiva del criterio di scelta adottato pur richiamato - in uno alla data del possesso dei requisiti pensionistici - nella comunicazione che, in adempimento dell'onere di autosufficienza, è stata riportata nel ricorso...>>.

http://www.italgiure.giustizia.it/xway/application/nif/clean/hc.dll?verbo=attach&db=snciv&id=./20131009/snciv@sL0@a2013@n22873@tS.clean.pdf
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« Risposta #26 inserito:: Agosto 25, 2014, 18:59:32 »

LA FRONDA NON È UN RAMO, NEMMENO SE RINFOLTITA AD ARTE
IL CASO TELECOM / HEWELETT PACKARD

(<<...Né può assumere rilievo, al fine di ravvisare un trasferimento di ramo di azienda, la sola decisione, assunta dal soggetto cedente, di unificare alcuni beni e lavoratoti, affidando a questi un'unica funzione al momento del trasferimento, in quanto la qualificazione come ramo di azienda contrasterebbe sia con le direttive comunitarie nn. 1998/50 e 2001/23, che richiedono già prima di quest'atto "un'entità economica che conservi la propria identità", ossia un assetto già formato, sia con gli articoli 4 e 36 Cost., che impediscono di rimettere discipline inderogabili di tutela dei lavoratori... ad un mero atto di
volontà del datore di lavoro, incontrollabile per l'assenza di riferimenti oggettivi.
>>)

Cass. n. 13057 febb.-giugno 2014; Roselli F./Buffa Francesco

<<...Con sentenza 3.8.2012, la Corte d'appello di Cagliari ha confermato la sentenza del 3.1.2011 del Tribunale della stessa sede, che aveva rigettato la domanda di alcuni lavoratori di impugnativa del licenziamento loro intimato da IT Telecom s.p.a., a seguito di cessione dei loro rapporti di lavoro unitamente a ramo di azienda ad Hewelett Packard DCS s.r.l....

In particolare, la Corte ha ritenuto che la cessione aveva riguardato un ramo di azienda preesistente al trasferimento ed ha ritenuto inammissibili, in quanto nuove, le deduzioni dei lavoratori circa la estraneità delle attività da essi svolte rispetto a quelle oggetto di cessione.

Avverso tale sentenza ricorrono i lavoratori per tre motivi, illustrati da memoria; resistono Telecom ed Hewelett Packard con controricorso.
_ _ _ _

la sentenza impugnata ha accertato che il complesso ceduto, denominato IT User support e composto da circa 600 dipendenti, ricomprendeva il GISP centrale e territoriale (che si occupava di reti LAN, sicurezza informatica ed interconnessioni), il Customer care (che assicurava l'assistenza informatica al cliente interno: è il settore nel quale prestavano servizio i ricorrenti), l'Asset management (che curava la gestioni delle apparecchiature, l'inventario e la distribuzione), il Desktop management (che svolgeva la manutenzione dell'hardware, delle postazioni di lavoro, l'assistenza per gli applicativi e l'help desk tecnico). In tale complesso erano confluiti lavoratori già dipendenti di società diverse (Netsiel, Eis, Saritel, Sodalia, Telesoft), svolgenti diverse funzioni presso diverse sedi; peraltro, non tutti i dipendenti di tali società erano stati assegnati ai detti servizi, e solo parte delle funzioni svolte dai detti settori erano confluite nell'IT user support (altre erano state inglobate in una "control room", in capo al soggetto cedente).

...emerge che l'accorpamento nell'IT user support aveva riguardato attività disomogenee per funzioni e professionalità, non integrate tra loro e prive di coordinamento unitario.

(........)

Affinché ...si possano produrre gli effetti derivanti dall'applicazione dell'art. 2112 cod. civ., occorre la configurabilità di un trasferimento di ramo di azienda, ciò che postula necessariamente... una struttura organizzata e funzionalmente autonoma all'interno della cedente ed il mantenimento di tale struttura all'interno della cessionario.

Tale situazione non ricorre nella specie, secondo quanto accertato in fatto dal giudice di merito.

Può dunque affermarsi che esattamente il giudice di merito esclude la ravvisabilità di un ramo di azienda, oggetto di cessione ai sensi dell'art. 2112 cod. civ., in un complesso di servizi - privi di struttura aziendale autonoma e preesistente - consistenti nella gestione e manutenzione di strutture informatiche ed in assistenza tecnica, che restino disomogenei per funzioni svolte e professionalità coinvolte, non integrati tra loro e privi di coordinamento unitario.

Né può assumere rilievo, al fine di ravvisare un trasferimento di ramo di azienda, la sola decisione, assunta dal soggetto cedente, di unificare alcuni beni e lavoratoti, affidando a questi un'unica funzione al momento del trasferimento, in quanto la qualificazione come ramo di azienda contrasterebbe sia con le direttive comunitarie nn. 1998/50 e 2001/23, che richiedono già prima di quest'atto "un'entità economica che conservi la propria identità", ossia un assetto già formato, sia con gli articoli 4 e 36 Cost., che impediscono di rimettere discipline inderogabili di tutela dei lavoratori (corte cost. n. 115 del 1994) ad un mero atto di volontà del datore di lavoro, incontrollabile per l'assenza di riferimenti oggettivi.

La sentenza impugnata deve essere cassata e, non occorrendo ulteriori accertamenti, la causa può essere decisa nel merito, con accoglimento della domanda introduttiva del giudizio proposta dai ricorrenti ed annullamento del recesso datoriale loro intimato.

Le spese di lite seguono la soccombenza di Telecom; le spese del ricorso verso Hewelett Packard devono essere compensate in considerazione della posizione economica delle parti e del carattere meramente processuale della decisione...
>>.

http://www.italgiure.giustizia.it/xway/application/nif/clean/hc.dll?verbo=attach&db=snciv&id=./20140611/snciv@sL0@a2014@n13057@tS.clean.pdf
« Ultima modifica: Agosto 25, 2014, 19:00:05 da primo secondo » Registrato
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« Risposta #27 inserito:: Settembre 12, 2014, 06:18:35 »

La cancellazione dal registro delle imprese estingue la persona giuridica e con essa ogni pendenza giudiziaria. A liquidazione avvenuta, dei capitali residui continuano a rispondere i soci (solo se chiamati direttamente in causa in luogo della società cancellata, priva ormai di identità giuridica e perciò non abilitata a comparire in tribunale). Diverso è il caso, più o meno trasparente, di fusione/incorporazione dell'estinta società in altro soggetto.

Cass. 18013/2014
http://www.italgiure.giustizia.it/xway/application/nif/clean/hc.dll?verbo=attach&db=snciv&id=./20140818/snciv@sL0@a2014@n18013@tS.clean.pdf
« Ultima modifica: Settembre 12, 2014, 06:20:00 da primo secondo » Registrato
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« Risposta #28 inserito:: Settembre 13, 2014, 18:20:16 »

CGUE, sent. in causa C-328/13 dell'11 settembre 2014

Sull'interpretazione dell'art. 3, par. 3, dir. 2001/23/CE del Consiglio, del 12 marzo 2001, concernente il ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri relative al mantenimento dei diritti dei lavoratori in caso di trasferimenti di imprese, di stabilimenti o di parti di imprese o di stabilimenti, va interpretato nel senso che costituiscono «condizioni di lavoro convenute mediante contratto collettivo», ai sensi di detta disposizione, le condizioni di lavoro convenute mediante contratto collettivo che, ai sensi del diritto di uno Stato membro, malgrado la risoluzione del contratto medesimo, continuano ad avere efficacia sui rapporti di lavoro che vi ricadevano direttamente precedentemente alla risoluzione del contratto, fino alla disciplina di tali rapporti di lavoro ad opera di un altro contratto collettivo o alla conclusione di nuovi accordi individuali con i lavoratori interessati.

Corte di giustizia europea, Sez. IV, 11/9/2014 n. C-328/13

(........vedi al link........)

PQM

<<L’articolo 3, paragrafo 3, della direttiva 2001/23/CE del Consiglio, del 12 marzo 2001, concernente il ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri relative al mantenimento dei diritti dei lavoratori in caso di trasferimenti di imprese, di stabilimenti o di parti di imprese o di stabilimenti, va interpretato nel senso che costituiscono «condizioni di lavoro convenute mediante contratto collettivo», ai sensi di detta disposizione, le condizioni di lavoro convenute mediante contratto collettivo che, ai sensi del diritto di uno Stato membro, malgrado la risoluzione del contratto medesimo, continuano ad avere efficacia sui rapporti di lavoro che vi ricadevano direttamente precedentemente alla risoluzione del contratto, fino alla disciplina di tali rapporti di lavoro ad opera di un altro contratto collettivo o alla conclusione di nuovi accordi individuali con i lavoratori interessati.>>.

http://www.dirittodeiservizipubblici.it/sentenze/sentenza.asp?sezione=dettsentenza&id=4818
« Ultima modifica: Settembre 13, 2014, 18:20:54 da primo secondo » Registrato
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